EUROPA&ENERGIA. Le implicazioni del progetto Nord Stream
La via del gas
dà alla Russia
vecchi poteri
Marino Smiderle
«Ieri i carri armati, oggi i gasdotti» La paura degli ex paesi del Patto di Varsavia è che Mosca usi l’arma energetica per tornare al passato
«Ieri i carri armati, oggi il gas e il petrolio». Zbigniew Siematkowski, già capo dei servizi segreti polacchi, ha usato questa eloquente sintesi per descrivere i rapporti geopolitici in atto tra Russia ed Europa. E, in particolare, il triste destino a cui sarebbero destinati gli ex paesi satelliti dell’ex Patto di Varsavia. Che un tempo vennero soffocati, appunto, dai carri armati sovietici (per informazioni chiedere a Budapest e a Praga), e che adesso, secondo questo polacco che la sa lunga, finirebbero stritolati dalla minaccia del gas.
In che modo? Semplice, trasformando quello che per l’Ucraina è risultato essere un impossibile ricatto in un’arma più potente di una bomba atomica. Ricordate quando Mosca chiuse i rubinetti del gas all’Ucraina? Sì, era in corso la ritorsione nei confronti di Yushenko, il leader ucraino troppo vicino a Europa e Usa, reo, secondo Putin, di non aver pagato l’astronomica bolletta. I rubinetti non rimasero chiusi troppo a lungo, perché chiudendoli all’Ucraina venivano di fatto chiusi anche alla Germania e al resto dell’Europa Occidentale. Come evitare questo "conflitto d’interesse", la Russia si è messa a studiare la possibilità di intervenire "chirurgicamente". Cioè, chiudere all’Ucraina (e magari pure agli altri paesi poco simpatici dell’est Europa), senza turbare i clienti dell’occidente. Risultato: nel 2011 dovrebbe essere completato il gasdotto Nord Stream, che collega direttamente la Russia e la Germania con una struttura sistemata in fondo al mar Baltico.
A gestire Nord Stream sarà una joint venture composta dal colosso russo Gazprom (51%), due imprese tedesche (40%) e una olandese (9%). Il punto è, secondo diversi analisti geopolitici, che i paesi dell’Est Europa, per non parlare di Ucraina che Mosca non vuole veder uscire dalla propria sfera di influenza, meno che mai verso i lidi accoglienti della Nato, con questo investimento di 10,7 miliardi di dollari, e con i possibili, anche se concorrenti, progetti di gasdotti Sud Stream e Nabucco (il primo che parte dalla Russia e passa sotto il Mar Nero, il secondo che invece avrebbe lo scopo di far partecipare direttamente l’Azerbaigian e l’Iraq alla fornitura verso i mercati europei, passando per la Turchia), il punto è, si diceva, che tutto questo blocco di paesi finisce con l’essere di fatto ricattabile dalla Gazprom e dalle società alleate.
Matthias Warnig, amministratore delegato del consorzio Nord Stream, è un tedesco dell’est, e il suo ruolo svolto in passato non aiuta a sgombrare il campo dai dubbi. È stato capitano della Stasi, i servizi segreti della Ddr, negli anni 80, e questo basta e avanza per avanzare sospetti sui rapporti privilegiati con Putin, un tempo agente del Kgb guarda caso a Dresda, nell’allora Germania Est.
«Warnig - ha scritto il New York Times in un documentato servizio sull’argomento - ha detto di non aver mai conosciuto Putin e che il suo ruolo di spia nella Germania Est è stato irrilevante nella scelta di indicarlo come amministratore delegato di Nord Stream».
Coincidenze? Può darsi. Però c’è un’altra coincidenza che lascia perplessi. «L’accordo sul gasdotto - rileva il New York Times - venne siglato poche settimane prima che l’ex cancelliere socialdemocratico della Germania, Gerard Schroeder, perdesse le elezioni politiche del 2005. Poco tempo dopo lo stesso Schroeder ha accettato l’incarico di presidente del board di Nord Stream, con un compenso annuo di 250 mila euro».
Si sa che per realizzare opere di questo tipo sono necessarie autorizzazioni di vari stati, rapporti privilegiati con presidenti, capi di governo. «Schroeder tratta direttamente con presidenti e primi ministri - ha spiegato, sempre al New York Times, Zeyno Baran, dell’Hudson Institute di New York -. È l’ago della bilancia. Senza di lui questo progetto non sarebbe mai decollato».
È evidente che questi accordi raggiunti tra la Gazprom, e quindi la Russia, e personalità di spicco della Germania lasciano spazio a preoccupazioni da parte dei paesi dell’est. «È l’impero che dà accesso all’energia - si è chiesto C. Boyden Gray, ex ambasciatore Usa all’Ue - o è l’accesso all’energia che restaura l’impero?».
«In una lettera aperta indirizzata al presidente Usa Barack Obama - rivela il New York Times - 23 tra ex capi di stato e intellettuali dell’Europa Centrale, tra cui Vaclav Havel e Lech Walesa, hanno messo in evidenza il fatto che dopo la guerra in Georgia dell’anno scorso, la Russia ha dichiarato una sfera di interessi privilegiati che potrebbe includere i rispettivi paesi. La politica dei gasdotti è una tattica russa, hanno concluso».
In Germania, e più in generale in Europa, sembra prevalere una sorta di real politik, basata sugli interessi legati all’energia e al denaro. Già, il denaro. Schroeder non è stato l’unico politico ingaggiato da Gazprom. L’ex primo ministro della Finlandia, Paavo Lipponen, è stato finanziato per fare lobby e per aiutare a ottenere i permessi necessari. «E nel 2008 - aggiunge il New York Times - la Gazprom ha offerto a Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano, la presidenza del consorzio South Stream; ma Prodi ha rifiutato».
La paura è che, dopo aver lavorato tanto per arrivare all’Europa dei 25, aprendo le porte agli ex paesi del patto di Varsavia, ora si presenti il rischio di una nuova spaccatura, di un ritorno al passato, sotto altre vesti, che a parole tutti assicurano di non volere, ma che nei fatti diventa ogni giorno sempre più possibile, se non probabile.
