Visualizzazione degli ultimi 30 post di 35 di gennaio 2009. Mostra i post precedenti
Visualizzazione degli ultimi 30 post di 35 di gennaio 2009. Mostra i post precedenti

sabato 31 gennaio 2009

Cassintegrati

La recessione si fa sentire anche a Vicenza, terra di fabbriche e di manifattura. E dopo il boom della cassa integrazione, i problemi dei ritardi nei pagamenti. Le istituzioni cercano di porre rimedio.

venerdì 30 gennaio 2009

Passante che ti passa


Sul numero in edicola oggi di Economy, il business magazine di Mondadori, c'è un pezzo del libertario sul Passante di Mestre.

Semaforo giallo

Semafori, ecco la cupola
che ha truffato mezza Italia


Marino Smiderle

Verona. Il giallo del giallo. Già, perché nei semafori di mezza Italia il giallo durava pochi attimi e poi scattava, con il rosso, la ghigliottina del flash e della successiva busta verde gravida di verbale e di contravvenzione? I carabinieri di San Bonifacio (Verona), coordinati dal pm scaligero Valerio Ardito, hanno girato questa domanda, tra gli altri, anche a Stefano Arrighetti, 45 anni, di Seregno, di professione amministratore unico della Kria, l’azienda che ha prodotto e venduto a una miriade di amministrazioni comunali il micidiale T-Red, il congegno tecnologico in grado di rilevare e immortalare l’infrazione: la risposta non è stata evidentemente convincente e il gip di Verona, Sandro Sperandio, ne ha ordinato l’arresto con l’accusa di frode nelle pubbliche forniture.
La puntata di ieri è l'epilogo di un’inchiesta partita oltre un anno fa con il sequestro di un semaforo dotato di T-Red a Illasi (Verona). In un lampo l’indagine si estese in mezza Italia, in pratica in tutti quei comuni che avevano avuto la bella idea di utilizzare questo sistema più per rimpolpare le anemiche casse municipali che per reprimere eventuali infrazioni stradali. Gli inquirenti hanno riempito faldoni di riscontri e ieri sono stati emessi decreti di sequestro per i semafori in 64 comuni sparsi in 24 province. Oltre al provvedimento restrittivo nei confronti di Arrighetti (il manager è agli arresti domiciliari), sono indagati 63 comandanti di polizia municipale, 40 amministratori pubblici e 6 dirigenti di società private.
Chissà cosa diranno i ventimila automobilisti multati in un anno e mezzo ad Altavilla (Vicenza), presto ribattezzata "Multavilla", e incredibilmente fuori da questa indagine perché, nel frattempo, il Comune, squassato dai ricorsi, ha provveduto a far sparire i T-Red dalla circolazione. Fu il primo caso di sommossa popolare contro le multe "elettroniche", tanto che si formò un comitato anti-T-Red. I riscontri raccolti dalla magistratura veronese proverebbero, postuma, tutta la loro ragione.
In cosa consisteva l’inganno dei T-Red? Secondo i carabinieri di San Bonifacio, l’apparecchiatura sarebbe difforme da quella omologata dal ministero dei Trasporti. Nel dettaglio, Arrighetti ha chiesto e ottenuto l’omologazione solo per le telecamere ma non per tutto il meccanismo collegato. Di qui la contestazione del reato di frode nelle pubbliche forniture.
Assai discutibile, poi, tutto l’ambaradan messo in piedi per accertare l’infrazione e riscuotere le contravvenzioni. Incaricata di seguire ogni dettaglio era la società Citiesse di Rovellasca (Como), che per ogni sanzione di circa 150 euro più Iva intascava una percentuale variabile dal 30 al 35 per cento. E la polizia locale, unica autorizzata a eseguire questa attività, si limitava ad entrare in gioco solo dopo che le foto erano state "lavorate" dalla ditta, che provvedeva anche a scannerizzare la firma del pubblico ufficiale e a notificare l’atto all’automobilista. Quanto basta per far scattare l’accusa di falsità materiale.
E i pubblici amministratori? E i comandanti dei vigili? «Si sono accordati con le società incriminate - spiega il capitano Salvatore Gueli, comandante della Compagnia di San Bonifacio - con le società private incriminate per mettere in atto un progetto di controllo del traffico allo scopo primario di fare cassa. Il tutto in danno di decine di migliaia di utenti della strada penalizzati a pagare sanzioni elevate, con in più la decurtazione di sei punti dalla patente. È stato accertato inoltre che molti impianti semaforici sono stati regolati in modo da presentare il giallo per una durata inferiore ai 4 secondi, così da impedire l’arresto delle auto in condizioni di sicurezza». Il reato ipotizzato, in questo caso, è truffa aggravata.
Oltre alla Citiesse, le altre aziende su cui gli inquirenti indagano sono la Traffic Tecnology di Marostica, la Maggioli di Santarcangelo di Romagna e la Open Software di Milano.
Roberto Franzini, comandante dei vigili di Lerici, a suo tempo, si rifiutò di controfirmare 8.500 sanzioni da autovelox e 1.660 dal semaforo perché riteneva taroccati gli strumenti. «Fui oggetto di intimidazioni - ricorda - e l’azienda mi disse che sarei stato denunciato per danno erariale. Non mi sono spaventato». Evidentemente fu l’unico. E i fatti gli hanno dato ragione.

giovedì 29 gennaio 2009

Risparmiatori, voto 4

Uno studio commissionato da PattiChiari dimostra che la cultura finanziaria degli italiani è scarsa.
Articolo sul Giornale di Vicenza

martedì 27 gennaio 2009

Mancio forever

Il libertario non è l'unico a rimpiangere il Mancio. Leggere il pezzo di Michele Brambilla, please.

Il contratto della discordia

Cgil e Cisl divise sui contratti
LAVORO. Due leader sindacali vicentine, con responsabilità regionali l’una e provinciali l’altra, si trovano su posizioni opposte in merito all’accordo sulla riforma.
Porto (Cisl): «Sistema ottimo con il fulcro nelle aziende».
Bergamin (Cgil): «Gli effetti sui redditi sono negativi»
L'articolo sul Giornale di Vicenza

lunedì 26 gennaio 2009

La miglior difesa è l'attacco

PORTAFOGLIO

Crisi? Scegli tra catenaccio e gioco totale
Marino Smiderle

Chi preferisce difendersi può puntare sui titoli di stato Chi vuole andare all’attacco dia un occhio alle azioni

È piovuto parecchio sui mercati azionari in questa ultima travagliata settimana. È piovuto in particolare sulle banche, trascinandone le quotazioni a livelli più bassi della precedente tempesta. E così anche gli indici delle Borse mondiali sono di nuovo precipitati, dopo il breve periodo di bonaccia che speravamo fosse preludio di una ripresa anticipata. Ma le notizie che arrivano da Main Street, vale a dire dall’economia reale, solitamente contrapposta a Wall Street, vale a dire l’economia finanziaria, sono pessime. Questo avvio di anno è stato caratterizzato da notizie pessime sul fronte dell’occupazione, sul fronte dell’attività industriale, sul fronte della crescita. Ora la recessione comincia a mordere le caviglie anche della gente che in Borsa non ha mai messo un centesimo.
LA FINE
Il punto è che non si intravede la fine di questo choc globale. A dar retta a Francesco Giavazzi, professore alla Bocconi di Milano ed editorialista del Corriere della sera, la ripresa vera dovrebbe farsi vedere nel terzo trimestre dell’anno. A suffragio di questa sua tesi, illustrata nel corso di un interessante incontro svoltosi a Roncade di Treviso e organizzato da Confindustria Treviso-Venezia, Giavazzo cita le stime fatte sul programma fiscale di Barack Obama da Christina Romer e Jared Bernstein, consiglieri economici del presidente Usa. L’intervento pubblico di stimolo all’economia, pari a 775 miliardi di dollari, dovrebbe creare 3,7 milioni di posti di lavoro e la riduzione della disoccupazione dovrebbe iniziare a vedersi, appunto, nella seconda metà dell’anno. Fosse vero, le lancette delle Borse dovrebbero girare in positive già da oggi. Anzi, avrebbero dovuto invertire la tendenza già da ieri.
L’OROLOGIO
Nei cicli economici della storia abbiamo sempre assistito a uno sfasamento temporale tra economia finanziaria ed economia reale. Traducendo in termini semplici: la Borsa parte prima della crescita economica reale. Ora, se è vero che la ripresa dovrebbe intravedersi tra sei mesi o giù di lì, le antenne dei listini finanziari dovrebbero già captare questo squarcio di sereno e girare in positivo. La realtà è che questa crisi è molto più grave delle precedenti e per poter trovare qualcosa di paragonabile, quanto a dimensioni del tracollo, occorre risalire alla grande depressione iniziata nel ’29 e trascinatasi per diversi anni. E la palla al piede della ripresa stessa, in questo momento, sono proprio le banche, di cui ancora non si conosce con precisione l’entità delle perdite accumulati sugli strumenti finanziari bacati. E le banche sono il fluidificante dell’economia, l’olio nel motore: se manca, il motore si blocca.
INVESTIMENTI
Dice Giavazzi: «In questa fase di crisi ci sono degli elementi positivi: in particolare, il crollo del prezzo del petrolio (che ci rende più leggera la bolletta energetica) e il basso livello dei tassi d’interesse». Già, dati positivi, ma la domanda che ogni promotore finanziario si sente rivolgere in questo momento è la solita: dove vale la pena di investire i soldi in questo momento di assoluta incertezza? Le alternative sono due che, traducendo in gergo calcistico, potrebbero essere definite come catenaccio e gioco totale. Chi pensa negativo non troverà alternativa ai titoli di stato che rendono pochissimo. E se desse un occhio ai differenziali di rendimenti, nella stessa Europa, tra titoli di stato di paesi virtuosi (Germania) con quelli meno virtuosi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia), capirebbe che i Bund sono ancora più sicuri dei Btp e che per questo rendono meno.
ATTACCO
Chi invece pensa che la miglior difesa sia l’attacco, tanto vale puntare sulle azioni, ovviamente con un orizzonte temporale d’investimento non breve. Chiaro, fare previsioni è semplicemente impossibile, però, se anche la recessione durasse più del previsto, diciamo uno o due anni, un 10 per cento di azionario nel portafogli si può cominciare a metterlo. Specie se si pensa, come ha confermato Giavazzi, che il rischio degli anni della ripresa, quando arriveranno, sarà legato all’inflazione che rischia di scoppiare dal troppo denaro immesso dalla Fed. A quel punto i titoli di stato perderebbero valore e le azioni, paradossalmente, sarebbero più difensive.

