PORTAFOGLIO
Bond bancari
Più rischiosi
e più redditizi
Marino Smiderle
Vi fidate delle banche? Di questi tempi, e anche in altri, per la verità, la domanda presuppone una risposta negativa. No, non vi fidate delle banche e, a giudicare da quel che è successo nell’ultimo anno, ne avete ben donde. Il punto è che non vi fidavate neanche 5 o 10 anni fa, ma solo dal lato delle "sole", come dicono a Roma, che gli istituti erano soliti rifilarvi sotto forma di titoli variamente tossici. Dal punto di vista della solvibilità delle singole banche, invece, i dubbi erano prossimi allo zero: cioè, comprare un’obbligazione bancaria era la stessa cosa, in termini di rating e di tranquillità, di comprare un titolo di stato. E adesso?
ZERO TITOLI
Non nel senso del mitico Josè Mourinho ma in quello del glossario finanziario: zero titoli (bancari) nel portafoglio dei risparmiatori. Perché? Perché, nonostante gli istituti di credito italiano siano stati premiati dalla politica più prudente adottata negli anni scorsi (e scambiata per arretratezza dagli stessi analisti che oggi continuano ad analizzare senza evidentemente capirci granché sennò qualche segnale ce lo avrebbero mandato prima), i mercati continuano a scontare il fattore-sfiducia. Ed è per questo che, con i Bot allo "zero-virgola", i rendimenti offerti adesso dalle obbligazioni emesse dalle banche (nella maggior parte dei case plain vanilla, cioè a tasso fisso puro e semplice) diventano estremamente interessanti. E sempre che vi togliate dalla testa la paura che queste stesse banche possano fallire.
OBBLIGAZIONI BANCARIE
Il mercato dei bond bancari continua a soffrire di una cronica mancanza di trasparenza che, per esempio, è "razzista" nei confronti della clientela, nel senso che per gli investitori istituzionali (taglio minimo 50 mila euro) c’è un prezzo mentre per quelli al dettaglio (taglio minimo 1.000 euro) ce n’è un altro, ovviamente meno conveniente. Tuttavia la mancanza di fiducia dei mercati in genere nei confronti delle banche ha provocato, paradossalmente, qualche vantaggio per il risparmiatore in cerca di una bussola finanziaria in un periodo in cui il disorientamento e la paura regnano sovrani. Le stesse banche, a livello globale, si fidano poco le une delle altre, e così se hanno bisogno di fondi nei canali un tempo tradizionali (interbancario), devono pagare un tasso molto alto. E quindi, alto per alto, tanto vale alzare i tassi offerti alla clientela e raccogliere direttamente dal "fornitore" principale la provvista. Di qui l’emissione di titoli che rendono, a pari scadenza, dai due ai tre punti percentuali in più rispetto al titolo di stato corrispondente.
ESEMPI
Tanto per fare dei numeri, l’ultima emissione portata sul mercato dal Monte dei Paschi è stata un successone. Scadenza quinquennale (30 aprile 2014), cedola fissa al 4,75%, prezzo di emissione 99,6, rendimento a scadenza del 4,8%, pari a quasi due punti e mezzo in più del titolo di stato. Mica male, anche se vale la pena ricordare che si tratta sempre di titoli per il mercato istituzionale, con tagli minimi da 50 mila euro. Chi ha portato due titoli interessanti sul Mot, e quindi con taglio minimo di 1.000 euro, è stata Abn: il primo a tasso fisso, 5,5% e prezzo 100, con scadenza anni; il secondo a tasso variabile Euribor 3 mesi +200 punti base. Si tratta di prezzi, rendimenti e spread che, fino a pochi anni fa, si potevano vedere solo su corporate bond che adesso viaggiano a differenziali molto più elevati. Poi, è chiaro, questo è un momento in cui il peggio sembra essere passato ma non è assolutamente detto che tutti i rischi siano svaniti. Chi pensa, comunque, che per le banche siano già state costruite delle protezioni pubbliche sufficienti, farebbe bene a prendere in considerazione questi titoli in un’ottica di diversificazione del portafoglio e, soprattutto, di aumento dei rendimenti.
TASSI D’INTERESSE
Il vero rischio, a parere di chi scrive, è che questo panorama di bassi tassi d’interesse possa subire un brusco risveglio tra un anno, quando le banche centrali dovranno alzare le dighe (e quindi i tassi) per proteggere le economie dalle minacce inflazionistiche. E quindi, in un’ottica di lungo periodo, se si decide di rischiare tanto vale mettere in portafoglio anche un po’ di pepe azionario.
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mercoledì 29 aprile 2009
Il giallo dell'agente della Cia ucciso
Il giallo di Potomac Station
Marino Smiderle
Potomac Station è un piccolo paradiso residenziale della Virginia, a poca distanza dalla storica cittadina di Leesburg. Più che una cittadina, una sorta di club con 1.400 casette che ospitano altrattente famiglie. In una di queste abitano i coniugi William e Cynthia Bennett, rispettivamente di 57 e 55 anni. Il 22 marzo scorso la coppia esce di casa prima dell’alba, per fare una passeggiata, come era solita fare per tenersi in forma. Poco dopo le 5,30 la polizia, allertata da un passante, trova il cadavere di William Bennett, massacrato di botte e, pochi metri più in là, la moglie ferita in maniera grave.
Il 7 maggio 1999 l'aeroporto militare "Tomaso dal Molin" di Vicenza era la sede del comando del Balkan Caoc, una struttura dell’aeronautica militare della Nato incaricata di coordinare i bombardamenti sulla Serbia. Si trattava della cosiddetta guerra umanitaria, appoggiata, tra gli altri, dal presidente americano Bill Clinton e da Massimo D’Alema, dichiarata per por fine alla strage perpetrata dalle truppe di Slobodan Milosevic ai danni del popolo kosovaro. Quel 7 maggio partì da Vicenza un ordine preciso ai bombardieri B2 in missione su Belgrado. Decollato dalla base aerea Whiteman, in Missouri, il B2 scarica il suo micidiale carico di bombe JDAM sull’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo l'attaché militare e tre "giornalisti" cinesi.
Cosa hanno in comune questi due fatti così lontani nel tempo (10 anni), nei luoghi (Virginia, Vicenza, Belgrado) e nella sostanza (un omicidio e un bombardamento militare)? Un nome e un cognome: William Bennett, il 57enne ucciso a sprangate in Virginia un mese fa.
Ma chi è veramente William Bennett? «Originario del Minnesota - scrive Guido Olimpio sul Corriere della sera - William è entrato nell’esercito nel 1977. Dopo un duro training diventa un Berretto Verde e come membro delle forze speciali viene spesso impiegato all’estero. Lo mandano nella base di Vicenza e poi a Fort Lewis (Stato di Washington). Un servizio contraddistinto da molte citazioni al merito. Successivamente passa allo spionaggio, reclutato dalla Cia come esperto. Ed è in questo ruolo che, nel 1999, è al centro di un episodio controverso. Il 7 maggio di quell’anno, in piena guerra per il Kosovo, l’aviazione americana colpisce l’ambasciata cinese a Belgrado. Gravi i danni, tre morti. Un errore - si dice - dovuto a coordinate e mappe sbagliate. Bennett, affermano oggi alcune fonti, era tra i designatori dei bersagli, quindi era coinvolto nel disastro. E, aggiunge un ex funzionario dell’intelligence protetto dall’anonimato, a causa dello sbaglio perde il posto ma non i contatti. Da quel mondo non si esce mai completamente. E Bennett lavora con grande successo sui missili antimissile Patriot. Un progetto sensibile per gli Usa e altri Paesi».
Dunque Bennett, già in servizio nell’esercito americano alla Ederle di Vicenza, prima di passare alla Cia, sarebbe uno degli agenti a suo tempo "sacrificati" dall’agenzia per dimostrare alla Cina, molto irritata, per usare un eufemismo, dopo il bombardamento di un obiettivo ufficialmente neutrale e legato ad attività civili. Agli appassionati dei gialloni americani, ricchi di servizi segreti e spie, questi ingredienti bastano e avanzano per parlare di intrigo internazionale.
A maggior ragione se si ricorda l’inchiesta pubblicata, e mai smentita, dal quotidiano londinese The Guardian il 28 novembre 1999, pochi mesi dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado. La Cia, il Dipartimento di Stato americano e il Foreign Office di Londra spiegarono pubblicamente di aver commesso un errore. La causa? Il B2 sarebbe stato guidato sull’obiettivo da mappe superate. E quelle mappe sarebbero state fornite da alcuni agenti della Cia, tra cui, appunto, il colonnello Bennett. «Al Combined air operations centre (Caoc) di Vicenza - ricostruì invece il Guardian - alcuni ufficiali inglesi, canadesi e francesi circondarono un colonnello americano la mattina dell’8 maggio 1999, denunciando arrabbiati il casino combinato dal B2 Usa. Il colonnello americano era invece rilassato. "Stronzate - replicò alle rimostranze dei colleghi della Nato -. Quello era un grande obiettivo. Abbiamo piazzato due Jdam proprio nell’ufficio dell’attaché e abbiamo colpito proprio la stanza che volevamo colpire. I cinesi non useranno più quelle stanze per le trasmissioni tv e i nostri colpi hanno fatto venire un bel mal di testa a quel bastardo di Arkan».
«La vera storia - è la tesi sostenuta dal Guardian - per quanto sia stata negata dal segretario di stato Madeleine Albright e dal direttore della Cia, George Tenet, è che gli americani sapevano esattamente quel che stavano facendo. L’ambasciata cinese a Belgrado è stata colpita deliberatamente dalle armi più precise presenti nell’arsenale Usa perché sarebbe stata usata da Zeljko Raznatovic, il criminale di guerra megglio conosciuto come Arkan, per trasmettere i messaggi alle sue Tigri (le squadre della morte serbe) in Kosovo».
Nel maggio del 2000 Bennett venne licenziato dalla Cia, insieme ad altri sei agenti, per far vedere alla Cina che davvero gli Usa avevano deciso di punire i responsabili dell’"errore". In realtà lo stesso Bennett rimase nei ranghi e diede la sua fondamentale collaborazione nei missili Patriot. Tanto che qualcuno sospetta che le sue preziose informazioni siano poi state girate a qualche stato canaglia, con conseguenze immaginabili per la difesa degli Stati Uniti.
La cosa certa è che adesso Bennett non c’è più, ucciso come un cane lungo la strada. Gli assassini hanno però commesso un errore: la moglie è rimasta in vita e adesso è piantonata nella sua canera d’ospedale. Avrebbe già cominciato a parlare con gli inquirenti. Chissà se sarà possibile risalire agli assassini.
Gli ultimi sviluppi
Marino Smiderle
Potomac Station è un piccolo paradiso residenziale della Virginia, a poca distanza dalla storica cittadina di Leesburg. Più che una cittadina, una sorta di club con 1.400 casette che ospitano altrattente famiglie. In una di queste abitano i coniugi William e Cynthia Bennett, rispettivamente di 57 e 55 anni. Il 22 marzo scorso la coppia esce di casa prima dell’alba, per fare una passeggiata, come era solita fare per tenersi in forma. Poco dopo le 5,30 la polizia, allertata da un passante, trova il cadavere di William Bennett, massacrato di botte e, pochi metri più in là, la moglie ferita in maniera grave.
Il 7 maggio 1999 l'aeroporto militare "Tomaso dal Molin" di Vicenza era la sede del comando del Balkan Caoc, una struttura dell’aeronautica militare della Nato incaricata di coordinare i bombardamenti sulla Serbia. Si trattava della cosiddetta guerra umanitaria, appoggiata, tra gli altri, dal presidente americano Bill Clinton e da Massimo D’Alema, dichiarata per por fine alla strage perpetrata dalle truppe di Slobodan Milosevic ai danni del popolo kosovaro. Quel 7 maggio partì da Vicenza un ordine preciso ai bombardieri B2 in missione su Belgrado. Decollato dalla base aerea Whiteman, in Missouri, il B2 scarica il suo micidiale carico di bombe JDAM sull’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo l'attaché militare e tre "giornalisti" cinesi.
Cosa hanno in comune questi due fatti così lontani nel tempo (10 anni), nei luoghi (Virginia, Vicenza, Belgrado) e nella sostanza (un omicidio e un bombardamento militare)? Un nome e un cognome: William Bennett, il 57enne ucciso a sprangate in Virginia un mese fa.
Ma chi è veramente William Bennett? «Originario del Minnesota - scrive Guido Olimpio sul Corriere della sera - William è entrato nell’esercito nel 1977. Dopo un duro training diventa un Berretto Verde e come membro delle forze speciali viene spesso impiegato all’estero. Lo mandano nella base di Vicenza e poi a Fort Lewis (Stato di Washington). Un servizio contraddistinto da molte citazioni al merito. Successivamente passa allo spionaggio, reclutato dalla Cia come esperto. Ed è in questo ruolo che, nel 1999, è al centro di un episodio controverso. Il 7 maggio di quell’anno, in piena guerra per il Kosovo, l’aviazione americana colpisce l’ambasciata cinese a Belgrado. Gravi i danni, tre morti. Un errore - si dice - dovuto a coordinate e mappe sbagliate. Bennett, affermano oggi alcune fonti, era tra i designatori dei bersagli, quindi era coinvolto nel disastro. E, aggiunge un ex funzionario dell’intelligence protetto dall’anonimato, a causa dello sbaglio perde il posto ma non i contatti. Da quel mondo non si esce mai completamente. E Bennett lavora con grande successo sui missili antimissile Patriot. Un progetto sensibile per gli Usa e altri Paesi».
Dunque Bennett, già in servizio nell’esercito americano alla Ederle di Vicenza, prima di passare alla Cia, sarebbe uno degli agenti a suo tempo "sacrificati" dall’agenzia per dimostrare alla Cina, molto irritata, per usare un eufemismo, dopo il bombardamento di un obiettivo ufficialmente neutrale e legato ad attività civili. Agli appassionati dei gialloni americani, ricchi di servizi segreti e spie, questi ingredienti bastano e avanzano per parlare di intrigo internazionale.
