lunedì 17 agosto 2009

Tra quiete e tempesta

Una quiete
che illude
Israele

Marino Smiderle
Il lancio di missili da Gaza è cessato, l’aeroporto è pieno di turisti ma sotto la cenere l’antico conflitto è rovente

La quiete prima della tempesta o un processo di pace che finalmente esce dal vicolo chiuso in cui lo aveva cacciato la storia? Difficile dirlo. È un fatto, però, che per Israele questa è l’estate più tranquilla (sempre che in Medio Oriente l’aggettivo tranquillo abbia diritto di cittadinanza) da diversi decenni in qua. Come notava Ethan Bronner in una corrispondenza da Gerusalemme per il New York Times, «il lancio di missili da Gaza è praticamente cessato, il confine con il Libano è tranquillo, gli attacchi terroristi in Cisgiordania sono rarissimi, l’aeroporto internazionale di Tel Aviv ha registrato un numero record di viaggiatori nella prima settimana di agosto e la moneta israeliana (lo shekel) è così forte che la banca centrale ha comprato miliardi di dollari per contenere l’aumento del cambio».
«Israele sta prosperando in questa estate - prosegue il New York Times - e uno potrebbe immaginare che il suo popolo e i suoi leader ne approfittino per tirare un sospiro di sollievo dopo quasi un decennio di violenza e disagio. Le cose, ovviamente, non stanno così».
Già, a queste latitudini è impossibile parlare di pace e di coesistenza pacifica tra due popoli che, dal 1948, non hanno mai smesso di combattersi, disconoscendo gli uni le ragioni degli altri. «Questa è una quiete ingannevole - ha dichiarato in un’intervista il viceministro degli Esteri israeliano, Daniel Ayalon -. Un giorno di sole può essere invaso dalle nuvole molto rapidamente».
Ele nuvole che si possono addensare da un momento all’altro sono sempre le solite. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, per esempio, ha avvertito il governo Libano: «Se Hezbollah entrerà a far parte del vostro governo, sarete ritenuti responsabili per ogni attacco a Israele proveniente dal vostro territorio».
A questo proposito Dan Meridor, ministro dell’Intelligence, ha riferito che Hezbollah starebbe acquistando e installando, con l’influenza e l’assistenza dell’Iran, sistemi missilistici di vario genere. Non solo. Ufficiali israeliani ritengono attendibili i rapporti che considerano Hezbollah responsabile di un tentativo di omicidio ai danni dell’ambasciatore israeliano al Cairo, oltre che in fase di preparazione di attentati contro turisti israeliani all’estero. «Se verrà fatto del male a un cittadino o un diplomatico israeliano all’estero - ha avvertito Ayalon - Hezbollah ne pagherà le conseguenze».
La quiete, dunque, è ingannevole. Che poi arrivi la tempesta, tutto il mondo si augura che sia possibile evitarlo. Anche se, e questa è una constatazione che le diplomazie occidentali hanno già registrato, da quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Obama le tensioni tra Washington e Gerusalemme sono ai massimi da vent’anni a questa parte. Ci sono due punti, tra i tanti, che acuiscono le divergenze. Il primo riguarda l’atteggiamento nei confronti dell’Iran, verso il quale Obama, appena eletto, aveva aperto le porte di un possibile dialogo anche sulla questione del nucleare. La brutale repressione del regime teocratico retto dal leader negazionista Mahmoud Ahmadinejad ha irrigidito gli Stati Uniti, che però continuano a ritenere inaccettabili i piani di intervento militare israeliano.
L’altra questione che allontana i due paesi alleati è legata agli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Gli Usa hanno chiesto di bloccarli, mentre Israele sostiene che questa posizione contrasti con gli accordi presi con l’amministrazione Bush. Già, ma Obama non è Bush e questo è un caso in cui la politica estera americana ha subito significativi cambiamenti.
Sullo sfondo, comunque, quello che segna i rapporti tra Israele e il mondo è il rapporto con i palestinesi. Sul tappeto c’è la perenne questione dei due stati. «Nelle ultime settimane - registrano Hussein Agha e Roberto Malley in un articolo scettico ("I tanti difetti della soluzione due-stati") pubblicato dal New York Times - il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshal, hanno fatto capire che sono intenzionati ad accettare l’idea che fin qui hanno sempre rifiutato. Questo quasi unanime consenso è il segnale certo che ormai la soluzione dei due stati è ormai svuotata di ogni significato».
Perché, sostengono i due autori, da un lato Israele mette delle condizioni difficilmente accettabili dai palestinesi: stato palestinese demilitarizzato, senza controllo sui confini e privo di uno spazio aereo; con Gerusalemme che rimane sotto la sovranità di Israele e senza alcun diritto riconosciuto ai profughi palestinesi.
Di contro gli stessi palestinesi, vedi l’ultima "apertura" di Hamas, chiedono impegni severi agli israeliani, tra l’altro senza il pieno riconoscimento allo stato ebraico: e cioè la realizzazione di uno stato palestinese entro i confini del 1967, l’anno che Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, affiancata da un totale ritiro dai territori, piena sovranità palestinese e rispetto per i diritti dei rifugiati.
Ecco perché la questione dei due stati è diventata una sorta di argomento senza significato. Ed ecco perché, come spiega il New York Times, alcuni esponenti della sinistra israeliana temono che questa calma apparente induca il governo a snobbare la questione. In un articolo di Aluf Benn su Haaretz, quotidiano vicino alla sinistra israeliana, si paventa questo rischio. «La più importante conseguenza dell’attuale stato di quiete - scrive - è il fatto che rafforza l’indifferenza israeliana nei confronti di qualsiasi processo di pace. Israele vuole pace e quiete. Ed è quello che sta avendo, anche senza negoziati o accordi di pace».
Il punto è che basta un nulla perché questa quiete salti. Sarebbe meglio avviare i negoziati ora, piuttosto che farlo sotto le bombe.