God save the pound

RECESSIONE GLOBALE. NEL REGNO UNITO LA CRISI PIÙ GRAVE

L’Inghilterra
si aggrappa
all’Europa

Marino Smiderle

L’Islanda sul Tamigi. È quello che teme Will Hutton, esperto economista inglese e attualmente vicepresidente della Work Foundation. «Sostengo in tutto quello che sta facendo il governo - ha dichiarato al New York Times - ma c’è veramente il rischio di assistere anche a Londra a un crac bancario di tipo islandese. E più la sterlina perde di valore nei confronti di altre monete, più difficile sarà recuperare».
Addio Cool Britannia. Tony Blair se n’è andato appena in tempo, anzi, si direbbe che è del tutto uscito di scena, proprio mentre Londra e la Gran Bretagna si stanno infilando in quella che si annuncia come la crisi più grave dai tempi di Margareth Thatcher. All’inizio degli anni 80 la Lady di ferro inaugurò il suo primo mandato a Downing Street aprendo una sanguinosa guerra sindacale contro i minatori, che dichiararono uno sciopero interminabile contro il programma di chiusura appoggiato dal governo.
Risultato: la Thatcher vinse e diede il via alla rinascita economica della Gran Bretagna, reduce dagli anni della debacle industriale. La ricetta fu a base di lacrime, sangue e liberismo, condivisa con l’amico e sodale americano Ronald Reagan, alfiere del movimento conservatore.
Fu in quegli anni che la Gran Bretagna riprese a salire, riprese l’orgoglio delle tradizioni e lo unì alla nuova economia: più terziario e servizi, meno industria. A completare l’opera fu, a partire da metà anni 90, un premier laburista, Tony Blair, che predicando la terza via venne osannato dalla sinistra europea e proseguì indisturbato la politica thatcheriana, portando la Gran Bretagna ai vertici mondiali.
Trent’anni vissuti alla grande valgono bene un crac, verrebbe da dire. Ma la recessione in atto rischia di far tornare Londra al punto da dove era partita. «Non c’è davvero alternativa - scrive Leonardo Maisano su Il Sole 24 Ore - se non assistere allo sconcertante spettacolo di un Paese che ogni mattina annuncia al mondo di essere in caduta libera. Crolla tutto. Banche case, sterlina, occupazione. Né basta consolarsi dicendo che il precipitare è relativo visti i vertici raggiunti negli anni passati: la percezione è quella di una caduta verticale nell’abisso e la realtà è quella di un incipiente impoverimento collettivo. Il grafico lo disegna la Royal bank of Scotland, gloria di una terra passata dall’avere, forse, la più alta quota di grandi banche d’Europa, alla consapevolezza che il credit crunch s’è divorato anche le ansie indipendentiste che in quelle banche leggevano la ricchezza nazionale. Rbs è di fatto statale e in un anno la curva della sua capitalizzazione è passata da 78 miliardi ai 5 di questi giorni. Trema Lloyds, traballa Barclays».
Cool Britannia, swinging London, goodbye. Il grigio premier Gordon Brown, subentrato a Blair, aveva avuto uno scatto di popolarità e si era guadagnato la stima della comunità finanziaria approvando, per primo in Europa, una sorta di piano pubblico di salvataggio. Peccato che quel primo intervento si sia rivelato una sorta di pannicello caldo usato per curare il tumore finanziario che stava facendo crollare la City londinese, vale a dire l’"industria" più importante del paese da quando era stato deciso di dismettere l’industria vera.
«Il pacchetto da 50 miliardi presentato dal premier Gordon Brown e dal cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling scrive Mattia Bernardo Bagnoli dell’Ansa - prevede anche lo scambio tra azioni privilegiate e azioni ordinarie della Royal Bank of Scotland (Rbs) per un valore totale di cinque miliardi di sterline. A conti fatti, il governo possiede ora il 70% del pacchetto azionario della banca scozzese. Che nel corso del 2008 ha accumulato perdite pari a 28 miliardi di sterline. Ovvero il peggior risultato mai fatto segnare da un’azienda britannica. Proprio nei confronti di Rbs, Brown ha usato parole durissime. "Quasi tutte le loro perdite si concentrano nei subprime americani e nell’acquisto della Abn Amro - ha detto il premier in conferenza stampa -. Con i soldi della gente hanno preso rischi da irresponsabili", ha concluso Brown. Che ha poi seccamente definito errata l’operazione Abn Amro».
La diagnosi più precisa l’ha fatta Sir John Rose, amministratore delegato di Rolls Royce (motori per aerei, la parte auto è stata scorporata e ceduta. «Il nostro errore - ha detto in un suo intervento alla conferenza della Confindustria britannica - è stato affidarsi all’errata convinzione che il Regno Unito avrebbe condotto il mondo sviluppato in qualche luogo chiamato società post-industriale. Il primo passo è ora smettere di credere che il settore manifatturiero sia una reliquia del passato. La nostra base industriale ci ha garantito grande influenza nel mondo. Che cosa accade oggi se Cina o India devono aggiornare le loro infrastrutture? Parlano con Bombardier, Siemens, Alstom. L’idea che il manifatturiero non sia più meritevole in un’economia sviluppata è ancora più insostenibile se si guarda alla Germania o all’Italia del nord».
La sensazione, a questo punto, è che una delle scialuppe di salvataggio su cui potrà salire il Paese sia proprio l’odiata valuta continentale, quell’euro a cui tutti gli uomini politici inglesi, più o meno pubblicamente, hanno cercato di osteggiare.
Ora la sterlina è in caduta libera e i disastri combinati dalle banche permetterebbe all’Inghilterra di entrare con un cambio estremamente favorevole per il sistema industriale che Sir Rose dice che bisogna rilanciare. Le imprese britanniche, copiando il sistema Italia di quando c’era la lira, partirebbero con una svalutazione implicita garanzia di partenza sprint nella competizione internazionale.
David Cameron, aspirante leader del Paese, potrebbe scommettere sulla nuova popolarità dell’euro.

domenica 25 gennaio 2009

Banchieri nel mirino

LA RECESSIONE GLOBALE. Ieri a Roncade l’Unione degli industriali di Treviso e Venezia ha ospitato un vivace convegno sulle prospettive economiche del 2009

Profumo sotto tiro
«Le pmi del Nordest
soffrono la stretta»
Il ministro Sacconi: «Banche e Cgil sono la conservazione»
Giavazzi: «Sussidi per tutti, lo Statuto dei lavoratori si rifà»

Marino Smiderle
INVIATO A RONCADE (TREVISO)
Sono da poco passate le nove della mattina e la campagna trevigiana di Roncade sembra fumare, quasi che il provvisorio sole pallido di gennaio si divertisse a cuocerla a fuoco lento. Di sabato a quest’ora non dovrebbe esserci nessuno. Stavolta invece c’è una coda silenziosa, verrebbe da dire rassegnata, di auto che si dirige disciplinata verso Ca’ Tron, dove l’Unione degli industriali di Treviso e Venezia ha convocato un panel eccezionale di relatori per parlare delle prospettive mondiali dell’economia nel 2009. Alla fine arriveranno oltre duemila persone, segno che la preoccupazione del Nord Est che lavora e produce ha raggiunto livelli di guardia.
Alessandro Vardanega e Antonio Favrin, presidenti di Confindustria Treviso e Venezia, fanno gli onori di casa. Il senso del loro esempio associativo (sinergia spinta tra le due territoriali) è racchiuso nelle parole di Favrin: «Non dobbiamo distruggere la voglia di combattere insieme - attacca - e questo è un messaggio che, insieme ad Andrea Tomat appena eletto alla presidenza di Confindustria Veneto, dobbiamo portare a sindacati, banche, mondo della politica. Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano procedi assieme agli altri. Ecco, per battere questa crisi dobbiamo andare tutti assieme».
Belle parole che però si schiantano al primo giro di opinioni. Sì, perché Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit Group, paga la sua sincera e dolorosa disamina della situazione con qualche contestazione dalla platea, con una tiratina d’orecchi "ufficiale" da parte di Giuseppe Morandini, presidente della Piccola Industria di Confindustria e, alla fine, con un "avvertimento" da parte del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Prima però c’è il tempo di ascoltare la lucida analisi di Francesco Giavazzi, editorialista del Corriere della sera e professore alla Bocconi. «Le stime del programma fiscale di Obama, pari a 775 miliardi di dollari, il 7% del Pil - spiega - dovrebbero cominciare ad avere effetto a partire dall’estate prossima. E la disoccupazione dovrebbe iniziare a scendere nel terzo trimestre dell’anno. La mia preoccupazione è che, una volta avviata la ripresa, si possa riaccendere l’inflazione per via dell’imponente massa di denaro pompata nel sistema dalla Fed».
L’Italia è periferia dell’impero ma la recessione morde parecchio. «È vero - prosegue Giavazzi - ma la crisi è anche un’occasione per fare cose che in tempi normali paiono impossibili. Dirò di più: è un’opportunità per fare finalmente quelle riforme che a mio avviso sono indifferibili. Propongo uno scambio virtuoso: sussidi e disoccupazione per tutti in cambio di una riscrittura da zero dello Statuto dei lavoratori». Risponde subito Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, reduce dalla firma sulla riforma dei contratti e dallo scontro con la Cgil («Ognuno si assuma le proprie responsabilità, noi non possiamo restare indietro di 30 anni, specie in tempi come questi»). «Noi lo statuto dei lavoratori lo discuteremmo anche - osserva - se solo ci fosse la disponibilità a pagare di più i lavoratori. In Italia succede che più un lavoratore è flessibile, meno lo si paga. È un controsenso».
Silenzio in sala, parla Alessandro Profumo, alle prese con mille problemi (il titolo Unicredit è ai minimi storici) e qui nel mirino degli imprenditori che si sentono aggrediti e perfino traditi dalle banche che stanno chiudendo i rubinetti. In sala ci sono anche Samuele Sorato, dg di Popolare Vicenza, Vincenzo Consoli, ad di Veneto Banca, Rinaldo Panzarini, dg Cassa di risparmio del Veneto. Ma l’imputato è Profumo. «Non c’è stretta - dice - perché a settembre i nostri crediti sono saliti del 12%. E se è vero che in questo periodo il Pil e gli investimenti sono cresciuti solo del 2%, vuol dire che noi abbiamo finanziato il circolante. Noi non faremo mancare la benzina alle pmi, ma non finanzieremo quelle che non hanno futuro». E ancora. «Se l’Eni per finanziarsi deve emettere un bond con 185 basis point di spread, vuol dire che i mutui che noi concediamo alle famiglie ci provocano una perdita certa in partenza».
«Si vergogni», grida un imprenditore dalla platea.
«Noi dobbiamo essere sinceri - risponde pacato l’ad di Unicredit - e non possiamo, per esempio, prendere che le banche non applichino Basilea 2 perché in Italia c’è tanto sommerso tra le aziende».
Un po' di benzina la getta infine Sacconi: «Non è poi una sorpresa - dice polemicamente - se la riforma dei contratti non è stata firmata da Cgil e Abi: banche e sindacato sono tra i conservatori del sistema. Di fronte a certi comportamenti del sistema creditizio, il governo è pronto a prendere iniziative senza precedenti».

«Le richieste di rientro sono tante»
«La stretta creditizia c’è, inutile girarci tanto intorno». Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, ha ascoltato con attenzione il dibattito e, pur apprezzando la sincerità di Profumo, non può non obiettare su alcune sue considerazioni. Per esempio, il fatto che Profumo abbia detto che verrà fatto un processo di dura selezione fra le imprese nel momento della concessione del credito lo lascia perplesso.
«Ci sono molte imprese in difficoltà - dice Zuccato - e in molti casi sono arrivate richieste di rientro dalla sera alla mattina. Capisco che alcune grandi banche abbiano dei problemi, ma non mi pare giusto che a pagarli in prima battuta siano le pmi».
Morandini, presidente della Piccola e della Deroma di Malo, ha risposto a Profumo dal palco. «Se il credito erogato è salito del 10%, sappi che la richiesta delle pmi era del 40%».


«L’Italia spenderà
50 miliardi in meno»
RONCADE (TREVISO)
Dell’economia che vien giù come una mela bacata ci sono anche aspetti positivi. «La buona notizia - ha spiegato Paolo Scaroni, vicentino, amministratore delegato dell’Eni - è che il prezzo dell'energia scenderà in modo significativo, trainato dal barile di petrolio, che dopo il picco straordinario di 147 dollari ora si attesta intorno ai 40-45. Se questo fosse il prezzo medio per il 2009, pagheremmo il barile circa la metà del prezzo medio registrato nel 2008».
Di solito per un manager petrolifero il calo del prezzo del barile non è una notizia molto buona per i bilanci. Ma tant’è, considerando il sistema, non si può negare che, in condizioni di ristrettezze come queste, per le famiglie il pieno e la bolletta costeranno sicuramente meno.
«Le famiglie - ha proseguito Scaroni - potrebbero spendere circa 600 euro in meno a parità di chilometri percorsi».
E pure il prezzo del gas è destinato a scendere, secondo le previsioni di Eni. È un aspetto, che per il mondo dell'impresa, diventerà quanto mai favorevole. «La riduzione sarà molto più consistente - ha spiegato Scaroni - perché in questa fascia di consumo l'adeguamento dei prezzi al costo del petrolio è più rapido: stimiamo un calo del 30% sui prezzi medi al netto di Iva e accise. Il combinato disposto della discesa del petrolio, benzina e gas metterà nelle tasche di ogni famiglia 1.200 euro in più. Mi pare una bella quattordicesima».
Facendo un conto sul risparmio della bolletta petrolifera per il 2009 a livello di sistema Italia, per Scaroni potrà essere di circa 50 miliardi di dollari. «Questo denaro in più - ha concluso - sarà a disposizione delle famiglie, delle imprese e della Pubblica amministrazione e potrà essere utilizzato per rilanciare l’economia».
A livello di occidente, saranno 500 i miliardi di dollari risparmiati. Quasi come la manovra di Obama.