A maggior ragione se si ricorda l’inchiesta pubblicata, e mai smentita, dal quotidiano londinese The Guardian il 28 novembre 1999, pochi mesi dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado. La Cia, il Dipartimento di Stato americano e il Foreign Office di Londra spiegarono pubblicamente di aver commesso un errore. La causa? Il B2 sarebbe stato guidato sull’obiettivo da mappe superate. E quelle mappe sarebbero state fornite da alcuni agenti della Cia, tra cui, appunto, il colonnello Bennett. «Al Combined air operations centre (Caoc) di Vicenza - ricostruì invece il Guardian - alcuni ufficiali inglesi, canadesi e francesi circondarono un colonnello americano la mattina dell’8 maggio 1999, denunciando arrabbiati il casino combinato dal B2 Usa. Il colonnello americano era invece rilassato. "Stronzate - replicò alle rimostranze dei colleghi della Nato -. Quello era un grande obiettivo. Abbiamo piazzato due Jdam proprio nell’ufficio dell’attaché e abbiamo colpito proprio la stanza che volevamo colpire. I cinesi non useranno più quelle stanze per le trasmissioni tv e i nostri colpi hanno fatto venire un bel mal di testa a quel bastardo di Arkan».
«La vera storia - è la tesi sostenuta dal Guardian - per quanto sia stata negata dal segretario di stato Madeleine Albright e dal direttore della Cia, George Tenet, è che gli americani sapevano esattamente quel che stavano facendo. L’ambasciata cinese a Belgrado è stata colpita deliberatamente dalle armi più precise presenti nell’arsenale Usa perché sarebbe stata usata da Zeljko Raznatovic, il criminale di guerra megglio conosciuto come Arkan, per trasmettere i messaggi alle sue Tigri (le squadre della morte serbe) in Kosovo».
Nel maggio del 2000 Bennett venne licenziato dalla Cia, insieme ad altri sei agenti, per far vedere alla Cina che davvero gli Usa avevano deciso di punire i responsabili dell’"errore". In realtà lo stesso Bennett rimase nei ranghi e diede la sua fondamentale collaborazione nei missili Patriot. Tanto che qualcuno sospetta che le sue preziose informazioni siano poi state girate a qualche stato canaglia, con conseguenze immaginabili per la difesa degli Stati Uniti.
La cosa certa è che adesso Bennett non c’è più, ucciso come un cane lungo la strada. Gli assassini hanno però commesso un errore: la moglie è rimasta in vita e adesso è piantonata nella sua canera d’ospedale. Avrebbe già cominciato a parlare con gli inquirenti. Chissà se sarà possibile risalire agli assassini.
Gli ultimi sviluppi
domenica 26 aprile 2009
I tremila e passa
L’ASSEMBLEA. Oltre tremila persone ieri in Fiera per approvare il bilancio di esercizio 2008. Domenichelli, Tognana e Zuccato nel consiglio di amministrazione
La Bpvi “dribbla” la crisi
«Aiuteremo le imprese»
Zonin: «Dividendo in azioni per rafforzare il patrimonio» Gronchi: «Ora spingiamo dal lato della raccolta»
Marino Smiderle
VICENZA
L’assemblea della Banca Popolare di Vicenza è prima di tutto un evento... mondano. Un appuntamento che i soci non si vogliono perdere per nessuna ragione. Come si spiegano, altrimenti, le oltre tremila persone che ieri hanno affollato i padiglioni della Fiera? La banca è mia e guai a chi ma la tocca, è l’approccio partecipativo di tutti coloro che, dalle nove di mattina di una Festa della Liberazione ricca di sole e di cielo azzurro, si mettono in fila per entrare e ascoltare la musica dei numeri.
Ha ragione il presidente Gianni Zonin a ricordare che Vicenza deve andare orgogliosa di essere riuscita a mantenere in casa le redini una banca importante come la Bpvi. E, specie in un momento di crisi globale come questo, sono stati moltissimi quelli che sono venuti a verificare ci persona lo stato di salute di un paziente che, nonostante le perturbazioni atlantiche, pare aver resistito molto bene. «Prima di poter dire che la crisi è passata - frena però un prudente Zonin - occorrerà aspettare almeno fino a settembre. Però il bilancio 2008 del nostro istituto è stato molto positivo, così come posso anticipare che sono stati positivi anche i primi tre mesi del 2009. Grazie a una politica gestionale che alcuni criticavano e giudicavano troppo conservatrice e che adesso, alla luce di quel che è successo, si è invece rivelata lungimirante».
C’era curiosità per come i soci avrebbero digerito la scelta del cda di via Framarin di pagare il dividendo (in crescita del 15 per cento a 1,15 euro) in azioni (presenti nelle casse della banca e non derivanti da aumenti di capitale gratuiti e quindi senza diluizione delle partecipazioni), per la prima volta nella storia della Bpvi. Qualche obiezione è stata sollevata nel corso di alcuni interventi critici da parte di soci che avrebbero preferito contanti, ma Zonin ha spiegato i motivi («Non è stata una decisione facile, abbiamo discusso a lungo all’interno del cda») che hanno indotto la Bpvi a operare una simile scelta: «In questo momento di recessione ci è parso doveroso ragionare in un’ottica di sostegno del tessuto imprenditoriale. Distribuire azioni in luogo di denaro ci ha consentito di crescere nei coefficienti di patrimonializzazione (il Tier1 è al 7,3 per cento) e, per questo, saremo in grado di erogare più credito senza sforare i parametri».
A sottolineare il gradimento per questa strategia sono stati due imprenditori-soci come Filippo De Marchi, presidente dell’Api di Vicenza, e Paolo Bastianello, componente del comitato tecnico Education di Confindustria, che hanno giudicato fondamentale il ruolo giocato dalla Banca Popolare di Vicenza per la ripresa dell’economia del territorio. Positivo anche il giudizio di Angelo Perin, un po’ preoccupato solo dalla differenza tra l’utile netto della capogruppo (151 milioni) e quello consolidato (108 milioni). «La discrepanza - ha spiegato il consigliere delegato, Divo Gronchi - è dovuta in parte a motivi tecnici legati alla contabilizzazione differita dei dividendi delle partecipate e in parte al momento difficile vissuto dal settore tessile che è stato avvertito da Cariprato, oltre che dalle svalutazioni effettuate in Bpvi Finance».
Oltre all’approvazione del bilancio, i soci ieri dovevano eleggere sei consiglieri di amministrazione. Alessandro Benetton, Giovanni Bettanin e Mario Bonsembiante hanno deciso di non ripresentarsi e al loro posto l’assemblea ha ratificato le proposte del cda e ha eletto Vittorio Domenichelli, Nicola Tognana e Roberto Zuccato. Confermati Divo Gronchi, Paolo Sartori, Paolo Tellatin e Giuseppe Zigliotto.
Per quel che riguarda la valorizzazione dell’azione, è stato fissato in 56,75 euro l'importo di sovrapprezzo, portando così a 60,50 euro il valore dell'azione per l'esercizio 2009, in crescita rispetto ai 60 euro dell'esercizio precedente. «La scelta di non portare in Borsa la Popolare di Vicenza - ha commentato Zonin - si è confermata valida e ha permesso ai soci di non subire le buriane che si sono abbattute sui listini, conservando il giusto valore del titolo. A questo proposito mi fa piacere annunciare che il ricorso di chi aveva messo in dubbio la veridicità di quel valore è stato respinto dall’autorità giudiziaria vicentina».
Alle urne fila tutto liscio, i soci votano a larghissima maggioranza per le proposte formulate dal cda. Da Verona echeggiano le contestazioni dei soci inferociti del Banco Popolare. Qui in Fiera i soci si fanno uno spritz.
La Bpvi “dribbla” la crisi
«Aiuteremo le imprese»
Zonin: «Dividendo in azioni per rafforzare il patrimonio» Gronchi: «Ora spingiamo dal lato della raccolta»
Marino Smiderle
VICENZA
L’assemblea della Banca Popolare di Vicenza è prima di tutto un evento... mondano. Un appuntamento che i soci non si vogliono perdere per nessuna ragione. Come si spiegano, altrimenti, le oltre tremila persone che ieri hanno affollato i padiglioni della Fiera? La banca è mia e guai a chi ma la tocca, è l’approccio partecipativo di tutti coloro che, dalle nove di mattina di una Festa della Liberazione ricca di sole e di cielo azzurro, si mettono in fila per entrare e ascoltare la musica dei numeri.
Ha ragione il presidente Gianni Zonin a ricordare che Vicenza deve andare orgogliosa di essere riuscita a mantenere in casa le redini una banca importante come la Bpvi. E, specie in un momento di crisi globale come questo, sono stati moltissimi quelli che sono venuti a verificare ci persona lo stato di salute di un paziente che, nonostante le perturbazioni atlantiche, pare aver resistito molto bene. «Prima di poter dire che la crisi è passata - frena però un prudente Zonin - occorrerà aspettare almeno fino a settembre. Però il bilancio 2008 del nostro istituto è stato molto positivo, così come posso anticipare che sono stati positivi anche i primi tre mesi del 2009. Grazie a una politica gestionale che alcuni criticavano e giudicavano troppo conservatrice e che adesso, alla luce di quel che è successo, si è invece rivelata lungimirante».
C’era curiosità per come i soci avrebbero digerito la scelta del cda di via Framarin di pagare il dividendo (in crescita del 15 per cento a 1,15 euro) in azioni (presenti nelle casse della banca e non derivanti da aumenti di capitale gratuiti e quindi senza diluizione delle partecipazioni), per la prima volta nella storia della Bpvi. Qualche obiezione è stata sollevata nel corso di alcuni interventi critici da parte di soci che avrebbero preferito contanti, ma Zonin ha spiegato i motivi («Non è stata una decisione facile, abbiamo discusso a lungo all’interno del cda») che hanno indotto la Bpvi a operare una simile scelta: «In questo momento di recessione ci è parso doveroso ragionare in un’ottica di sostegno del tessuto imprenditoriale. Distribuire azioni in luogo di denaro ci ha consentito di crescere nei coefficienti di patrimonializzazione (il Tier1 è al 7,3 per cento) e, per questo, saremo in grado di erogare più credito senza sforare i parametri».
A sottolineare il gradimento per questa strategia sono stati due imprenditori-soci come Filippo De Marchi, presidente dell’Api di Vicenza, e Paolo Bastianello, componente del comitato tecnico Education di Confindustria, che hanno giudicato fondamentale il ruolo giocato dalla Banca Popolare di Vicenza per la ripresa dell’economia del territorio. Positivo anche il giudizio di Angelo Perin, un po’ preoccupato solo dalla differenza tra l’utile netto della capogruppo (151 milioni) e quello consolidato (108 milioni). «La discrepanza - ha spiegato il consigliere delegato, Divo Gronchi - è dovuta in parte a motivi tecnici legati alla contabilizzazione differita dei dividendi delle partecipate e in parte al momento difficile vissuto dal settore tessile che è stato avvertito da Cariprato, oltre che dalle svalutazioni effettuate in Bpvi Finance».
Oltre all’approvazione del bilancio, i soci ieri dovevano eleggere sei consiglieri di amministrazione. Alessandro Benetton, Giovanni Bettanin e Mario Bonsembiante hanno deciso di non ripresentarsi e al loro posto l’assemblea ha ratificato le proposte del cda e ha eletto Vittorio Domenichelli, Nicola Tognana e Roberto Zuccato. Confermati Divo Gronchi, Paolo Sartori, Paolo Tellatin e Giuseppe Zigliotto.
Per quel che riguarda la valorizzazione dell’azione, è stato fissato in 56,75 euro l'importo di sovrapprezzo, portando così a 60,50 euro il valore dell'azione per l'esercizio 2009, in crescita rispetto ai 60 euro dell'esercizio precedente. «La scelta di non portare in Borsa la Popolare di Vicenza - ha commentato Zonin - si è confermata valida e ha permesso ai soci di non subire le buriane che si sono abbattute sui listini, conservando il giusto valore del titolo. A questo proposito mi fa piacere annunciare che il ricorso di chi aveva messo in dubbio la veridicità di quel valore è stato respinto dall’autorità giudiziaria vicentina».
Alle urne fila tutto liscio, i soci votano a larghissima maggioranza per le proposte formulate dal cda. Da Verona echeggiano le contestazioni dei soci inferociti del Banco Popolare. Qui in Fiera i soci si fanno uno spritz.
martedì 21 aprile 2009
Il peggio sta passando
L'assemblea di Confindustria Vicenza
«Pronti al meglio grazie alla forza delle nostre pmi»
Marino Smiderle
Zuccato ha aperto l’assise degli industriali vicentini invitando a credere nel futuro «Non mi rassegnerò alla rassegnazione»
Piove e tira vento, in Borsa è una giornata da dimenticare e mancano pochi minuti all’inizio dell’assemblea di Confindustria Vicenza. Gli imprenditori, a cominciare dal presidente Roberto Zuccato, non possono che essere ottimisti, sennò farebbero un altro mestiere. Però è dura, dannatamente dura, anche se tutti, quasi fosse una parola d’ordine dettata più dalla disperazione che dalla convinzione, devono dire che la ripresa ci sarà, magari prima di quel che ci aspettiamo.
«I primi segnali si vedono - attacca Emma Marcegaglia -. Dalla Cina, dagli Stati Uniti sembrano arrivare numeri incoraggianti, come se il fondo fosse già stato toccato. E anche i dati dell’export italiano si muovono».
Antonio Favrin, presidente di Unindustria Venezia venuto nella "sua" Vicenza ad ascoltare il collega Zuccato, a chi gli chiede previsioni per il futuro risponde deviando la palla in corner: «Il futuro non si indovina, si fa. E noi imprenditori ce la stiamo mettendo tutta per superare questo momento difficile».
Magari le imprese più solide possono mettere il cambio in folle e aspettare tempi migliori. «Chi si ferma è perduto - obietta Paolo Bastianello, presidente della Marly’s di Arzignano oltre che componente del comitato tecnico Education di Confindustria - e anche se non ci sono ordini bisogna muoversi, investire, prepararsi. Io, per esempio, ho appena aperto un negozio monomarca a Sofia. Sperando che torni a soffiare il vento della ripresa».
