martedì 31 marzo 2009

Giovani alla cloche

Per pilotare un elicottero bastano 17 anni e tanta buona volontà. Qui la storia del più giovane elicotterista del paese.

lunedì 30 marzo 2009

Un bastimento di bonds

PORTAFOGLIO

Un bastimento di obbligazioni societarie

Marino Smiderle
Nei primi tre mesi del 2009 sono piovuti sul mercato oltre 300 miliardi di titoli Ecco le regole per scegliere

C’è un segnale che arriva dal variegato mondo della finanza che induce all’ottimismo, o perlomeno che segnala una momentanea inversione di tendenza rispetto alla follia iconoclasta degli ultimi tempi. Se fino al dicembre scorso le obbligazioni societarie (corporate bond) erano considerate poco meno che carta straccia, a prescindere dal rating, nei primi tre mesi del 2009 sono piovuti sul mercato qualcosa come 321,7 miliardi di euro di titoli. E, quel che più conta, l’accoglienza è stata molto calda, visto che la clientela privata e istituzionale sta cominciando a guardare oltre la frontiera dello "zero-virgola" dei sicurissimi Bot.
IDIOSINCRASIA
Un passo indietro al dicembre 2009. I mercati finanziari sono in piena crisi, i risparmiatori cancellano dal loro vocabolario la parola rischio per affidarsi a una bussola con due lancette precise: liquidità e sicurezza. Succede un patatrac. Tutti si mettono a vendere a rotta di collo azioni e obbligazioni societarie (panic selling), convinti che il mondo intero sia sull’orlo del fallimento, per andare a riparare sotto il tetto sicuro (sicuro?) dei titoli di stato. Ovvia conseguenza della legge di domanda e offerta: i prezzi di azioni e obbligazioni societarie sono tracollati, quelli dei titoli di stato sono schizzati verso l’alto. Altra logica conseguenza: i rendimenti di Bot e Btp sono precipitati tremendamente vicini allo zero. E d’accordo che in periodi di incertezza conta soprattutto la sicurezza, ma se l’ultimo Bot a sei mesi rende poco più dello 0,6 per cento netto, che senso ha andare a mettere i soldi in questo materasso griffato Republic of Italy?
CORPORATE
A parere di chi scrive, ha poco senso accontentarsi di rendimenti marginali in cambio della sicurezza. Per carità, la sicurezza ha un valore immenso, specie in periodi di incertezza come questi. Ma a questo punto, tanto vale andare a mettere i soldi in quei conti corrente online che le banche remunerano molto generosamente dal momento che, a loro volta, hanno bisogno di liquidità che il mercato in questo momento fa loro pagare molto cara. E siccome sui conti corrente c’è la garanzia dello stato, sul fronte sicurezza stiamo a posto. In più, dopo il tragico errore commesso dagli Usa di lasciar fallire Lehman Brothers, con la tempesta che ne è seguita sui mercati mondiali, adesso par di capire che sulle banche e sulle società più importanti l’intenzione degli stati sia quella di impegnarsi, se del caso direttamente, per evitare ulteriori sconquassi. Ecco perché gli investitori hanno cominciato a guardare con un occhio di riguardo le realtà con almeno una A nel proprio rating (investment grade), costrette a offrire obbligazioni che rendono 2 o 3 punti in più dei titoli di stato.
NUMERI & NOMI
Come detto, nei primi tre mesi dell’anno oltre 320 miliardi di corporate bond sono stati offerti a una clientela alla ricerca dell’ircocervo, vale a dire l’unione tra sicurezza e rendimento decente. Tra i nomi più importanti, da segnalare le società farmaceutiche Roche e Pfizer, che guidano la classifica con 30 e 13,4 miliardi, seguite dal colosso dell’energia ConocoPhillips (6 miliardi) e dal gigante americano delle telecomunicazioni At&t (5,4 miliardi). C’è una buona scelta anche sul mercato secondario italiano, specie nel settore dell’energia (A2a, Hera, Edison), dove presto prenderà quota l’aumento di capitale Enel di cui saranno resi noti i dettagli più avanti. Il succo del discorso è: tra un Bot che rende lo "zero-virgola" e un’obbligazione societaria di buon nome che rende il 4 per cento, si comincia a optare per la seconda.
SCADENZE & ALTERNATIVE
Due avvertenze operative: occhio alla scadenza e alle possibili scelte alternative. Chi decide di optare per questi bond farebbe bene a orientarsi verso le emissioni a scadenza più breve possibile (3-4 anni), per evitare di assumersi un rischio-tasso eccessivo. Il rischio inflazione degli anni futuri potrebbe erodere i guadagni garantiti da obbligazioni troppo "lunghe". Chi invece è disposto a puntare sul lungo periodo, piuttosto che comprare le obbligazioni della società X o Y, potrebbe valutare l’ipotesi di acquistarne direttamente le azioni. Il rischio-fallimento è più o meno identico, ma nel lungo periodo, si spera, le azioni correranno di più.

Un paradiso d'inferno

MADAGASCAR. Nel paradiso della natura la politica va all'inferno

IL SINDACO
RAGAZZINO FA IL GOLPE

Marino Smiderle
Un ex dj di appena 34 anni organizza un colpo di stato che sconcerta l’intera comunità internazionale

Ci sono posti su questa terra così incantevoli da diventare tragici, quasi i loro abitanti dovessero pagare una sorta di pena del contrappasso. Siete stati così fortunati da capitare in una sorta di eden terrestre? Bene, pagate il fio di questa fortuna con una povertà assoluta e con un sistema politico da operetta. È il caso del Madagascar, incantevole isola grande due volte la Gran Bretagna e popolata da una ventina di milioni di persone, adagiata docilmente davanti al Mozambico, nell’oceano Indiano. Andry Rajoelina, 34 anni, ex dj, sindaco della capitale Antanarivo, al termine di un duro scontro politico col presidente del Madagascar, Marc Ravalomanana, è riuscito nell’intento, non si è ancora capito bene come, di deporre il rivale e di assumere le redini dell’intero paese.
Che si tratti di un colpo di stato, sono in pochi a dubitarlo. Tra questi, la Corte costituzionale del Madagascar che si è affrettata a trasferire il potere presidenziale a Rajoelina con un’unica condizione: indire le elezioni entro un massimo di 24 mesi.
Per riassumere in poche righe quel che è accaduto basta leggere l’attacco dell’articolo che The Economist ha dedicato alla vicenda. «Se è stato un colpo di stato - scrive il settimanale britannico - è stato un colpo di stato davvero strano. Il 17 marzo, poche ore dopo aver dichiarato che avrebbe combattuto fino alla morte piuttosto che dimettersi dalla carica di presidente del Madagascar, Marc Ravalomanana ha annunciato che avrebbe fatto un passo indietro, trasferendo tutto il potere a un triumvirato militare. Ma il medesimo trio, fino ad allora fedele al presidente, sono stati convinti (dopo essere stati arrestati) di passare il potere ad Andry Rajoelina, il popolare giovane sindaco di Antanarivo, con il quale il presidente era in guerra da qualche mese. Sembra che per ottenere questo passaggio non sia stato necessario sparare un solo colpo».
La reazione della comunità internazionale è stata unanime, anche se al di là delle prese di posizioni ufficiali contro la presa del potere di Rajoelina si celano interessi diversi. «L’arrivo al potere in Madagascar di Andry Rajoelina - ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy - è un colpo di stato ed è necessario che si svolgano il più presto possibile nuove elezioni». «Mi dispiaccio molto per le evoluzioni in Madagascar - ha proseguito Sarkozy -. Io chiedo che si tengano elezioni il più presto possibile, perché è il solo modo per uscire dall’imbroglio».
Eppure qualcuno sostiene che la Francia, il cui interesse per l’isola è dovuto alla presenza in Madagascar di circa 20 mila transalpini, avesse il dente avvelenato nei confronti di Ravalomanana, reo di aver cercato di favorire i rapporti con i paesi anglosassoni per bilanciare la dipendenza economica malgascia. La maggioranza della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e il programma di aiuti che arrivano dall’estero è vitale per il paese.
La reazione più dura alla presa del potere dell’ex dj, guarda caso, arriva proprio dagli Stati Uniti, che hanno bollato come golpe l’azione del sindaco di Antanarivo e hanno già annunciato il blocco di tutti gli aiuti no

sabato 28 marzo 2009

007

Lo 007 artigiano che vuole sconfiggere la concorrenza sleale dei "colleghi" cinesi.

Finding that song

Volevo ringraziare Michael Krikorian per questo splendido articolo sul New York Times. Storia di un accoltellamento, di una canzone (una versione straordinaria di Just a little lovin' eseguita da Sarah Vaughan), di internet e di vita. Una grande storia.

venerdì 27 marzo 2009

Azioni utili

BANCHE. Il cda ha approvato ieri il bilancio. Tiene l’utile consolidato, crescono raccolta e impieghi. Tier 1 al 7,3%
La Bpvi combatte la crisi e dà il dividendo in azioni
Zonin: «Risultati in crescita» Per mantenere gli impegni con pmi e famiglie viene rafforzato il patrimonio

La sede della Banca Popolare di Vicenza in via Framarin
Marino Smiderle
VICENZA
In uno dei momenti più difficili per l’economia mondiale, la Banca Popolare di Vicenza riesce comunque a sfornare un bilancio positivo. A partire dalla capogruppo, che vede volare l’utile netto a quota 151 milioni, con una crescita del 37,2 per cento rispetto all’esercizio precedente. Ed è soprattutto grazie ai risultati ottenuti dalla capogruppo se l’utile netto consolidato chiude a 108,7 milioni, in leggera flessione rispetto ai 113,7 milioni del 2007.
«Siamo soddisfatti - afferma il presidente Gianni Zonin in una nota diffusa ieri dopo l’approvazione del bilancio da parte del consiglio di amministrazione - di aver presentato ancora una volta, e nonostante la crisi economico-finanziaria in atto, risultati in crescita rispetto all'esercizio precedente. Dati come questi autorizzano ad essere soddisfatti e fiduciosi. Nel 2008 il nostro istituto di credito, coerentemente alla sua vocazione di banca popolare legata al territorio, ha ulteriormente intensificato gli sforzi a sostegno di famiglie e imprese. Gli impieghi sono aumentati infatti di 1,8 miliardi di euro e quest'anno il budget prevede un'ulteriore significativa crescita».
Ed è proprio in virtù di questa crescita prevista degli impieghi (2 miliardi in più per le pmi per la sola Popolare di Vicenza e 2,5 miliardi a livello di gruppo) che il prossimo 25 aprile verrà proposta all’assemblea una distribuzione del dividendo per la massima parte in azioni. Per la precisione: l’importo del dividendo sale del 15 per cento, passando da 1 a 1,15 euro. Il 12,5 per cento sarà corrisposto in contanti e il resto in azioni già in portafoglio dell’istituto.
«Questo - si legge nella nota - consentirà di migliorare ulteriormente i ratios patrimoniali della Popolare di Vicenza, permettendo così di incrementare gli impieghi alle famiglie e alle aziende, in particolare alle piccole e medie imprese. Questa operazione non prevede nessun aumento gratuito di capitale e non comporta quindi nessun effetto diluitivo per gli azionisti».Guardando agli altri numeri, la raccolta diretta consolidata supera i 21 miliardi (+13,4 per cento) mentre quella indiretta, influenzata dal calo dei valori di mercato, scende a 15,9 miliardi (-14,3 per cento). In crescita gli impieghi, che sfiorano i 23 miliardi (+9 per cento). Il rapporto tra sofferenze e impieghi cala all’1,38 per cento.Particolare importanza, nelle attuali condizioni del mercato, rivestono gli aspetti patrimoniali del bilancio. «Il total capital ratio è salito all'11,4 per cento mentre il core tier 1 e il tier 1 capital sono aumentati entrambi al 7,3 per cento, a testimonianza della solidità patrimoniale del gruppo».Un’ultima annotazione riguarda le componenti straordinarie dell’utile della banca, influenzate in maniera positiva dalla plusvalenza relativa alla cessione della partecipazione in Linea.
«Il saldo delle componenti non riferibili alla sfera della gestione caratteristica - spiega la nota - in particolare la plusvalenza derivante dalla cessione della quota detenuta in Linea spa, è pari a circa 72 milioni prima delle imposte e consentirà un ulteriore rafforzamento della dotazione patrimoniale del gruppo».

lunedì 23 marzo 2009

Cura disintossicante

PORTAFOGLI

Questi signori
devono tirarci fuori dai guai


Marino Smiderle
Tim Geithner è stato scelto da Obama per preparare il piano che salverà le banche Lo presenta oggi. Auguri