G8 tra i campi

APPUNTAMENTI. Dal 18 al 20 aprile a Cison di Valmarino il ministro ospiterà i colleghi dei Paesi più sviluppati

Zaia organizza in Veneto un G8 per l’agricoltura
«Tutti noi dobbiamo ridurre il divario tra domanda e offerta. Serve una strategia globale e va adottata ora»

Marino Smiderle
VICENZA
Un G8 per l’agricoltura. Il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, ha preso sul serio l’impegno preso al vertice di Toyako (Giappone) dai capi di stato e di governo che, dopo aver approvato una dichiarazione finale sulla sicurezza alimentare mondiale, invitavano i ministri dell’agricoltura di tenere una riunione.
Detto, fatto: ieri Zaia ha annunciato che il summit si terrà dal 18 al 20 aprile, a Cison di Valmarino (Treviso). «Per la prima volta - ha detto Zaia - il G8 si aprirà anche ai rappresentanti degli organismi internazionali come Fao, Pam (Programma mondiale degli alimenti), Ifad (il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), la Banca mondiale e High level task force sulla sicurezza alimentare dell'Onu, nominata l'anno scorso dal segretario generale Ban Ki Moon. Con loro ridisegneremo il futuro dell'agricoltura. Questo settore sta vivendo il suo "Rinascimento" dopo anni di oscurantismo politico, in cui i governi dei Paesi industrializzati hanno immaginato, miopi, di comprimere la produzione agricola».
Oltre ai paesi del G8, parteciperanno anche quelli del cosiddetto G5, Brasile, Cina, India, Messico, Sud Africa ed Egitto. L'obiettivo principale, per il ministro, è aumentare la produttività dei Paesi in via di sviluppo, visto che ancora tre milioni di persone l'anno muoiono di fame e un miliardo di cittadini soffrono la fame. «Dobbiamo ridurre il divario fra domanda e offerta, anche con una gestione coordinata degli stock internazionali che permetta di mettere a disposizione le riserve dei maggiori Paesi produttori».
In questo momento i prezzi delle materie prime sono tornati sotto controllo, dando un po’ di respiro alle aziende agricole che hanno attraversato un periodo di grande difficoltà. Zaia ritiene però che, con la nuova ripresa del ciclo economico mondiale, la crescita della domanda delle grandi economie emergenti e il connesso nuovo aumento della bolletta energetica «ci porterà a dover fronteggiare la spirale dei prezzi agricoli. Per fare questo siamo chiamati a trovare una strategia concertata a livello mondiale. E bisogna farlo ora».
Il Veneto è una zona essenzialmente industriale e proprio dal nuovo presidente regionale di Confindustria, Andrea Tomat, arrivano segnali di grande apprezzamento per la scelta di Zaia.
«Il Veneto e l’Italia stanno riconquistando un ruolo di primo piano a livello europeo - ha detto Tomat - e sulla scena internazionale nel settore agricolo, comparto questo che riveste ancora in Italia un importante ruolo per l’economia per l’immagine del made in Italy noi imprenditori guardiamo con attenzione alle sue dinamiche e alla sua evoluzione».
«Non dimentichiamo - ha concluso - che l’agroalimentare veneto rappresenta in Europa e nel mondo un’eccellenza assoluta, basti ricordare l’affermazione del settore vinicolo che sta superando nei mercati internazionali un segmento da sempre presidiato dalla Francia, e il ruolo dei poli veronesi per il dolciario e la pasta, la produzione avicola e conserviera nel vicentino e il settore lattiero-caseario nel trevigiano e nel bellunese, il polo ortofrutticolo del rodigino e il settore ittico nel veneziano».

Certi dell'incertezza

Intervista a DANIELE MARINI
di Marino Smiderle

La crisi accelera la dura selezione tra le pmi beriche

Non ha certo la sfera di cristallo ma dal suo ufficio vede passare tanti numeri e un’idea di certo se l’è fatta di questa crisi che sta ingrippando il motore del Nord Est. E a giudicare dall’aria da funerale che si respira nelle fabbriche vicentine, Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, rischia di trasformarsi da aedo a becchino di una delle zone più dinamiche e ricche d’Italia. Esagerazioni? Probabile. Però la preoccupazione è tanta, sia da parte degli imprenditori sia da parte dei lavoratori.
Prof. Marini, sta andando a deriva il Nord Est?
Veramente c’è chi sta molto peggio di noi, e se ci lamentiamo qui, chissà cosa dovrebbero fare gli altri. In ogni caso, la crisi globale sta portando a compimento il processo di severa selezione che negli anni scorsi era stato appena delineato.

Selezione tra imprese?
Certo. Le piccole imprese che sono riuscite a stare al passo con i cambiamenti che la modernità richiedeva, ora stanno soffrendo, come tutti, ma hanno più chance di superare questa fase recessiva, che non si sa ancora quanto durerà.

La selezione, però, non sarà indolore. Chi soffrirà di più?
Nel Nord Est a dettare il passo è stata la media impresa. Quella, per capirci, che impiega dai 50 dipendenti in su. La vera opera di riorganizzazione produttiva l’hanno portata avanti loro. Il punto è che, attorno a ogni media impresa, ruotano, in media, scusi il bisticcio di parole, 274 realtà legate alla subfornitura, per la maggioranza legate al medesimo territorio. È tra queste che vanno trovate le realtà a maggiore rischio.

Non passa giorno senza dover registrare casi di aziende in difficoltà, di lavoratori messi in cassa integrazione o in mobilità. È azzardato dire che quella che una volta era la qualità del Nord Est, l’elasticità delle pmi, ora si è trasformata nella sua debolezza?
Sì, a mio avviso è azzardato. Le piccole imprese che dal 2001 al 2005, gli anni della crisi blanda, non hanno innovato, sono comunque riuscite a traccheggiare, a tirare avanti.

E come hanno fatto?
Beh, il Nord Est in generale, e il Vicentino in particolare, hanno supplito al calo della domanda interna con le commesse legate all’export. Ora che la recessione è globale, ora che la domanda è in caduta a livello mondiale, le pmi che non hanno seguito i processi di modernizzazione sono state le prime a saltare. Ed è il completamento della selezione di cui dicevo prima.

Senta, sappiamo che la Fondazione Nord est non è in possesso della sfera di cristallo, ma se la sente di fare una previsione? Quanto durerà questa crisi?
L’unica certezza è l’incertezza. Credetemi, fare previsioni in questo momento è impossibile. Basta vedere alla progressiva rettifica delle stime dei vari parametri, tipo crescita del pil, a cui assistiamo con frequenza. C’è troppa volatilità e i rischi di essere smentiti sono troppo elevati.

Da Obama e dagli Stati Uniti arriva la ricetta di un’economia più pubblica, con interventi statali enormi. È la strada giusta?
Più che la strada giusta,. in questo momento, specie in America, è la strada inevitabile.

E per l’Italia che strade bisogna percorrere?
Rispetto ad altre realtà, l’Italia ha il merito di non aver seguito troppo le mode economiche in voga fino a poco tempo fa.

Si riferisce alla finanza allegra?
Da noi le banche hanno dimostrato di essere più solide, nonostante i problemi generali. Ma, al di là di questo, quello che conta è l’importanza dell’economia manifatturiera legata al terziario avanzato. Altrove, e penso per esempio alla Gran Bretagna, hanno puntato tutto e solo sul terziario e ora sono in difficoltà.

Pensa che da noi non si avverta l’esigenza di un intervento pubblico?
Come no, anzi, dirò di più, credo che il governo dovrebbe essere più generoso col programma di opere pubbliche e con la politica degli ammortizzatori sociali. Altri stati sono stati più pronti.

Peccato che l’Italia abbia un debito pubblico già spropositato...
Bisognerebbe ragionare in maniera un po’ meno centralista e un po’ più locale.

Ultima cosa: qual è il tasto da spingere per primo se si vuole uscire dal tunnel?
Migliorare il sistema di relazioni tra impresa e scuola. La formazione è tutto.

mercoledì 21 gennaio 2009

6

Nel nome di Maria Stella, ecco un centinaio di sei in condotta. Brilla la stella di Maria Stella Gelmini

martedì 20 gennaio 2009

District

CATEGORIE. Al via il terzo triennio per la struttura prevista dalla legge regionale. E la crisi induce ad aprirsi all’esterno

Il Distretto orafo decide
di “arruolare” i sindacati
Riva confermato alla guida «Formazione, innovazione di prodotto e marketing sono le nostre priorità»

Marino Smiderle
VICENZA
Quando il gioco si fa duro, il Distretto deve cominciare a giocare. A dire la verità, il gioco dell’oro è duro da un bel po’. Lo era di sicuro sei anni fa, quando per la prima volta, sulla scorta della legge regionale approvata ad hoc, il Distretto orafo argentiero di Vicenza accese per la prima volta i motori. E in questi giorni, dopo due mandati triennali, è stato confermato quale rappresentante del Distretto, Vladimiro Riva, che ha già inviato le lettere ad aziende e istituzioni perché sottoscrivano il patto di sviluppo per il triennio 2009-2012.
«Sappiamo che il momento non è dei più facili - osserva Riva - perché alla crisi cronica del settore si è aggiunta la recessione globale. Tuttavia siamo convinti che il Distretto resti lo strumento in grado di fare uscire le singole realtà aziendali dal guscio dell’individualismo per poter interagire e partecipare allo studio di una strategia comune».
Parole che sono facili da pronunciare ma difficili da tradurre in pratica. «Dovendo riassumere in tre punti le priorità programmatiche del Distretto - sintetizza Riva - posso dire che tutte le aziende che aderiranno potranno usufruire di specifici progetti legati alla formazione, all’innovazione di prodotto e al marketing promozionale. Sono progetti che abbiamo già avviato negli anni passati e a cui le pmi del settore farebbero fatica ad accedere da sole. I risultati sono stati buoni e ci proponiamo di migliorarli».
Che la congiuntura sia particolarmente complicata, però, lo si evince dal fatto che, per la prima volta dalla sua fondazione, il Distretto orafo argentiero di Vicenza (www.doav.it) ha esteso l’invito a farvi parte anche ai sindacati, oltre alle associazioni di categoria, alle istituzioni e alle banche. Fino a oggi era ritenuto uno strumento legato più alla componente imprenditoriale, ora evidentemente c’è bisogno del coinvolgimento attivo anche dei rappresentanti dei lavoratori.
«Non possiamo nasconderci dietro un dito - osserva Riva - la situazione occupazionale è quella che è e le prospettive non sono incoraggianti, almeno nel breve. Per questo ci è parso giusto coinvolgere anche i sindacati. Il loro parere sarà importante nelle discussioni che faremo all’interno del Distretto».
Il numero di imprese che aderivano al Distretto è andato via via calando, per il semplice fatto che sono aumentati i casi di fallimento o, comunque, di chiusura. Solo a considerare le imprese artigiane con dipendenti, Vicenza è passata dalle 494 aziende e dai 3.708 dipendenti del 2002, alle 343 aziende e 1.947 dipendenti del 2007.
Aderire al Distretto non costa niente. Poi, eventualmente, si contribuisce per singole iniziative finanziate in parte dalla Regione e dagli altri enti.
«Siamo tutti convinti dell’importanza di questo strumento - conclude Riva - e confido nella partecipazione di tutti gli operatori».

L'era di Obama


L’EDITORIALE

Ma il difficile
viene adesso

Marino Smiderle
Faceva freddo, quel sabato di quasi due anni fa, a Springfield, Illinois. Faceva freddo ma il discorso con cui Barack Obama annunciava all’America e al mondo la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali riuscì a scaldare il cuore della folla assiepata davanti all’Old State Capitol, dove Abraham Lincoln pronunciò il famoso discorso contro la schiavitù. Così come le parole di Obama hanno scaldato il cuore della folla oceanica riunita domenica a Washington, davanti al Lincoln Memorial, prima del concerto delle star dello spettacolo Usa. E sicuramente oggi, in occasione della più attesa cerimonia di inaugurazione della storia, il discorso di Obama scalderà ancora una volta il cuore del popolo americano, e non solo, prima di giurare sulla bibbia su cui giurò, provate a indovinare, sì, proprio lui, Lincoln.
L’unica cosa certa di quest’ultima trionfale campagna elettorale, l’unico risultato che si può già ascrivere agli Stati Uniti è un sensibile, e salutare, miglioramento dell’immagine. Per essere chiari: dall’estero adesso si guarda a Washington con grande favore e con immense aspettative, forse esagerate e di sicuro pericolose, dopo che gli anni di guerra e terrorismo di George W. Bush hanno fatto crollare l’indice di gradimento del paese alfiere dei valori occidentali.
Oggi comincia il difficile. E Obama ha già detto che buona parte delle sue promesse saranno, se non relegate in un cantuccio, di sicuro rimandate a data da destinarsi. Il New York Times ha spiegato perché: quando nel febbraio 2007 Obama accese le speranze di Springfield, l’indice Dow Jones era a quota 12.580 e l’estate successiva si sarebbe arrampicato fino a superare quota 14.000, e la General Motors riportava ottimi dati di bilancio.Ora il Dow è appena sopra quota 8.000 e la General Motors è ancora tra noi solo perché il contribuente americano ha messo sul piatto del salvataggio svariati miliardi di dollari.
È da qui che dovrà partire Obama, da questo macigno che sta affondando l’economia americana e mondiale. Non è un caso se, scontentando i suoi fan più liberal, i suoi primi passi in materia di politica estera e di difesa siano di sostanziale continuità con la strategia del criticatissimo Bush. Se nel 2007 il ritiro delle truppe dall’Iraq era in cima all’agenda, ora, grazie anche agli ottimi risultati del "surge" (il potenziamento del contingente), il presidente ha ritenuto opportuno confermare alla guida del Pentagono il ministro Robert Gates, che presumibilmente coordinerà il ritiro delle truppe così come concordato da Bush con le autorità irachene. Di più, Obama ha già detto che verrà rafforzato il contingente in Afghanistan, dove le cose vanno molto meno bene che in Iraq, e se necessario i talebani verranno seguiti e combattuti anche nel territorio del Pakistan.
Concetti che piacciono poco alla left wing del partito democratico, così come è piaciuta poco la nomina di Hillary Clinton, che aveva votato a favore della guerra in Iraq. Obama, in questo, si è rivelato attento alle istanze degli avversari come nessuno nella storia degli Stati Uniti. Anche il rivale repubblicano, John McCain è stato contattato più volte dal vincitore.
Il punto è che in questo momento Obama può e vuole essere davvero il presidente di tutti gli americani. Vuole iniziare a spendere il suo credito di popolarità coinvolgendo le istituzioni in una sorta di unità nazionale necessaria per affrontare e superare il momento economico più difficile e rischioso dai tempi della grande depressione. Comunque sia, oggi a Washington viene scritta la prima pagina di un nuovo capitolo di storia americana. Il primo presidente afroamericano, capace di rinverdire il mito del sogno americano prende in mano le redini della prima potenza mondiale in un clima di grande preoccupazione, se non di panico.
Ora, si diceva, comincia il difficile. Tutto il mondo è oggi idealmente a Washington per augurare buon lavoro all’unica persona che, in questo momento, abbia il magico potere di infondere fiducia.