Basta, i commenti sono finiti, e pure la pioggia concede una tregua, quasi volesse adattarsi al manifesto adottato da Confindustria Vicenza per presentare l’assemblea, con le nubi squarciate da una macchia d’azzurro e lo slogan speranzoso: «Prepariamoci al meglio». Tocca a Zuccato riassumere un anno vissuto drammaticamente. «È passato un anno da quando ho assunto la presidenza - attacca in una sala Palladio della Fiera gremita - ed è cambiato il mondo. Non per merito mio. E neppure per mia colpa. Non avrei mai pensato, e non sono certo l'unico, che in pochi mesi il mondo sarebbe cambiato così profondamente. Avvenimenti di portata globale hanno coinvolto e in molti casi sconvolto l'economia, la finanza e la politica, modificando i comportamenti delle imprese, dei consumatori, ma anche i modi di vita delle persone».
In fabbrica non arrivano ordini, nel mitico Nord Est si comincia a licenziare e dal rubinetto della cassa integrazione sgorgano numeri inverosimili per la patria del "Cercasi operaio specializzato". Ci sarebbe più di qualche motivo per piangersi addosso, ma questo atteggiamento non è presente nel corredo cromosomico della tribù imprenditoriale berica. «In una situazione difficile come questa - spiega infatti Zuccato - noi imprenditori vicentini abbiamo maggiori possibilità e capacità degli altri per reagire. Per riprenderci. Perché non abbiamo dimenticato le nostre radici, perché siamo imprenditori e siamo vicentini. Perché siamo quelli che partendo da un laboratorio artigianale e una vecchia macchina da cucire hanno costruito un marchio del made in Italy. Siamo quelli che, ricchi solo di queste idee, hanno lasciato il posto fisso e investito i soldi della liquidazione per mettersi in proprio».
Prendevano in giro gli industriali vicentini perché stavano lontani dalla finanza, perché non andavano in Borsa, perché insistevano a puntare sulla manifattura. «Oggi la nostra debolezza per il sistema produttivo manifatturiero - registra il presidente di Confindustria Vicenza - dove il terziario è cresciuto al servizio della produzione, si è rivelata una forza».
L’orgoglio vicentino di Zuccato è arricchito dalla consapevolezza della necessità del cambiamento. «Vicenza è, e continuerà ad essere - dice - una capitale mondiale del manifatturiero e della piccola impresa. Ma deve oggi passare a modelli avanzati di organizzazione industriale. Lo ripeto spesso, perché ne sono fermamente convinto: abbiamo bisogno di unire le forze. E in questo le aggregazioni possono essere lo strumento più efficace».
La crisi può essere l’occasione per migliorare e potenziare il tessuto industriale anche attraverso la formazione, una delle priorità di Zuccato fin dal programma di insediamento. Per questo nel suo discorso sottolinea l’importanza dell’università e del Cuoa («devono diventare un sistema formativo integrato e aperto a studenti e imprenditori di tutte le nazioni») e registra con soddisfazione l’incremento degli iscritti all’Istituto tecnico "Alessandro Rossi".
Uno dei capitoli più delicati a queste latitudini è quello delle infrastrutture. Zuccato cita come caso di successo la realizzazione del Passante di Mestre ma aggiunge un elenco di desideri che comprende il prolungamento verso sud della Valdastico (e qui i lavori sono cominciati) ma anche verso nord (e qui siamo ancora nel campo delle chimere). Si infiamma quando tocca il tema dell’Alta Velocità («S’è perso troppo tempo, mentre per il ponte dello Stretto...»).
Gli applausi del mondo imprenditoriale piovono scroscianti quando Zuccato spolvera l’agenda delle cose che il governo dovrebbe fare subito per dare ossigeno alle aziende. «Qualcosa è stato fatto sul fronte del credito alle pmi - riconosce -. Penso al potenziamento del fondo di garanzia ottenuto grazie all'infaticabile opera di pressing della nostra Presidente Emma Marcegaglia. Penso all'introduzione dei Tremonti Bond e agli altri interventi previsti nel decreto legge per gli incentivi alle aziende. Ma molto resta ancora da fare: va risolto l'annoso problema dei ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Va ripristinata in toto la deducibilità degli interessi passivi. Deve essere introdotta la detassazione degli utili reinvestiti e dei capitali portati in azienda».
In sala c’è anche Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, con cui Confindustria ha condiviso la difficile via della riforma contrattuale. A questo proposito Zuccato ricorda che «la settimana scorsa è stata firmata un'intesa sulla riforma dei contratti di lavoro, che aggiorna accordi vecchi di 15 anni». «È un passo avanti - aggiunge - e proprio per questo spiace che una parte importante del sindacato italiano non abbia voluto condividerlo. Si esce dalla burrasca tutti insieme, lavoratori e imprenditori».
Chiude con un riferimento commosso ai colleghi dell’Abruzzo («Non vi abbandoneremo») e promette di non «rassegnarsi alla rassegnazione». «Di fronte alle sfide che ci attendono, io, voi, noi tutti dobbiamo prepararci al meglio».
Sperando che il meglio sia dietro l’angolo e non troppo lontano.
Dividendi et impera
PORTAFOGLIO
La primavera è la stagione dei dividendi
Marino Smiderle
A questi prezzi le azioni offrono rendimenti molto interessanti e sicuramente molto più elevati dei Bot
Con i Bot allo "zerovirgola" per cento e con la fiducia che, timidamente, torna a far capolino sia a Wall Street che a Main Street (cioè tanto in Borsa quanto nell’economia reale), vale la pena andare a spulciare nell’elenco di piazza Affari per vedere se ci sono delle occasioni per rientrare e farsi un giro di giostra. Detta così, pare la proposta indecente di un incosciente che ama l’azzardo e gioca col fuoco. In realtà la proposta è un’altra: scegliete sì qualche titolo azionario ma fatelo con l’ottica del cassettista, di chi cioè è disposto a tenerlo a medio-lungo periodo ma vuole essere remunerato ogni anno con un dividendo decente.
DIVIDENDI
I dividendi sono le per le azioni quello che le cedole sono per Btp e Cct: distribuzione periodica di denaro. La differenza sta in due punti fondamentali: per le obbligazioni di stato è certo che gli interessi siano dati e sono certi anche l’importo (Btp) o comunque il parametro con cui l’importo finale viene calcolato (Cct). Nel caso delle azioni, invece, non si può sapere se ci saranno dividendi, visto che dipendono dall’andamento del conto economico della società in questione. In più, quand’anche la società facesse utili, non è possibile stabilire quanto di questi verranno distribuiti. Insomma, l’alea dell’investimento azionario è ben compresa nel concetto di dividendo, anche se i grandi guadagni di Borsa si fanno vendendo le azioni a prezzo più alto di quello d’acquisto. Tuttavia questa è una stagione particolare per i dividendi: ormai tutte le società hanno annunciato quale sarà l’importo distribuito nel 2009 e, sulla base dei prezzi attuali, è così possibile stabilire con certezza il rendimento (dividendo/prezzo) per quest’anno.
LE OCCASIONI
Facciamo alcuni esempi, così si capisce meglio. E partiamo dal solito titolo Enel (per il quale occorre tuttavia tenere presente che a giugno partirà un aumento di capitale e che quindi ai soci verrà chiesto di por mano al portafogli), che come tutta la Borsa ha subito nei mesi passati una forte tosatura nelle quotazioni. Dunque, tenendo presente che l’acconto è già stato distribuito l’anno scorso, il 22 giugno prossimo distribuirà ai soci un dividendo di 0,29 euro per azione. Questo vuol dire che, sulla base del prezzo di venerdì (3,915 euro), il rendimento sarà del 7,4 per cento. Va ancora meglio al titolo A2a, che con un dividendo fissato per il 22 giugno di 0,097 euro e un prezzo attuale di 1,199 euro, garantisce all’azionista un rendimento superiore all’8 per cento. La star del Mib30, però, è Mediaset, che ha già stabilito la distribuzione di un dividendo di 0,38 euro per il prossimo 18 maggio e, quotando 3,95 euro, garantisce un rendimento vicino al 10 per cento.
DIVIDENDI ATTESI
È chiaro che questi dividendi sono certi solo per l’anno in corso. Cioè, se io compro azioni Mediaset a 3,95 euro sono sicuro che tra un mesetto percepirò il mio rendimento vicino al 10 per cento ma non è assolutamente detto che questo si ripeta anche l’anno venturo. Anzi, così come in questa tornata sono state le banche a impugnare l’accetta sui dividendi, proprio perché reduci da un tornado che le ha scosse fin dalle fondamenta (e così, pur in presenza di utili, molte hanno deciso di portarli a patrimonio anziché distribuirli), potrebbe capitare che gli effetti della crisi per le altre imprese si facciano sentire nei bilanci del prossimo esercizio, con conseguenti tagli o cancellazioni dei dividendi. Resta il fatto che a questi prezzi, e nonostante il piccolo rally che c’è stato nell’ultimo mese a piazza Affari, i rischi sono minori e le opportunità maggiori.
BOOM
Questo è un piccolo vademecum per i risparmiatori-cassettisti, quelli cioè che solitamente tengono le azioni a lungo e si limitano a riscuotere i dividendi. È chiaro che i dividendi della prossima tornata sono particolarmente interessanti (e certi, almeno nel dato puntuale) perché nella maggior parte dei casi sono molto superiori al rendimento offerto dai Bot. Inoltre, se le cose dovessero andare bene, nel medio periodo è plausibile attendersi un forte recupero delle quotazioni, già avvenuto in parte nell’ultimo mese. Ecco che a quel punto, anche il cassettista più tenace, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di vendere.
La primavera è la stagione dei dividendi
Marino Smiderle
A questi prezzi le azioni offrono rendimenti molto interessanti e sicuramente molto più elevati dei Bot
Con i Bot allo "zerovirgola" per cento e con la fiducia che, timidamente, torna a far capolino sia a Wall Street che a Main Street (cioè tanto in Borsa quanto nell’economia reale), vale la pena andare a spulciare nell’elenco di piazza Affari per vedere se ci sono delle occasioni per rientrare e farsi un giro di giostra. Detta così, pare la proposta indecente di un incosciente che ama l’azzardo e gioca col fuoco. In realtà la proposta è un’altra: scegliete sì qualche titolo azionario ma fatelo con l’ottica del cassettista, di chi cioè è disposto a tenerlo a medio-lungo periodo ma vuole essere remunerato ogni anno con un dividendo decente.
DIVIDENDI
I dividendi sono le per le azioni quello che le cedole sono per Btp e Cct: distribuzione periodica di denaro. La differenza sta in due punti fondamentali: per le obbligazioni di stato è certo che gli interessi siano dati e sono certi anche l’importo (Btp) o comunque il parametro con cui l’importo finale viene calcolato (Cct). Nel caso delle azioni, invece, non si può sapere se ci saranno dividendi, visto che dipendono dall’andamento del conto economico della società in questione. In più, quand’anche la società facesse utili, non è possibile stabilire quanto di questi verranno distribuiti. Insomma, l’alea dell’investimento azionario è ben compresa nel concetto di dividendo, anche se i grandi guadagni di Borsa si fanno vendendo le azioni a prezzo più alto di quello d’acquisto. Tuttavia questa è una stagione particolare per i dividendi: ormai tutte le società hanno annunciato quale sarà l’importo distribuito nel 2009 e, sulla base dei prezzi attuali, è così possibile stabilire con certezza il rendimento (dividendo/prezzo) per quest’anno.
LE OCCASIONI
Facciamo alcuni esempi, così si capisce meglio. E partiamo dal solito titolo Enel (per il quale occorre tuttavia tenere presente che a giugno partirà un aumento di capitale e che quindi ai soci verrà chiesto di por mano al portafogli), che come tutta la Borsa ha subito nei mesi passati una forte tosatura nelle quotazioni. Dunque, tenendo presente che l’acconto è già stato distribuito l’anno scorso, il 22 giugno prossimo distribuirà ai soci un dividendo di 0,29 euro per azione. Questo vuol dire che, sulla base del prezzo di venerdì (3,915 euro), il rendimento sarà del 7,4 per cento. Va ancora meglio al titolo A2a, che con un dividendo fissato per il 22 giugno di 0,097 euro e un prezzo attuale di 1,199 euro, garantisce all’azionista un rendimento superiore all’8 per cento. La star del Mib30, però, è Mediaset, che ha già stabilito la distribuzione di un dividendo di 0,38 euro per il prossimo 18 maggio e, quotando 3,95 euro, garantisce un rendimento vicino al 10 per cento.
DIVIDENDI ATTESI
È chiaro che questi dividendi sono certi solo per l’anno in corso. Cioè, se io compro azioni Mediaset a 3,95 euro sono sicuro che tra un mesetto percepirò il mio rendimento vicino al 10 per cento ma non è assolutamente detto che questo si ripeta anche l’anno venturo. Anzi, così come in questa tornata sono state le banche a impugnare l’accetta sui dividendi, proprio perché reduci da un tornado che le ha scosse fin dalle fondamenta (e così, pur in presenza di utili, molte hanno deciso di portarli a patrimonio anziché distribuirli), potrebbe capitare che gli effetti della crisi per le altre imprese si facciano sentire nei bilanci del prossimo esercizio, con conseguenti tagli o cancellazioni dei dividendi. Resta il fatto che a questi prezzi, e nonostante il piccolo rally che c’è stato nell’ultimo mese a piazza Affari, i rischi sono minori e le opportunità maggiori.
BOOM
Questo è un piccolo vademecum per i risparmiatori-cassettisti, quelli cioè che solitamente tengono le azioni a lungo e si limitano a riscuotere i dividendi. È chiaro che i dividendi della prossima tornata sono particolarmente interessanti (e certi, almeno nel dato puntuale) perché nella maggior parte dei casi sono molto superiori al rendimento offerto dai Bot. Inoltre, se le cose dovessero andare bene, nel medio periodo è plausibile attendersi un forte recupero delle quotazioni, già avvenuto in parte nell’ultimo mese. Ecco che a quel punto, anche il cassettista più tenace, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di vendere.
