L’EDITORIALE
Così si abbatte la dittatura iraniana
Marino Smiderle
Non è possibile tollerare quel che sta succedendo in Iran. Non è possibile girarsi dall’altra parte mentre un regime di dittatori invasati sta tenendo nel medioevo il paese, nel nome di un Allah che quel popolo religioso certo non riconosce come proprio e allagando di sangue le piazze della capitale. Non è possibile, no, su questo pare che tutti, ma proprio tutti, siamo d’accordo. Eppure tutto l’occidente tira un sospiro di sollievo quando pensa che alla Casa Bianca non alberga più George W. Bush, bensì un più prudente e ragionevole e saggio, è opinione largamente condivisa, Barack Obama.
Ci fosse ancora quel cowboy texano, probabilmente a Teheran e dintorni sarebbero già in azione le squadre speciali dei marines, magari precedute da bombardamenti "intelligenti". No, per fortuna non c’è Bush, per fortuna c’è Obama, l’uomo del dialogo, dell’apertura verso l’Islam, capace di pronunciare un discorso storico al Cairo nel corso del quale ha teso la mano a tutti i musulmani, auspicando un vero cambio di rotta. Risultato? «Obama è come Bush». Ecco la reazione degli ayatollah iraniani, tra una carneficina e l’altra. Perché, secondo Khamenei, la colpa di tutto il sangue che corre in Iran è delle interferenze americane.
A Washington, invece, l’accusa che si fa ad Obama è esattamente opposta: troppo buono, troppo molle nei confronti di questi folli teocrati che, dopo aver distrutto il proprio popolo, potrebbero far danni altrove con l’arsenale nucleare che, dicono, stanno per approntare. La domanda è semplice, per l’occidente: che fare?Escludiamo la guerra, anche se la teoria dell’invasione per ragioni umanitarie era già sta formulata, e poi messa in pratica, in occasione della guerra in Kosovo. Resta il fatto che se Obama, dopo tanta buona volontà e disponibilità all’apertura, viene ripagato da violenza e intolleranza da parte di un regime che non può avere diritto di cittadinanza, le opzioni rimaste sono ben poche. Boicottaggio economico? Sai la novità, e poi non dimentichiamo che a quelle latitudini c’è un mare di petrolio e, proprio per la paura di indesiderate conseguenze petrolifere, noi anime belle occidentali non facciamo un plissé. Vale la pena ripetere la domanda: che fare?
La risposta più intelligente, e provocatoria, l’ha data Thomas L. Friedman, sul New York Times, mettendo sullo stesso piano, e considerandole strettamente collegate, le due rivoluzioni verdi in corso.
La prima rivoluzione verde, non occorre ricordarlo, è quella portata avanti dai coraggiosi iraniani che invocano la fine delle tenebre, anche a costo di subire la sanguinosa rappresaglia degli sgherri di Ahmadinejad; la seconda rivoluzione verde, più tranquilla e squisitamente tecnologica, si sta invece sviluppando nella Silicon Valley, terra di laboratori in cui si studiano, giorno e notte, i segreti delle energie alternative.
«Io credo nella prima legge della Petropolitics - scrive Friedman - quella che considera il prezzo del petrolio e il grado di libertà nei paesi la cui economia dipende dall’esportazione dei barili di petrolio come inversamente proporzionali». Ergo: più alto è il prezzo del petrolio, più basso è il grado di libertà. Perché? Semplice, con a disposizione miliardi di dollari grazie alle risorse del sottosuolo, questi dittatori possono fare il bello e il cattivo tempo, regolando, e anche sottoponendo a violenze inaudite, il proprio popolo.
Se invece il prezzo scende, l’economia peggiora e le crepe del regime sono destinate a portarlo alla rovina. Per questo Friedman suggerisce a Obama una soluzione che, in termini americani, può definirsi "di sinistra", contraria alle convinzioni di Bush e, forse, foriera di sorprese positive per entrambe le rivoluzioni che si stanno combattendo.
La soluzione, secondo Friedman, sta nell’applicare un dollaro di tassa aggiuntiva per ogni gallone di benzina venduto negli Stati Uniti.
Per quanto gli americani si lamentino dell’aumento del pieno alla pompa di benzina, là i prezzi sono molto più bassi che da noi. Semplicemente perché il nostro bilancio pubblico dipende in larga misura dall’aliquota fiscale che viene applicata sul carburante.
Imitando l’Europa, sostiene Friedman, da un lato negli Stati Uniti si spingerebbe con più vigore la rivoluzione verde delle energie alternative e dall’altro, contribuendo ad abbattere il prezzo del petrolio, si darebbe una grossa mano ai giovani che stanno combattendo l’altra rivoluzione verde in Iran.
«Una rivoluzione verde americana per por fine alla nostra dipendenza dal petrolio - conclude Friedman - e per spingere la rivoluzione verde iraniana ad abbattere la teocrazia, aiuta noi e aiuta loro perché chiunque riuscirà a conquistare il potere dovrà per forze essere un riformista. Che cosa stiamo aspettando?». Difficile che Obama pensi di colpire le tasche di un contribuente già vessato da questa terribile crisi economica.
Però se qualcuno gli spiega che troncando la petro-dipendenza degli Usa si finisce col dare la spallata definitiva alla dittatura iraniana, magari un pensierino potrebbe farlo.
Da qualche parte bisogna pure incominciare. A meno che il realismo politico che si è riaffacciato nei corridoi del potere di Washington non abbia già reso digeribile la più indigeribile delle dittature.