lunedì 19 gennaio 2009

Bollabond

PORTAFOGLIO

Ma se esplode
la bolla-bond sono guai seri

Marino Smiderle

E se fossero i titoli di stato a essere avvolti da una clamorosa e pericolosa bolla speculativa? Tanto per dare un’idea non esclusivamente italiana, il livello dei rendimenti dei Treasury americani a 10 anni non è mai stato così basso dalla fine della seconda guerra mondiale. Yes, avete capito bene, da sessant’anni in qua i tassi dei Treasury non sono mai stati così rasoterra. E se i tassi sono rasoterra significa che i prezzi, i corsi dei titoli, sono alti, altissimi. Comprare adesso i titoli di stato, compresi i Bot italiani che hanno raggiunto livelli di rendimenti record (in basso), è dunque complicato. Perché, nello stesso tempo, sono l’investimento meno rischioso e più rischioso. Vediamo perché.
MENO RISCHIOSO
«I bond emessi dal governo della più grande economia del pianeta - scrive John Authers sul Financial Times, a proposito dei titoli di stato americani (ma il concetto vale anche per tutti quelli dei paesi europei) - sono quanto di più vicino all’investimento a rischio zero che ci possa essere in questo momento». Il motivo è piuttosto semplice: anche se Obama ha detto che pomperà centinaia di miliardi di dollari nelle vene occluse dell’economia Usa, i compratori di titoli di stato saranno sempre sicuri di vedere indietro i soldi. Anche perché, nella malaugurata ipotesi che ci fossero dei problemi, lo stato stamperà nuovi bigliettoni e il gioco andrà avanti.
PIÙ RISCHIOSO
«Ma nel lungo periodo - prosegue Authers sul Financial Times - il valore dei flussi cedolari che questi titoli genereranno come reddito per chi li ha acquistati, sarà destinato a diminuire per effetto dell’inflazione. Per questo, quando gli investitori sono preoccupati dell’inflazione, il mercato dovrebbe spingere verso l’alto i rendimenti dei titoli di stato (e di conseguenza spingere verso il basso i prezzi)». Siamo tutti d’accordo nel dire che, in questo preciso momento, l’inflazione è l’ultimo dei problemi. E infatti, come dice lo stesso Authers, capita l’opposto nei periodi di deflazione. In questi mesi sembra che i motori dell’economia si siano fermati, che i prezzi, spinti dal crollo delle materie prime, petrolio in testa: di fronte a questa morta gora, è logico che il porto sicuro dei titoli di stato registri la congiuntura con un generale ribasso dei rendimenti e un generale rialzo dei prezzi di mercato.
BREVE PERIODO
«La Federal Reserve ha spinto i tassi d’interesse vicino allo zero - argomenta il Financial Times -. E si sta anche preparando a comprare Treasury a lunga scadenza per abbattere ancora i rendimenti. E questa è una ragione per essere positivi sulle prospettive a breve termine dei bond». Il succo del discorso è: nel breve periodo tutto sembra congiurare a favore di un ulteriore rialzo dei prezzi dei titoli di stato, anche se siamo già arrivati a livelli di guardia.
LUNGO PERIODO
«Il problema arriva nel lungo periodo - spiega Authers -. Questa politica aggressiva nello stampare denaro è intesa a creare inflazione (che aiuterà tutti a ridurre il prezzo reale del debito lasciato dalla bolla del credito. Comprare bond da parte delle autorità monetarie è dunque un sistema per spingere i rendimenti così in basso e spingere così gli investitori a comprare qualcosa di più rischioso e che contribuisca di più al rilancio dell’economia». È un ragionamento che fila ed è un onesto tentativo di scrivere prima quello che potrebbe accadere poi. Non è detto che ciò accada, ma la tesi di Authers coincide con quella che abbiamo riportato su queste pagine e, considerata l’autorevolezza della fonte (il Financial Times), siamo portati a dargli ancora maggiore credito.
INFLAZIONE
«In ogni modo - conclude Authers - l’implicazione dell’attuale politica monetaria è che a un certo punto non lontano, la deflazione si girerà verso un rischio di severa insorgenza di inflazione. E i bond, a quel punto, potrebbero cadere drammaticamente». Eccolo il rischio di fondo dei bond, dei titoli di stato ai prezzi di questi tempi: l’arrivo dell’inflazione e un futuro rialzo dei tassi ne taglierebbe il corso. A soffrire saranno quelli a tasso fisso a medio-lunga scadenza. L’avvertenza dunque è: mentre gli altri si ubriacano di titoli di stato, date un occhio altrove e diversificate.

Euroscettici

REPUBBLICA CECA. L’ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI JAN PALACH FA RIFLETTERE

40 anni dopo Praga è libera ma scettica

Ora detiene la presidenza di turno dell’Unione europea
ma guarda a Bruxelles con distacco e pessimismo

Marino Smiderle
INVIATO A PRAGA
Mentre in piazza Venceslao, il cuore di Praga, si ricordavano i 40 anni del martirio di Jan Palach, il premier della Repubblica Ceca, Mirek Topolanek, riceveva il collega slovacco Robert Fico. E se in piazza Venceslao si ripercorrevano con sgomento le tappe dell’invasione militare dell’Unione Sovietica che indusse uno studente di filosofia di vent’anni a darsi fuoco per la libertà, al palazzo del governo i due leader che un tempo facevano parte della medesima nazione (la Cecoslovacchia) confrontavano le reciproche preoccupazioni sulle conseguenze dell’atteggiamento adottato dalla Russia nella "guerra del gas".
La storia in piazza, la storia che si ripete a palazzo. C’è qualcosa che lega Jan Palach alla contesa esplosa tra Russia e Ucraina sul gas? Apparentemente no, sono due cose completamente diverse, slegate. Eppure, provando a lasciare i sentieri battuti della diplomazia, ora come allora è la Russia a far paura ai paesi dell’Europa centrale. Con una sensibile differenza: ora Praga è Europa. Di più, ora Praga detiene pure la presidenza di turno dell’Unione Europea in un momento cruciale per le sorti del Vecchio Continente e, a volerla dire tuta, dell’occidente così come lo abbiamo pensato e vissuto negli ultimi vent’anni, più o meno dalla caduta del muro di Berlino.
Jan Palach che si brucia per la libertà e Robert Fico che corre a Praga per ricordare che Bratislava è senza gas. La battuta che circola nei corridoi di Bruxelles è che questa è la vera guerra fredda, nel senso che l’Ue rischia di rimanere al freddo.
Più di tutti rischiano gli ex paesi del Patto di Varsavia, anche se la Repubblica Ceca riceve il 20 per cento del suo fabbisogno dal nord e quindi regge meglio l’urto di questo inverno rigido. La Slovacchia, invece, è ridotta male e per questo Fico è andato a Praga, per indurre Topolanek ad alzare la voce in quanto titolare della presidenza dell’Ue.
Certo, Jan Palach sarebbe contento di vedere una Praga più libera, una Praga più importante, una Praga indipendente e non più stato vassallo dell’impero sovietico. E nello stesso tempo non riuscirebbe a capacitarsi dell’inspiegabile e per molti inaccettabile euroscetticismo che caratterizza i suoi capi. Prendiamo per esempio il presidente, Vaclav Klaus, che sulla sua residenza ufficiale, lo splendido castello di Praga, non ha voluto issare la bandiera dell’Ue accanto a quella della Repubblica Ceca.
Dario di Vico, sul Corriere della sera, ha accostato Klaus a due personaggi politici italiani. «Lo si potrebbe definire - ha scritto il vicedirettore del Corriere - come un singolare mix tra il mercatismo intransigente di Antonio Martino e il populismo di Umberto Bossi. In molti ricordano come fosse stato proprio lui a spingere per l’adesione di Praga all’Europa al fine di mettere la fragile Repubblica sotto l’ombrello comunitario e ciò non gli impedisce oggi di "denigrare" il piatto dove ha mangiato».
«A novembre, in visita di Stato a Dublino - ha ricordato Michele Marchi su L’Occidentale - ha deciso di incontrare l’uomo d’affari Declan Ganley, primo sponsor del “no” irlandese al Trattato di Lisbona e ha fraternizzato con lui definendosi “dissidente all’interno dell’Unione europea”. Ancora di recente, oltre a ribadire la sua contrarietà ad esporre la bandiera dell’Ue sul pennone del castello di Praga (l’Unione europea è a suo dire un’organizzazione sovranazionale come la Nato e l’Onu), ha rincarato la dose descrivendo l’Ue come una sorta di Giano bifronte: da un lato sinonimo di libertà e caduta delle frontiere, ma dall’altro simbolo di centralizzazione e burocratizzazione. Klaus ha poi concluso: “Per i cechi i valori europei sono la libertà, la libertà e ancora la libertà. Solamente in un quadro nazionale può essere garantita questa libertà”. Dunque l’Ue deve prepararsi ad un mutamento a 360 gradi? Dall’euro-attivismo di Sarkozy all’euro-scetticismo di Klaus?».
Queste preoccupazioni geopolitiche fanno un po’ sorridere. Quarant’anni fa la Cecoslovacchia di Jan Palach aveva ben altri problemi. Ora, più o meno in coincidenza con l’arrivo di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti, Klaus e Topolanek hanno l’opportunità di far sentire la voce dell’Europa da Praga.
Anche se, come ha rilevato Di Vico, «Topolanek alla sua prima uscita pubblica a Strasburgo ha destato le stesse perplessità (di Klaus), citando la Repubblica di Praga 50 volte in un discorso di 30 minuti che doveva essere dedicato all’Europa».
Presto anche Praga dovrà pronunciarsi sul trattato di Lisbona e sarebbe davvero bizzarro che un odei paesi che più ha avuto bisogno dell’Europa adesso voltasse le spalle al Vecchio Continente. Anche se, notano i polemici, potrebbe essere la vendetta di 40 anni fa, quando fu l’Europa a volare le spalle a Praga. Ma non porterebbe alcun vantaggio alla Repubblica Ceca.
I punti all’ordine del giorno in Repubblica Ceca oggi sono di carattere economico. L’industria automobilistica balbetta e, se pure qui tiene più che altrove, la Skoda ha già cominciato a ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni, con una riduzione dello stipendio del 30 per cento. La disoccupazione è salita al 6 per cento e l’inverno eccezionale ha causato diverse vittime tra i barboni.
Queste sono le ansie odierne della Repubblica Ceca, che ha trovato appena il tempo di ricordare il suo Jan Palach, oberata com’è di impegni insiti con la presidenza di turno dell’Ue. O la va o la spacca, questo succederà dopo i 5 mesi di governo ceco.
Diversi leader europei hanno già alzato il sopracciglio di fronte allo scetticismo ceco. Praga se ne infischia e va avanti per conto suo. Sono ormai passati vent’anni dalla rivoluzione di velluto. Pare un’eternità.