La cosa che fa imbestialire di più gli americani (e non solo gli americani) in questo momento è che per rilanciare l’economia occorra partire dalla finanza. Ricapitolando: questo disastro epocale, che sta spazzando via milioni di posti di lavoro in giro per il mondo, è stato provocato dagli avidi imperatori di Wall Street e adesso lo stato è costretto ad affidare un bel pacco di miliardi di dollari a questi stessi distruttori di ricchezza perché tornino a fare i muratori e costruiscano le nuove fondamenta dell’economia globale. Poi succede che ai grandi manager di Aig, la compagnia di assicurazione più importante del globo, salvata dal collasso da 170 miliardi di dollari gentilmente offerti dal contribuente Usa, venga riconosciuto un bonus di 165 milioni di dollari per l’ottimo lavoro svolto e ci manca poco che la gente comune prenda i forconi per inseguire queste facce di tolla.
CONSEGUENZE GLOBALI
Queste amenità da leggere sotto l’ombrellone sarebbero anche divertenti se non fosse che il conto lo paghiamo anche noi, risparmiatori di una delle tante province dell’impero, una delle meno virtuose, peraltro, e se non fosse che dal provvedimento che verrà illustrato oggi dal segretario al Tesoro Usa, quel Timothy Geithner accusato di non aver saputo prevenire lo scandalo dei bonus, potrebbero venire effetti più che positivi per le Borse di tutto il mondo e, più avanti, pure per l’economia reale.
TITOLI TOSSICI
Fu proprio Geithner, diverse settimane fa, a preannunciare un piano del governo per affrontare la questione dei titoli cosiddetti tossici che ingolfavano, e ingolfano, il bilancio delle più grandi banche del paese e che provocano un effetto di blocco sulla catena della circolazione del denaro. Fu troppo vago e le Borse crollarono subito dopo. Oggi arriveranno i dettagli e, dalle anticipazioni fornite dal Wall Street Journal, potrebbero contribuire a ridare un minimo di fiducia e, di conseguenza, rianimare prima le Borse e poi la ripresa dell’economia reale. Quello che è successo lo sappiamo: negli anni passati gli ingegneri finanziari si sono inventati nuove diavolerie finanziarie, capaci di portare su dei titoli speciali (asset backed securities) i rischi, tra gli altri, dei mutui. Questi titoli sono diventati un boomerang mortale quando è esplosa la bolla dell’edilizia, che ha fatto sprofondare le quotazioni delle abitazioni e, quindi, dei titoli stessi. Nel mercato si è diffuso il panico, nessuno voleva più comprare quei titoli, anzi, tutti volevano venderli per fare cassa, i prezzi sono andati sotto zero (anche se non è detto che a scadenza questi titoli non vengano rimborsati) e le banche sono finite in profondo rosso. Così profondo da renderle di fatto insolventi e costringere il governo a soccorrerle con i primi finanziamenti pubblici.
IL PIANO DI GEITHNER
Cosa vuole fare il ministro del Tesoro Usa? Semplice, vuole estrarre dai bilanci delle banche quei titoli perché altrimenti, gravate da questo rischio strutturale, le stesse banche non possono prendersi altri rischi. E quindi non possono prestare soldi alle imprese, condannando l’economia ad avvitarsi su se stessa e finire ai livelli della grande depressione. Oggi Geithner varerà un mega piano pubblico-privato, che prevede la costituzione di società di investimento, a cui lo stato darà garanzie e tassi agevolati, pronte a investire su questi titoli. Verrà fatta una sorta di asta per il prezzo, sempre con lo stato pronto a monitorare e, alla fine, potranno essere estratti dai bilanci bancari fino a un massimo di mille miliardi di dollari di assets tossici. In questo modo gli istituti di credito torneranno a prestare denaro e l’economia, se tutto va bene, si rimetterà faticosamente in moto.
STRATEGIA
Inutile dire che, se il tentativo avrà successo (non è un "se" di poco conto), chi nelle settimane passate ha avuto il fegato di investire in titoli bancari potrebbe guadagnare parecchio. E ci sarebbe molto spazio, per le banche, per recuperare il terreno perduto nell’ultimo anno. E, comunque, tutta la Borsa, che ha le antenne per registrare il futuro, potrebbe ripartire a palla in vista di una ripresa dell’economia reale che a questo punto potrebbe arrivare già a fine anno. Non è il caso di ipotizzare cosa succederebbe se invece andasse male.

Nostalgia canaglia

IRAN & STATI UNITI. Prove tecniche di disgelo dopo decenni di tensione

Teheran
riammessa
in società

Marino Smiderle
Il messaggio di apertura mandato da Obama agli ayatollah riapre i giochi in tutto il Medio Oriente

L’America di Obama si trova in guerra su tre fronti: Afghanistan, dove sta andando sempre peggio; Iraq, dove sta andando sempre meglio; l’economia, dove non si sa come e quando finirà. Non voleva certo andare avanti anche su un quarto fronte, forse il più pericoloso, forse anche il più probabile: l’Iran. E per questo, in occasione del Nowruz, la festa del Nuovo Anno secondo l'antico calendario persiano, il presidente Usa ha mandato un messaggio dai toni più che concilianti al popolo iraniano e, in particolare, ai capi di quello che Bush e i neocon consideravano, e considerano, uno stato canaglia. Piccola curiosità: Nowruz non è una festa islamica, ed è sempre stato tollerato a fatica dalla dirigenza della Repubblica islamica dell'Iran.
«In particolare vorrei parlare direttamente al popolo e ai leader della Repubblica islamica dell'Iran - ha detto Obama in un videomessaggio in inglese, sottotitolato in parsi e pubblicato, tra gli altri giornali, anche da Repubblica -. Nowruz è solo una parte della vostra grande e celebrata cultura. Durante molti secoli la vostra arte, la musica, la letteratura e l'innovazione hanno creato un mondo migliore e più bello. Qui negli Stati Uniti la nostra comunità è stata favorita dal contributo degli Iraniano-Americani: sappiamo che voi siete una grande civiltà, e i vostri risultati hanno guadagnato il rispetto degli Stati Uniti e del mondo. Per quasi tre decenni le relazioni fra i nostri due paesi sono state tese, ma durante questa festa ci viene ricordato del comune destino che ci tiene legati insieme. Voi celebrerete il vostro Nuovo Anno nello stesso modo in cui noi americani ricordiamo le nostre feste, radunandosi in famiglia e con gli amici, scambiandosi doni e racconti, guardando al futuro con un rinnovato senso di speranza».
«Queste celebrazioni - ha proseguito - custodiscono la promessa di un nuovo giorno, di nuove opportunità per i nostri figli, di sicurezza per le nostre famiglie, progresso per le nostre comunità e pace tra le nazioni. Sono speranze condivise, sono sogni comuni. Per questo in questa stagioni di nuovi inizi vorrei parlare chiaramente ai leader iraniani. Tra di noi esistono serie divergenze che si sono accresciute col tempo. La mia amministrazione si è impegnata a una diplomazia che risponda a tutte le questioni aperte tra di noi, per costruire legami costruttivi fra gli Stati Uniti, l'Iran e la comunità internazionale. Questo processo non andrà avanti fra minacce. Noi vogliamo invece un impegno che sia onesto e fondato sul rispetto reciproco. Voi avete una scelta. Gli Stati Uniti vogliono che la Repubblica islamica dell'Iran assuma il suo giusto posto nella comunità delle nazioni. Voi avete quel diritto - ma questo comporta anche delle responsabilità - e quel posto non può essere conquistato attraverso l'uso delle armi o del terrorismo, ma piuttosto con azioni pacifiche che dimostrino la vera grandezza del popolo e della civiltà iraniana. La misura di questa grandezza non è quella di distruggere, è la vostra consolidata capacità di costruire e di creare».
Nell’ultima campagna elettorale americana il candidato repubblicano, John McCain, si era fatto sorprendere mentre faceva il verso a un jingle popolare con le parole Bomb-Bomb-Iran, quasi a voler invitare a far parlare le armi anche a Teheran, visti i pericolosi progressi fatti nella tecnologia nucleare da quel paese. Obama ha deciso di intraprendere la strada opposta, quella del dialogo, della diplomazia. Una scelta dettata non solo da quello che in Italia chiameremmo buonismo, ma anche dall’interesse di sistemare alcune questioni spinose nel quadro mediorientale, coinvolgendo quella che, piaccia o non piaccia, in quella zona è una potenza. Tra pochi mesi in Iran ci saranno le elezioni presidenziali e qualcuno potrebbe vedere questa profferta di Obama come un tentativo di indurre gli elettori a scelte riformiste. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad è impresentabile e le sue teorie negazioniste sull’olocausto sono inaccettabili. Ma il muro contro muro degli ultimi decenni non ha portato a nulla di buono. Eppure non tutti sono convinti che quella di Obama sia una buona idea.
I dissidenti, per esempio, bocciano Obama. «Ahmad Batebi è un'icona della dissidenza iraniana - scrive Andrea Nicastro sul Corriere della sera -. La sua faccia da ragazzo sfrontato sulla copertina di un Economist di dieci anni fa gli costò anni di carcere. Mostrava il sangue della repressione delle proteste studentesche. Venne torturato, rischiò di morire, ma niente ha cambiato il suo istinto ribelle. Oggi è a Washington, rifugiato politico dopo una rocambolesca fuga attraverso le grotte al confine tra Iran e Iraq».
Le dichiarazioni rilasciate da Batebi al Corriere non lasciano spazio a dubbi: «È un errore - dice -. Gli ayatollah si sentiranno più forti, avranno ancora meno scrupoli a picchiare e manipolare le schede alle elezioni presidenziali di giugno. Barack Obama ha dato l'impressione di voler barattare i diritti umani degli iraniani con il business e la protezione dall'atomica sciita. L'Iran sta per fare la stessa fine della Libia: rinunciando al suo programma nucleare il colonnello Gheddafi ha salvato se stesso e condannato il suo popolo alla dittatura. Washington vuol ripetere quel giochetto con gli iraniani? Per favore, non siamo in vendita».
La prima risposta ufficiale a Obama arrivata dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, non è però delle più entusiaste. «Non abbiamo nessuna esperienza della nuova amministrazione e del presidente Usa - ha detto prudente Khamenei -. Osserveremo e giudicheremo. Cambiate e il nostro atteggiamento cambierà. Se voi non cambierete atteggiamento, sappiate che il nostro popolo si è rafforzato, è diventato più forte in questi ultimi trent’anni».

domenica 22 marzo 2009

Consigli per la ripresa

LA RICETTA. Presentata l’iniziativa che la Banca Popolare di Vicenza ha studiato con commercialisti e associazioni di categoria per fare consulenza alle pmi

Bpvi dà 50 milioni di consigli
Il progetto “Impresa 2009” offre finanziamenti a tasso agevolato per predisporre i piani industriali del futuro

Marino Smiderle
VICENZA
La Banca Popolare di Vicenza il credito ce l’ha messo, eccome. Due miliardi di incremento solo per la capogruppo, tanto per cominciare, non sono bruscolini. «E nei primi due mesi di quest’anno abbiamo già sforato il budget», rivela il direttore generale, Samuele Sorato. Ma alle pmi vicentine serviva dell’altro. «È capitato spesso - continua Sorato - che al momento di presentare un piano industriale o un budget, le piccole imprese si dimostrassero carenti, impreparate. Per questo la Popolare di Vicenza ha pensato di proporre a tutte le associazioni di categoria l’iniziativa "Impresa 2009"».
Ieri, nella sala Consiglio della sede Bpvi in via Framarin, c’erano tutti i rappresentanti delle categorie per firmare questo protocollo d’intesa che non è certo aria fritta, visto che mette sul piatto 50 milioni di euro per finanziare, a condizioni agevolate (100-140 punti base di spread), «attività di consulenza, programmi di investimento in beni materiali e immateriali e progetti di ristrutturazione aziendale».
A presentare i dettagli tecnici dell’iniziativa, che vede come partner di Bpvi l’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Vicenza, Bain & Company, Icm Advisors e lo Studio legale Cappelletto, è stato Emanuele Giustini, vicedirettore generale dell’istituto di credito vicentino. «In poco più di tre mesi - ha spiegato - abbiamo concordato con le associazioni di categorie un piano davvero interessante. La banca è un po’ il pivot dell’iniziativa, che poi è cresciuta grazie al contributo di tutti». Gli sponsor sono stati Confindustria, Apindustria, Assoartigiani, Cna, Coldiretti, Confartigianato e Confcommercio, vale a dire le associazioni che ieri hanno firmato il protocollo d’intesa e che adesso sono pronte a indirizzare i finanziamenti verso le pmi che ne faranno richiesta e che avranno le caratteristiche idonee.
Questi 50 milioni stanziati da Bpvi serviranno, in pratica, a dare ai clienti che ne faranno richiesta un servizio di consulenza di prim’ordine, fornito da professionisti di vaglia o dal commercialista di fiducia a patto che vengano soddisfatte alcune condizioni di trasparenza e di obblighi di comunicazione. «I servizi riguardano tre aree di intervento - ha specificato Giustini - considerate strategiche per la vita dell’impresa. Prima: marketing e asset intangibili, per la valutazione del patrimonio immateriale e l’identificazioni delle opportunità di sviluppo nel marketing. Seconda: situazione finanziaria, per analizzare la struttura dell’azienda e adottare eventuali opzioni d’intervento. Terza: modello di business e riassetto industriali, per valutare lo stato di salute e individuare possibili piani di rilancio».
Il finanziamento sarà a tasso agevolato e di medio termine, dettaglio questo molto importante per le imprese alle prese con tensioni sulla liquidità. I rappresentanti delle associazioni di categoria vicentine hanno espresso un giudizio positivo unanime di fronte a questo approccio originale alla crisi. Originale perché, anziché limitarsi a dare credito, mette sul piatto un’idea di riforma del rapporto tra banca e impresa che, da queste parti, è sempre stato carente dal lato informativo.
«Lo sforzo fatto dalla Popolare di Vicenza - ha detto Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza - va nella giusta direzione. Credo che le nostre aziende abbiano bisogno di più trasparenza nel rapporto con le banche, e viceversa. Aver la possibilità di sfruttare dei finanziamenti per la consulenza è un passo importante, specie in tempi difficili come quello che stiamo vivendo adesso».
Sulla stessa lunghezza Giuseppe Sbalchiero, presidente di Confartigianato Vicenza («Per le imprese artigiane essere accompagnate nella crescita è fondamentale»), Andrea Gallo, direttore di Confcommercio («Un’iniezione di ottimismo»), Francesco Pigato, direttore Cna («Più medici ci sono al capezzale di questa crisi e meglio è») e Diego Meggiolaro, presidente di Coldiretti («Anche il settore primario attraversa un momento difficile»).
Filippo De Marchi, presidente di Apindustria Vicenza, ha puntato l’indice su Basilea 2. «Il merito di questo accordo - ha sottolineato - è quello di superare i criteri di Basilea 2 e di andare a vedere dentro ai bilanci, dentro alle aziende. Per noi è davvero un passo avanti».
Un ruolo decisivo, di raccordo tra impresa e banca, lo recitano i professionisti. Per questo Athos Santolin, presidente dell'Ordine dei commercialisti di Vicenza, ha accolto con soddisfazione quella che ritiene una vera svolta. «I problemi delle nostre imprese - ha spiegato - risiede proprio nella sfiducia cronica tra pmi e banche. Questo aspetto è aggravato dalla sottocapitalizzazione delle imprese e dal basso valore aggiunto delle merci prodotte. Credo che questa iniziativa avviata da Bpvi possa dare un contributo importante».


