lunedì 29 giugno 2009

Le ceneri di Angela

I preziosi misteri di Angela
Marino Smiderle

Alla Merkel l’Economist ha dedicato una copertina per chiederle maggior impegno nelle riforme da adottare

Angela Merkel campeggia sulla copertina dell’ultimo numero dell’Economist con un’improbabile giacchina viola e accompagnata da un titolo che pare tratto da un racconto di Agatha Christie: «I misteri della signora Merkel». E c’è un motivo preciso per cui il primo cancelliere donna della storia della Germania secondo il settimanale britannico, bibbia autorevole del liberismo, è considerato un personaggio ricco di misteri: l’economia va male, le riforme tardano eppure la figlia del pastore protestante di Mecklenburg conserva un’alta popolarità nel suo paese e ha ottime possibilità di venire rieletta alle elezioni in programma nel prossimo settembre. Com’è possibile, si chiede The Economist?
La verità è che la Merkel è l’alfiere attendibile e autorevole di un sistema veramente alternativo alla via anglosassone al capitalismo. E che in questo ultimo anno di crisi conclamata, il cancelliere tedesco è stato, paradossalmente, l’unico a opporsi alla weltanshauung dell’intervento pubblico nell’economia. Il paradosso sta nel fatto che, semmai, dovrebbero essere stati gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, liberisti nel midollo, i primi a opporsi ai prelievi massicci dalle casse dello stato per riparare le falle causate dalla bulimia finanziaria delle banche. E invece, da Washington è partita l’ondata degli interventi eccezionali che ha trovato nella Merkel il primo avversario o, almeno, l’ultimo alleato.
In questi giorni Angela Merkel si è incontrata con Barack Obama a Washington, ed è facile immaginare cosa il presidente americano le chiederà due cose e cercherà di influenzarla su una terza. Le cose che le chiederà saranno relative alla politica estera, e precisamente verteranno su un maggiore impegno tedesco in Afghanistan (cosa che Berlusconi, per esempio, ha già concesso) e sull’accettazione di qualche prigioniero di Guantanamo (e anche in questo caso Berlusconi ha dato). Su questo fronte, è probabile che, nonostante si tratti di argomenti poco produttivi dal punto di vista elettorale, il premier tedesco dia il via libera.
Quanto alla terza questione su cui la Casa Bianca cercherà di esercitare una sorta di moral suasion, è facile capire che l’argomento sia di carattere economico. «Cara Angela - dirà Obama alla Merkel - la crisi mondiale non sarà certo colpa tua, anzi, posso ammettere che la colpa sia tutta degli Usa. Però la barca è la stessa e anche tu dovresti fare una politica di maggiore sostegno all’economia. Quindi, caccia il grano e mettilo nella giostra».
Magari i termini non saranno esattamente questi, ma il succo del discorso non sarà molto diverso. Il punto è che la Merkel, con un occhio alle prossime elezioni e uno ale proprie convinzioni, risponderà picche anche stavolta.
Lei è alla guida del governo di Berlino da tre anni e mezzo, a capo di una grande coalizione rossoverde, composta dai socialdemocratici che non hanno potuto fare altro che soggiacere alla leadership di questa donna capace di conquistare il bastone del comando nell’altro partito dell’alleanza, la Cdu, pur non facendo parte della storica base. Chi la critica osserva che sono mancate la decisione e le riforme nell’affrontare la crisi, anche se l’allungamento dell’età pensionabile, visto con gli occhiali italiani, non pare un provvedimento da poco. Ma è l’unico.
«Anche se la crisi economica non è stata prodotta dalla Germania - scrive The Economist - è un fatto che questa crisi abbia cambiato il mondo, e la Germania è destinata a soffrire fino a quando non risponderà in modo adeguato. Confidare sulla tradizionale forza delle esportazioni pare una strategia fallace. I consumatori, molto attenti nello spendere, hanno colpito la domanda interna. I servizi, spina dorsale di tutte le economie moderne, non sono sviluppati a dovere... È vero, molti paesi europei hanno problemi maggiori della Germania. Ma la verità è che tutto il Vecchio Continente ha bisogno di riforme: in particolare, di uscire dalla strada maestra dell’alta tassazione, di un generoso e sprecone welfare state e, soprattutto, di un mercato del lavoro e della produzione eccessivamente regolato e privo di flessibilità. Se la Germania della signora Merkel volesse indicare la strada, sarebbe non solo la più grande economia d’Europa ma anche il suo leader intellettuale».
Vien da dire che questi sostenitori del libero mercato hanno una bella faccia tosta (e chi scrive considera il libero mercato una sorta di totem ideologico): i mercati finanziari americani privi di alcuna regola e le loro banche hanno causato il peggior disastro dai tempi della Grande Depressione, gli stati coinvolti sono stati costretti a pompare miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare il salvabile e adesso vanno a dire alla prudente signora Merkel che il suo sistema misto tedesco è una chiavica e che è tutto da rifare? Ma rifacessero il loro, di sistema. È questo quello che, intimamente, pensa la Merkel, una che, proveniente dai disastri comunisti della Germania Est, non è certo sospettabile di essere antiamericana, anzi, il suo zelo pro Usa e anti Russia è stato notato poco dopo la sua elezione. Tuttavia, in campo economico il leader che si appresta a vincere le prossime elezioni tedesche nonostante i tempi cupi non è disposto a concedere molto. L’atavica paura dell’inflazione, legata alla tragica esperienza della Repubblica di Weimar, che di fatto ha poi condotto il paese al nazismo, fa scattare un’automatica diffidenza nel momento in cui dal pulpito liberista e anglosassone si invita ad aiutare il sistema stampando moneta. Gerd Langguth, analista politico e biografo della Merkel, ha detto all’Economist: «Lei non ha il senso di fare una storica missione, né visione della società, lei vuole risolvere i problemi in modo da restare al potere». Non sarà una passeggiata, ma ce la farà.