domenica 18 gennaio 2009

Mancio ci manca

Consiglio per lo sceicco del Manchester City: a gennaio, con Kakà, prenditi pure Mourinho. Noi un altro allenatore che sa vincere i campionati ce l'abbiamo già sotto contratto.

sabato 17 gennaio 2009

Jan

PRAGA. Quaranta anni dopo la morte dello studente che si cosparse di benzina e si diede fuoco per protestare contro il regime e la repressione militare sovietica


Sulla tomba di Palach
una lezione d’Europa
La foto in bianco e nero di quel ragazzo che oggi avrebbe 60 anni
splende su una tomba di metallo, l’unica senza la neve

Marino Smiderle
INVIATO A PRAGA
Ci vuole molto per arrivare al cimitero dove è sepolto Jan Palach? «No, non molto, tre fermate del tram, massimo quattro - risponde Antonio Cassuti -. Ma le celebrazioni ufficiali sono in piazza Venceslao. Forse conviene andare lì». Sono passati 40 anni esatti da quando la fiaccola numero uno si diede fuoco nel cuore di Praga per gridare al mondo, in particolare all’ Europa, che non si poteva rinunciare, per l’imposizione armata sovietica, a dei valori che oggi paiono scontati come l’acque fresca, come l’aria gelida che ghiaccia il nevischio sporco di smog di questa splendida città e trasforma i marciapiedi in piste da pattinaggio.
È il 1969 è anche l’anno in cui, per la prima volta, Antonio Cassuti, il professore scledense che sulla primavera di Praga scrisse un libro (La primavera di Praga: teoria e prassi politica, Milano, Sapere, 1973), con la prefazione di Lucio Lombardo Radice, mise piede per la prima volta in quella che allora si chiamava Cecoslovacchia.
Sì, è vero, le celebrazioni sono fissate in piazza Venceslao. Ma sono appena le 10 e, per ora, ci sono solo nostalgici sessantottini italiani che, con un po’ di ritardo, dichiarano sui volantini che Jan Palach è un eroe, lo stesso Jan Palach che, in tempo reale, veniva liquidato come espressione della borghesia reazionaria. L’importante è riconoscere i propri errori, per carità, e pazienza se servono 40 anni. Però prima di stare ad ascoltare Mario Capanna che, ora come allora, parla alla piazza con l’ausilio di un altoparlante, conviene prendere il tram numero 11 che dal quartiere di Vinohradi, dove Cassuti ha un accogliente appartamento in un palazzo storico, e andare ad accendere un lumino sulla sua tomba.
«La tomba di Jan Palach - racconta Cassuti, che è stato per tanti anni preside del liceo scientifico Tron di Schio, oltre che addetto culturale all’ambasciata italiana a Praga nei primi anni 90 - ha una storia travagliata. Nell’ottobre del 1973, per evitare assembramenti di persone che andavano in visita, le autorità riesumarono di notte le spoglie, le cremarono e le consegnarono ai familiari perché le seppellissero nella città natale di Vsetaty. Solo nell’ottobre del 1990, dopo la rivoluzione di velluto, Vaclav Havel le riportò al cimitero praghese di Olsany, dove anch’io, ora, vado per la prima volta. Chissà se riusciamo a trovarlo».
E vorrei vedere. Nel giorno del 40° anniversario del rogo di piazza Venceslao (anche se lui morì tre giorni dopo), basterà seguire il flusso di gente che va a posare un fiore. Ma all’ingresso principale di Olsany non c’è la ressa che ci si aspetta. Cassuti deve bussare alla porta della direzione del cimitero per farsi dare istruzioni. «Vada avanti a destra per pochi metri e poi, sulla sinistra, la trova di certo». Eccola là. La foto in bianco e nero di quel ragazzo che oggi avrebbe da poco compiuto 60 anni splende su una tomba di metallo, l’unica, nei dintorni, a non essere coperta di neve. Ci sono due rose rosse, tre bianche, una ghirlanda di gigli con nastro bianco, rosso e blu, i colori della Repubblica Ceca, depositata dal partito socialdemocratico e qualche lumino sparso. Cassuti accende il suo lumino e prega per qualche minuto.
«Forse noi intellettuali diamo troppo significato al gesto di un giovane che voleva solo fare cessare la pubblicazione di Zpravy, quel giornaletto di propaganda comunista - commenta -. In realtà, a 40 anni di distanza, il dissenso espresso da Palach e, più avanti, anche da Jan Zaijc, Evzen Plocek e altri, rappresenta a mio avviso una caratteristica storica della Repubblica Ceca. È vero che, prima di Palach, nessuno in Europa aveva scelto di trasformarsi in torcia umana per dissentire. Ma, a mio avviso, il rogo di Jan Hus per eresia, nel 1415, porta in sè il medesimo marchio: rifiuto di piegarmi a un potere che vuole negare i valori fondanti di una civiltà, e preferisco la morte».
Fuori dal cimitero la gente corre. Non è un gran momento, questo, per la Repubblica Ceca. O forse sì, lo è, perché il calendario dell’Unione Europea ha fatto coincidere il 40° anniversario della fiaccola numero 1, come si era autodefinito Palach nella lettera che annunciava il suo gesto, con la presidenza di turno dell’Ue affidata proprio a Praga. Piace pensare che Palach, da lassù, registri con soddisfazione questa nuova pagina di storia ceca. Però la disoccupazione è arrivata al 6 per cento e i giornali registrano un aumento di barboni morti stritolati dai meno 20 gradi che certe notti trasformano la città in una trappola. Di nuovo in tram, di corsa verso piazza Venceslao. Manca poco a mezzogiorno ed è piena zeppa di italiani. Dal ministro per i Giovani, Giorgia Meloni, che col collega ceco Ondrej Liska depone una corona di fiori davanti al monumento a Jan Palach.
«Il messaggio che Jan Palach lascia ai giovani d’Europa - dice il ministro più giovane del governo Berlusconi - è contemporaneamente un esempio di un grande amore verso la propria terra e di ricerca disperata di libertà, perché senza libertà non vale la pena per una vita di essere vissuta. È un messaggio sulla nostra appartenenza all’Europa, la consapevolezza che quell’Europa che siamo abituati a vedere spesso solo come una somma di interessi o una questione di confini o accordi, in realtà è frutto di tanti sacrifici di tante persone che l’hanno costruita, difesa, amata. E Jan Palach è forse il più giovane tra i padri dell’Europa e per questo è importante che i giovani italiani e di tutto il mondo e d’Europa in particolare lo conoscano».
Proprio per questo Meloni ha proposto un concorso, rivolto ai giovani artisti europei, per la realizzazione di un monumento a Jan Palach. Meloni ha una storia politica che affonda le radici in quella destra che, da sempre, fa di Palach un simbolo dell’anticomunismo. In realtà, Palach pensava a un socialismo utopico, magari dal volto ancora più umano di come lo immaginava Dubcek, ma si sa che la politica si nutre di simboli e ognuno tira Palach dalla propria parte.
Ci provano pure quelli del Movimento Studentesco, ora che vanno verso i 70 ma, nel documento diffuso in piazza hanno la bontà di ammettere che «il Movimento non ne comprese fino in fondo la portata storica e strategica». E sono qui a cosparsi il capo di cenere. E a cambiare strategia. Della politica non importa nulla, invece, a Jiri Palach, il fratello di Jan, che assiste alla cerimonia e trattiene a stento le lacrime. Un uomo normale, semplice, a cui la storia ha tolto un fratello. Lo guardi e pensi che, se fosse ancora qui, Jan sarebbe un sessantenne come tanti.

Formidabile quel Movimento
Praga. «Eh no, cavolo, questa no». Antonio Cassuti vede la pelata di Capanna che rischiara la folla riunita in piazza Venceslao e corre a cantargliene, amichevolmente, quattro. «Vedo che sei venuto a darmi ragione, con qualche decennio di ritardo», dice il professore scledense rivolto al leader del Movimento Studentesco.
Mario Capanna lo guarda, consulta tutti i file degli anni "formidabili" custoditi nel cervello e accusa il colpo. «Beh, sì, siamo venuti qui a dire che avevamo sbagliato, che ci eravamo sbagliati». L’ira intellettuale di Cassuti si trasforma in comprensione, o forse compatimento, per tutti coloro che hanno passato la vita a correre dietro a ideali fallaci e che, puntualmente, sono stati costretti ad abiure, a rettifiche, a scuse. Nel caso di Capanna, poi, l’origine studentesca è comune, visto che Cassuti frequentava la stessa università Cattolica di Milano da cui il leader dei "katanghesi" venne poi espulso per intemperanza varie. «Noi del Movimento Studentesco potevamo fare di più - dice Capanna -. Jan Palach denunciava l’oppressione sovietica e interpretava la volontà dei popoli dell’est europeo di riconquistare quelle stesse libertà fondamentali che, con passione, rivendicavamo nelle piazze per il Vietnam e per altri popoli in lotta per l’indipendenza».
«Veramente Palach con il Vietnam non c’entrava nulla - ribatte Cassuti - e voi, in quel periodo, inneggiavate alla prospettiva maoista. Ma è già tanto che riconosciate gli errori. E lasciatemi l’ orgoglio di dire di essere stato dalla parte giusta quando non era facile esserlo». Piccole baruffe in casa di una sinistra italiana che, a dire la verità, proprio dalla primavera di Praga prese lo spunto per operare la scissione del Manifesto.
«Ma quelli erano sempre maoisti», insiste Cassuti, lui che all’epoca era socialista lombardiano alla ricerca di una terza via rimasta negli armadi delle utopie. Stretta di mano, anche un abbraccio, tra due vecchi nemici. Oggi è la giornata del ricordo e non è il caso di litigare. Semmai, l’occasione di riempire Praga di italiani come in agosto. E la sera, dopo la fiaccolata, tutti a scaldarsi con un bicchierino di Becherovka, un liquore ceco che, bevuto in dosi eccessive, consente perfino di progettare nuove rivoluzioni.

giovedì 15 gennaio 2009

Please, go home

Per Caritas, andate a casa. Il realismo della Caritas non fa rima con buonismo.

martedì 13 gennaio 2009

Vi facciamo (uni)credito

La promessa di Unicredit Banca
"Puntiamo molto su Vicenza"

Marino Smiderle

Vicenza. L’appuntamento è alla sede di Unicredit Banca, in via Cesare Battisti, ma il direttore generale, Rodolfo Ortolani, ieri in visita pastorale da Bologna, se vuole essere sicuro di arrivare in tempo deve dire al tassista di turno di portarlo alla Cassa di Risparmio. Perché per i vicentini, nonostante il turbinio di banche che hanno finito per essere inghiottite benignamente sotto le insegne di Unicredit, questa resta la Cassa di Risparmio. E pazienza se i rivali di Intesa Sanpaolo (che resteranno sempre Banca Cattolica) hanno "scippato" il nome.
«Questo è il segno della nostra storia - osserva Ortolani - e ne andiamo orgogliosi. In particolare a Vicenza che, oltre alla essere la sede della direzione commerciale del Veneto centrale, affidata a Enrico Quarantiello, è per noi una provincia che ci vede protagonisti dal momento che siamo al primo posto come quote di mercato». Ecco perché il roadshow istituzionale di Unicredit Banca parta proprio da questa sede storica e, dopo aver fatto visita al sindaco Achille Variati, Ortolani si accomoda nell’ufficio di Quarantiello e fa il punto della situazione, senza nascondere le difficoltà , ma con la convinzione percepibile che si potrà presto girare pagina.
«Noi siamo banca del territorio e, al contempo, banca internazionale - ha detto Ortolani - e vogliamo cominciare a mettere a fattore comune questa preziosa qualità e offrire i vantaggi delle nostre realtà presenti in Germania, in Austria e nell’Est Europa alle piccole imprese vicentine che dell’export hanno fatto una bandiera». Un passo indietro per capire cos’è Unicredit Banca, visto che le continue rivoluzioni fanno venire al mal di testa anche ai più esperti. Di Unicredit Group, guidato da Alessandro Profumo, fanno parte tre grandi divisioni: retail, corporate e private banking. O meglio, per tradurre dall’inglese debordante, dettaglio (famiglie e piccole imprese), medie imprese e clientela privata con grandi patrimoni. Da novembre dell’anno scorso, con l’integrazione definitiva nel gruppo degli sportelli derivanti dalla fusione con Capitalia, il settore retail è stato diviso in maniera geografica fra tre grandi banche: al nord c’è Unicredit Banca (la sede della direzione generale di Ortolani è a Bologna), al centro e al sud c’è Unicredit Banca di Roma e in Sicilia c’è il Banco di Sicilia.
La domanda, o meglio, la preghiera che fanno i rappresentanti delle categorie economiche vicentine, incontrati ieri da Ortolani, è chiara: non chiudete i rubinetti del credito. Ma questa stretta c’è stata oppure no? E cosa accadrà in futuro?
«Sarebbe facile per noi dire che va tutto bene, che abbiamo già stanziato un budget per incrementare gli impieghi - risponde Ortolani -. In effetti è vero, il nostro budget non lesina certo risorse nei confronti delle imprese vicentine. Tuttavia bisogna che il sistema abbia la consapevolezza che verranno premiate le aziende che hanno saputo innovare e che sono attrezzate per le nuove sfide. Altrimenti rischieremmo di portare avanti chi non merita, a scapito di chi è stato più lungimirante».
Quanto poi al fatto che che i bilanci delle banche segnalino un aumento medio degli impieghi dell’8-10 per cento mentre la crescita del Pil non arriva all’1 per cento, Ortolani fa una diagnosi chiara: «Vuol dire che adesso stiamo finanziando il circolante - osserva -. Non può essere altrimenti, visto che i fatturati sono spesso in calo, mentre gli impieghi sono in aumento. Questo vuol dire che c’è una crisi di crescita». Già, una crisi di crescita che a Vicenza rischia di essere avvertita di più dai settori di concia e oro, alle prese con numeri poco incoraggianti.
«La fortuna dell’economia vicentina - aggiunge Quarantiello - è quella di essere molto diversificata, pur essendo essenzialmente manifatturiera». «Certo, la crisi è generale - conclude Ortolani - ma noi non abbiamo certo intenzione di mollare. Unicredit Banca punta molto su Vicenza».