ANTICIPAZIONE
La prossima settimana la Banca Popolare di Vicenza toglierà il velo al bilancio del 2008, ma dal sorriso sfoggiato ieri dal direttore generale, Samuele Sorato, si intuiva che i numeri daranno più di qualche soddisfazione ai soci.
«Il documento sarà esaminato martedì dal consiglio di amministrazione - dribbla Sorato - ma posso anticipare che i risultati sono stati positivi».
Il problema è che l’avvio di questo 2009 potrebbe riservare brutte sorprese. «In realtà - afferma il direttore generale - io spererei di riuscire a presentare all’assemblea dei soci fissata per il prossimo 25 aprile anche la trimestrale. Dai primi riscontri, gennaio e febbraio sono andati piuttosto bene».

sabato 21 marzo 2009

Giornali tossici

Chi leggerà in tempo reale questo post e che è in grado di masticare i fondamentali dell'economia, capirà che il futuro dei giornali ancora stampati su carta è segnato (purtroppo, perché adoro l'aroma inebriante diffuso da quelle pagine magiche).
Succede che questa mattina, appena svegliato, clicco sul Blackberry per vedere la posta e apro per curiosità la mail che mi spedisce fresco (non di stampa) il New York Times sullo schermo. Guardo la prima notizia, Toxic Asset Plan Foresees Big Subsidies for Investors, e intuisco che potrebbe essere decisiva per l'andamento dei mercati finanziari mondiali e pure per dare uno scossone in vista della ripresa globale.
Faccio colazione e, come ogni sabato, mi fiondo in edicola a prendere quattro o cinque quotidiani, i soliti. Li sfoglio, sono ben fatti, come sempre, ma non hanno, non possono avere, la notizia del giorno. In una parola, sono già vecchi. Torno a casa e, se voglio sapere qualcosa di più, devo saltare da un sito all'altro. I giornali di carta sono lì, intonsi, forse li sfoglierò più tardi, con la consapevolezza di avere a che fare con pezzi di storia e non di cronaca.
Dura fare il giornalista, di questi tempi.

venerdì 20 marzo 2009

Tetti integrati

Qui la scuola ha un tetto sicuro: gli alunni extracomunitari non possono superare il terzo del totale.

Metabolismi bancari

BANCHE. Sono stati presentati ieri a Montebelluna i dati del bilancio 2008 che chiude con l’utile netto in crescita del 25 per cento

Veneto Banca digerisce la crisi
Consoli: «I numeri indicano che il credito alle pmi è aumentato di oltre il 15% Dall’est solo dati positivi»

Marino Smiderle
INVIATO A MONTEBELLUNA
Crisi? Se la matematica non è un’opinione, basta leggere un paio di righe dello stringato schema contabile illustrato da Vincenzo Consoli, amministratore delegato del gruppo Veneto Banca, per far apparire bizzarra la domanda. Alla voce "utile netto 2008" si trova un numerino significativo, pari a 116,5 milioni euro, in crescita del 25,6 per cento rispetto ai 92,8 milioni del 31 dicembre 2007.
Non c’è solo l’utile a sbellettare il bilancio dell’istituto di credito di Montebelluna. I crediti alla clientela, un calderone che va dai mutui ai privati ai prestiti concessi alle pmi, passa da 14,2 a 16,36 miliardi, con un aumento del 15,2 per cento («E l’aumento riguarda nella massima parte i prestiti alle piccole e medie imprese», sottolinea Consoli). Passando dall’altra parte, pure la raccolta diretta fa un balzo superiore al 15 per cento, passando da 14 a 16,25 miliardi. Unico segno meno lo troviamo nell’andamento della raccolta indiretta, scesa del 10,3 per cento da 10,78 a 9,67 miliardi.
Raccolta indiretta vuol dire anche azioni, ed è ovvio che la bufera che si è abbattuta sui listini nella seconda parte dell’anno ha contribuito in misura determinante ad abbattere la valorizzazione dei patrimoni. Ed è questa la traccia più evidente lasciata dalla crisi finanziaria globale su un bilancio che, per tutto il resto, pare davvero da tempi di vacche grasse.
Dove sta il mistero? «Nessun mistero - rispondono presidente e vice di Veneto Banca, Flavio Trinca e Franco Antiga -. La crisi c’è e le imprese la sentono, su questo non c’è dubbio. Però credo che ci siano state delle esagerazioni. La nostra è una banca solida e questi numeri lo dimostrano».
Il bilancio scintillante esce proprio mentre è in corso l’ispezione di routine di Banca d’Italia che, complici i tempi particolari, sta passando al setaccio tutti i possibili punti a rischio di un gruppo che, sotto la guida operativa di Consoli, negli ultimi anni si è sviluppato in maniera impressionante, tanto che oggi, tra Italia ed estero, è arrivato a detenere 416 sportelli. Sotto la lente degli ispettori ci sono, in particolare, le attività nell’Europa dell’est (Romania e Moldavia) e nei Balcani (Croazia e Albania), oltre alle ultime acquisizioni (Carifac e Banca Apulia). Un’ispeazione che, comunque, non preoccupa Vincenzo Consoli.
«Per quel che riguarda le nostre banche all’estero - afferma l’amministratore delegato - posso solo ricordare che, a fronte di 169,2 milioni di capitale investito, quest’anno hanno prodotto guadagni per 27,8 milioni. Quanto ai crediti erogati, il totale è arrivato a quota 1,26 miliardi, pari al 7,7 per cento del totale del gruppo. E poi si tratta di operazioni interamente garantite o da cash collateral o da ipoteche dal valore doppio dell’importo erogato. Risultato: all’est le nostre controllate hanno un indice di sofferenze pari allo 0,10 per cento».
Crede molto nello sviluppo all’estero, Consoli. «Le prospettive di crescita futura - dice convinto - sono qui, anche per le imprese italiane e nordestine». È chiaro però che il core business sta proprio in Veneto. E gli industriali veneti si lamentano che dalle banche sia arrivata una stretta paurosa. Consoli risponde come hanno risposto tutti i banchieri: «Non è vero».
Non è vero, secondo Consoli, perché i numeri di Veneto Banca sono lì a dimostrare il contrario, «anche in questi primi due mesi del 2009, nel corso dei quali l’erogazione è salita del 2 per cento». «E poi - aggiunge - bisogna ricordare che è anche nostro interesse dare il credito alle pmi, sennò come lo facciamo l’utile di bilancio?».
In questi tempi di vacche magrissime, dall’utile di Veneto Banca sarà possibile tirar fuori il dividendo per i 30.700 soci e sarà lo stesso dell’anno scorso, pari a 0,60 euro. «Con l’incremento di valore dell’azione che sarà stabilito dal cda - anticipa Consoli - sarà possibile garantire ai soci un rendimento complessivo del 6 per cento».
Insomma, qui a Montebelluna pare che la crisi sia rimasta fuori dalla porta di Veneto Banca. Che nel frattempo ha badato a tenere sopra i livelli di guardia gli indici patrimoniali (il core è al 7,11 per cento, il Tier 1 all’8,2 e il total risk all’11,9) per rafforzare le fondamenta in vista di possibili tempeste.
Ma la crisi c’è e lo sa bene Consoli che, pur invitando tutti ad abbassare i toni, si dice preoccupato più della durata che dell’intensità. «Qui siamo pronti a sopportare di tutto - riassume - l’importante è che non duri troppo a lungo».

Silicio berico

RICERCA&INNOVAZIONE. Presentato a Sat Expo a Roma. Gli esperimenti di Open-Sky in contrà S. Biagio

C’è il primo canale in 3D nella Silicon Valley berica

Dalla Chiara: «Con i nuovi televisori sarà possibile vedere le partite e i film in 3 dimensioni già a ottobre»

Marino Smiderle
VICENZA
La Silicon Valley in salsa berica è racchiusa in un laboratorio ben mimetizzato in contrà San Biagio, a Vicenza. Da mesi alcuni tecnici specializzati di Open-Sky, la società, guidata da Paolo Dalla Chiara, partner di Eutelsat, stanno portando avanti un progetto che dovrebbe rivoluzionare il modo di fare e guardare la tv. Sissignori, a contrà San Biagio gli esperimenti sono ormai finiti e tra breve sarà possibile ammirare il primo canale televisivo satellitare che trasmette in 3D. Si chiama 3D Sat Tv ed è stata presentata per la prima volta a Roma, in occasione dell’apertura di Sat Expo.
«Grazie alle tecnologie che stiamo sperimentando ed incrementando e con i nuovi televisori che saranno messi sul mercato tra settembre e ottobre e presentati ora a Sat Expo - spiega Dalla Chiara, presidente di Sat Expo - sarà possibile vedere il film o la partita in tre dimensioni. E tutto questo da casa. Basterà attrezzarsi di una tv alta definizione e di un decoder e il gioco è fatto».
Chi ha visto i primi programmi sperimentali assicura che è veramente un’altra cosa, un nuovo modo di partecipare, quasi di interagire, col programma a cui si sta assistendo. Tanto che diversi teatri si stanno già attrezzando per poter essere pronti a trasmettere con la tecnologia sperimentata da Open-Sky. «Da aprile-maggio partiranno i test per i live in 3D - continua il presidente di Sat Expo - ed eventi come il concerto di Elton John, trasmesso di recente live in 2D, saranno in un vicino futuro trasmessi in 3D».
E gli sperimenti condotti a Vicenza saranno la materia prima più succulenta da sorbire durante questa edizione di Sat Expo. Particolare attenzione verrà data infatti al settore del broadcasting e la grande novità di quest'anno sarà proprio la trasmissione, al cinema e in tv, di eventi dal vivo in 3D stereo e in alta definizione. «In Fiera - dicono gli organizzatori - sarà possibile assistere alle riprese in 3D-HD stereo di un gruppo musicale che si esibirà su un set realizzato per l'occasione. Si tratterà di un vero e proprio concerto che riprodurrà integralmente le condizioni di un evento live. Dalla regia posizionata nel padiglione espositivo, i contenuti saranno trasmessi sul satellite con la tecnologia messa in campo da Open-sky. Per questa dimostrazione verrà utilizzato il satellite Atlantic bird 3 di Eutelsat e i contenuti saranno ricevuti poi nel vicino padiglione conferenze, dove si completerà l'ultimo anello della filiera ovvero la proiezione tridimensionale in una sala cinematografica, attrezzata per questo evento esclusivo e accessibile al pubblico. Gli spettatori di questo particolare cinema potranno godere delle spettacolari immagini in 3D-HD tramite un sistema di proiezione stereoscopico».
«Questo evento - spiega Dalla Chiara - rappresenta a tutti gli effetti un'anteprima dei servizi "Eventi live 3D" che il consorzio 3D Stereoscopic Group offrirà sul mercato. Una nuova società che racchiude l'innovazione e l'avanguardia tecnologica dell'infrastruttura satellitare di Eutelsat (il maggior operatore europeo), l'expertise di un'azienda altamente specializzata nella trasmissione di contenuti digitali via satellite come Open-sky e le specifiche capacità di ripresa e di post produzione tridimensionali di eventi messe in campo da Dbw Communication, anche per live complessi come quelli sportivi e musicali».
Ma la vera rivoluzione è la trasmissione di "3D Sat tv", operazione senza precedenti in Europa e gestita da Open-Sky, che ha approntato la prima piattaforma sperimentale 3D TV al Teleporto delle Alpi di Vicenza. Il futuro, insomma, è progettato a Vicenza. Mai come in questo caso l’innovazione diventa un grimaldello per scardinare la crisi.