Magic India
La magia dell'India che vota
Marino Smiderle
Quest’anno 714 milioni di elettori daranno vita allo spettacolo della più grande democrazia del mondo
C’è qualcosa di semplicemente magico in quel che sta succedendo in questi giorni in India. Un paese complicato, difficile, definito "potente" solo perché da qualche anno il suo pil aumenta a ritmi cinesi, ma in realtà lastricato di una povertà rassegnata di milioni e milioni di paria convinti che sia giusto essere in fondo alla scala dell’umanità. Eppure, nonostante tutto, nonostante gli attentati di Mumbai, nonostante la guerra latente col Pakistan per il Kashmir, nonostante gli elefanti che girano per le tangenziali, in questi giorni sta andando in scena il più gigantesco spot per la democrazia.
Sissignori, questo paese magico per la sua storia e per le sue tradizioni, diventa ancora più magico quando dimostra che la sua forza di fondo, più dell’economia e dei geni informatici di Bangalore, è proprio la democrazia. «Quest’anno gli elettori sono 714 milioni - scrive su Internazionale Shashi Tharoor, scrittore e saggista indiano oltre che candidato con il partito del Congress di Sonia Gandhi - 43 milioni in più rispetto alle politiche del 2004. Si voterà in 828.804 seggi sparsi in tutto il paese. Ci sono più di cinquemila candidati di sette partiti politici nazionali e di molti partiti regionali e locali. Nell’operazione saranno coinvolti quattro milioni di funzionari elettorali e sei milioni tra poliziotti e civili addetti alla sicurezza. Il numero degli elettori è così alto che il voto sarà diviso in cinque fasi e finirà solo il 13 maggio».
Più ancora che scendere nel dettaglio della battaglia politica in corso in questo immenso paese e che vede su fronti opposti il partito del Congresso, guidato dalla "vicentina" Sonia Gandhi e dal primo ministro uscente Manmohan Singh, e il Bharatiya janata party, è interessante confrontare la maniera diversa di gestire il grande sviluppo economico e sociale di Cina e India. Anche perché la sensazione è che dalle macerie di questa crisi economica sorgerà un mondo diverso da quello che c’era prima, con gli Stati Uniti non più unica potenza globale ma con queste due miliardi e mezzo di persone comprese tra due stati decise a recitare un ruolo da protagoniste.
Racconto l’esperienza fatta nei due viaggi fatti in Cina e in India, che mi è servita per capire come la Cina sia più efficiente ed efficace ma profondamente iniqua e pericolosa, e come invece l’India sia più scalcinata e lenta ma capace di coniugare la democrazia con la corsa al futuro. Allora, succede che a Pechino, nel mezzo del quartiere delle ambasciate, mi imbatto in alcuni palazzi fatiscenti e comunque abitati da centinaia di famiglie. Su alcuni di questi palazzi campeggia un cerchio di vernice rossa. Chiedo ad alcuni cinesi che mi accompagnano cosa significhi quella grafica e la risposta è semplice e raggelante al tempo stesso: «Il partito ha deciso che quegli edifici vanno abbattuti e tra poche settimane inizieranno i lavori di demolizione».
Per carità, scelta condivisibile, almeno a giudicare dall’aspetto dei palazzi. Però non c’è stata discussione alcuna: la decisione è stata presa dall’unica autorità riconosciuta, il partito, appunto, che provvederà a trasferire gli attuali inquilini altrove. Fine del discorso. Come si può capire, un partito "illuminato" (tra mille virgolette) che ha come fine ultimo lo sviluppo del paese, può fare e disfare come e quanto vuole, con inevitabili benefici in termini di efficacia ed efficienza, ma in maniera assolutamente dittatoriali. Risultato: la Cina, nonostante la crisi globale, nei primi tre mesi del 2009 ha un pil che cresce "solo" del 6,1 per cento.
Succede poi che, uscendo dall’aeroporto assai approssimativo di Mumbai (altro che la perfezione di Shanghai), l’India dei disperati presenti il suo biglietto da visita ai margini di una tangenziale che pare un’opera d’arte dell’assurdo. In pratica la striscia d’asfalto taglia esattamente in due la baraccopoli dove vivono milioni di disperati, con "case" tranciate di netto che restano miracolosamente in piedi, magari con una stanza in bella vista, un bagno sezionato da un’ideale sega rettilinea. Si passa in taxi e si vede, a destra e a sinistra, questa perfetta incisione che lascia increduli. «Per fare questa strada - mi raccontò un amico indiano - furono necessari anni di compromessi, discussioni in consiglio comunale, rinvii e, alla fine, si decise di salvaguardare quanto si poteva delle baracche. Ed ecco il compromesso di questa trafficata lingua d’asfalto che passa a pochi centimetri dai cessi e dalla cucine delle case che sono state comunque risparmiate».
Tra i costi della democrazia indiana, insomma, al primo posto figurano i ritardi delle opere infrastrutturali. Non è un caso che in Cina la nascita di metropoli nuove di zecca dal nulla (penso alla parte di Shanghai partorita sulle paludi di Pudong), la realizzazione di strade e aeroporti avveniristici siano avvenute alla velocità della luce. A Pechino on si discute, si fa.
A Delhi, invece, si parla tanto, in inglese e in hindi, e poi si vota. «L’India - ricorda Tharoor - è stata anche il primo paese a marchiare con l’inchiostro indelebile l’unghia degli elettori per indicare che avevano già votato». Al termine delle elezioni, poi, forse ci si mette d’accordo e si comincia a fare qualcosa.
La Cina è uno dei pochi paesi al mondo in cui la democrazia, nel corso dei millenni, non ha mai avuto diritto di cittadinanza.
Mai nessuno ha infilato una scheda nell’urna. E adesso stiamo qui a parlare di un futuro bipolare, con la Cina destinata a superare gli Stati Uniti di cui detiene i cordoni della Borsa attraverso il patrimonio in titoli di stato. Vincerà il sistema cinese? Molto meglio vedere 714 milioni di elettori, carichi di speranza e diritti, in coda da Delhi a Calcutta.
Marino Smiderle
Quest’anno 714 milioni di elettori daranno vita allo spettacolo della più grande democrazia del mondo
C’è qualcosa di semplicemente magico in quel che sta succedendo in questi giorni in India. Un paese complicato, difficile, definito "potente" solo perché da qualche anno il suo pil aumenta a ritmi cinesi, ma in realtà lastricato di una povertà rassegnata di milioni e milioni di paria convinti che sia giusto essere in fondo alla scala dell’umanità. Eppure, nonostante tutto, nonostante gli attentati di Mumbai, nonostante la guerra latente col Pakistan per il Kashmir, nonostante gli elefanti che girano per le tangenziali, in questi giorni sta andando in scena il più gigantesco spot per la democrazia.
Sissignori, questo paese magico per la sua storia e per le sue tradizioni, diventa ancora più magico quando dimostra che la sua forza di fondo, più dell’economia e dei geni informatici di Bangalore, è proprio la democrazia. «Quest’anno gli elettori sono 714 milioni - scrive su Internazionale Shashi Tharoor, scrittore e saggista indiano oltre che candidato con il partito del Congress di Sonia Gandhi - 43 milioni in più rispetto alle politiche del 2004. Si voterà in 828.804 seggi sparsi in tutto il paese. Ci sono più di cinquemila candidati di sette partiti politici nazionali e di molti partiti regionali e locali. Nell’operazione saranno coinvolti quattro milioni di funzionari elettorali e sei milioni tra poliziotti e civili addetti alla sicurezza. Il numero degli elettori è così alto che il voto sarà diviso in cinque fasi e finirà solo il 13 maggio».
Più ancora che scendere nel dettaglio della battaglia politica in corso in questo immenso paese e che vede su fronti opposti il partito del Congresso, guidato dalla "vicentina" Sonia Gandhi e dal primo ministro uscente Manmohan Singh, e il Bharatiya janata party, è interessante confrontare la maniera diversa di gestire il grande sviluppo economico e sociale di Cina e India. Anche perché la sensazione è che dalle macerie di questa crisi economica sorgerà un mondo diverso da quello che c’era prima, con gli Stati Uniti non più unica potenza globale ma con queste due miliardi e mezzo di persone comprese tra due stati decise a recitare un ruolo da protagoniste.
Racconto l’esperienza fatta nei due viaggi fatti in Cina e in India, che mi è servita per capire come la Cina sia più efficiente ed efficace ma profondamente iniqua e pericolosa, e come invece l’India sia più scalcinata e lenta ma capace di coniugare la democrazia con la corsa al futuro. Allora, succede che a Pechino, nel mezzo del quartiere delle ambasciate, mi imbatto in alcuni palazzi fatiscenti e comunque abitati da centinaia di famiglie. Su alcuni di questi palazzi campeggia un cerchio di vernice rossa. Chiedo ad alcuni cinesi che mi accompagnano cosa significhi quella grafica e la risposta è semplice e raggelante al tempo stesso: «Il partito ha deciso che quegli edifici vanno abbattuti e tra poche settimane inizieranno i lavori di demolizione».
Per carità, scelta condivisibile, almeno a giudicare dall’aspetto dei palazzi. Però non c’è stata discussione alcuna: la decisione è stata presa dall’unica autorità riconosciuta, il partito, appunto, che provvederà a trasferire gli attuali inquilini altrove. Fine del discorso. Come si può capire, un partito "illuminato" (tra mille virgolette) che ha come fine ultimo lo sviluppo del paese, può fare e disfare come e quanto vuole, con inevitabili benefici in termini di efficacia ed efficienza, ma in maniera assolutamente dittatoriali. Risultato: la Cina, nonostante la crisi globale, nei primi tre mesi del 2009 ha un pil che cresce "solo" del 6,1 per cento.
Succede poi che, uscendo dall’aeroporto assai approssimativo di Mumbai (altro che la perfezione di Shanghai), l’India dei disperati presenti il suo biglietto da visita ai margini di una tangenziale che pare un’opera d’arte dell’assurdo. In pratica la striscia d’asfalto taglia esattamente in due la baraccopoli dove vivono milioni di disperati, con "case" tranciate di netto che restano miracolosamente in piedi, magari con una stanza in bella vista, un bagno sezionato da un’ideale sega rettilinea. Si passa in taxi e si vede, a destra e a sinistra, questa perfetta incisione che lascia increduli. «Per fare questa strada - mi raccontò un amico indiano - furono necessari anni di compromessi, discussioni in consiglio comunale, rinvii e, alla fine, si decise di salvaguardare quanto si poteva delle baracche. Ed ecco il compromesso di questa trafficata lingua d’asfalto che passa a pochi centimetri dai cessi e dalla cucine delle case che sono state comunque risparmiate».
Tra i costi della democrazia indiana, insomma, al primo posto figurano i ritardi delle opere infrastrutturali. Non è un caso che in Cina la nascita di metropoli nuove di zecca dal nulla (penso alla parte di Shanghai partorita sulle paludi di Pudong), la realizzazione di strade e aeroporti avveniristici siano avvenute alla velocità della luce. A Pechino on si discute, si fa.
A Delhi, invece, si parla tanto, in inglese e in hindi, e poi si vota. «L’India - ricorda Tharoor - è stata anche il primo paese a marchiare con l’inchiostro indelebile l’unghia degli elettori per indicare che avevano già votato». Al termine delle elezioni, poi, forse ci si mette d’accordo e si comincia a fare qualcosa.
La Cina è uno dei pochi paesi al mondo in cui la democrazia, nel corso dei millenni, non ha mai avuto diritto di cittadinanza.
Mai nessuno ha infilato una scheda nell’urna. E adesso stiamo qui a parlare di un futuro bipolare, con la Cina destinata a superare gli Stati Uniti di cui detiene i cordoni della Borsa attraverso il patrimonio in titoli di stato. Vincerà il sistema cinese? Molto meglio vedere 714 milioni di elettori, carichi di speranza e diritti, in coda da Delhi a Calcutta.
domenica 19 aprile 2009
Muratori musulmani
L’INTERVISTA. Domenico Buffarini, appartenente alla loggia vicentina “I veri amici”, ha abbracciato il Corano
«Io, massone e islamico Il mio architetto è Allah»
Marino Smiderle
Dal Grande Oriente d’Italia al Medio Oriente, il passo, in fondo, è breve.
Così almeno pensa Domenico Buffarini, che dopo essere stato determinante nella costituzione della loggia massonica del GOI “I veri amici" a Vicenza, ha deciso di fare un altro fondamentale passo nel cammino della sua ricerca personale. Ha telefonato all’imam di Vicenza, Touhami Ouelhazi, per dirgli una cosa semplice: «Ho maturato la convinzione di abbracciare l’Islam».
Caro Buffarini, prima ancora di chiederle i motivi di questa sua folgorazione sulla via della moschea, è interessante capire come possano andare d’accordo i principi di libertà della massoneria con quelli religiosi dell’Islam. Vanno d’accordo?
Sì, ma la chiesa cattolica, per dirne una, ritiene passibile di scomunica chi fa parte della massoneria...
Ma lei, prima di abbracciare l’Islam, che rapporti aveva con la religione?
Come no. Non la vedo molto conciliabile con i dettami rigidi dell’Islam...
Buffarini, stiamo divagando. Che ci azzecca l’Islam con Voltaire?
Questione di punti di vista. Tra libertà e donne che vanno in giro con scafandri o, peggio, che vengono lapidate per adulterio, non si intravedono molti punti di contatto...
Iran, Nigeria, talebani...
Se a Roma voglio aprire una moschea, mi danno l’ok, se chiedo all’Arabia Saudita di aprire una chiesa cattolica mi cacciano via a calci...
Vuol dirmi che tra musulmani e cristiani non c’è pericolo di contrasti?
Senta, vuol raccontare com’è andata la sua conversione vicentina?
Sì, ma l’avvicinamento al Corano come è nato? Cosa l’ha spinta a passare dagli indiani d’America, di cui è studioso apprezzato, all’Islam?
Ha già cominciato a studiare l’arabo?
Approfitto del suo ruolo e le chiedo subito: come vanno i rapporti con le istituzioni vicentine?
Buffarini, pensa di restare nella massoneria?
Non crede sarà dura vivere da musulmano a Vicenza?