lunedì 12 gennaio 2009

W il variabile

PORTAFOGLIO
Quei furbetti
del mutuo
a tasso variabile

Marino Smiderle

L’Euribor a tre mesi è sceso sotto il 3 per cento, ma se si opta per un tasso fisso i livelli restano più elevati

Anche sul floor del New York Stok Exchange il calo dei tassi d’interesse non ha lasciato ... C’è qualcosa di nuovo nel mercato dei mutui, anzi di antico: i tassi scendono ma le banche fanno un po’ le furbette. Poco, poco, per carità, mica roba grave, ma a pagarne le conseguenze sono sempre i clienti. Che, per difendersi, dovrebbero usare con più forza l’arma della concorrenza. Rispetto a pochi mesi fa è successo di tutto nei mercati finanziari. E se le Borse sono crollate, se l’economia sta tirando le cuoia, va anche detto che, dal punto di vista di chi ha la possibilità e la credibilità per fare debiti, questo è il momento più favorevole. Per il semplice fatto che i tassi d’interesse sono di nuovo precipitati.
TASSO BCE
Torniamo però per un momento ai giorni in cui l’Euribor, vale a dire il parametro a cui sono agganciati i livelli dei tassi d’interesse, veleggiava sopra il 5 per cento. In quei giorni (sembra un secolo fa ma sono passati solo tre mesi) le rate si erano arrampicate oltre il 6 per cento e per le famiglie si parlava espressamente di emergenza-mutui. Bene, in quel momento tutti i nuovi contratti venivano fatti a tasso fisso (in media al 5,5-6 per cento) e per quel che riguarda i variabili si auspicava l’inserimento di un nuovo parametro, il tasso ufficiale Bce, più "notarile" e meno legato alle intemperanze del mercato bancario (come invece era l’Euribor). Bene, se noi guardiamo oggi alle offerte delle varie banche si scopre che se optiamo per un mutuo variabile agganciato al tasso Bce dobbiamo accettare uno spread superiore in media di mezzo punto rispetto a quello che gli istituti di credito applicano sui mutui legati all’Euribor. È il mercato, bellezza.TASSO FISSOStesso inghippo se chiediamo un mutuo a tasso fisso. Per spiegarla in maniera un po’ grossolana, succedeva tre mesi fa che, di fronte a un Euribor superiore al 5 per cento, la scelta del tasso fisso comportava un 5,5-6 per cento, a seconda delle varie banche (vedi la concorrenza). Ora che l’Euribor a tre mesi è andato sotto il 3 per cento ci si aspetterebbe un mutuo a tasso fisso del 3,5-4 per cento e invece siamo tra il 5-5,75 per cento (dipende anche dalla scadenza del mutuo: più lungo è, più alto sarà il tasso fisso), cioè poco meno di tre mesi fa. Perché? Le banche ciurlano nel manico? Non proprio. O almeno, non ufficialmente. La scelta del tasso fisso da applicare dipende dall’Eurirs, un parametro che già sconta il futuro rialzo dei tassi e che dunque è molto meno generoso di tre mesi fa. È il mercato, bellezza.
FORGET TREMONTI
Di fronte all’esplodere della crisi, anche il governo italiano intervenne per dare una mano alle famiglie angustiate dal rialzo dei tassi. Del primo provvedimento, quello che consentiva di passare al tasso fisso ai livelli del 2006, ma con conguaglio finale e, quindi, con possibile allungamento della scadenza, solo pochi mohicani alla canna del gas aderirono. Di fatto, non c’era alcuna convenienza a farlo. Più interessante, ed effettivamente conveniente (lo scrivemmo anche su queste colonne), l’ultimo provvedimento del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha introdotto il tetto del 4 per cento quale tasso per i mutui a tasso variabile per tutto il 2009. In altre parole, e si stava parlando di rate allora al 6 per cento, tutto l’ammontare in eccesso sarebbe stato pagato dallo Stato. Come sempre, le banche non ci perdevano un nichelino. Del resto, già avevano perso abbastanza per le varie derapate sui subprime e sui titoli collaterali. Bene, bravo, bis, ministro Tremonti. E i complimenti erano interessati, perché tutti, grazie a questo provvedimento, risparmiavamo diversi eurozzi. Ora che il mercato è girato e che, proprio in questo avvio di anno, l’Euribor è tornato sotto il 3 per cento, per molte famiglie non ci sarà alcun bisogno dell’intervento statale. Meglio così. È il mercato, bellezza.
INDEBITATEVI
Ultimo consiglio, che andiamo ripetendo forse un po’ troppo spesso, e che magari suona controcorrente. Però lo rifacciamo: indebitatevi. Questo è il momento giusto. I tassi sono bassi e i prezzi delle case sono scesi. Poi, tra un anno, quando tornerà l’inflazione, vi spazzerà si via il valore dei risparmi, ma anche il valore del debito. E quindi vi salverete. Sempre che riusciate a trovare una banca che vi faccia credito. È il mercato, bellezza.

Madrid val bene una messa

SPAGNA.
Se Zapatero
fa arrabbiare
il Vaticano

Marino Smiderle
Tra Madrid e la Santa Sede ormai è guerra dichiarata Il paese più cattolico ora è la patria del secolarismo
La Spagna è probabilmente il paese più cattolico d’Europa (dopo il Vaticano) che in questo momento sta subendo l’attacco secolarista più forte da parte del governo in carica. I provvedimenti legislativi ispirati dal governo a maggioranza socialista di Luis Zapatero e le sentenze emesse dalla magistratura stanno demolendo quelle che erano ritenute consolidate tradizioni del vivere civile spagnolo. Risultato: chiesa cattolica e governo di Madrid sono l’una contro l’altro armati.
Da dove cominciare? Dall’ultimo casus belli, per esempio, relativo alla sentenza emessa a novembre da un giudice che ha ritenuto corretto mettere nero su bianco, in nome del popolo spagnolo, la rimozione dei crocifissi dalle aule delle scuole pubbliche, motivando la decisione con la natura non confessionale dello stato. «Nonostante la Chiesa cattolica non fosse citata ufficialmente nella sentenza - scrive il New York Times - quest'ultima ha reagito criticando pubblicamente il pronunciamento definendolo un ingiusto attacco al simbolo storico e culturale che il crocifisso rappresenta, e considerandolo un ulteriore segnale dell’avanzata del secolarismo militante da parte dello stato spagnolo. Per Papa Benedetto XVI la Spagna, col suo 90 per cento di popolazione cattolica e con una storia importante alle spalle, rappresenta l’ultima speranza in un’Europa sempre più lontana dalla religione. Ma la speranza si sta rapidamente affievolendo. Dal 2004 il governo socialista di Zapatero ha legalizzato il matrimonio tra gay, ha reso molto più veloci le pratiche del divorzio e ora sta cercando di allentare i vincoli legislativi in materia di aborto ed eutanasia. In risposta la chiesa e i movimenti cattolici in genere stanno reagendo, cercando di ottenere maggiore spazio nella vita pubblica. Il risultato è che la chiesa ora è scesa in guerra col governo spagnolo».
Il segretario generale della conferenza episcopale spagnola, monsignor Juan Antonio Martinez Camino, ha dichiarato al quotidiano americano che è importante che la chiesa usi tutti i mezzi che a disposizione per promuovere e difendere i propri diritti fondamentali.
E al proposito ha citato i termini della legge che nel 2005 ha legalizzato il matrimonio e l’adozione tra i gay, laddove nel codice civile spagnolo ha sostituito le parole "marito" e "moglie" con "partner", e la parola "genitori" con "progenitori". «Queste leggi - ha dichiarato il monsignore - sono molto strane, molto irrazionali e molto ingiuste».
Da quando il partito popolare di Aznar perse le elezioni all’indomani degli attentati terroristici alla stazione Atocha di Madrid, la chiesa, accusata in passato di essere troppo allineata politicamente sul centrodestra, non ha più trovato una sponda, come dire, sensibile. Non si devono dimenticare i trascorsi storici piuttosto ingombranti per la chiesa in Spagna. «Durante la guerra civile - ricorda il New York Times - dal 1936 al 1939, le forze repubblicane di sinistra ucciso diversi sacerdoti. Ma durante i 40 anni di dittatura franchista il cattolicesimo fu la religione di stato. Fino alla morte di Franco, avvenuta nel 1957, le donne non potevano aprire un conto corrente senza la firma del padre o del marito. Oggi le donne occupano molti dei più alti posti di responsabilità nell’apparato politico del paese».
«La Spagna è cambiata molto velocemente - ha spiegato Josè Maria Contreras Mazario, direttore degli affari religiosi del ministero della Giustizia, oltre che professore di legge ecclesiastica -. Oggi la Spagna non è cattolica, né culturalmente né politicamente».Sarà, però il numero di pellegrini che visitano Santiago de Compostela è aumentato del 10 per cento nel 2007, e più del 70 per cento degli spagnoli battezzano i propri figli, anche se meno del 30 per cento frequenta regolarmente le sante messe.Il 28 dicembre scorso il cardinale Rouco Varela ha indetto a Madrid una sorta di "family day" e a quel significativo incontro ha voluto intervenire in video collegamento anche Benedetto XVI, esortando le famiglie spagnole a non lasciare che «l’amore, l’apertura alla vita e i vincoli incomparabili che uniscono il vostro focolare si indeboliscano». «La famiglia - ha proseguito Benedetto XVI - è certamente una grazia di Dio, che lascia trasparire ciò che egli stesso è: amore. Un amore pienamente gratuito, che sostiene la fedeltà senza limiti, persino nei momenti di difficoltà o di abbattimento. Queste qualità si riscontrano in modo eminente nella Santa Famiglia, nella quale Gesù è venuto al mondo ed è cresciuto ricolmo di sapienza, con le cure premurose di Maria e la custodia fedele di san Giuseppe».
«È possibile concepire, organizzare e vivere il matrimonio e la famiglia in modi molto diversi dalla moda che c'è in tanti ambienti della nostra società e che dispone di molti mezzi e opportunità mediatiche, educative e culturali per la sua diffusione», si è limitato a dire il cardinal Rouco durante l'omelia. E in vista di una nuova legge che il governo Zapatero ha annunciato di voler presentare per semplificare il ricorso all'interruzione di gravidanza, l'arcivescovo madrileno ha criticato anche l'aborto, «uno dei peggiori flagelli della nostra epoca, così orgogliosa di sé e del proprio progresso».
Zapatero, dal canto suo, non si fa spaventare più di tanto. Anche perché Il partito socialista spagnolo del premier sembra resistere bene pure alla crisi economica, conservando un vantaggio di circa tre punti sul Partito popolare, a sei mesi dalle elezioni europee. Stando a tre sondaggi diffusi oggi da parte dei quotidiani El Mundo (centrodestra), Publico (sinistra) e La Vanguardia (centrodestra), il capo del governo Zapatero, rieletto lo scorso marzo, resta dal canto suo al primo posto tra le personalità politiche più popolari.

domenica 11 gennaio 2009

Qui si sta col Mancio


Con questo allenatore non vinceremo nulla. Una squadra che ha trenta giocatori non può, come ha dichiarato il Mou, fare affidamento solo su 11 titolari e dire che se in casa col Cagliari abbiamo fatto pena è perché ci mancavano due titolari (Maicon e Stankovic). Quando c'era il Mancio si giocava, per causa di forza maggiore e anche per scelta, ogni domenica con una formazione ribaltata rispetto alla domenica prima. E le piccole, o presunte tali, le battevamo sempre. L'unica idea di questo allenatore portoghese si chiama Ibra. E se non ci fosse Ibra... Qui, se non si è capito, si sta sempre col Mancio.