lunedì 16 marzo 2009

Bot leggeri

PORTAFOGLIO

Laleggerezza insostenibile dei tassi dei Bot

Marino Smiderle

Nessuno è più disposto a rischiare e la ricerca di investimenti sicuri offre molte altre opportunità
C’è ancora un motivo valido per investire in Bot e, più in generale, in titoli di stato? La domanda è meno stupida di quello che possa sembrare (da quando è esplosa la crisi siamo diventati tutti Bot-people), specie se si considera dove sono arrivati i rendimenti. All’ultima asta, supponendo l’applicazione massima da parte delle banche (cosa che avviene per tutti gli importi piccoli), i Bot a 3 mesi porteranno nel portafogli del "fortunato" acquirente la bellezza dello 0,56 per cento su base annua. Per i più coraggiosi che hanno deciso di puntare sulla scadenza annuale, il tasso netto finale sale fino allo 0,85 per cento netto.
VALORI ASSOLUTI
Certo, a parlare di percentuali si intuisce che il guadagno dei risparmiatori è infimo. Ma se si mettono giù i valori assoluti, cioè gli importi complessivi messi sul piatto si capisce meglio. Dunque, partiamo dai Bot a tre mesi. Il prezzo netto di aggiudicazione, con l’applicazione delle commissioni massime pari a 10 centesimi, all’ultima asta è stato pari a 99,86. Bene, supponete di avere 10 mila euro da investire e di acquistare tale importo di valore nominale. Seguite il discorso: la spesa complessiva sarà di 9.986 euro. Fra tre mesi riceverete i 10 mila euro pattuiti. Problema: quanto avete guadagnato? Già, bisogna fare una sottrazione. 10.000 meno 9.986 fa 14. Sì, 14 euro netti di guadagno in tre mesi. Mica male. Se invece fate lo stesso calcolo per i Bot a un anno, il guadagno complessivo arriva a quota 85 euro. Vale la pena fare un investimento del genere?
AVVERSIONE AL RISCHIO
Veniamo da un anno nefasto per tutte le Borse del globo. Chi più, chi meno, tutti hanno perso vere e proprie fortune in questa gigantesca bisca globale, al punto da aver diffuso un’avversione al rischio di dimensione planetaria. Qualsiasi investimento ha in sè una dose di rischio, ma adesso il 99 per cento dei risparmiatori preferisce prendere poco più di zero di interesse in cambio di un’ipotetica garanzia massima. Ipotetica perché, senza voler fare del terrorismo, anche i titoli di stato contengono una dose di rischio, specie se il debito pubblico continua a espandersi a questo ritmo quale misura terapeutica per rilanciare l’economia. È logico che di fronte a questo scenario, la corsa ai titoli sicuri, il cosiddetto flight to quality, ha contribuito ad atterrare i rendimenti, per la gioia degli stati che, al momento, usufruiscono di uno sconto considerevole alla voce interessi passivi a livello di bilancio.
EFFETTO CASSAFORTE
È successo qualche mese fa che negli Stati Uniti i Treasury a breve siano stati aggiudicati a rendimento addirittura negativo: cioè la gente, anziché ricevere interessi, era disposta a pagarne pur di avere la certezza che avrebbe rivisto indietro i propri soldi. La sfiducia nelle banche era salita a livelli tali da indurre i risparmiatori a pagare pur di impiegare il denaro messo da parte. Quel che succede ai Bot in queste condizioni non ha molte altre spiegazioni. Anche se va ricordato che sui depositi bancari vige la garanzia dello stato. Sono discorsi da economia di guerra, che per quanto grave sia questa crisi paiono eccessivi. Ed è per questo che acquistare i titoli di stato a questi prezzi semplicemente non è conveniente. Tanto vale tenere i soldi in conto.
LE OCCASIONI
Chiedete alle banche o alle società quanto sono costrette a pagare quando emettono obbligazioni. L’ultimo prestito lanciato da Telecom Italia, per esempio, peraltro coronato da una grande accoglienza da parte degli investitori istituzionali, si è realizzato con un titolo a tasso fisso pari al 6,875 per cento, cioè circa 6 punti in più rispetto a quanto offerto dal Bot annuale all’ultima asta. Certo, lo stato è ritenuto molto più affidabile di Telecom Italia, molto indebitata anche se profittevole. La sensazione, temperata dai venti di crisi, è che questa situazione del tutto particolare stia portando sul mercato diverse occasioni a prezzo da saldo, sia nel comparto azionario che obbligazionario. In altre parole, qualsiasi cosa non sia di stato è diventata tremendamente cheap, poco costosa, al supermercato discount della finanza. Certo, occorre rischiare qualcosa e chi è stato scottato da perdite siderali non pare disposto a rischiare ancora. Eppure rischiare adesso vuol dire rischiare poco.

Summit

VERSO IL G20 DI LONDRA. IL PROSSIMO 2 APRILE CI SARÀ IL SUMMIT DECISIVO

O SI SALVA L’ECONOMIA
O SI MUORE


Marino Smiderle

I leader dei 20 paesi più importanti del globo si troveranno per coordinare le strategie anticrisi

Il prossimo 2 aprile i leader dei venti più importanti paesi del globo si ritroveranno a Londra per decidere una strategia comune sul modo di combattere la crisi economica globale. In questo week end c’è stato l’aperitivo dei 20 ministri dell’Economia, riuniti a Horsham, sempre in Inghilterra, ingurgitato proprio per smussare i diversi punti di vista che albergano alle varie latitudini del pianeta. Ma non è tempo di mettersi a fare battaglie di principio. «La lista degli argomenti - ha scritto The Economist - che i leader stanno preparando per il summit di Londra è impressionante. Tutti i punti prevedono questioni che i capi di stato ritengono di grande importanza. Ma questo non è il momento di discutere su come ridisegnare le regole della finanza o di prevedere le crisi future: questo è il momento di salvare l’economia mondiale e il sistema dei commerci. Quando la casa sta bruciando bisogna concentrarsi su come spegnere l’incendio, non di prevenire gli incendi futuri».
Già, la casa sta bruciando. E nell’ultimo numero dell’Economist la copertina è stata dedicata alla crisi occupazionale ("The jobs crisis"), un vero flagello che ha già fatto sparire 4 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e che in Italia e in Europa ha cominciato a manifestare i suoi nefasti effetti. Di fronte a questo scenario occorre prendere decisioni comuni a livello di G20 ed è per questo che dal prossimo vertice di Londra il mondo si aspetta molto. Sarà il primo viaggio in Europa di Barack Obama e sarà proprio lui, che guida il paese maggiormente responsabile della crisi finanziaria, a chiedere un approccio comune agli alleati della vecchia Europa, alla Cina, all’India, al Brasile.
Ma è proprio sulla richiesta che farà Obama che si sono già create delle divisioni a livello europeo, soprattutto. Se gli Stati Uniti sembrano i pompieri più interessati a spegnere l’incendio (che hanno provocato) attraverso iniezioni di ricostituente pubblico all’economia, l’Europa sembra avere un po’ il braccino corto, anche per via di posizioni debitorie (vedi il caso dell’Italia) già compromesse. In ogni caso basta guardare alle dimensioni dello stimolo pubblico attuato tra la fine del 2008 e questo avvio di 2009 per stilare la classifica dei "vigili del fuoco" ella recessione. Gli Stati Uniti hanno messo sul piatto una somma pari al 3,1 per cento del Pil, con l’intenzione di aggiungere un altro 1,8 per cento nel 2010, per un totale complessivo pari al 4,8 per cento. La Germania si è fermata all’1,5 per cento, la Francia allo 0,7 per cento, l’Italia allo 0,2 per cento.
Di fronte a queste cifre non è lecito attendersi chissà quali sconvolgimenti dal prossimo vertice. Nel 1933, a crisi del ’29 già cotta e mangiata ma con la depressione in pieno svolgimento, ci fu una grande conferenza internazionale proprio a Londra, organizzata per cercare di uscire dalla spirale di una crisi che aveva messo in ginocchio il mondo. La conferenza durò un mese e non viene ricordata come risolutiva. Il prossimo 2 aprile i grandi della terra si guarderanno negli occhi solo per un giorno e, nonostante i lavori degli sherpa in questi mesi di preparazione, non sarà facile andare al di là di una dichiarazione di intenti comune, che peraltro è sempre meglio dell’ordine sparso degli ultimi mesi del 2008.
Se c’è una decisione che, comunque, si rivelerà fondamentale per il futuro dei paesi più deboli, e si pensi all’Europa dell’est, al Sud America e altre economie emergenti, ebbene questa cosa è il rafforzamento delle munizioni e del potere decisionale del Fondo monetario internazionale. «L’Europa centrale e orientale - scrive Alessandro Merli su Il Sole 24 Ore in una corrispondenza da Horsham, sede dell’incontro dei ministri dell’Economia e i governatori delle banche centrali del G20 - è uno dei punti più caldi del deprimente scenario globale.
E una delle ragioni per cui i ministri e governatori sono al lavoro su un accordo per aumentare le risorse del Fondo monetario è proprio il boom della richiesta di prestiti dei paesi in difficoltà, tra i quali diverse economie della regione sono in prima fila. Thomas Mirow, 56 anni, ex sottosegretario alle Finanze tedesco, da nove mesi alla guida della Bers, la banca londinese creata per pilotare verso l’economia di mercato i paesi ex comunisti, è più pessimista dei suoi colleghi delle istituzioni finanziarie internazionali, o forse più realista, nella valutazione dei tempi dell’uscita dalla recessione. "La crisi globale - dice. non finirà prima della fine del 2010". Ma è convinto che la regione abbia "tutte le carte, come costo del lavoro competitivo, abbondanza di risorse umane di qualità, importanza della catena del valore per le imprese occidentali, per agganciare la ripresa non appena la domanda occidentale si metta in moto"».
Il guaio che a Londra si deve discutere proprio di come mettere in moto un occidente depresso. Di fronte alle soluzioni "socialiste" adottate dal paese più liberista del pianeta (vedi la politica di forte intervento di Obama), ci sono state reazioni diverse in Europa. Da un lato la Germania di Angela Merkel, spinta, senza esserne pienamente convinta, a salvare tra le altre cose la Opel, ha fatto dell’economia di sociale di mercato un paradigma a cui tornare appena la tempesta si sarà placata; dall’altro la Francia di Nicolas Sarkozy ha continuato a far quello che ha sempre fatto, e cioè a "dirigere" l’economia, stavolta col pauso di Washington. E adesso? «Il massimo che può uscire dal summit di Londra - scrive The Economist - è la prova che i leader delle maggiori economie mondiali continuano a parlarsi. Vista la pericolosità della situazione e l’immenso credito di cui gode Obama all’estero, il mondo si aspetterebbe qualcosa di più Parlare, come molto altro in questa crisi finanziaria, osta davvero poco».

sabato 14 marzo 2009

Sponsor celesti

A Cortina d'Ampezzo pare che il bilancio della parrocchia verso in profondo rosso. Chi alverà la "chiesa dei vip"? L'intervista al parroco. "Tutto a posto".

Medici senza frontiere

Un medico vicentino, Mauro D'Ascanio, è stato rapito in Darfur. Qui un suo piccolo ritratto. Ora si rincorrono voci sul suo rilascio. Speriamo bene.