«Io, massone e islamico Il mio architetto è Allah»
Marino Smiderle
Dal Grande Oriente d’Italia al Medio Oriente, il passo, in fondo, è breve.
Così almeno pensa Domenico Buffarini, che dopo essere stato determinante nella costituzione della loggia massonica del GOI “I veri amici" a Vicenza, ha deciso di fare un altro fondamentale passo nel cammino della sua ricerca personale. Ha telefonato all’imam di Vicenza, Touhami Ouelhazi, per dirgli una cosa semplice: «Ho maturato la convinzione di abbracciare l’Islam».
Caro Buffarini, prima ancora di chiederle i motivi di questa sua folgorazione sulla via della moschea, è interessante capire come possano andare d’accordo i principi di libertà della massoneria con quelli religiosi dell’Islam. Vanno d’accordo?
Questo non è proprio un problema. Anzi. Come lei sa, un punto cardine della massoneria è il Grande Architetto dell’Universo. Poi ognuno interpreta quest’entità suprema come crede, sulla base delle convinzioni religiose di ciascuno.
Sì, ma la chiesa cattolica, per dirne una, ritiene passibile di scomunica chi fa parte della massoneria...
Ma molti cattolici ci fanno parte comunque, senza certo venire scacciati dai fratelli muratori. Semmai quello che non è conciliabile con la massoneria è l’ateismo.
Ma lei, prima di abbracciare l’Islam, che rapporti aveva con la religione?
Ero un deista. Ha presente la preghiera a Dio di Voltaire?
Come no. Non la vedo molto conciliabile con i dettami rigidi dell’Islam...
E si sbaglia. Il Dio dell’Islam assomiglia all’essere parmenideo...
Buffarini, stiamo divagando. Che ci azzecca l’Islam con Voltaire?
Le basi sono la ragione e il desiderio di conoscenza. Nell’Islam la scienza è assolutamente libera e lo scopo è quello di conoscere nel profondo i segreti del creato. Muslim, cioè musulmano, vuol dire testimone. Non c’è nessun rapporto più libero tra fedele e religione.
Questione di punti di vista. Tra libertà e donne che vanno in giro con scafandri o, peggio, che vengono lapidate per adulterio, non si intravedono molti punti di contatto...
Su questi equivoci legati all’abbigliamento della donna ci sarebbe molto da dire. Non sono convinto, ad esempio, che la civiltà occidentale abbia molto più rispetto della donna. Quanto alla lapidazione, ci sono solo gli estremisti che la praticano.
Iran, Nigeria, talebani...
Sono i fascisti del mondo islamico, non meritano di essere considerati.
Se a Roma voglio aprire una moschea, mi danno l’ok, se chiedo all’Arabia Saudita di aprire una chiesa cattolica mi cacciano via a calci...
In Arabia ci sono i wahabiti, che sono un po’ i lefebvriani dell’Islam. In Egitto e in molti altri paesi islamici c’è spazio per le altre confessioni.
Vuol dirmi che tra musulmani e cristiani non c’è pericolo di contrasti?
È così. I pericoli di dissenso ci sono, ma non tra musulmani e cristiani, semmai i problemi sorgono con i laicisti. Con loro il dialogo è difficile.
Senta, vuol raccontare com’è andata la sua conversione vicentina?
Molto semplice. Sono andato in comunità e ho pronunciato per tre volte la shahada, vale a dire la testimonianza con cui il fedele musulmano dichiara di credere in un Dio uno e unico e nella missione profetica di Muhammad. La formula araba suona: Ashadu an là ilàha illà Allàh - wa ashadu anna Muhammada Rasulu Allàh, cioè: “Testimonio che non c'è divinità se non Dio (Allah) e testimonio che Muhammad è il suo messaggero"».
Sì, ma l’avvicinamento al Corano come è nato? Cosa l’ha spinta a passare dagli indiani d’America, di cui è studioso apprezzato, all’Islam?
A parte che ci sono più elementi in comune di quanto possa sembrare, la verità è che il Corano è un oceano. All’inizio hai paura di buttarti dentro, ma poi ti ci trovi benissimo.
Ha già cominciato a studiare l’arabo?
Lo sto studiando. Sono diventato l’addetto stampa della comunità islamica di Vicenza e ho intenzione di approfondire la conoscenza linguistica.
Approfitto del suo ruolo e le chiedo subito: come vanno i rapporti con le istituzioni vicentine?
Beh, ci sono state dichiarazioni da parte di esponenti istituzionali, come il sindaco di Thiene e alcuni parlamentari, assai poco concilianti. A questo proposito tutti noi, cittadini italiani di Vicenza di religione islamica, abbiamo inviato una lettera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Buffarini, pensa di restare nella massoneria?
Ci mancherebbe. Lei non sa quanti musulmani, anche autorevoli capi di stato islamici, ci siano in massoneria.
Non crede sarà dura vivere da musulmano a Vicenza?
Ma guardi che siamo tanti. 45 mila in questa provincia, 150 mila in Veneto, 1,5 milioni in Italia. Non mi sento tanto solo.
Avanti credito
L’INTERVISTA. Il vicedirettore generale della Banca Popolare di Vicenza illustra i nuovi prodotti dell’istituto
«Rate sospese per le imprese
in difficoltà»
Giustini: «Siamo tornati a fare la banca tradizionale e credo questa sia la lezione più importante della crisi»
Marino Smiderle
VICENZA
Con l’economia che langue e con le piccole e medie imprese nordestine alle prese con problemi di ordini, chi sta al volante della Divisione mercati della Banca Popolare di Vicenza si trova in cima a una montagna di responsabilità e, nello stesso tempo, di opportunità. Lo conferma il pilota in questione, Emanuele Giustini, che della Bpvi è anche vicedirettore generale, e che in questo momento è nella sala macchine intento a pompare i due miliardi in più (a livello di capogruppo) che il budget ha previsto di erogare in più al sistema produttivo della zona.
«La nostra percezione - attacca Giustini - è che almeno il 30 per cento delle pmi sia in buona salute e che però abbia bisogno, in questo momento particolare, del sostegno della banca di fiducia. Noi, in qualità di banca popolare del territorio, siamo chiamati a fare la nostra parte. E abbiamo tutte le intenzioni di recitare un ruol odi primo piano, anche perché non tutti gli istituti di credito hanno la forza per farlo».
E la Popolare di Vicenza ha la forza per farlo?
Voi avete lanciato un paio di iniziative innovative, assieme alla Camera di commercio e ai commercialisti, legate a un maggior eintervento degli imprenditori nella patrimonializzazione delle aziende. Si sono già visti alcuni risultati?
Che idea s’è fatto delle imprese del Nord Est?
Senta, al di là delle parole, cosa ha fatto, e cosa farà, la Popolare di Vicenza per dare una mano a quelle imprese che rischiano di non poter far fronte ai propri debiti per la congiuntura negativa?
Avete pensato anche alle famiglie che non riescono a far fronte ai propri mutui, magari perché il capofamiglia ha perso il posto?
Sul fronte del credito, come sono andati i primi tre mesi di quest’anno?
Quindi è giusto dire che per voi la crisi è anche un’opportunità?
«Rate sospese per le imprese
in difficoltà»
Giustini: «Siamo tornati a fare la banca tradizionale e credo questa sia la lezione più importante della crisi»
Marino Smiderle
VICENZA
Con l’economia che langue e con le piccole e medie imprese nordestine alle prese con problemi di ordini, chi sta al volante della Divisione mercati della Banca Popolare di Vicenza si trova in cima a una montagna di responsabilità e, nello stesso tempo, di opportunità. Lo conferma il pilota in questione, Emanuele Giustini, che della Bpvi è anche vicedirettore generale, e che in questo momento è nella sala macchine intento a pompare i due miliardi in più (a livello di capogruppo) che il budget ha previsto di erogare in più al sistema produttivo della zona.
«La nostra percezione - attacca Giustini - è che almeno il 30 per cento delle pmi sia in buona salute e che però abbia bisogno, in questo momento particolare, del sostegno della banca di fiducia. Noi, in qualità di banca popolare del territorio, siamo chiamati a fare la nostra parte. E abbiamo tutte le intenzioni di recitare un ruol odi primo piano, anche perché non tutti gli istituti di credito hanno la forza per farlo».
E la Popolare di Vicenza ha la forza per farlo?
Abbiamo un buon patrimonio, una buona liquidità e tutta la volontà, oltre che la convenienza, a sostenere le aziende. Siamo tra i pochi che finanziano a medio e lungo termine. Nel 2009 non abbiamo Mtn in scadenza e possiamo così focalizzarci nel nostro mestiere principale, che è quello di erogare credito alle imprese.
Voi avete lanciato un paio di iniziative innovative, assieme alla Camera di commercio e ai commercialisti, legate a un maggior eintervento degli imprenditori nella patrimonializzazione delle aziende. Si sono già visti alcuni risultati?
Noi abbiamo proposto questo tipo di interventi, e penso alla convenzione con l’ente camerale di erogare venti euro per ogni dieci investiti in azienda da parte dell’imprenditore, perché è arrivato il momento per le pmi di cambiare pelle. Per la verità abbiamo visto ancora poche mosse in questo senso. Io credo invece che questa sia l’occasione, per le imprese ma anche per le banche, di mettere sul piatto tutto, di aumentare la trasparenza reciproca.
Che idea s’è fatto delle imprese del Nord Est?
Qui vedo gente che ama davvero la propria azienda ma che non si limita a dedicarle gran parte del proprio tempo. No, qui anche nelle piccole realtà si fa tanta innovazione. E dico innovazione vera, con un’elasticità incorporata capace di far cambiare rotta con grande velocità quando le circostanze lo richiedono.
Senta, al di là delle parole, cosa ha fatto, e cosa farà, la Popolare di Vicenza per dare una mano a quelle imprese che rischiano di non poter far fronte ai propri debiti per la congiuntura negativa?
Abbiamo previsto un intervento particolare riguardo ai mutui. Tutte le imprese in bonis, che stanno attraversando un momento di difficoltà, avranno la possibilità di sospendere per 12 mesi il pagamento della quota capitale della rata. Automaticamente la scadenza del finanziamento verrà prorogata di un anno.
Avete pensato anche alle famiglie che non riescono a far fronte ai propri mutui, magari perché il capofamiglia ha perso il posto?
In questo caso stavamo aspettando il decreto attuativo legato alla Finanziaria, che però nessuno ha ancora visto. Noi partiremo comunque, sulla base delle rate impagate finora. Faremo in modo di sospendere il pagamento delle rate, spostandole in coda alla scadenza naturale del mutuo.
Sul fronte del credito, come sono andati i primi tre mesi di quest’anno?
Basti dire che abbiamo allargato la base della clientela tanto quanto avevamo fatto in tutto il 2008. Stiamo conquistando quote di mercato grazie alla scelta di spingere col credito nonostante il momento complicato dell’economia.
Quindi è giusto dire che per voi la crisi è anche un’opportunità?
Siamo tornati a fare banca in modo tradizionale. Le banche devono tornare a fare le banche. È questa la lezione della crisi.
giovedì 16 aprile 2009
Armatevi
IL CASO. L’esperienza mondiale delle Acciaierie Valbruna nella realizzazione di tondini in acciaio inossidabile
Il nucleo dell’armatura che resiste al terremoto
Massimo Amenduni: «La corrosione che colpisce il materiale tradizionale rende precari gli edifici»
VICENZA
Si fa un gran parlare, in questi giorni di dolore, del cemento, della sabbia e del calcestruzzo usati per costruire le case, le scuole, gli ospedali dell’Aquila. Certo, il terremoto è stato squassante, magnitudo 5,8 della scala Richter, e dei danni alle strutture sono da mettere in conto. Ma quando i vigili del fuoco, i periti, gli esperti in genere hanno esaminato da vicino i resti di quei poveri edifici, hanno capito subito che, con una tecnica di costruzione o ristrutturazione più accurata e rispettosa delle norme più elementari, un simile disastro non sarebbe capitato.
«Ma il vero nocciolo della questione - osserva Massimo Amenduni, consigliere delegato delle Acciaierie Valbruna - è l’armatura. È quello il cuore di una struttura edilizia, quello che permette di resistere alle varie sollecitazioni del tempo e dell’ambiente esterno, prima ancora che proteggere, quando capita, dal terremoto».
L’armatura, per i profani, è il materiale ferroso che viene inserito nelle murature per rafforzarle e renderle resistenti all’usura, alle sollecitazioni. Le Acciaierie Valbruna hanno un’esperienza professionale in questo campo che pochi possono vantare, maturata in tutte le parti del mondo, comprese quelle a condizioni climatiche estreme, in un senso e nell’altro. È stata questa esperienza sul campo che ha portato il gruppo vicentino a brevettare, negli anni 80, il Reval, una sorta di tondo, di tutte le dimensioni, in acciaio inossidabile in grado di garantire un'elevata resistenza, protezione e prevenzione dalla corrosione (in particolare dal fenomeno di carbonatazione e dalla presenza di cloruri) alle costruzioni di tutti i tipi, dalle strade ai ponti, dai viadotti alle gallerie, agli edifici civili e industriali.
«Il punto è - osserva Massimo Amenduni mentre mostra un tondino arrugginito e mangiato dal tempo e dalla corrosione - che l’acqua, per esempio, può infiltrarsi nella struttura e arrivare a corrodere in pochi anni il tondino utilizzato per l’armatura. Per quanti accorgimenti si possano prendere, la resistenza dell’intera struttura, a quel punto, diventa minore e, in caso di sollecitazioni straordinarie, può crollare».
Ci sono immagini che rendono perfettamente l’idea. E non occorre soffermarsi troppo su fotografie choc, tipo quella del ponte di Santo Stefano, costruito nel 1956 e crollato nel ’99. Basta anche dare un occhio ai semplici balconi di alcune case vicentine, realizzati decenni fa con un’armatura tradizionale ormai corrosa dal tempo e sbriciolatisi senza il... bisogno di un terremoto. Ma sono questi casi spiccioli che aiutano a rendersi conto di quanto sia importante prevenire piuttosto che intervenire quando ormai il danno è fatto.
