Il Libano
ritorna
al 14 marzo
Marino Smiderle
Nel Paese dei cedri ha vinto la coalizione guidata da Saad Hariri, figlio del leader assassinato l’anno scorso
I cedri sono tornati a profumare. Perché il Libano è il paese dei cedri, il paese della rivoluzione dei cedri, quella del 14 marzo 2005. Ed è consolante, incoraggiante che alle ultime, cruciali elezioni libanesi abbia trionfato un partito che prende il nome proprio da quello storico giorno, 14 marzo, appunto, e che adesso può ricominciare a sognare un paese libero dai condizionamenti di Siria e Iran, i due alleati neanche tanti occulti di Hezbollah.
Siamo molto lontani dal dire che tutti i problemi sono risolti, che il Libano adesso può illudersi di essere un paese scevro da preoccupazioni religiosi e tribali. Però questa è l’indicazione che gli elettori, accorsi in massa alle urne (il 54% da queste parti è una percentuale... bulgara), hanno voluto dare: basta violenza, basta interferenze, largo a noi libanesi.
In un continuo metronomo che alterna pace e ottimismo a guerra e pessimismo, l’ultima indicazione negativa è datata maggio 2008, quando Hezbollah sfrutta il suo arsenale di armi e porta il Paese sull’orlo della distruzione attaccando Israele e causando una reazione brutale. Il tutto con un governo ostaggio di queste forze estremiste sponsorizzate da Siria e Iran. Chi pensava che le forze estremiste avessero la meglio anche questa volta è andato deluso. La gente è andata a votare per la lista "14 marzo", guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri, assassinato nel febbraio 2005 da un commando telecomandato, si sospetta, da Damasco.
«La buona notizia - scrive Curly Amerin in una corrispondenza da Beirut per l’Aga - è che in Libano vince, democraticamente e sorprendentemente senza violenze gravi, la coalizione filo-occidentale "14 marzo" guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri assassinato nel 2005. La cattiva notizia è che il paese resta spaccato in due lungo le linee geografiche ed etniche: tutto il sud e l’est del paese hanno votato compatti per la coalizione guidata dagli sciiti filoiraniani e filosiriani di Hezbollah, e che comprende anche il signore della guerra cristiano Michel Aoun, incontrastato leader nella sua comunità».
Più articolata e direi anche più ottimista, quasi entusiastica, la lettura delle elezioni libanesi data dall’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman, che è andato di persona a Beirut per seguire l’evento elettorale. «Sono arrivato in Libano domenica scorsa - scrive sul quotidiano americano - per vedere come il popolo affrontava queste elezioni. E devo dire che sono state libere e corrette, non certo come quelle che si terranno in Iran, dove soltanto i candidati approvati dal Leader Supremo possono scendere in pista. No, in Libano è stata davvero una sfida leale e i risultati sono stati sorprendenti: il presidente Barack Obama ha sconfitto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad».
«Ok, lo so, nessuno dei due era candidato - prosegue Friedman - ma non c’è discussione su quale visione ha prevalso qui. Per prima cosa, una solida maggioranza di cristiani libanesi hanno votato contro Michel Aoun, che voleva allineare la propria comunità a quella degli sciiti di Hezbollah e, tacitamente, all’Iran, perché riteneva che quella fosse la fazione, più dell’occidente, in grado di sostenere gli interessi cristiani. In secondo luogo, una solida maggioranza di libanesi - musulmani, cristiani e drusi - hanno votato per la coalizione "14 marzo". Questa coalizione, sostenuta dagli Stati Uniti, vede il futuro Libano come uno stato indipendente dall’influenza iraniana e siriana e con l’obiettivo di basarsi sul pluralismo e su un moderno modello di economia e di scuola».
E la Siria come ha preso l’esito delle elezioni? Apparentemente in modo sobrio e civile. «Come prima reazione ufficiale della Siria al risultato elettorale libanese di domenica scorsa - riporta l’Ansa - Damasco ha espresso la propria soddisfazione per il modo sicuro e stabile con cui si sono svolte le consultazioni, e si è augurata che il prossimo governo di Beirut sia formato secondo uno spirito di consenso. Citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana, Buthayna Shaaban, consigliere presidenziale per l’informazione, ha affermato che "la Siria incoraggia lo spirito di riconciliazione e di consenso espresso dalle diverse parti libanesi dopo le elezioni. Speriamo che questo spirito si traduca in passi concreti nel programma nazionale della prossima fase istituzionale».
Sayyed Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita libanese Hezbollah a capo dell’opposizione sconfitta nelle elezioni parlamentari e molto vicino alla Siria, si è complimentato in un discorso televisivo con i vincitori della competizione elettorale. «Accettiamo i risultati con spirito democratico, nonostante l’enorme quantità di soldi spesi, l’istigazione interconfessionale e le interferenze straniere - ha commentato il leader sciita, parlando dagli schermi dell’emittente tv di Hezbollah, al Manar -. Ci congratuliamo con tutti i libanesi, di ogni affiliazione politica, e con i vincitori della maggioranza e dell’opposizione».
Per l’Occidente ha parlato il presidente americano Barack Obama, lodando «il coraggio e la forza dell’impegno per la democrazia dei libanesi, che con elezioni pacifiche hanno espresso il desiderio di sicurezza e prosperità».
L’Italia in Libano guida la missione internazionale Unifil con 2.200 uomini e per questo seguiva con una certa apprensione questo appuntamento elettorale. «Sono certo che la coalizione vincitrice potrà garantire il rafforzamento della collaborazione con l’Occidente, con l’Ue e con l’Italia - ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini - sotto la guida, che apprezziamo, del presidente Suleiman».
Restano sul tappeto diverse questioni, prima tra tutte quella delle armi ancora in mano a Hezbollah. Però i libanesi hanno detto con chiarezza quello che vogliono.