L'alleanza

IL CONGRESSO DELLA CISL. Si sono chiusi ieri i lavori dell’assise sindacale. E Copiello ha invitato il presidente di Confindustria di Vicenza

«La crisi si sconfigge insieme»
Zuccato d’accordo col segretario della Cisl: «Servono infrastrutture e non era il caso di dare tanti soldi per il Ponte sullo Stretto»

Marino Smiderle
VICENZA
La terribile crisi economica di questi mesi ha partorito, per ora, un unico effetto positivo: le relazioni sindacali tra lavoratori e imprenditori sono sensibilmente migliorate. Lo si percepiva ieri mattina, tra i delegati Cisl che si davano di gomito mentre dal palco parlava Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza. «Ha detto cose giuste e condivisibili - commentavano due delegati coi capelli bianchi - speriamo di riuscire, tutti insieme, a superare questo momento difficile».
Già, insieme. La parola magica che Luigi Copiello, segretario provinciale della Cisl in via di riconferma, ha insinuato in qualsiasi ragionamento fatto all’Alfa Hotel durante questa due giorni congressuale. Un brain storming che ha voluto aprire i battenti anche a tutti gli altri protagonisti della vita economica, sociale e politica del Vicentino, e che si è concluso ieri con l’intervento del presidente di Confindustria Vicenza.
«Sono orgoglioso di essere qui - ha esordito Zuccato - anche perché ritengo particolarmente importante il rapporto con il sindacato. Devo riconoscere alla Cisl, sia a livello nazionale che a livello locale, una grande disponibilità al confronto e mi pare che i risultati in questi ultimi anni siano stati lusinghieri».
Copiello incassa l’apertura di credito e, scherzando, butta là un’altra proposta: «Perché non cominciamo già a parlare di contratto territoriale?». Idea meravigliosa, per la Cisl, che però al momento non ha possibilità di essere presa in considerazione per una semplice questione di priorità: in cima alla lista, adesso, c’è la crisi. O meglio, la strada per uscirne.
Su questo Copiello e Zuccato la vedono allo stesso modo. Il segretario della Cisl aveva parlato di infrastrutture da fare, il presidente di Confindustria Vicenza entra nel dettaglio. «Devo ammettere - dice - che la scelta politica di destinare così tante risorse per fare il ponte di Messina non mi entusiasma. Credo che, per tutto quello che il nostro territorio ha dato, Vicenza e il Veneto meritassero qualche attenzione in più. Penso alla metropolitana leggera, per esempio, che ci consentirebbe di realizzare la linea ferroviaria dell’alta velocità prescindendo dai campanilismi e senza quindi impuntarci sulle varie fermate».
Un altro punto su cui Zuccato insiste riguarda il proseguimento della Valdastico verso nord, sostenendo quindi la posizione del presidente della camera di commercio, Vittorio Mincato, che ha finanziato il progetto. «Spero che i trentini si rendano conto - osserva Zuccato - che si tratta di un’opera importante per lo sviluppo di entrambe le regioni».
Guardando più da vicino alla crisi, il presidente di Confindustria ha rivelato di aver mandato a Emma Marcegaglia una proposta operativa per facilitare lo sblocco del credito. «Abbiamo problemi di circolante - afferma - e nonostante il grande lavoro svolto dal nostro consorzio Neafidi, le banche fanno fatica a erogare finanziamenti. L’osservatorio sul credito istituito nelle prefetture potrebbe recitare un ruolo importante qualora a livello centrale venisse usato il fondo di garanzia proprio per assicurare ulteriormente gli istituti di credito. Il passo successivo sarebbe quello di trasformare il circolante in un finanziamento a uno o due anni».
Chiusura con la formazione, «un tema fondamentale». «Il passo decisivo potrebbe essere la realizzazione di una facoltà indipendente a Vicenza». Gigi Copiello sarà confermato segretario della Cisl vicentina. Sì, perché da quanto particolare era il clima che si è respirato in questo congresso, dalla profondità dei temi discussi (tra gli altri, da Vittorio Mincato, Giuseppe Sbalchiero, Paolo Gurisatti), dal calore dei delegati (il discorso del segretario è stato interrotto 12 volte dagli applausi), molti si sono dimenticati la funzione di questa grande assemblea che è quella di eleggere i 110 membri del Consiglio generale a cui poi spetterà di nominare i membri della segreteria e, infine, il segretario. L’annuncio ufficiale arriverà il prossimo 23 marzo, ma non ci sono dubbi.
Per i prossimi quattro anni servirà l’esperienza di questo cislino doc che però ha già annunciato la strategia primaria: aprire le porte ai giovani.

mercoledì 11 marzo 2009

Cislini

Il congresso della Cisl vicentina


Marino Smiderle

Gigi Copiello è contento che il sindacato sia tornato a recitare un ruolo di primo piano nella scena politico-sociale vicentina. Quello che gli dà fastidio, per usare un eufemismo, è il motivo: la crisi. E che crisi. Il segretario provinciale della Cisl di crisi ne ha vissute parecchie ma quella che cercherà di spiegare oggi, in occasione dell’apertura del 16° congresso della Cisl berica, è di quelle da far tremare le vene ai polsi. Nello stesso tempo potrebbe però essere l’occasione per far partire la riforma contrattuale

Com'è fare il segretario della Cisl in questi momenti color nero pece?
Potrei rispondere con le prime parole che dirò oggi a tutti i cislini vicentini: giriamo pagina, che è meglio.

Vorremmo girarla tutti, ma come si fa?
Potremmo cominciare col dire che stiamo attraversando il deserto della crisi dopo 7 anni di vacche magre. Sì, perchè in Italia siamo tra i primi in fabbrica e tra gli ultimi nei servizi. E nel Nord Est siamo, rispettivamente, tra i primissimi e tra gli ultimissimi.

È d'accordo con Andrea Tomat sul fatto che il governo ha penalizzato eccessivamente il Veneto a favore di altre aree, per dirne una, la Sicilia?
Sono esattamente sulla stessa lunghezza d'onda. In vent'anni siamo riusciti a partorire una trentina di chilometri di passante e stiamo perdendo, è proprio il caso di dirlo, il treno dell'alta velocità. Ma si può?

Il boom di cassa integrazione e mbilità non dipende da questo, però...
No, sappiamo tutti che la colpa di tutto è di questo capitalismo che pensava di fare soldi con i soldi. Di questa finanza drogata che ha prodotto disastri. Il problema è che se prima le nostre pmi se la potevano cavare d asole, ora per ripartire avrebbero bisogno di una rete si servizi efficaci e funzionali. Che ancora non c'è.

Dall'alto della sua esperienza, come valuta questa crisi? Quando ne potremmo uscire?
Io partirei da un elemento positivo...

Perché, c'è pure un alto positivo?
Ragionando in ottica sindacale, non posso non rilevare che il patto dei produttori sta mostrando di funzionare in questa situazione di emergenza.

E come?
Prendiamo le crisi precenti, datate '83, '93 e '2003: in quei frangenti gli imprenitori ci presentarono il conto, in termini di esuberi, immigrati compresi, fin da subito. Stavolta c'è stata molta più attenzione e si stanno usando tutti gli strumenti possibili pur di non arrivare al licenziamento.

Ma i prossimi mesi non si annunciano facili...
No, tutt'altro. Mi giungono già avvisaglie di possibili fallimenti di imprese con cui, a quel punto, non si potrà più trattare alcunché.

Parliamo ci contratti e di contrattazione...
Ma lo sa cosa ho scoperto con l'iniziativa che abbiamo fatto online e che abbiamo pagato "La paga dei talenti"?

Spari.
Sulla base delle indicazioni salariali indicate da coloro che hanno partecipato, abbiamo potuto dedurre che il salario dell'operaio addetto al controllo numerico è per il 30 per cento oltre il contratto nazionale. Per il progettista, invece, il salario è tutto fuori.

Traducendo?
Credo che sia la prova provata che la contrattazione territoriale sia la più coerente con la dimensione ampia del processo produttivo.

Sulla riforma contrattuale la Cgil non la pensa come lei...
Non vorrei tornare a fare polemica, ma la rottura con la Marcegaglia, cioè con la controparte, proprio non l'ho capita. Avrei capito, magari senza condividerla, la rottura con Berlusconi, ma con Confindustria si tratta sempre.

Che Cisl uscirà da questo congresso?
La Cisl vicentina ha una forza immensa, basata sulle relazioni col territorio, che anche noi siamo portati a sottovalutare. Di sicuro ci sarà un forte ricambio, anche generazionale. Il nostro segretario degli alimentaristi, Daniele Zambon, ha 28 anni.

C'è da dedurre che questo sarà il suo ultimo mandato...
Sì, questo sarà l'ultimo. E per questo stiamo già facendo spazio ai giovani.

martedì 10 marzo 2009

Dolomiti bolognesi

Se non sono di Belluno non li vogliamo. Un modo davvero originale per cercare, e trovare, lavoro.

lunedì 9 marzo 2009

Blade runner

PORTAFOGLIO

Noi umani non abbiamo mai visto cose così

Marino Smiderle
A piazza Affari i prezzi delle azioni hanno raggiunto livelli così bassi che non si riescono a spiegare
Il mercato ha sempre ragione. È l’obiezione che si fa agli analisti, più o meno competenti, che non considerano corrispondenti al vero i valori delle società decretati dai prezzi di Borsa. Il problema, in questo momento, è che girano a piazza Affari dei prezzi che paiono contro ogni legge della... fisica.
CONTROLLATA
& CONTROLLANTE
Un esempio che induce a riflettere lo ha fatto Alessandro Graziani su Il Sole 24 Ore. E riguarda la diversa valutazione data dal mercato al Credito Bergamasco, «che in piazza Affari capitalizza 1,23 miliardi. Banca solida e di buone capacità reddituali, ma di dimensioni limitate (246 sportelli) e presente solo in alcune aree della Lombardia. Ebbene, il Creberg capitalizza quasi come la controllante Banco Popolare (1,4 miliardi) che a livello di gruppo ha circa 2.000 sportelli e controllo quasi il 90% del Creberg. La differenza si spiega, in parte, con le difficoltà del Banco e con le scommesse (sempre smentite) di una possibile cessione del Creberg. Resta il fatto che la valutazione del piccolo istituto bergamasco (1,23 miliardi) è pari alla metà della capitalizzazione di Commerzbank (2,1 miliardi) che, pur se malandata, resta sempre la seconda banca tedesca».
BLADE RUNNER
Viene in mente Rutger Hauer che in Blade runner, nei panni del replicante Roy Batty, pronuncia la famosa frase: «Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi». Gli umani italiani non ricordano una simile bufera su piazza Affari, neanche quando a Milano erano quotate quattro società e bastava un refolo di vento per mandare all’aria l’intero listino. Tornando indietro di un anno, e confrontando quindi l’S&P/Mib del 6 marzo 2008 a quello di venerdì scorso, apprendiamo con raccapriccio che la perdita è stata del 61,1 per cento. Le bordate ricevute nell’ultima settimana (-15 per cento) hanno fatto sì che il mercato azionario italiano, nell’ultimo anno, sia stato il peggiore di tutti. Ney York, Tokyo, Parigi. Madrid e Francoforte, per esempio, hanno perso il 45 per cento. Londra ha "contenuto" le perdite al 36 per cento. Quanto basta per autorizzare Milano Finanza a titolare "Supporto zero" l’articolo che cercava di spiegare il fenomeno.
VENDITE OBBLIGATE
Quel che è successo venerdì scorso dà un’idea della particolarità, e se vogliamo della pericolosità, del mercato italiano. Mentre tutte le Borse del Vecchio Continente e pure Wall Street tenevano botta, Milano piombava verso il fondo, perdendo il 4,6 per cento e arrivando a toccare livelli del 1994. Motivi particolari? Mah, qualcuno parlava di esplosione (199 punti) dei Cds (i Credit default swap, cioè una sorta di termometro che misura il rischio del sottostante) sul debito sovrano, a voler sottolineare il boom del rischio-Italia. La realtà è che diversi investitori istituzionali nell’ultima settimana hanno rovesciato su piazza Affari tonnellate di titoli per motivi diversi. Da un lato le compagnie assicurative, che per migliorare i propri ratios sono assetate di liquidità e vendono qualsiasi cosa che si muova, indipendentemente dal prezzo. Dall’altra dicono che pure le Fondazioni bancarie, il cui patrimonio composto da azioni bancarie si è drasticamente svalutato, si sono fatte costruire dei complicati strumenti a base di opzioni put che consentirebbero loro di sfruttare i ribassi lucrando qualcosa. Proprio così, robe che noi umani non avevamo mai visto.
RIMBALZO
Viene da dire che, a questi prezzi, solo un folle non ne approfitterebbe. Se non fosse che lo avevamo detto anche un paio di settimane fa, prima che la Borsa perdesse un altro 20 per cento. È chiaro che questo è tipo di confronto esce spontaneo solo perché si ragiona in un’ottica di breve o brevissimo periodo. Tuttavia la sensazione è che questa è una crisi che nessuno ha ancora mostrato di saper quantificare. Cioè, nessuno sa ancora bene quanti e quali titoli tossici abbiano finito col soffocare i bilanci delle banche. E, nel dubbio, vende. L’ideale sarebbe contattare il replicante di Rutger Hauer per capire se il futuro ci riserva cose che noi umani non abbiamo ancora visto, magari in termini di rialzi favolosi. La speranza è l’ultima a morire, ovviamente, ma di questi tempi conviene dimenticarsi che il risparmio esiste.