Sono innumerevoli le realizzazioni fatte da Acciaierie Valbruna utilizzando il Reval, a partire dalle famose penisole artificiali nel Qatar, dove il tondino in acciaio inossidabile è assolutamente indispensabile se si vuole evitare che gli edifici durino solo pochi anni, per finire al ponte di Bassano.
L’obiezione principale che viene fatta a quello che sembra un elementare accorgimento è data dai costi: l’acciaio inox costa molto di più del materiale normalmente utilizzato per le armature. «Sebbene il costo iniziale del Reval sia maggiore a quello dell’acciaio al carbonio - replica Massimo Amenduni - bisogna tener conto che sarà largamente recuperato dalla totale assenza di costi di manutenzione. Inoltre non bisogna dimenticare che le caratteristiche dell’acciaio inossidabile permettono di ridurre il diametro della sezione, oltre che lo spessore del copriferro».
Ovvio che, specie in sede di appalti pubblici, ci vorrebbe... un terremoto per indurre i progettisti a utilizzarlo. MA.SM.
Il nucleo dell’armatura che resiste al terremoto
Massimo Amenduni: «La corrosione che colpisce il materiale tradizionale rende precari gli edifici»
VICENZA
Si fa un gran parlare, in questi giorni di dolore, del cemento, della sabbia e del calcestruzzo usati per costruire le case, le scuole, gli ospedali dell’Aquila. Certo, il terremoto è stato squassante, magnitudo 5,8 della scala Richter, e dei danni alle strutture sono da mettere in conto. Ma quando i vigili del fuoco, i periti, gli esperti in genere hanno esaminato da vicino i resti di quei poveri edifici, hanno capito subito che, con una tecnica di costruzione o ristrutturazione più accurata e rispettosa delle norme più elementari, un simile disastro non sarebbe capitato.
«Ma il vero nocciolo della questione - osserva Massimo Amenduni, consigliere delegato delle Acciaierie Valbruna - è l’armatura. È quello il cuore di una struttura edilizia, quello che permette di resistere alle varie sollecitazioni del tempo e dell’ambiente esterno, prima ancora che proteggere, quando capita, dal terremoto».
L’armatura, per i profani, è il materiale ferroso che viene inserito nelle murature per rafforzarle e renderle resistenti all’usura, alle sollecitazioni. Le Acciaierie Valbruna hanno un’esperienza professionale in questo campo che pochi possono vantare, maturata in tutte le parti del mondo, comprese quelle a condizioni climatiche estreme, in un senso e nell’altro. È stata questa esperienza sul campo che ha portato il gruppo vicentino a brevettare, negli anni 80, il Reval, una sorta di tondo, di tutte le dimensioni, in acciaio inossidabile in grado di garantire un'elevata resistenza, protezione e prevenzione dalla corrosione (in particolare dal fenomeno di carbonatazione e dalla presenza di cloruri) alle costruzioni di tutti i tipi, dalle strade ai ponti, dai viadotti alle gallerie, agli edifici civili e industriali.
«Il punto è - osserva Massimo Amenduni mentre mostra un tondino arrugginito e mangiato dal tempo e dalla corrosione - che l’acqua, per esempio, può infiltrarsi nella struttura e arrivare a corrodere in pochi anni il tondino utilizzato per l’armatura. Per quanti accorgimenti si possano prendere, la resistenza dell’intera struttura, a quel punto, diventa minore e, in caso di sollecitazioni straordinarie, può crollare».
Ci sono immagini che rendono perfettamente l’idea. E non occorre soffermarsi troppo su fotografie choc, tipo quella del ponte di Santo Stefano, costruito nel 1956 e crollato nel ’99. Basta anche dare un occhio ai semplici balconi di alcune case vicentine, realizzati decenni fa con un’armatura tradizionale ormai corrosa dal tempo e sbriciolatisi senza il... bisogno di un terremoto. Ma sono questi casi spiccioli che aiutano a rendersi conto di quanto sia importante prevenire piuttosto che intervenire quando ormai il danno è fatto.
Sono innumerevoli le realizzazioni fatte da Acciaierie Valbruna utilizzando il Reval, a partire dalle famose penisole artificiali nel Qatar, dove il tondino in acciaio inossidabile è assolutamente indispensabile se si vuole evitare che gli edifici durino solo pochi anni, per finire al ponte di Bassano.
L’obiezione principale che viene fatta a quello che sembra un elementare accorgimento è data dai costi: l’acciaio inox costa molto di più del materiale normalmente utilizzato per le armature. «Sebbene il costo iniziale del Reval sia maggiore a quello dell’acciaio al carbonio - replica Massimo Amenduni - bisogna tener conto che sarà largamente recuperato dalla totale assenza di costi di manutenzione. Inoltre non bisogna dimenticare che le caratteristiche dell’acciaio inossidabile permettono di ridurre il diametro della sezione, oltre che lo spessore del copriferro».
Ovvio che, specie in sede di appalti pubblici, ci vorrebbe... un terremoto per indurre i progettisti a utilizzarlo. MA.SM.
L'assemblea
ASSOCIAZIONI. Lunedì in Fiera ci sarà l’assemblea di Confindustria Vicenza all’insegna di uno slogan ottimista
Gli industriali vicentini
«Prepararsi al meglio»
Zuccato: «Anche stavolta supereremo la grave crisi»
Tra gli ospiti Marcegaglia, Bonanni, Sacconi e Faissola
Marino Smiderle
VICENZA
La sfortuna di Roberto Zuccato è stata quella di diventare presidente di Confindustria Vicenza proprio alla vigilia, o meglio, alle prime avvisaglie di quella che sarebbe diventata una delle crisi economiche e finanziarie più gravi del secolo. Sì, perché nella primavera del 2008 già si cominciava a capire che per le piccole e medie imprese vicentine avrebbero incontrato qualche nube all’orizzonte, anche se nessuno aveva capito che razza di uragano si stava per abbattere sul sistema globale.
Uragano che ha inevitabilmente condizionato questo primo anno di presidenza Zuccato, visto che l’emergenza congiunturale ha costretto tutti a modificare i programmi in corsa, aggiustandoli via via che, dagli Stati Uniti prima e dal resto del mondo poi, arrivavano le paurose cifre del disastro.
Ora che siamo arrivati a stilare i bilanci del primo anno, Zuccato si guarda bene dal lasciarsi prendere dal pessimismo cosmico. Come tutti gli imprenditori, è l’ottimismo a dominare la sua agenda. E forse è proprio per questo che ha deciso di dare all'assemblea generale di quest'anno di Confindustria Vicenza, fissata per lunedì 20 aprile in Fiera, un titolo che suona come una positiva provocazione: «Prepariamoci al meglio».
«In una fase economica così difficile come quella che si sta attraversando - osserva il presidente di Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato - non potevamo non prendere il via dallo scenario congiunturale per approfondirne i possibili sviluppi e le soluzioni da proporre, sia da parte del sistema delle imprese, sia da parte delle istituzioni».
E il programma dell’assise degli industriali vicentini prevede un ricco panel di ospiti istituzionali, in grado di fare il punto della situazione, dopo che nei giorni scorsi la Fondazione Nord Est ha lasciato intravedere alcuni segnali di speranza per la ripresa dell’economia. Come sempre, l'assemblea avrà una parte privata, che inizierà alle 16.30 e sarà riservata alle aziende associate, e una parte pubblica, che avrà inizio alle 18.
Dopo la relazione del presidente Zuccato, ci sarà spazio per una tavola rotonda sui temi legati alle strategie per uscire dalla crisi. Ed è proprio qui che si confronteranno gli autorevoli ospiti invitati. Interverranno infatti il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni e il presidente dell'Abi, Corrado Faissola. Intervistatore d’eccezione sarà Bruno Vespa.
«Sarà dunque un'assemblea proiettata totalmente sull'attualità, sul presente e soprattutto sul futuro - conclude Zuccato -. Un futuro che vogliamo contribuire a sgombrare dalle nuvole che si addensano oggi. Sono convinto che ce la faremo. Non è la prima volta e non sarà l'ultima in cui ci troviamo ad affrontare una crisi, per quanto grave. Gli imprenditori vicentini hanno sempre saputo affrontare le sfide più difficili contando solo sulle loro forze. Per questo il titolo dell'assemblea esprime la forza di un messaggio positivo, “Prepariamoci al meglio”. Dove ci sarà uno spiraglio di ripresa, un nuovo mercato, una nuova opportunità, là ci saranno gli imprenditori vicentini».
Gli industriali vicentini
«Prepararsi al meglio»
Zuccato: «Anche stavolta supereremo la grave crisi»
Tra gli ospiti Marcegaglia, Bonanni, Sacconi e Faissola
Marino Smiderle
VICENZA
La sfortuna di Roberto Zuccato è stata quella di diventare presidente di Confindustria Vicenza proprio alla vigilia, o meglio, alle prime avvisaglie di quella che sarebbe diventata una delle crisi economiche e finanziarie più gravi del secolo. Sì, perché nella primavera del 2008 già si cominciava a capire che per le piccole e medie imprese vicentine avrebbero incontrato qualche nube all’orizzonte, anche se nessuno aveva capito che razza di uragano si stava per abbattere sul sistema globale.
Uragano che ha inevitabilmente condizionato questo primo anno di presidenza Zuccato, visto che l’emergenza congiunturale ha costretto tutti a modificare i programmi in corsa, aggiustandoli via via che, dagli Stati Uniti prima e dal resto del mondo poi, arrivavano le paurose cifre del disastro.
Ora che siamo arrivati a stilare i bilanci del primo anno, Zuccato si guarda bene dal lasciarsi prendere dal pessimismo cosmico. Come tutti gli imprenditori, è l’ottimismo a dominare la sua agenda. E forse è proprio per questo che ha deciso di dare all'assemblea generale di quest'anno di Confindustria Vicenza, fissata per lunedì 20 aprile in Fiera, un titolo che suona come una positiva provocazione: «Prepariamoci al meglio».
«In una fase economica così difficile come quella che si sta attraversando - osserva il presidente di Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato - non potevamo non prendere il via dallo scenario congiunturale per approfondirne i possibili sviluppi e le soluzioni da proporre, sia da parte del sistema delle imprese, sia da parte delle istituzioni».
E il programma dell’assise degli industriali vicentini prevede un ricco panel di ospiti istituzionali, in grado di fare il punto della situazione, dopo che nei giorni scorsi la Fondazione Nord Est ha lasciato intravedere alcuni segnali di speranza per la ripresa dell’economia. Come sempre, l'assemblea avrà una parte privata, che inizierà alle 16.30 e sarà riservata alle aziende associate, e una parte pubblica, che avrà inizio alle 18.
Dopo la relazione del presidente Zuccato, ci sarà spazio per una tavola rotonda sui temi legati alle strategie per uscire dalla crisi. Ed è proprio qui che si confronteranno gli autorevoli ospiti invitati. Interverranno infatti il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni e il presidente dell'Abi, Corrado Faissola. Intervistatore d’eccezione sarà Bruno Vespa.
«Sarà dunque un'assemblea proiettata totalmente sull'attualità, sul presente e soprattutto sul futuro - conclude Zuccato -. Un futuro che vogliamo contribuire a sgombrare dalle nuvole che si addensano oggi. Sono convinto che ce la faremo. Non è la prima volta e non sarà l'ultima in cui ci troviamo ad affrontare una crisi, per quanto grave. Gli imprenditori vicentini hanno sempre saputo affrontare le sfide più difficili contando solo sulle loro forze. Per questo il titolo dell'assemblea esprime la forza di un messaggio positivo, “Prepariamoci al meglio”. Dove ci sarà uno spiraglio di ripresa, un nuovo mercato, una nuova opportunità, là ci saranno gli imprenditori vicentini».
Novità in cda
BANCHE. Il cda ha designato anche il prof. Domenichelli. Escono il vicepresidente Bettanin, Bonsembiante e Benetton
Zuccato e Tognana entrano nel cda di Bpvi
L’assemblea del 25 aprile dovrà ratificare le nomine
Marino Smiderle
VICENZA
Gli ultimi tasselli in vista dell’assemblea della Banca Popolare di Vicenza, fissata per sabato 25 aprile in Fiera, sono andati al loro posto. Dopo la prima novità del dividendo, aumentato da 1 a 1,15 euro ma con la particolarità che sarà distribuito in azioni, ieri è arrivata la seconda: il prossimo consiglio di amministrazione avrà tre nuovi membri. Si tratta di Roberto Zuccato, Nicola Tognana e Vittorio Domenichelli.
Nell’ultima riunione il cda della Bpvi, presieduto da Gianni Zonin, ha approvato all’unanimità la composizione della mini squadra di sette consiglieri che sarà proposta all’approvazione dell’assemblea. Lasciano il vicepresidente, Giovanni Bettanin, e Mario Bonsembiante, che però rimangono nel gruppo per assumere rispettivamente gli incarichi di vicepresidente e di consiglieri di Servizi Bancari. Alessandro Benetton, pure presente nel gruppo come vicepresidente di Nordest Merchant, si è dimesso per i troppi impegni imprenditoriali.
Entreranno dunque nel cda Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza oltre che dell’azienda Aresline, leader nel settore della seduta, Nicola Tognana, già presidente di Unindustria Treviso e presidente del gruppo industriale La Tegolaia, e il prof. Vittorio Domenichelli, ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Padova.
Il cda ha poi proposto la conferma degli altri quattro consiglieri in scadenza, Divo Gronchi, Paolo Tellatin, Paolo Sartori e Giuseppe Zigliotto.
Dal punto di vista tecnico, i soci che parteciperanno alla prossima assemblea della Popolare dovranno votare, oltre che sul bilancio, anche sulla sostituzione degli amministratori in scadenza. Verrà loro presentata una scheda precompilata con i sette nominativi individuati dal consigli odi amministrazione. Qualora volessero votare a favore, non dovranno fare altro che depositare la scheda nell’urna; qualora fossero presentate altre candidature, i soci che volessero dare loro la preferenza potranno cancellare i nomi precompilati e scrivere quelli prescelti. Un sistema più volte contestato ma che è rimasto quale prassi di voto in molte banche popolari, e non solo in quella vicentina.