Sangue & capitale

Le vittime
del sistema
capitalistico

Marino Smiderle

Il capitalismo è un sistema che cerca di sfruttare la somma dei naturali egoismi individuali per indirizzarne la forza dirompente verso un interesse generale, collettivo. Ha avuto successo, e ne avrà sempre, proprio per questa premessa sconsolante: l’uomo è avido, egoista e, se può, cerca di fregare il prossimo. Partendo da questa triste premessa e offrendo pari opportunità e poche regole condivise a tutti coloro che partecipano al gioco quotidiano dell’economia, non ha avuto difficoltà a sbaragliare la concorrenza dell’altro sistema che, fino a venti anni fa, diceva di avere la ricetta migliore.Sì, il socialismo è stato cancellato dalla storia proprio perché presupponeva un mondo di anime belle, tutte pronte ad agire per il bene del prossimo in vista di un pianeta perfetto che, alla lunga, poteva perfino permettersi il lusso di riporre in un armadio la libertà.Quel che sta succedendo in questi mesi, in questi giorni, ha indotto molti a interrogarsi sull’effettiva capacità del sistema capitalista, sulla necessità di introdurre correttivi o, addirittura, sulla possibilità di tornare a battere vecchie e fallimentari strade ideologiche. E, siccome l’economia è fatta di uomini e donne, sono proprio le disavventure di persone in carne e ossa a fare da lezione e a riprodurre scenari visti solo all’indomani del crollo di Wall Street, nel ’29, e nei grami anni successivi della grande depressione.
Uomini come Bernard Madoff, capaci di architettare una truffa di dimensioni siderali (50 miliardi di dollari) partendo proprio dal cuore del sistema, quella Wall Street di cui era stato uno dei sacerdoti arrivando alla presidenza del Nasdaq, il listino dei titoli tecnologici, prima di partire con un avventura da magliaro con la sua Investment Securities Llc. Una scatola che investitori ricchissimi hanno riempito di denaro perché abbagliati da guadagni immediati formidabili senza rendersi conto che erano frutto del più volgare degli imbrogli, il famigerato schema Ponzi, capace di remunerare i primi a uscire a spese degli ultimi a entrare. Quando i mercati finanziari sono crollati e sono arrivate le richieste di riscatto, lo schema Ponzi è saltato.
Il pessimismo sull’efficacia del sistema finanziario americano, e di riflesso mondiale, diventa totale se si pensa che un concorrente del fondo di Madoff, Harry Marcopolos, stupito delle performance garantite dal rivale, si era messo a studiare a fondo il fenomeno, giungendo alla conclusione, formalizzata in 17 pagine di rapporto inviato il 7 novembre 2005 alla Sec, l’autorità di controllo americana, che si trattava di una truffa bella e buona. Tre anni fa la Sec avrebbe avuto la possibilità di smontare la truffa del magliaro Madoff, ma non fece nulla. Fino alla fine dell’anno scorso, quando ha preso atto della clamorosa bancarotta che ha finito col causare disastri in tutto il mondo.A cominciare da Sonja Kohn, presidente e azionista di riferimento col 75 per cento del capitale di Bank Medici, un istituto di credito di Vienna partecipato anche dal gruppo Unicredit.
Secondo il New York Times buona parte dei 2,1 miliardi di dollari che questa signora della finanza avrebbe destinato, tramite Bank Medici, ai fondi di Madoff arriverebbero dagli oligarchi russi e da investitori ucraini. Proprio a causa delle possibili ritorsioni di questi personaggi, la Kohn sarebbe fuggita e di lei si sarebbero perse le tracce. Bank Medici smentisce, ma Sonja Kohn non si vede da dicembre.La bufera finanziaria globale ha finito poi con l’indurre Adolf Merckle, 74 anni, ricchissimo industriale farmaceutico tedesco (era al 94° posto nella classifica dei più ricchi del mondo), a gettarsi sotto un treno nei pressi di Bleubeuren, la sua città.
Una persona corretta, un imprenditore stimato, rimasto però vittima di una speculazione sbagliata: pensava che le azioni Volkswagen, sopravvalutate dal mercato, sarebbero presto scese e per questo si è fatto prestare i titoli e li ha venduti convinto di poterli ricomprare a un prezzo sensibilmente più basso. Non aveva fatto i conti col piano di Porsche di salire nel capitale di Volkswagen: morale della favola, i titoli sono scheggiati verso l’alto e Merckle è stato costretto a vendere la sua Ratiopharm per far fronte alle perdite colossali. L’imprenditore non ha retto e si è suicidato.Così come si è suicidato Steven Good, 52 anni, presidente della Sheldon Good and Company Auctions International, un’importante società immobiliare americana. L’esplosione della bolla sui mutui gli ha fatto perdere tutto e la polizia lo ha trovato morto nella sua Jaguar a Kane County, una località nei pressi di Chicago. Non ha lasciato lettere ma non ci sono dubbi sui motivi del suo gesto.
Tutta colpa del capitalismo? No, colpa dei capitalisti. Come ricordava ieri Antonio Martino sul Foglio, dovrebbe valere sempre quello che è scritto nel messale della chiesa anglicana: «Attenzione a non attribuire al denaro le colpe di chi lo usa». Questo è un sistema che sfrutta gli egoismi individuali e cerca di trarne giovamento globale. Di meglio non c’è, e le periodiche crisi che lo investono sono il salatissimo prezzo da pagare per continuare a far viaggiare questo treno verso un’utopia chiamata felicità.

giovedì 8 gennaio 2009

Sector, no limits

Artigiani, moratoria sugli studi di settore
FISCO & PMI. La recessione in pieno svolgimento induce Confartigianato Vicenza a chiedere all'Agenzia delle entrate una sospensione degli accertamenti
Sbalchiero: «Riteniamo necessaria la realizzazione di correttivi che tengano conto di eventi eccezionali»

Marino Smiderle
VICENZA
Diciamola tutta: gli studi di settore sono una dichiarazione di resa da parte del fisco italiano. Cioè, visto che non si riesce a eliminare, e nemmeno a ridurre, l'evasione fiscale, tanto vale fissare dei redditi minimi presunti sui quali determinati settori di attività autonoma devono pagare le tasse. Se questa logica induttiva poteva andare bene in momenti di vacche grasse per l'economia italiana, ora che siamo qui tutti a tirare la cinghia il rischio è che i piccoli imprenditori, artigiani in primis, debbano pagare imposte su redditi che non percepiranno mai.
Di qui il proclama preventivo di Giuseppe Sbalchiero, presidente di Confartigianato Vicenza: «Chiediamo la sospensione degli accertamenti da studi di settore - attacca - o almeno l'utilizzo di questi strumenti puramente a livello "orientativo", avviando l'eventuale rettifica del reddito solo a seguito di gravi riscontri concreti, che evidenzino una pesante sottrazione di imponibile».
In avvio di questo incerto e problematico 2009, torna a dunque farsi sentire la voce dell'Associazione Artigiani Confartigianato Vicenza che, attraverso il presidente Sbalchiero, tiene a sottolineare la necessità di affrontare con concretezza la revisione dello strumento fiscale «non per qualunquistiche aspirazioni a non pagare le tasse, ma perché spesso questi studi si basano su meccanismi presuntivi e teorici».
A maggior ragione oggi, con diverse imprese che non hanno ancora aperto i battenti e che non sanno se e quando li riapriranno, l'organizzazione di categoria chiede che «l'applicazione degli studi di settore venga sterilizzata o, quanto meno, che venga valutata in modo tangibile la crisi in corso». L'attuale fase di ripensamento della quale sono fatti oggetto gli studi - stabilita a seguito della difficile situazione economica italiana e internazionale - dovrà muoversi, insistono gli Artigiani, secondo due prospettive: «Da un lato - spiega Sbalchiero - sollevare le aziende da accertamenti automatici e penalizzanti, dall'altro creare le condizioni per un'applicazione degli studi che consideri in modo davvero concreto l'effetto della crisi.
A tale scopo riteniamo necessaria la creazione di efficaci correttivi congiunturali che, nel definire il risultato degli studi, tengano conto, ad esempio, di eventi come repentine contrazioni di ricavi, vistosi rincari di materie prime, aumenti dei costi dell'energia senza il relativo incremento dei consumi e simili. Sarebbe anche necessaria una più razionale considerazione del valore dei beni strumentali utilizzati in relazione alle singole attività svolte. Inoltre, riteniamo utile la valorizzazione dell'osservatorio regionale sugli studi di settore, organismo preposto al monitoraggio territoriale e strumento importante per un percorso che favorisca la realizzazione del federalismo fiscale».
Il grido di dolore di artigiani e di piccoli imprenditori in genere ha già sortito alcuni effetti. Per esempio la Sose (Società per gli studi di settore) ha messo on line un questionario nel quale viene chiesta una serie di elementi indicativi della crisi ai soggetti che applicano gli studi (manifatture, servizi, professionisti e commercio); obiettivo è che i dati raccolti risultino significativi e si arrivi a definire possibili interventi in tempo per la compilazione di Gerico (che non è la città della Cisgiordania ma il software che consente il calcolo della congruità per gli di settore) fra maggio e giugno. «Tali dati, insieme a quelli delle reti esterne, saranno utilizzati per elaborare a marzo i primi correttivi di cui i contribuenti potranno tener conto in sede di dichiarazione dei redditi - dicono all'Associazione artigiani -. Un successivo intervento di valutazione sarà effettuato dopo le elaborazioni delle dichiarazioni dei redditi. Altro risultato dell'azione sindacale è l'assicurazione da parte del governo che non ci saranno accertamenti automatici sulla base degli studi di settore e che per arrivare a un accertamento occorreranno elementi ulteriori a quelli di Gerico».
«Sono - commenta Sbalchiero - affermazioni rilevanti, ma purtroppo manca ancora un intervento sulla natura della presunzione e il confronto con gli Uffici locali è complesso. Resta inoltre aperta la partita degli Indicatori di normalità economica (Ine), che ci vede impegnati a sostenere il riconoscimento della natura di presunzione semplice (come per il 2006) anche agli Indicatori applicati per gli anni successivi».Intanto, la revisione dello studio di settore della metalmeccanica si è avviata sotto buoni auspici, secondo gli artigiani: circa il 30% delle aziende "non congrue" nel 2006 con il nuovo studio rientrerebbero nei parametri di congruità. Un'attenzione particolare è stata riservata alle aziende più dimensionate, con ricavi superiori ai 500mila euro, e alle aziende che operano per conto terzi. I risultati sono da verificare, ma la sensazione iniziale non è comunque negativa.
«In definitiva - conclude Sbalchiero - il fronte è aperto. Noi diciamo "no" a studi di settore con gli stessi parametri territoriali, senza differenziazione fra strutture aziendali deboli e forti e con fatturati presunti basati su statistiche e valutazioni induttive ben lontane dalla realtà. E "no" agli indicatori di normalità economica che prendono corpo solo da dati statistici e meccanismi presuntivi che si basano, a loro volta, su un'altra presunzione. Per questo, eventuali situazioni che risultassero manifestamente vessatorie saranno comunque tutelate dalla nostra associazione che ne farà dei casi-pilota». Detto questo, Sbalchiero torna a bomba sulla situazione di crisi e si sforza di spargere ottimismo. «È vero che è un momento negativo - conclude - ma è anche vero che molti artigiani del settore della subfornitura hanno ordini per tre mesi. Che non saranno i sei-nove mesi a cui erano abituati, ma che lascia intravedere un possibile sviluppo nella seconda metà dell'anno. L'elasticità e la prontezza ad adattarsi alle fasi difficili degli artigiani mi lasciano ben sperare».

mercoledì 7 gennaio 2009

Tempo di essere Fiera

FIERA. Verrà inaugurata domenica la prima manifestazione orafa a livello internazionale. Ansie e speranze degli operatori attanagliati dalla recessione

VicenzaOro
s’unisce a First
e apre il 2009
Riva (Distretto orafo): «Sarà l’occasione per capire qual è il sentiment del mercato. E chissà che arrivi la svolta»