Criminali di stato

Giustizia globale. Un provvedimento che farà epoca

SUDANGATE
CRIMINALI DI STATO


Marino Smiderle

La Corte penale dell’Aja ha spiccato un mandato d’arresto per il presidente Omar al-Bashir

L’effetto pratico sarà probabilmente nullo. Sì, perché al momento non si immagina chi potrà mai rendere esecutivo il mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale dell’Aja nei confronti del presidente del Sudan, Omar al-Bashir. Tuttavia il fatto che questo organo giudiziario internazionale, che tra i propri "clienti" ha personaggi del calibro di Slobodan Milosevic e Radovan Karadzic, si pronunci contro un capo di stato attualmente in carica (mai successo nella storia) è la testimonianza che, finalmente, qualcuno ha deciso di fare qualcosa per lo stato più disastrato del globo.
Disastrato, sia chiaro, proprio per colpa di questo dittatore arrivato al potere con un colpo di stato nel 1989, quando rovesciò il governo guidato da Sadeq al-Mahdi e insediò se stesso alla guida del paese. L’obiettivo dichiarato era quello di instaurare un governo islamico, attirandosi così le simpatie di tutti gli stati canaglia filo-al Qaeda. Non fu certo un caso che lo stesso bin Laden aveva trovato nel Sudan un rifugio sicuro da cui organizzare la sua rete terroristica che raggiunse l’obiettivo di scuotere le fondamenta della civiltà occidentale con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Con queste compagnie, e con usando il Corano come bandiera, Bashir scatenò una guerra civile contro l’esercito di liberazione del popolo (Spla) nel sud del Sudan, cristiano animista, più povero ma ricco di petrolio. E poi, dal 2003, si è spostato in Darfur, dove ha scatenato le belve dei janjaweed (musulmani nomadi) contro la popolazione pacifica: l’Onu ha calcolato che in sei anni di scontri ci sono stati 300 mila morti e due milioni e mezzo di profughi. Quanto basta per indurre la Corte dell’Aja a ritenere più che plausibili le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità, anche se è stata lasciata cadere l’accusa più grave, quella di genocidio.
«Questo mandato d’arresto - ha scritto Alberto Negri su Il Sole 24 Ore - è un segnale forte che l’Amministrazione Obama ha salutato con favore: se un giorno l’America dovesse aderire alla Corte penale, cosa anche questa improbabile, forse le sentenze dell’Aja avrebbero ben altra forza. Se non altro si spera che la sentenza possa frenare le atrocità nel Sudan e convincere qualche altro bahir a contenere i massacri. Quanto all’isolamento del Sudan, questo potrebbe venire dalle potenze occidentali ma già una parte del mondo musulmano è insorta contro la sentenza».
Frenare le atrocità del Sudan è un auspicio condivisibile ma, nel breve termine, è invece probabile che questa decisione, peraltro sacrosanta, finisca con l’aggravare la situazione di quei sudanesi che non sono nelle grazie del presidente: Bashir, come prima reazione, ha infatti espulso dal paese tutte le organizzazioni non governative che costituivano l’unica speranza, l’unico aiuto per una popolazione giunta allo stremo delle forze.
Gli altri paesi africani, anziché stringersi ai più deboli, si sono espressi a favore del dittatore. «Rincresce che le accuse contro Bashir siano usate per alimentare l' impressione che il sistema della giustizia, e in particolare il tribunale internazionale, si dimostri parziale verso l' Africa - ha scritto su la Repubblica Desmond Tutu, ex arcivescovo anglicano di Città del Capo e Premio Nobel per la Pace nel 1984 -. La giustizia è nell' interesse delle vittime, e le vittime di questi crimini sono africane. Presumere che le persecuzioni rientrino in un complotto dell' Occidente è degradante per gli africani e tiene in minima considerazione l' impegno nei confronti della giustizia preso in tutto il continente. Vale forse la pena rammentare che tra i fondatori del Tribunale Penale Internazionale vi furono oltre venti Paesi africani, e che delle 108 nazioni che ne fanno parte, 30 sono in Africa... In ogni caso, fino a quando gli abitanti di quelle terre non avranno giustizia, non vi potranno esistere pace e sicurezza reali. Non c' è pace in quella zona proprio perché non c' è stata giustizia. Per quanto dolorosa e scomoda possa essere la giustizia, abbiamo già preso atto che l' alternativa - lasciare che ci si dimentichi di far sì che chi commette reati risponda del proprio operato - è di gran lunga peggiore. Il mandato d' arresto spiccato per Bashir potrebbe costituire un evento straordinario per il popolo sudanese - e per coloro che nel mondo sono arrivati ormai a mettere in dubbio che popoli e governi potenti possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni efferate. I capi di Stato e di governo africani dovrebbero sostenere questa occasione storica, non adoperarsi per ostacolarla».
Ma il vero alleato forte di Bashir è la Cina. E di fronte alle reazioni assurde del presidente sudanese, che ha tirato in ballo la logica colonialista dell’occidente e, non potevano mancare, degli ebrei, l’unica posizione veramente colonialista è quella assunta dalla Cina, vera padrona del Sudan. Pechino ha protestato formalmente e ha chiesto formalmente la sospensione del provvedimento in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. «La Cina compra i due terzi del petrolio del Sudan - ha ricordato Federico Rampini su Repubblica - in cambio dà generose forniture di armi al regime di Omar al-Bashir. Dal Sudan orientale parte un oleodotto di 1.500 chilometri che arriva al mar Rosso, dove una processione costante di superpetroliere cinesi fa la spola con i porti di Hong Kong e Shanghai, i petrolchimici e le fabbriche del Guangdong. Nessuna campagna umanitaria, neppure la minaccia di boicottaggio delle Olimpiadi dell’anno scorso, ha incrinato il suo rapporto preferenziale con un prezioso fornitore di energia».
L’unico sasso nello stagno diplomatico creato proprio da Pechino in difesa del "suo" Sudan è stato è stato gettato proprio dalla Corte dell’Aja. Ed è già tanto.

Economia innevata

A CORTINA D’AMPEZZO IL CONVEGNO SULLA CRISI. Si è tenuto ieri il tradizionale meeting annuale dei Giovani Imprenditori di Confindustria

«La ripresa? La vedremo tra un anno». Bini Smaghi(Bce) è convinto che il peggio sia passato. Gronchi (BpVi): «Credo nella banca del territorio»


Marino Smiderle
INVIATO A CORTINA D’AMPEZZO
La neve che si è impaccata sui tetti delle case di Cortina costringe i vigili del fuoco a decine di interventi. Il rischio è che si stacchino lastroni di ghiaccio e finiscano in testa a qualcuno. O, addirittura, che la casa venga schiacciata prima che il sole riesca a sciogliere la massa bianca.
I Giovani imprenditori di Confindustria che hanno organizzato il tradizionale meeting annuale a Cortina cercano dei vigili del fuoco particolari, che sappiano portare soccorso all’ economia prima che il peso della recessione non faccia crollare tutto il sistema. Hai detto niente. I protagonisti saliti sul palco dell’Alexander Hall hanno tutti idee diverse, a seconda del ruolo che occupano nello scacchiere dell’economia.
Vale la pena di cominciare da colui che più ha le mani in pasta, Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, l’istituzione che lavora al ritmo dei vigili del fuoco di Cortina.
«Avevamo detto che questi primi mesi dell’ anno sarebbero stati i peggiori - dice - e adesso pensiamo che tutto il 2009 sarà negativo, ma non così negativo come gennaio e febbraio. A fine anno ci sarà una stabilizzazione e la ripresa dovrebbe partire dal secondo trimestre del 2010».
E in questo senso conferma l’approccio di Gianluca Vigne, presidente dei Giovani imprenditori del Veneto: «Di una cosa siamo certi - ha detto nella sua relazione introduttiva - la crisi passerà. Non è chiaro ancora in quanto tempo, è chiaro che sarà dura e farà molti feriti, ma alla fine il mercato creerà prosperità».
E subito dopo avanza una proposta che non può non far piacere a Bini Smaghi, e cioè quella di potenziare il ruolo della Bce rendendola sempre più simile alla Fed americana. Negli ultimi cinque mesi la Bce di Bini Smaghi ha tagliato di 275 punti base i tassi, arrivando vicina ai livelli della Fed di Bernanke, che li ha già ridotti a zero.
«Ma il punto - osserva Bini Smaghi - non è il livello dei tassi della banche centrali, ma quello applicato dalle banche commerciali alla clientela». Divo Gronchi, consigliere delegato della Banca, tiene a sottolineare il ruolo di quelle che chiama banche del territorio. «A me piace considerarla come banca di relazioni - precisa - che parla con i vari imprenditori perché li conosce e li segue da anni. Ecco allora che anche nei momenti difficili, proprio perché ha un rapporto speciale con il cliente, sa essere d’aiuto. Ovvio, non possiamo salvare tutti ma dobbiamo capire e agevolare quelli che hanno potenzialità».
«Ma la banca guarda il bilancio con lo specchietto retrovisore - sbotta Nerio Alessandri, presidente di Technogym -. Io credo che dovrebbe fare quasi da consulente alle imprese, essere più partecipe». Questione di punti di vista. Non c’è dubbio, però, che la crisi è partita dall’orgia finanziaria a cui tutti hanno partecipato. «Il guaio è - osserva ancora Alessandri - che a un certo punto uno dei partecipanti a quest’orgia di guadagni fittizi ha alzato la manina e ha detto: "Ho l’Aids". È stato il panico e siamo ancora qui a chiederci come si fa a guarire». Per Guido Barilla, presidente dell’omonimo gruppo, un ruolo decisivo lo svolgerà la politica. «E poi - aggiunge - occorre che tutti noi dobbiamo fare un passo indietro e concentrarci sull’economia reale. Veniamo da vent’anni di sbornia da derivati, ora è tempo che ognuno torni a fare il proprio mestiere».
Angelo Panebianco non ha molta fiducia delle virtù taumaturgiche della politica mentre Paolo Costa, presidente della Commissione Trasporti al parlamento europeo, è convinto che ci siano stati che tirano indietro «e quindi l’eurobond unico non lo faremo mai». Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, ribadisce le critiche al governo sulle opere pubbliche «troppo orientate a sud». Chiude Federica Guidi, presidente nazionale dei Giovani imprenditori. «Fa bene Berlusconi a predicare ottimismo, ma la crisi c’è». Chiamate i vigili del fuoco.


Giovani vicentini crescono
Non è un momento facile, questo, per gli imprenditori esperti, che ne hanno viste di tutti i colori e che hanno superato più di qualche crisi definita a suo tempo irreversibile. Figurarsi per chi fa l’imprenditore da qualche anno e che già si trova alle prese con un uragano paragonabile solo alla grande depressione del ’29. Il gruppo di giovani imprenditori vicentini, guidati dal presidente Paolo Mantovani, è arrivato a Cortina col magone. Con questa scoppola dei mercati, adesso non andranno a dire loro che si sono trovati la pappa fatta. «Veramente - osserva Domenico Zonin - io non ho neanche avuto il tempo di entrare in azienda e mi sono già dovuto sorbire l’11 settembre che non è certo stato uno scherzo, nemmeno dal punto di vista economico. Certo, ora la situazione è difficile, difficilissima, per tutti. Ma se sono state superate le altre fasi di recessione, supereremo anche questa». Più o meno dello stesso avviso Domenico Corà, che però, operando nel settore dell’importazione di legname, la vede un po’ più nera del collega. Può essere che il rilancio degli investimenti pubblici dia una mano al mattone? «Beh, di sicuro serve una molla che faccia scattare qualcosa - risponde Corà - e partire con una politica di nuove opere dovrebbe servire proprio per riaccendere il motore». Un motore che è spento ma che viene tenuto oliato a dovere. E stavolta saranno i giovani a trovare la chiave per farlo tornare a ruggire.

Il lusso ai tempi del colera


L’INAUGURAZIONE. Ieri in Fiera ha aperto i battenti il 7° Salone internazionale del lusso all’insegna dell’alta qualità

«Luxury? Sfida la crisi grazie all’eccellenza»

Menarin: «Atto di coraggio» Coin: «Stare chiusi in casa a leccarsi le ferite non serve» Il top? Bare da 200 mila euro