Per quanto riguarda i numeri, quelli su cui i soci esprimeranno il giudizio al termine di uno degli esercizi più complicati a causa della recessione globale, il cda ha previsto di distribuire un dividendo di 1,15 euro, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno precedente. Di questo dividendo, verrà distribuita in contante solo la parte relativa alla tassazione da versare all’erario (pari al 12,5 per cento), mentre tutto il resto sarà versato al socio in azioni (già presenti nel portafoglio dell’istituto e non derivanti da aumento di capitale gratuito).
A questo va aggiunto l’incremento di valore dell’azione stabilito dal cda in 0,5 euro, che porta il valore complessivo dell’azione a quota 60,5 euro. In totale il rendimento dell’investimento in Bpvi per il 2008 è stato del 2,75 per cento lordo.
Zuccato e Tognana entrano nel cda di Bpvi
L’assemblea del 25 aprile dovrà ratificare le nomine
Marino Smiderle
VICENZA
Gli ultimi tasselli in vista dell’assemblea della Banca Popolare di Vicenza, fissata per sabato 25 aprile in Fiera, sono andati al loro posto. Dopo la prima novità del dividendo, aumentato da 1 a 1,15 euro ma con la particolarità che sarà distribuito in azioni, ieri è arrivata la seconda: il prossimo consiglio di amministrazione avrà tre nuovi membri. Si tratta di Roberto Zuccato, Nicola Tognana e Vittorio Domenichelli.
Nell’ultima riunione il cda della Bpvi, presieduto da Gianni Zonin, ha approvato all’unanimità la composizione della mini squadra di sette consiglieri che sarà proposta all’approvazione dell’assemblea. Lasciano il vicepresidente, Giovanni Bettanin, e Mario Bonsembiante, che però rimangono nel gruppo per assumere rispettivamente gli incarichi di vicepresidente e di consiglieri di Servizi Bancari. Alessandro Benetton, pure presente nel gruppo come vicepresidente di Nordest Merchant, si è dimesso per i troppi impegni imprenditoriali.
Entreranno dunque nel cda Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza oltre che dell’azienda Aresline, leader nel settore della seduta, Nicola Tognana, già presidente di Unindustria Treviso e presidente del gruppo industriale La Tegolaia, e il prof. Vittorio Domenichelli, ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Padova.
Il cda ha poi proposto la conferma degli altri quattro consiglieri in scadenza, Divo Gronchi, Paolo Tellatin, Paolo Sartori e Giuseppe Zigliotto.
Dal punto di vista tecnico, i soci che parteciperanno alla prossima assemblea della Popolare dovranno votare, oltre che sul bilancio, anche sulla sostituzione degli amministratori in scadenza. Verrà loro presentata una scheda precompilata con i sette nominativi individuati dal consigli odi amministrazione. Qualora volessero votare a favore, non dovranno fare altro che depositare la scheda nell’urna; qualora fossero presentate altre candidature, i soci che volessero dare loro la preferenza potranno cancellare i nomi precompilati e scrivere quelli prescelti. Un sistema più volte contestato ma che è rimasto quale prassi di voto in molte banche popolari, e non solo in quella vicentina.
Per quanto riguarda i numeri, quelli su cui i soci esprimeranno il giudizio al termine di uno degli esercizi più complicati a causa della recessione globale, il cda ha previsto di distribuire un dividendo di 1,15 euro, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno precedente. Di questo dividendo, verrà distribuita in contante solo la parte relativa alla tassazione da versare all’erario (pari al 12,5 per cento), mentre tutto il resto sarà versato al socio in azioni (già presenti nel portafoglio dell’istituto e non derivanti da aumento di capitale gratuito).
A questo va aggiunto l’incremento di valore dell’azione stabilito dal cda in 0,5 euro, che porta il valore complessivo dell’azione a quota 60,5 euro. In totale il rendimento dell’investimento in Bpvi per il 2008 è stato del 2,75 per cento lordo.
domenica 12 aprile 2009
Amici

Il libertario non è un fan di Andrea Camilleri, forse perché di fan questo scrittore siciliano ne ha fin troppi. Però, su suggerimento di un'amica, ha letto il suo ultimo romanzo, Un sabato con gli amici (Mondadori), che col Camilleri di Montalbano non ha nulla, ma proprio nulla a che fare. Ringrazio l'amica che me l'ha consigliato: questa storia mi ha tolto il fiato al punto di farmi dimenticare completamente le tre ore di viaggio (attesa all'aeroporto compresa) tra Londra e Venezia. Se avete il fegato di scendere negli inferi delle emozioni umane, tuffatevi in queste pagine senza rete. Anche se, come ha scritto D'Orrico, sulla copertina l'editore avrebbe dovuto scrivere un'avvertenza: "Attenzione, materiale esplodente".
venerdì 10 aprile 2009
Dalla Russia con speranza
LA MISSIONE DI CONFINDUSTRIA. C’erano circa venti imprese vicentine rappresentate nel viaggio organizzato con Abi e Ice. Un successo
«C’è intesa tra Italia e Russia»
Zuccato guarda a Mosca con interesse: «Noi possiamo scavalcare la Germania e diventare il primo partner commerciale»
Marino Smiderle
VICENZA
Più che in Russia, più che in Cina. L’esercito di imprenditori italiani volati a Mosca (e poi a San Pietroburgo, Ekaterinburg, Novosibirsk e Krasnojarsk) al seguito della missione organizzata da Confindustria con Abi e Ice ha sorpreso favorevolmente il presidente, Dmitri Medvedev, e il primo ministro, Vladimir Putin.
«L’aver organizzato la più grande missione imprenditoriale all’estero proprio in Russia - spiega Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza - è stato determinante per far capire ai vertici moscoviti che il nostro paese tiene davvero tanto allo sviluppo delle relazioni commerciali. E devo dire che fin dall’inizio si è respirato un clima molto favorevole, con un’accoglienza dell’Italian style davvero calorosa. E se adesso noi siamo il secondo partner commerciale europeo della Russia dopo la Germania, credo che per il futuro ci siano ottime chance di diventare il primo».
Tanti veneti e tanti vicentini al seguito di questo viaggio confindustriale guidato da Emma Marcegaglia. Una ventina di imprese beriche ha fatto parte della delegazione, con diversi incontri business-to-business. Oltre al presidente Zuccato e al direttore Lorenzo Maggio, alla guida della rappresentanza berica c’era anche Roberto Ditri, vicepresidente con la delega all’internazionalizzazione, che ha seguito con molta attenzione tutte le tappe preparatorie di questo viaggio che potrebbe passare alla storia come il momento di svolta nello sviluppo del giro d’affari tra i due paesi.
«La crisi si è abbattuta anche sulla Russia - continua Zuccato - che sta vivendo un problema bancario analogo a quello che caratterizza il resto del mondo. In più, dal momento che il rapido sviluppo del paese degli ultimi anni era poggiato soprattutto sull’impennata dei prezzi delle materie prime, di cui la Russia è grande esportatrice, il crollo delle quotazioni degli ultimi mesi ha reso ancora più incerta la situazione. Tuttavia c’è grande interesse per il nostro modello di business e la creazione di varie zone economiche speciali da parte del governo moscovita si sta trasformando in un serio incentivo per le pmi italiane ad andare a investire a quelle latitudini.
«In particolare - rivela Zuccato - la loro intenzione è quella di attrarre imprese che producono impianti, macchinari, nel tentativo di rafforzare la rete industriale del paese. Per questo vorrebbero fare affidamento sul nostro know how e, in ciascuna zona economica speciale, per la quale sono previste agevolazioni doganali, si aprono interessanti opportunità per tutti».
A questo proposito, dopo gli incontri a Mosca con Medvedev e Putin, nel corso dei quali la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha auspicato un rapido ingresso della Russia nella Wto (Organizzazione mondiale per il commercio), la delegazione si è scomposta nella varie tappe dedicate ad alcune zone economiche speciali: Ekaterinburg per la siderurgia e la meccanica, Krasnodar per l'agroalimentare e la logistica, San Pietroburgo per la tecnologia e infine Novosibirsk per la ricerca, l'industria manifatturiera, la lavorazione del legno e la trasformazione agricola.
«È chiaro che la politica condotta dal governo italiano nei confronti della Russia in questi ultimi anni - osserva Zuccato - ha contribuito a far crescere l’interesse nei confronti delle nostre imprese. Posso assicurare che a Mosca l’Italia è vista con grande simpatia. In più loro si sono sentiti onorati per lo spessore della nostra missione. Questo mi autorizza a credere che, in futuro, se sapremo giocare bene le nostre carte, potremmo addirittura superare la Germania e diventare il primo partner commerciale europeo della Russia. Questo è un momento di grande crisi globale e credo che ogni spiraglio di ripresa vada colto subito. Questo è un mercato che promette molto e che già diverse imprese del Nord Est hanno imparato a conoscere e a sfruttare. Sono ottimista e penso che in futuro andrà ancora meglio».
Chiusura finale con un apprezzamento per il lavoro svolto dal team di funzionari di Confindustria Vicenza. «Hanno preparato un approfondimento sul sistema Russia davvero completo - dice Zuccato - che ha riscosso l’apprezzamento di tutti. Con quella guida aggiornata è possibile cominciare a fare affari anche a queste latitudini».
«C’è intesa tra Italia e Russia»
Zuccato guarda a Mosca con interesse: «Noi possiamo scavalcare la Germania e diventare il primo partner commerciale»
Marino Smiderle
VICENZA
Più che in Russia, più che in Cina. L’esercito di imprenditori italiani volati a Mosca (e poi a San Pietroburgo, Ekaterinburg, Novosibirsk e Krasnojarsk) al seguito della missione organizzata da Confindustria con Abi e Ice ha sorpreso favorevolmente il presidente, Dmitri Medvedev, e il primo ministro, Vladimir Putin.
«L’aver organizzato la più grande missione imprenditoriale all’estero proprio in Russia - spiega Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza - è stato determinante per far capire ai vertici moscoviti che il nostro paese tiene davvero tanto allo sviluppo delle relazioni commerciali. E devo dire che fin dall’inizio si è respirato un clima molto favorevole, con un’accoglienza dell’Italian style davvero calorosa. E se adesso noi siamo il secondo partner commerciale europeo della Russia dopo la Germania, credo che per il futuro ci siano ottime chance di diventare il primo».
Tanti veneti e tanti vicentini al seguito di questo viaggio confindustriale guidato da Emma Marcegaglia. Una ventina di imprese beriche ha fatto parte della delegazione, con diversi incontri business-to-business. Oltre al presidente Zuccato e al direttore Lorenzo Maggio, alla guida della rappresentanza berica c’era anche Roberto Ditri, vicepresidente con la delega all’internazionalizzazione, che ha seguito con molta attenzione tutte le tappe preparatorie di questo viaggio che potrebbe passare alla storia come il momento di svolta nello sviluppo del giro d’affari tra i due paesi.
«La crisi si è abbattuta anche sulla Russia - continua Zuccato - che sta vivendo un problema bancario analogo a quello che caratterizza il resto del mondo. In più, dal momento che il rapido sviluppo del paese degli ultimi anni era poggiato soprattutto sull’impennata dei prezzi delle materie prime, di cui la Russia è grande esportatrice, il crollo delle quotazioni degli ultimi mesi ha reso ancora più incerta la situazione. Tuttavia c’è grande interesse per il nostro modello di business e la creazione di varie zone economiche speciali da parte del governo moscovita si sta trasformando in un serio incentivo per le pmi italiane ad andare a investire a quelle latitudini.
«In particolare - rivela Zuccato - la loro intenzione è quella di attrarre imprese che producono impianti, macchinari, nel tentativo di rafforzare la rete industriale del paese. Per questo vorrebbero fare affidamento sul nostro know how e, in ciascuna zona economica speciale, per la quale sono previste agevolazioni doganali, si aprono interessanti opportunità per tutti».
A questo proposito, dopo gli incontri a Mosca con Medvedev e Putin, nel corso dei quali la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha auspicato un rapido ingresso della Russia nella Wto (Organizzazione mondiale per il commercio), la delegazione si è scomposta nella varie tappe dedicate ad alcune zone economiche speciali: Ekaterinburg per la siderurgia e la meccanica, Krasnodar per l'agroalimentare e la logistica, San Pietroburgo per la tecnologia e infine Novosibirsk per la ricerca, l'industria manifatturiera, la lavorazione del legno e la trasformazione agricola.
«È chiaro che la politica condotta dal governo italiano nei confronti della Russia in questi ultimi anni - osserva Zuccato - ha contribuito a far crescere l’interesse nei confronti delle nostre imprese. Posso assicurare che a Mosca l’Italia è vista con grande simpatia. In più loro si sono sentiti onorati per lo spessore della nostra missione. Questo mi autorizza a credere che, in futuro, se sapremo giocare bene le nostre carte, potremmo addirittura superare la Germania e diventare il primo partner commerciale europeo della Russia. Questo è un momento di grande crisi globale e credo che ogni spiraglio di ripresa vada colto subito. Questo è un mercato che promette molto e che già diverse imprese del Nord Est hanno imparato a conoscere e a sfruttare. Sono ottimista e penso che in futuro andrà ancora meglio».
Chiusura finale con un apprezzamento per il lavoro svolto dal team di funzionari di Confindustria Vicenza. «Hanno preparato un approfondimento sul sistema Russia davvero completo - dice Zuccato - che ha riscosso l’apprezzamento di tutti. Con quella guida aggiornata è possibile cominciare a fare affari anche a queste latitudini».
Se tu dai una cosa a me
CREDITO. Sottoscritto ieri con la Camera di commercio l’accordo che prevede finanziamenti agevolati per le pmi che rafforzano il proprio patrimonio
La Bpvi eroga 30 milioni
a chi mette più capitale
E Zonin rivela: «Mincato sarà l’altro vicepresidente di Nordest Merchant» Obiettivo: favorire le fusioni
Marino Smiderle
VICENZA
Tu dai una cosa a me e io ne do due a te. Per ogni euro che tu imprenditore metterai nel capitale dell’azienda, io banca te ne posso prestare due. È su questa base, più o meno, che Banca Popolare di Vicenza e Camera di commercio hanno rinegoziato l’accordo di convenzione relativo al plafond annuo di 30 milioni di euro per finanziamenti a tasso agevolato a favore delle pmi vicentine. Rispetto all’anno scorso la novità è legata alla volontà di ricapitalizzazione dell’azienda da parte degli imprenditori: 25 milioni saranno erogati alle imprese che avranno rafforzato il proprio patrimonio e che potranno così accedere al finanziamento del circolante, mentre 5 milioni saranno legati a progetti di innovazione, internazionalizzazione, trasformazione di veste giuridica e finanziamenti per il trattamento di fine rapporto.