Marino Smiderle
VICENZA
First... but not least. Storpiando un po’ l’adagio anglosassone, si potrebbe dire, anzi auspicare, che la rassegna orafa che aprirà i battenti domenica prossima in Fiera a Vicenza sarà la prima (di nome e di fatto) della stagione, ma non l’ultima. E per essere certi che gli operatori non si sbaglino, il team Menarin-Girardi, spinto dai suggerimenti degli orafi berici, sono ritornati all’antico senza rinnegare il moderno e per questo hanno aggiunto alla griffe First l’antico marchio Vicenzaoro.Ma come sarà questo Vicenzaoro First?
«Gli orafi vicentini - risponde Vladimiro Riva, rappresentante del Distretto orafo e argentiero di Vicenza - aspettano questo primo appuntamento del calendario internazionale con una certa apprensione mista a speranza. Non è un mistero per nessuno che il settore, da alcuni anni, stia attraversando un momento di grave crisi. A questo si aggiunge questa volta la fase di recessione dell’economia globale che bene certo non fa. Eppure, paradossalmente, potrebbe essere questo appuntamento di Vicenzaoro First a segnare un punto di svolta. Staremo a vedere».
Già, sono in molti che staranno alla finestra, pronti a saltar giù se le cose dovessero andare male. «L’importante - aggiunge Riva - è che arrivino tanti buyer. Perché è vero che non basta certo andare in Fiera per avere la garanzia di vendere i propri prodotti, ma è anche vero che più sono i compratori presenti tra gli stand, più gli operatori vicentini avranno la possibilità di percepire quali sono gli umori del mercato».Dall’11 al 18 gennaio i gioielli e il mondo dei preziosi saranno comunque protagonisti per la ‘prima’ mondiale dell’oreficeria e gioielleria.
«Una settimana dedicata all’oro - annunciano in viale dell’Oreficeria - al gioiello e a tutto ciò che rappresentano in termini economici, stilistici, di mode e di tendenze, con la partecipazione di 1700 espositori, che avranno l’opportunità di entrare in contatto con operatori, buyer, gruppi d’acquisto e grossisti internazionali. Ma a brillare non sono solo le nuove linee presentate in anteprima mondiale delle aziende presenti in Fiera, ma anche la creatività dei giovani designer e dei brand nazionali ed internazionali, che si sono dati appuntamento nella Glamroom, il nuovo concept espositivo che unisce gioielli, moda, design e innovazione, che ha fatto il suo esordio nelle precedenti edizioni di maggio e settembre».
Non si tratta di specchietti per le allodole: mai come stavolta, nel bene e nel male, Vicenzaoro avrà la funzione di termometro di un settore che da anni ha una febbre da cavallo e che adesso, con le ghiacciate dell’economia mondiale, rischia di andare in catalessi o, per reazione, di trovare un sentiero nuovo per uscire dal tunnel.«La Fiera è una vetrina importante - conferma Riva - e l’auspicio è che tutti gli sforzi fatti fino a oggi siano d’aiuto e contribuiscano a rilanciare un settore che per Vicenza, nonostante tutto, resta fondamentale. Il fatto, poi, che siano partiti investimenti importanti nelle strutture immobiliari ci tranquillizza sulle prospettive future dell’ente, che deve mantenere le radici a Vicenza e rimanere un punto di riferimento per la categoria».
Una categoria, a dire la verità, che ha subito brutalmente la bufera dei mercati, tanto è vero che molte imprese, anche importanti, hanno chiuso i battenti, facendo soffrire anche quegli artigiani, quegli operatori più piccoli che gravitano nel sistema. «Come Distretto - conclude Riva - abbiamo cercato di lavorare sul marketing, sulla preparazione della manifestazione fieristica. Perché Vicenzaoro va studiata prima, sviluppata durante e seguita dopo. Speriamo che questa edizione segni la svolta che la nostra provincia attende da tempo».

In medio Istat virtus

L’inflazione sale, anzi no
Chi si fida più dell’Istat?

C’è una notizia buona e ce n’è una cattiva. Quale volete sapere per prima? Cominciamo da quella cattiva. Nel 2008 l'inflazione si è attestata al 3,3 per cento, segnando il livello record dal 1996 e in netto aumento rispetto all'1,8 per cento dell'anno precedente. Lo ha reso noto l'Istat nel corso della presentazione dei numeri relativi all’anno che ci siamo faticosamente lasciati alle spalle. In poche parole, il 2008 è stato il peggiore anno da 12 anni in qua, dove i prezzi sono saliti in maniera a volte drammatica.
La notizia buona arriva dalla medesima conferenza stampa di presentazione e si riferisce alle rilevazioni relative solo all’ultimo mese di dicembre. Dal 2,7 per cento tendenziale di novembre, siamo passati al 2,2 per cento di dicembre. Su questa ultima frenata, spiegano i ricercatori, avrebbe inciso soprattutto l'effetto di contenimento del comparto dei beni, in particolare quelli energetici e alimentari. Sarà, ma dell’Istat non sono in molti a fidarsi.

Happy new year

LAVORO. Il segretario provinciale della Uil guarda con preoccupazione al futuro. Previste tensioni nell’occupazione
«Il 2009 inizia peggio di come è finito il 2008»
Ma per Dal Lago il sistema delle pmi saprà reagire «L’importante è il dialogo tra tutte le parti sociali»

Marino Smiderle
VICENZA
«Il 2009 inizia peggio di come era finito il 2008». Riccardo Dal Lago, segretario provinciale della Uil, non fa certo parte del partito dei pessimisti ad oltranza, ma non può nemmeno far finta di non vedere il pallore dell’economia vicentina.
«Il malato è grave - prosegue - ma sono convinto che, tutti insieme, e quando dico tutti penso a sindacati, imprenditori, lavoratori e amministrazioni pubbliche, sapremo trovare una via d’uscita anche questa volta».È reduce da un incontro con i rappresentanti della Uil che stanno seguendo il caso T-Systems di Vicenza (vedi articolo a fianco) e non ha tratto grandi spunti per essere ottimista. Se un’azienda ricca di figure professionali preparate e capaci manda a spasso centinaia di giovani, le prospettive non possono essere che pessime.«Il guaio è che non è una delle solite crisi locali o settoriali - prosegue dal Lago - ma coinvolge tutti i gangli dell’economia, compresa la meccanica, che finora era considerata la linea Maginot che nessuna recessione sarebbe mai riuscita a oltrepassare. E invece anche le imprese che fino a ieri andavano a mille, adesso si trovano di fronte a una crisi mondiale. Non sarà facile venirne fuori, anche se sono convinto che nella seconda metà dell’anno vedremo i primi segnali di ripresa».
Nel frattempo ci sarà però da affrontare una situazione, come dire, pericolosa per un possibile incremento di lavoratori disoccupati. «Anche la provincia di Vicenza è destinata a subire questa ondata di esuberi - osserva - e per questo le parti sociali dovranno approfondire il dialogo e il confronto. Lo scontro, in questa fase, non serve a nessuno. A livello politico dovranno essere approntati degli ammortizzatori sociali, destinati a chi ne ha veramente bisogno, per superare l’emergenza».Il problema è che ancora non si sa con precisione quanto durerà l’emergenza. «È la prima volta - ricorda Dal Lago - che le imprese mandano in ferie i dipendenti alla vigilia di Natale e fanno fare loro anche il lunghissimo ponte dell’Epifania prima di riaprire i battenti».
Ma li riapriranno davvero? Ecco, a questo punto il pessimismo della ragione del segretario della Uil lascia il posto a un ottimismo della volontà. «La rete delle piccole e medie imprese - afferma - saprà prendere al volo le occasioni che si presenteranno. Faranno più fatica le grandi imprese».E non è che che, con la nuova linea di Obama, il ventilato ritorno dell’economia di stato finirà col premiare i più grandi e penalizzare i più piccoli? «Non so se questo avverrà - conclude - ma i vicentini si sono sempre arrangiati. Ed è stata la loro fortuna».

lunedì 5 gennaio 2009

Case blindate

Caccia alle case chiuse, se le prostitute e i clienti fanno... bordello. Ecco la ricetta del sindaco di Verona, Flavio Tosi.

Fate buone azioni

PORTAFOGLIO

L’anno orribile
offre buone azioni in saldo

Marino Smiderle
Nessun “esperto” azzarda consigli per gli acquisti ma dopo la tempesta in Borsa potrebbe arrivare il sereno
Dopo quello che è successo l’anno scorso, difficile trovare qualche "esperto" disposto a dare consigli per gli acquisti. Visto che su queste pagine esperti non ce ne sono, difficile resistere alla tentazione di sbagliare. Per cui prendetele con le pinze ma ascoltate quelle che sono le spericolate attitudini di chi vuole affrontare il 2009 con l’obiettivo di guadagnare quanto basta per dimenticare le perdite rimediate negli ultimi 12 mesi.
TITOLI DI STATO
Il ritornello del momento, quello riservato all’investitore prudente, recita la favola dei titoli di stato. Motivo? Semplice, l’economia è ferma, le banche centrali dovranno ridurre ancora i tassi di riferimento (pure ai minimi da anni) e questo limerà ulteriormente i rendimenti delle obbligazioni pubbliche, con buone performance per chi le avrà acquistate per tempo. C’è però da tenere in considerazione un’altra eventualità. A causa dei sempre più rilevanti interventi dello stato salvatore, il debito pubblico di tutti i paesi sta assumendo dimensioni ragguardevoli (a cominciare dagli Stati Uniti, epicentro del terremoto finanziario) e per questo il mercato sarà invaso da nuove emissioni. E, accanto alle emissioni, gli stati batteranno anche moneta per rientrare, dando fuoco a qualche miccia che potrebbe portare a un’esplosione dell’inflazione. In questo caso i rendimenti tornerebbero a salire, si spera con la contemporanea ripresa dell’economia, e i prezzi a scendere, con perdite quindi ipotizzabili per coloro che hanno acquistato titoli di stato a tasso fisso e scadenze lunghe. Piccola avvertenza per i prudenti: associate le garanzie date dai titoli di stato con le scadenze brevi o optando per titoli a tasso variabile (Cct) attualmente bastonati dal mercato.
CORPORATE BOND
Il totale clima di sfiducia che circonda le imprese a portato a costi stellari il debito. In altre parole, le società che, anziché ricorrere al credito bancario, volessero optare per lo strumento obbligazionario e portare sul mercato nuove emissioni, si troverebbero a pagare spread mostruosi sui titoli di stato. Basta vedere quel che già succede per le obbligazioni già quotate per capire che le occasioni sono a portata di mano. Il tutto, ovviamente, tenendo conto del rischio che si corre. Un’obbligazione societaria, vale la pensa ricordarlo, è un debito che la società si impegna a restituire dietro il pagamento di periodici interessi (cedole). Se la società fallisce, il creditore-risparmiatore rimane senza soldi. Diventa quindi fondamentale operare delle scelte in virtù della solidità dell’emittente.
AZIONI
Il punto che l’emittente dell’obbligazione è spesso una società quotata in Borsa e quindi, rischio per rischio, tanto vale compare direttamente le azioni, considerato che in questo momento a piazza Affari trattano tutte a sconto. Il senso del ragionamento è semplice: se quello che mi spaventa è il rischio fallimento della società che mi propone il bond, ma se sono anche attratto dalla possibilità che attribuisco a questo nome (Fiat, Enel, Telecom, Unicredit e via elencando) di ripartire, molto probabilmente, a parità di rischio emittente, avrò un ritorno molto più consistente se mi sarò buttato direttamente sulle azioni. Tanto per fare degli esempi concreti, negli ultimi cinque anni il rapporto prezzo/utili di Enel è stato superiore a 10. Nell’ultimo anno da tregenda lo stesso rapporto prezzo/utile della stessa Enel è stato di poco superiore a 6. E stiamo parlando di un titolo-elefante, un titolo delle utilities e quindi anticiclico per eccellenza. Tra scegliere un bond che mi dà qualche punto in più del titolo di stato e l’azione che, in prospettiva, potrebbe tornare a livelli stellari con dividendi già dichiarati per i prossimi anni, il differenziale di rischio mi induce a preferire l’azione.
PREVISIONI
Come si può capire queste considerazioni sottintendono una visione ottimistica dei prossimi mesi. E, a dire la verità, è un po’ difficile essere ottimisti con le campane a morto che si odono per i mercati. Tuttavia, poiché la ripresa è prevista per il 2010, di fronte a un 2009 complicato per l’economia reale, non resta che puntare sull’effetto-anticipo che, da sempre, la Borsa produce sui mercati finanziari. Si spera che quello che doveva perdere l’abbia già perso.