Marino Smiderle
VICENZA
«È un atto di coraggio». Dino Menarin, presidente della Fiera di Vicenza, dice al microfono quello che tutti pensano. Sì, è un atto di coraggio mandare in scena questo 7° Salone internazionale del lusso proprio mentre infuria la tempesta della recessione. Le imprese non hanno ordini, i bilanci scricchiolano, i lavoratori finiscono in cassa integrazione o, nel peggiore dei casi, vengono licenziati. Ma ci vuol altro per scoraggiare Luciano Coin, uno che ha chiamato la sua società Optimist e che, coerente con la filosofia originaria, vede il bicchiere mezzo pieno.
«La crisi c’è - dice il patron di Luxury and Yachts - ma io sono convinto che starsene chiusi in casa a leccarsi le ferite non serve a niente. La recessione si combatte con l’eccellenza, questo è il nostro credo. E questo è il filo conduttore di questa edizione di Luxury & Yachts».
Ieri c’è stato il fischio d’inizio di questa rassegna (che sarà aperta fino all’8 marzo e dal 13 al 15 marzo)nata come frontiera dell’innovazione di gran classe. Oltre a Menarin e Coin, erano davvero numerose le personalità del mondo della politica e dell’economia, provinciali e regionali, che hanno voluto essere presenti in questo momento complicato per la realtà vicentina. Il brindisi dell’inaugurazione, celebrato dopo gli interventi di Menarin, Coin, Giovanni Mantovani, dg di Veronafiere, e Alessandra Moretti, vicesindaco di Vicenza, ha dato il via alla visita guidata tra gli stand, ricchi di originalità e abilità tipici del made in Italy. A cominciare dal primo che si incrocia, una volta varcato l’ingresso trasformato in un capolavoro palladiano: sotto il telone è comparsa, come per miracolo, un’auto straordinaria, la Vulca, realizzata da Faralli & Mazzanti. Una Gt artigianale, con carrozzeria in alluminio battuta a mano e dal costo in linea con il tema del Salone, il lusso, appunto: 385 mila euro più Iva.
Ma l’elenco è lungo ed è impossibile citare tutti. Tra le anteprima un cenno va fatto per Art Funeral, con sarcofaghi in legno pregiato (ce la si può cavare con 200 mila euro), per Dei Svaldi, il re del fatto a mano in materia di calzature.
A riunire il meglio della produzione regionale ci hanno pensato le assessore regionali Marialuisa Coppola ed Elena Donazzan, che ieri hanno presentato "Veneto eccellente", l’iniziativa che ha messo in un unico palcoscenico, appunto, «dieci casi eccellenti, dieci aziende che hanno raccontato la loro storia parlando di design, gioielleria, orologeria, casa, artigianato tipico, tecnologia e innovazione, come esempi di qualità e di capacità».
I battistrada di questo progetto destinato a proseguire in futuro e a essere allargato ad altre eccellenze, sono Botega Artigiana, Cleto Munari Design Associati, Dei Svaldi, Francesco Basile Venezia, Fratelli Filippini, Fucina Trissinese, Minotti Cucine, Parchettificio Uderzo, Sonus Faber e Zanchetta Marmi.
«Veneto eccellente è un progetto che lancia un messaggio per reagire alla crisi - ha affermato l'assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan - nel mondo globalizzato. Il Veneto potrà competere solo se sarà in grado di valorizzare le sue specificità. L'economia può ripartire dal talento individuale, dalla creatività, dalla qualità, oltre che dall'identità del territorio e dalle sue radici culturali e ambientali».
Dello stesso avviso Marialuisa Coppola, assessore regionale alle Politiche di bilancio: «Ci impegniamo in questo piano di marketing territoriale ha detto - perché tanto più un territorio è ricco di tradizioni produttive, di saperi e competenze professionali, tanto maggiori sono le chance di successo per l'avvio di nuove imprese».
Crisi o non crisi, l’eccellenza è questa qua. Coin è parso soddisfatto di come sono andate le cose, anche se non ha confermato che Luxury & Yachts sarà a queste latitudini anche l’anno prossimo. Forse pensa a Venezia? «A Venezia si parla tanto e si fa poco - risponde -. Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi». Traduzione: speriamo che la ripresa non resti una chimera.

venerdì 6 marzo 2009

Tutti a casa

Sull'immigrazione il Pd, certe volte, è più leghista della Lega (in senso buono, of course). Qui l'intervista a Scalabrin, sindaco di Montecchio.

mercoledì 4 marzo 2009

Fiamm...ata di utili

IMPRESE. Nonostante la crisi del settore dell’automobile, l’azienda di Montecchio Maggiore che produce batterie sforna un bilancio positivo

Fiamm “brucia” la recessione
Cresce il fatturato e torna all’utile (22 mln) Dolcetta: «E i primi mesi 2009 sono buoni» Zanetti: «Tre banche ci hanno sostenuto»

Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
L’industria dell’auto è in picchiata. La Fiamm produce (anche) batterie e avvisatori acustici per auto. Sillogismo inevitabile: la Fiamm è in picchiata. Invece è vero il contrario, la Fiamm di Montecchio Maggiore gode di ottima salute e, dopo gli ultimi anni piuttosto travagliati, ha chiuso il bilancio del 2008 con un utile netto superiore ai 22 milioni di euro. Dove sta il mistero?
«Nessun mistero - risponde Stefano Dolcetta. amministratore delegato del gruppo dalla metà del 2007 -. È vero che la Fiamm produce batterie e avvisatori acustici per automobili, ma è anche vero che non esiste solo il mercato dei costruttori. Anzi, per noi è più significativo il mercato dei ricambi, e se la gente non compra auto nuove significa che hanno bisogno di più ricambi per le auto vecchie. È anche per questo che la nostra è sempre stata considerata un’azienda anticiclica: quando c’è crisi, noi di solito andiamo bene».
Dolcetta ne parla con una soddisfazione mista a prudenza. Non è che la Fiamm sia un’isola felice e anche a Montecchio fanno fatica a stendere dei budget per l’anno in corso. Anche se, rivela l’amministratore delegato, gennaio e febbraio sono andati piuttosto bene, in linea con gli obbiettivi fissati. Oltre ai prodotti legati all’automotive, non va dimenticato che Fiamm è leader nel settore delle batterie industriali, legate quest’ultime soprattutto al settore delle telecomunicazioni. Da qui arrivano buoni, così come dal mercato dei ricambi. Quanto basta per far fronte al calo delle vendite di auto nuove.
Ma l’ottimo risultato conseguito da Fiamm non fa notizia solo perché è arrivato al termine di un anno martoriato dalla recessione. Piuttosto, è sorprendente perché arriva dopo il cambio manageriale avvenuto nel 2007, quando il gruppo era caricato di un debito di oltre 160 milioni e una perdita di netta di 10,5 milioni. E se Stefano Dolcetta ha preso le redini operative dell’azienda cercando di rimettere subito in sesto il conto economico, il presidente Giuseppe Zanetti si è messo lavorare all’aspetto finanziario, quello più preoccupante.
È stata la fase in qui il 100 per cento del capitale è stato rilevato dalle famiglie di Stefano e Alessandro Dolcetta. «Il debito - ricorda Zanetti - è stato portato sopra, a livello della controllante Pardo, sgravando la Fiamm e permettendole di riconquistare commesse e tornare a recitare un ruolo di primo piano nel mercato. Nel contempo abbiamo raggiunto un importante accordo con Popolare di Verona, Popolare di Vicenza e Veneto Banca che ci ha permesso di saldare il debito ai fondi, ottenendo un forte sconto, e ripartire con un finanziamento a medio termine che permette alla Fiamm di avere adesso una posizione finanziaria netta pari a circa 110 milioni, un equity di 100 milioni, un Ebitda di 33 milioni e un fatturato di 470 milioni».
Tutti numeri molto positivi, che hanno rimesso la Fiamm in carreggiata dopo i problemi degli anni passati. Piccolo inciso: con Enersys, la multinazionale a cui la società di Montecchio aveva affittato un ramo di azienda e che adesso ha annunciato la decisione di chiudere i battenti, la Fiamm non ha niente a che fare. «Qualcuno ci aveva associato a questa azienda - tiene a precisare Dolcetta - e addirittura si pensava che fossimo noi a chiudere. Non è così».
E se ci fossero stati altri dubbi, bastano i dati di bilancio a smentire qualsiasi voce negativa. La struttura del gruppo uscito dalla cura di Stefano Dolcetta è stata snellita ma rimane molto solida. «La razionalizzazione dell'assetto industriale - spiega l’amministratore delegato - con la riduzione degli stabilimenti da 3 a 2, il ridisegno della rete commerciale e logistica e il riallineamento dei prezzi di vendita, hanno portato a un risultato operativo positivo con una crescita del fatturato di 8 punti percentuali e con un forte sviluppo anche in termini reddituali. Contemporaneamente, anche le altre divisioni operative nel 2008 hanno recuperato redditività e generato utili, confermando la validità di un piano di riorganizzazione che ha avuto i suoi cardini nella chiara definizione degli ambiti di responsabilità, nella forte motivazione del management e del personale, e nella ricostruzione di una struttura centrale snella, pienamente orientata al supporto delle varie business unit».
Stiamo parlando di un gruppo che impiega 3.500 dipendenti, suddivisi tra Europa, Brasile, Stati Uniti e Cina. E che conta molto sul suo settore ricerca e sviluppo, d’intesa con le università italiane. «A questo proposito - prosegue Dolcetta - il gruppo ha intrapreso una nuova attività specializzata nella progettazione e realizzazione di impianti fotovoltaici, che sfrutterà competenze Fiamm per realizzare sistemi innovativi di generazione ed accumulo di energia».
Ed è qui che sono stati avviati progetti di ricerca, «in particolare per quanto riguarda l'utilizzo del "piombo avanzato" (più efficiente e durevole rispetto al piombo tradizionale), la messa a punto di una batteria sodio-cloruri metallici destinata ad applicazioni più estreme l'illuminazione attraverso il led organico».
Tra le collaborazioni più significative, vanno ricordate quelle con l’Università sapienza di Roma e il Cnr.

martedì 3 marzo 2009

Full Monthy

OCCUPAZIONE. Il primo mese del 2009 registra un brusco aumento dei lavoratori in mobilità nel Vicentino

Avvio choc per Vicenza Sono già 1.200 i licenziati

La cassa integrazione spicca il volo verso nuovi massimi Bergamin (Cgil): «Ritardi nell’erogare le indennità»

Marino Smiderle
VICENZA
La ceralacca della statistica certifica l’ingresso dell’economia vicentina nel tunnel della recessione. Non che ce ne fosse bisogno, per la verità, ma i dati relativi a questo tribolato inizio di 2009 (fonte Inps e commissione provinciale mobilità) aiutano a capire la gravità della situazione.
Due i parametri chiave per misurare la febbre al paziente occupazione: la cassa integrazione e la mobilità. Nel primo caso, le ore di cassa nel solo mese di gennaio a Vicenza sono state 409.970, di cui 199.271di ordinaria e 210.699 di straordinaria (in tutto il 2008 furono 3,3 milioni). «Tra tutte le attività colpite - rileva Marina Bergamin, segretario provinciale della Cgil - spicca il settore meccanico con 86.784 ore di ordinaria e 145.428 di straordinaria. Poi seguono pelli e cuoio (concia), tessile-abbigliamento, carta. E ancora edilizia, trasformazione minerali, legno. Quasi nessun settore pare risparmiato».
Numeri allarmanti arrivano anche sul fronte mobilità. «Ai primi di febbraio si contano già 1.196 nuovi licenziati - afferma Bergamin - rispetto ai 4.276 dell'intero 2008. In forte crescita, in particolare, sono i licenziamenti individuali attivati dalle piccole imprese. A Vicenza dei 1.196 nuovi ingressi nelle liste di mobilità, 788 lavoratori provenivano da piccole aziende del manifatturiero ma anche del commercio e dei servizi. E non a caso qui le donne sono 323 sulle 490 totali».
E sono proprio i dati della piccola impresa a preoccupare maggiormente il sindacato. «Una parte degli ammortizzatori sociali definiti in sede nazionale non stanno arrivando - denuncia Bergamin -. Sono tutte bloccate presso le sedi Inps del Veneto le quasi 5.000 domande (di cui un buon numero di competenza vicentina) di disoccupazione ordinaria effettuate dai lavoratori dell'artigianato a seguito di sospensione dal lavoro. Motivo? Si attende la Circolare applicativa alla Legge 2/09. Dicono arriverà a giorni e poi passeranno ulteriori trenta giorni di lavorazione e quindi, un lavoratore sospeso a gennaio non vedrà i suoi (pochi) soldi prima di aprile. E qui non abbiamo alcuna anticipazione da parte di alcun ente».
La situazione è complicata e la Cgil di Vicenza si preoccupa proprio dell'emergenza. «C'è la questione degli ammortizzatori in deroga - continua Bergamin - per i quali Ministero e Regioni hanno messo sul piatto 8 miliardi in due anni (2009-2010). Finora per il Veneto ne sono stati stanziati 10 milioni, a fronte di un fabbisogno stimato dalla Regione in 120 milioni per il solo anno in corso, a copertura di circa 60.000 lavoratori sprovvisti degli ammortizzatori classici che, si teme, avranno problemi lavorativi. Qualcuno sostiene che i primi 10 milioni servano per pagare il pregresso dell'anno passato. Ma noi sappiamo essere ancora giacenti presso l'Inps residui 2008 pari a circa 18 milioni di euro, che basterebbero giusto per coprire il migliaio di domande ancora inevase».
Al di là della preoccupazione della Cgil, che critica la modalità adottata per gestire questa crisi, la radiografia statistica di questo avvio di 2009 lascia intendere che i prossimi mesi saranno, se possibile, ancora peggiori. Non è questione di cupo pessimismo. Trattasi purtroppo di crudo realismo.

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Il girone di ritorno

L’EDITORIALE

Se il girone
di ritorno
dell’economia
non arriva

Marino Smiderle

È come se qualcuno avesse tirato una riga sugli ultimi 12 anni. Via, cancellati, spazzati via. L’indice Dow Jones di Wall Street è tornato ai livelli della primavera del 1997, quella che aveva appena cominciato a prendere confidenza con le net-stocks, le azioni legate a internet, che crescevano del 40 per cento in un giorno. Si stava gonfiando la bolla che sarebbe poi esplosa tre anni dopo, nel 2000. Esplosa si fa per dire, visto che l’allora presidente della Fed, Alan Greenspan, pilotò il cosiddetto soft landing (atterraggio morbido) dell’economia irrorando di credito le imprese e le famiglie americane, che ripresero a investire e a consumare come se nulla fosse, spingendo il medesimo Dow Jones oltre quota 14 mila nell’autunno del 2007.
Ieri, come detto, 12 anni di progresso (fittizio?) borsistico sono stati sepolti da una valanga di vendite che ha portato il Dow sotto quota 7.000, ultimo baluardo di un mercato che si sta sbriciolando. Altro che soft landing: l’aereo finanziario sta precipitando e il panico mette in dubbio addirittura il fatto che si sarà mai un atterraggio.
Fin qui sembrano disquisizioni riservate a un pubblico attento alle sorti delle Borse, esperto di azioni e investimenti finanziari. Uno dice: che mi frega, mica ho messo i soldi in Borsa, io. Invece nessuno può dire una cosa del genere. Perché la Borsa, che ci piaccia o no, siamo tutti noi. La Borsa è quella che raggruppa tutte le aziende più importanti del globo. Se crolla la Borsa, vuol dire che crollano anche quelle aziende. E se crollano le aziende, vuol dire che i nostri posti di lavoro sono a rischio.
Più di qualcuno, purtroppo, se n’è già accorto e l’ha provato sulla propria pelle.
Altri se ne accorgeranno presto. Hai voglia a dire che la colpa è degli speculatori delle banche d’affari americane (è vero), che le banche in questi ultimi anni hanno fatto un mestiere che non era il loro (è vero): il punto è che adesso sta crollando tutto e occorre trovare un modo per ripartire al più presto.
E la Borsa, che con le banche costituisce il sistema cardiocircolatorio dell’economia, è il termometro con cui si può misurare la febbre del sistema: la ripresa reale arriva 9 mesi-1 anno dopo la ripartenza delle azioni. Ergo, visto che al momento siamo ancora in fase di discesa libera dei listini, per rivedere la luce occorrerà aspettare, se ci va di lusso, l’inizio dell’anno prossimo.
Chiedevo ieri a un banchiere se fosse una buona idea comprare un po’ di azioni Unicredit, scese ben al di sotto di quota 1 euro. «Io ci credo», ha risposto. A un trader che sta ogni giorno davanti al monitor chiedevo invece se convenisse, più genericamente, mettere qualche euro in questo mercato borsistico depresso. «Il mercato non dà segnali di reazione - ha spiegato -. Entrare per cercare un rimbalzo è molto difficile. Si fa fatica a capire se i saldi sono quasi alla fine. Io sarei più per navigare allineato e coperto. Giocare per lo zero a zero fuori casa e sperare poi di recuperare al ritorno».
Il guaio è che nessuno ha un’idea di quando mai verrà giocata la partita di ritorno.

lunedì 2 marzo 2009

Lo sceriffo

Giancarlo Gentilini a cuore aperto su tutto. Qui l'intervista.

Enel al buio

PORTAFOGLIO

L’Enel al buio
chiede risorse
Il bivio dei soci

Marino Smiderle
Sono migliaia i piccoli risparmiatori
che hanno investito sui titoli elettrici
e che ora cercano una bussola

C’erano diversi elementi che giustificavano un approccio positivo verso i titoli Enel. E, pure su queste pagine, si erano fatti due conti: dividendo già stabilito dal cda a 0,49 euro, prezzo attorno ai 4,30 euro, rendimento implicito superiore all’11 per cento (quando i Bot arrivano a stento all’1 per cento). Certo, c’erano le incognite legate al debito diventato davvero ingente (oltre 60 miliardi) dopo la decisione di rilevare il restante 25% di Endesa da Acciona, c’era l’invito del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a comprare a mani basse («È il momento di comprare Eni ed Enel - diceva in piena crisi - aziende solide e sottovalutate») che induceva a qualche prudenza (il Tesoro è socio di riferimento al 21 per cento e questo invito all’acquisto, oltre che irrituale, suonava sospetto), ma il ragionamento sembrava filare. Specie dopo le assicurazioni provenienti dal board della società: «Non è in programma alcun aumento di capitale». Bene, anzi, male, venerdì Il Sole 24 Ore ha anticipato la prossima decisione del cda di Enel: ci sarà un aumento di capitale. L’ad Fulvio Conti ha sostanzialmente confermato: «L’aumento di capitale è una delle opzioni a cui stiamo lavorando». E il titolo ha perso il 7 e passa per cento, finendo a 3,94 euro euro, minimo storico, il 54 per cento in meno del primo prezzo di privatizzazione.
RISPARMIATORI
Non sono pochi i risparmiatori italiani che, contando soprattutto sul dividendo e su una rivalutazione nel lungo periodo, hanno messo i propri soldi in Enel. Se la politica del dividendo (anche per accontentare l’assetato socio pubblico) è sempre stata generosa, la performance del corso azionario è invece da dimenticare. Per questo, ora che i soci-risparmiatori si sentono chiedere altro denaro per portare avanti una strategia che di certo ha solo il grande debito, c’è molto malumore nel vedere il titolo ai minimi storici e con la prospettiva di dover por mano al portafogli.
AUMENTO DI CAPITALE
Ancora non sono stati resi noti i termini dell’operazione, che probabilmente verrà annunciata ufficialmente il 12 marzo (quando si riunirà il board), ma è facile immaginare che al mercato saranno richiesti dai 5 ai 7 miliardi di euro. Per non diluire la propria partecipazione, ciascun socio dovrà quindi tirar fuori una cifra pari a circa il 20 per cento dell’attuale investimento in Enel. La cosa strana, per certi versi incomprensibile, è che con una mano il socio prende il cospicuo dividendo (pari all’11 per cento del prezzo attuale) e con l’altra deve dare il proprio obolo per partecipare all’aumento. Poiché c’è di mezzo lo Stato, vien da chiedersi cosa mai ci sia sotto. Voci di mercato dicono che l’onere dell’aumento di capitale verrà girato alle società pubbliche Sace e Fintecna, mentre l’onore del dividendo resta esclusiva del Tesoro. Per Pantalone, invece, oneri e onori non possono essere scissi.
CONVENIENZA
Questa operazione comporta per il socio Enel una scelta secca: sposo la strategia aziendale e investo altri soldi o cerco di sfilarmi progressivamente da questa avventura? È chiaro che si tratta di una valutazione complicata, resa però fastidiosa dal comportamento non esattamente lineare di un board che tra poco annuncerà quel che aveva solennemente negato poche settimane fa. Senza voler scendere eccessivamente nel dettaglio, basti ricordare (prima del crollo di Borsa di venerdì) il giudizio positivo sulla spedizione spagnola di Conti da parte di autorevoli giornali e commentatori economici. «Se si pensa che proprio in questi giorni - ha scritto Enrico Cisnetto su Il Mondo - ricorre il decennale di un’altra grande operazione, quella Telecom, tanto celebrata all’epoca, e che però ha prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, è evidente che c’è debito e debito. Questa di Enel (come hanno sottolineato perfino i "cattivi" del Financial Times) dà vita invece a un campione (multi)nazionale dell’energia. E in una fase di recessione, con centinaia di imprese che chiudono ogni giorno, l'ottimismo di Conti sarà magari azzardato ma almeno accende una luce in un panorama che più buio non si può». In un periodo in cui non si sa più dove investire questa opzione-Enel, nonostante il pessimo modo con cui è stata gestita la comunicazione, potrebbe rivelarsi interessante.

Progressi

ARABIA SAUDITA. Una scelta rivoluzionaria per Ryad
Una donna nel cuore dell'Islam


Marino Smiderle
Re Abdullah ha nominato
Norah al Faiz viceministro
all’Educazione. Il rimpasto
riserva altre sorprese

L’Arabia Saudita è il regno, in tutti i sensi, dei sunniti. Il cuore dell’Islam. L’epicentro della dottrina. E se da un lato gli affari con gli Stati Uniti hanno sempre predominato sulle disposizioni del Corano, dall’altro qualsiasi musulmano guarda alla Mecca come il punto di riferimento del proprio agire quotidiano. E se nei rapporti internazionali i membri della famiglia reale hanno mostrato di essere, come dire, a la page, nella gestione degli affari interni il sovrano non si è mai allontanato eccessivamente dalla Sharia. Ecco perché il recente rimpasto di governo adottato da re Abdullah bin Abdul Aziz ha dell’incredibile. Nel paese in cui una donna non può prendere la patente e può salire in auto solo se accompagnata dal marito o da uno di famiglia, Norah al Faiz è diventata viceministro all’Educazione.
«Solo alcuni mesi fa - scrive Stefano de Paolis dell’Ansa - l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha esortato l’Arabia Saudita a porre fine al sistema che proibisce alle donne di lavorare, viaggiare, sposarsi, avere documenti di identità o accesso ai servizi medici senza l’autorizzazione di un membro maschio della famiglia. Costanti sono inoltre le richieste delle donne per poter avere finalmente il permesso di guidare. Alcuni giorni fa, l’ultima, in ordine di tempo, è venuta da Amira al Tawil, una delle mogli del ricchissimo e influente nipote di re Abdullah, al Walid bin Talal. "Ho una patente internazionale, all’estero guido e sono pronta a farlo anche nel regno saudita", ha detto in un’intervista».
Si capisce perché la mossa del re venga interpretata più come una rivoluzione che come un rimpasto. Anche perché se la decisione che balza agli occhi è la nomina di una donna a viceministro, in realtà i provvedimenti più significativi sono altri. «Il rimpasto adottato dal re - spiega The Economist - incide nei vertici dell’istruzione, del potere giudiziario, delle forze armate, della banca centrale, dei ministeri della salute e dell’informazione, della polizia religiosa e nei 150 componenti di nomina regia della shura».
Particolarmente importante le nuove nomine legate a quella sorta di board religioso abilitato a emanare norme aventi forza di legge, meglio note come fatwa. «Per la prima volta - nota sempre The Economist - sono stati inseriti rappresentanti di tutte e quattro le scuole dell’Islam sunnita, rompendo così il monopolio fin qui esercitato, solo in Arabia, dall’ultra tradizionalista scuola Hanbali associata ai wahabiti. Da questo board restano esclusi gli sciiti, una minoranza pari al 10 per cento dei sauditi soggetta a forti discriminazioni. Il re ha però compensato questa esclusione aumentando la rappresentanza sciita nella shura (il parlamento)».
Questo è sicuramente un fatto positivo per un Paese ancora ritenuto uno dei più oscurantisti al mondo. Tuttavia non si possono trascurare le usanze giudiziarie più volte rilanciate dalle agenzie. L’ultima è un’ApCom che aiuta a capire più di qualsiasi trattato: «Le autorità saudite hanno giustiziato mediante decapitazione due agenti del traffico, riconosciuti colpevoli di aver picchiato un uomo e averne stuprato la nipote. L'esecuzione è avvenuta a Riad, ha comunicato il ministero dell'Interno saudita. I due agenti avevano aggredito l'uomo - un residente non saudita, la cui nazionalità non è stata comunicata - e l'avevano immobilizzato mentre a turno violentavano la nipote che era con lui. In Arabia Saudita vige una stretta interpretazione dell'Islam, e i colpevoli di omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga sono soggetti a pena capitale, in genere mediante decapitazione con una scimitarra. Con le esecuzioni dei due agenti sale a 11 il numero dei giustiziati quest'anno nel Paese, secondo un conteggio dell'Ap. Nel 2008 furono 102».
Di fronte a queste notizie, la nomina di un viceministro donna da parte del sovrano sembra davvero una piccola cosa. Ma così non è. «Quando era ancora ancora principe ereditario - ricorda l’Ansa - Abdullah sottolineò in un’intervista che "alcune saudite sono già entrate nella vita attiva, lavorano in banca, nel settore pubblico. Col tempo il loro atteggiamento e la mentalità dei mariti e dei figli evolveranno. Ci vorranno meno anni di quelli che si contano sulle dita di una mano". Dopo essere divenuto re, nell’agosto 2005, Abdallah sembra però aver deciso di rallentare. Da allora ha ripetutamente chiesto alle sue suddite di aspirare, per ciò che riguarda i loro diritti, a quello che è possibile: "Per piacere - aveva esortato - siate pazienti, pazienti, pazienti"».
«Nel frattempo, ha concesso loro il diritto di votare, ma non di candidarsi, nelle elezione del marzo 2007 per i consigli di amministrazione delle organizzazioni di rappresentanza delle guide religiose per i pellegrini musulmani. E nell’attesa, le donne si stanno preparando: secondo dati ufficiosi, il 70 per cento della popolazione universitaria saudita è femminile e ogni anno si laureano 44.000 donne mentre 121.000 concludono gli studi liceali. Il rimpasto annunciato è il primo, da quando re Abdullah è sul trono».
The Economist, pur apprezzando i provvedimenti presi dall’anziano sovrano (ha 86 anni), punta il dito sugli 8.000 membri della famiglia reale. «Fino a quando - si chiede il settimanale britannico - potranno questi eletti controllare il potere e la ricchezza di un paese solo sulla base del fatto che l’Arabia controlla un quinto delle riserve petrolifere del pianeta? Nel lungo periodo gli abitanti dell’Arabia Saudita, come succede in tutte le parti del mondo sviluppato, non si accontenteranno più solo di una piccola fetta di torta, ma vorranno avere finalmente una chance di esercitare un po’ di vero potere politico per se stessi».
Per ora si accontentano di un viceministro donna.