L’accordo è stato firmato ieri da Vittorio Mincato e Gianni Zonin, rispettivamente presidente della Camera di commercio e della Popolare di Vicenza. «Abbiamo condiviso l’approccio della Bpvi - ha spiegato Mincato - perché in questo modo si dovrebbe creare uno stimolo benefico: di fronte alla possibilità di arrivare a un finanziamento a tasso agevolato, le nostre pmi sarebbero incoraggiate a patrimonializzarsi, con effetto positivo per tutto il sistema».
«Rinnovando questo accordo su basi rinnovate - ha aggiunto Zonin - la Popolare di Vicenza ha voluto riaffermare la sua vicinanza alle imprese del territorio, specie in un momento di difficoltà congiunturale come questo. Nell’ultimo esercizio gli impieghi sono aumentati del 9 per cento, mentre per il 2009 abbiamo messo a budget un incremento del 13 per cento, pari a 2,5 miliardi di euro di erogato in più a livello di gruppo, e a 2 miliardi per il Nord Est».
A spiegare i dettagli tecnici dei finanziamenti è stato Samuele Sorato, direttore generale della Popolare di Vicenza.
«I finanziamenti, sia chirografari che ipotecari - ha precisato - sono caratterizzati da tassi agevolati, con spread compresi tra 0,8 e 1,5-1,6. Hanno una durata massima di dieci anni e coprono un importo massimo di 300 mila euro per ogni singola azienda. Saranno riservati ad aziende vicentine iscritte al registro della Camera di commercio. La procedura di richiesta è stata semplificata. L’accordo, infine, è stato allargato ai Confidi, che dovranno rilasciare una garanzia sussidiaria sul 60 per cento del credito erogato».
A rendere ancora più sinergica la collaborazione tra Camera di commercio e Banca Popolare di Vicenza, è arrivata ieri la notizia della nomina di Vittorio Mincato alla vicepresidenza di Nordest Merchant, la "banca d’affari" del gruppo Bpvi presieduta dallo stesso Zonin e che ha come altro vice presidente Alessandro Benetton.
«Lo scopo di Nordest Merchant - ha spiegato Zonin dopo aver dato l’annuncio della nomina a vice di Mincato - è proprio quello di agevolare le operazione di fusione o aggregazione tra imprese. L’esperienza e la grande competenza di Mincato saranno preziose per raggiungere l’obiettivo».
«A maggio scade il mio mandato di presidente di Assonime - ha risposto Mincato - e potrò così dedicare tempo a questa nuova missione».
ANNUNCI DI GOOGLE
La Bpvi eroga 30 milioni
a chi mette più capitale
E Zonin rivela: «Mincato sarà l’altro vicepresidente di Nordest Merchant» Obiettivo: favorire le fusioni
Marino Smiderle
VICENZA
Tu dai una cosa a me e io ne do due a te. Per ogni euro che tu imprenditore metterai nel capitale dell’azienda, io banca te ne posso prestare due. È su questa base, più o meno, che Banca Popolare di Vicenza e Camera di commercio hanno rinegoziato l’accordo di convenzione relativo al plafond annuo di 30 milioni di euro per finanziamenti a tasso agevolato a favore delle pmi vicentine. Rispetto all’anno scorso la novità è legata alla volontà di ricapitalizzazione dell’azienda da parte degli imprenditori: 25 milioni saranno erogati alle imprese che avranno rafforzato il proprio patrimonio e che potranno così accedere al finanziamento del circolante, mentre 5 milioni saranno legati a progetti di innovazione, internazionalizzazione, trasformazione di veste giuridica e finanziamenti per il trattamento di fine rapporto.
L’accordo è stato firmato ieri da Vittorio Mincato e Gianni Zonin, rispettivamente presidente della Camera di commercio e della Popolare di Vicenza. «Abbiamo condiviso l’approccio della Bpvi - ha spiegato Mincato - perché in questo modo si dovrebbe creare uno stimolo benefico: di fronte alla possibilità di arrivare a un finanziamento a tasso agevolato, le nostre pmi sarebbero incoraggiate a patrimonializzarsi, con effetto positivo per tutto il sistema».
«Rinnovando questo accordo su basi rinnovate - ha aggiunto Zonin - la Popolare di Vicenza ha voluto riaffermare la sua vicinanza alle imprese del territorio, specie in un momento di difficoltà congiunturale come questo. Nell’ultimo esercizio gli impieghi sono aumentati del 9 per cento, mentre per il 2009 abbiamo messo a budget un incremento del 13 per cento, pari a 2,5 miliardi di euro di erogato in più a livello di gruppo, e a 2 miliardi per il Nord Est».
A spiegare i dettagli tecnici dei finanziamenti è stato Samuele Sorato, direttore generale della Popolare di Vicenza.
«I finanziamenti, sia chirografari che ipotecari - ha precisato - sono caratterizzati da tassi agevolati, con spread compresi tra 0,8 e 1,5-1,6. Hanno una durata massima di dieci anni e coprono un importo massimo di 300 mila euro per ogni singola azienda. Saranno riservati ad aziende vicentine iscritte al registro della Camera di commercio. La procedura di richiesta è stata semplificata. L’accordo, infine, è stato allargato ai Confidi, che dovranno rilasciare una garanzia sussidiaria sul 60 per cento del credito erogato».
A rendere ancora più sinergica la collaborazione tra Camera di commercio e Banca Popolare di Vicenza, è arrivata ieri la notizia della nomina di Vittorio Mincato alla vicepresidenza di Nordest Merchant, la "banca d’affari" del gruppo Bpvi presieduta dallo stesso Zonin e che ha come altro vice presidente Alessandro Benetton.
«Lo scopo di Nordest Merchant - ha spiegato Zonin dopo aver dato l’annuncio della nomina a vice di Mincato - è proprio quello di agevolare le operazione di fusione o aggregazione tra imprese. L’esperienza e la grande competenza di Mincato saranno preziose per raggiungere l’obiettivo».
«A maggio scade il mio mandato di presidente di Assonime - ha risposto Mincato - e potrò così dedicare tempo a questa nuova missione».
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lunedì 6 aprile 2009
Atterrati e ammaccati
PORTAFOGLIO
I bond Alitalia trattati peggio dell’Argentina
Marino Smiderle
Il governo aveva promesso di rimborsare i piccoli obbligazionisti.
Invece darà loro solo un terzo del valore
Per carità, l’importo è relativo e il numero di risparmiatori contenuto. Ma è il principio che conta. E il principio è andato a farsi benedire, con tanto di beffa governativa. Si sta parlando del caso degli obbligazionisti Alitalia, rispamiatori che avevano pensato bene di investire in titoli a suo tempo definiti di rischio contenuto (obbligazioni, appunto, e non azioni) e che adesso si troveranno, se va bene, con poco più di un terzo del capitale investito. E pensare che, se la compagnia di bandiera fosse finita nell’orbita di Air France, l’ad Spinetta si sarebbe impegnato di versare 85 centesimi su 100 di valore nominale per ciascun titolo. Adesso che l’italianità della compagnia è stata preservata, previe promesse di Tremonti e governativi vari sulla sorte degli investimenti dei piccoli risparmiatori, arriva l’amara beffa.
NUMERI
Lasciamo stare (anche se il governo aveva detto di tenerle in considerazione) le sorti dei piccoli azionisti. Ok, hanno investito in azioni di un’azienda più o meno statale e quindi pensavano che il fallimento non fosse un’ipotesi da prendere in considerazione. Però erano azioni, cioè capitale di rischio: è andata male, pace e amen. Già, ma chi ha "solo" prestato i soldi all’Alitalia, ritenuta anche da loro un titolo statale (un Bot, quasi...), ora che il governo ha dato il via libera alla nuova compagnia, vorrebbe vedere indietro i propri soldi, almeno in larga parte. Stiamo parlando di 270 milioni di euro di obbligazioni in mano ai risparmiatori privati (445 milioni sono invece ancora nei caveau del Tesoro). Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, subito dopo l’approvazione del decreto sul sostegno ai settori in crisi, aveva espresso «soddisfazione per l’inserimento della norma che consentirà di rimborsare i piccoli obbligazionisti Alitalia, mantenendo fede a un impegno preso dal governo».
IL DECRETO
Letto questo annuncio, a momenti gli obbligazionisti non organizzavano una festicciola. Poi, quando sono andati a leggere i dettagli, a tutti sono cadute le braccia. L’emendamento prevede infatti che agli obbligazionisti Alitalia siano offerti titoli di Stato di nuova emissione e privi di cedola con scadenza nel 2012. E già questo fa girare un po’ le scatole. Ma il peggio deve ancora venire. Il decreto dice infatti che i bond potranno essere ceduti al ministero dell’Economia a un valore pari al 50 per cento di quello dell’ultimo mese di quotazione in Borsa (periodo in cui quotavano attorno a 70). Una volta fatti i conti della serva, vien fuori che gli obbligazionisti riceveranno dunque circa un terzo del valore nominale a fronte dell’85 per cento, giusto per ricordarlo, che si era impegnata a dare Air France. Non è finita. Il compenso massimo che ogni singolo investitore potrà ricevere non potrà comunque superare i 100 mila euro, con una penalizzazione, quindi, per gli investitori più grandi. Il termine per accettare l’offerta è di 90 giorni dall’approvazione definitiva del decreto legge. Prendere o lasciare, insomma.
LA BEFFA
È chiaro che tutti i piccoli obbligazionisti Alitalia si sentono presi in giro. E nell’assemblea della categoria, fissata per il 20 aprile, è prevista battaglia, con tanto di ricorso alle vie legali. I risparmiatori finiti nel vicolo cieco dell’Alitalia hanno ricordato la dichiarazione del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, rilasciata il 27 agosto 2008: «Il risparmio è un bene pubblico che va tutelato. I piccoli risparmiatori saranno tutelati. Ci hanno lasciato due disastri: Napoli e Alitalia. Il primo il presidente del Consiglio, Berlusconi, lo ha risolto a fine luglio. Domani risolverà Alitalia». Per fare questo non aveva esitato a inserire la categoria nei beneficiari del "tesoretto" che dove a saltar fuori dai conti dormienti. Peccato che, alla fine, ad assaltare i conti dormienti siano stati tanti, troppi, e che alla fine questo tesoretto si sia rivelato molto meno capiente del previsto o preventivabile. Certo, se si pensava di chiudere la vicenda pagando 35 quanto la maggior parte degli obbligazionisti aveva pagato 100, beh, il governo deve aver fatto male i conti. Anche perché l’Argentina, per citare un altro caso in cui ai piccoli risparmiatori è andata male, a suo tempo aveva pagato di più per chiudere la questione. E i comitati avevano invitato a non accettare condizioni definite capestro.
I bond Alitalia trattati peggio dell’Argentina
Marino Smiderle
Il governo aveva promesso di rimborsare i piccoli obbligazionisti.
Invece darà loro solo un terzo del valore
Per carità, l’importo è relativo e il numero di risparmiatori contenuto. Ma è il principio che conta. E il principio è andato a farsi benedire, con tanto di beffa governativa. Si sta parlando del caso degli obbligazionisti Alitalia, rispamiatori che avevano pensato bene di investire in titoli a suo tempo definiti di rischio contenuto (obbligazioni, appunto, e non azioni) e che adesso si troveranno, se va bene, con poco più di un terzo del capitale investito. E pensare che, se la compagnia di bandiera fosse finita nell’orbita di Air France, l’ad Spinetta si sarebbe impegnato di versare 85 centesimi su 100 di valore nominale per ciascun titolo. Adesso che l’italianità della compagnia è stata preservata, previe promesse di Tremonti e governativi vari sulla sorte degli investimenti dei piccoli risparmiatori, arriva l’amara beffa.
NUMERI
Lasciamo stare (anche se il governo aveva detto di tenerle in considerazione) le sorti dei piccoli azionisti. Ok, hanno investito in azioni di un’azienda più o meno statale e quindi pensavano che il fallimento non fosse un’ipotesi da prendere in considerazione. Però erano azioni, cioè capitale di rischio: è andata male, pace e amen. Già, ma chi ha "solo" prestato i soldi all’Alitalia, ritenuta anche da loro un titolo statale (un Bot, quasi...), ora che il governo ha dato il via libera alla nuova compagnia, vorrebbe vedere indietro i propri soldi, almeno in larga parte. Stiamo parlando di 270 milioni di euro di obbligazioni in mano ai risparmiatori privati (445 milioni sono invece ancora nei caveau del Tesoro). Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, subito dopo l’approvazione del decreto sul sostegno ai settori in crisi, aveva espresso «soddisfazione per l’inserimento della norma che consentirà di rimborsare i piccoli obbligazionisti Alitalia, mantenendo fede a un impegno preso dal governo».
IL DECRETO
Letto questo annuncio, a momenti gli obbligazionisti non organizzavano una festicciola. Poi, quando sono andati a leggere i dettagli, a tutti sono cadute le braccia. L’emendamento prevede infatti che agli obbligazionisti Alitalia siano offerti titoli di Stato di nuova emissione e privi di cedola con scadenza nel 2012. E già questo fa girare un po’ le scatole. Ma il peggio deve ancora venire. Il decreto dice infatti che i bond potranno essere ceduti al ministero dell’Economia a un valore pari al 50 per cento di quello dell’ultimo mese di quotazione in Borsa (periodo in cui quotavano attorno a 70). Una volta fatti i conti della serva, vien fuori che gli obbligazionisti riceveranno dunque circa un terzo del valore nominale a fronte dell’85 per cento, giusto per ricordarlo, che si era impegnata a dare Air France. Non è finita. Il compenso massimo che ogni singolo investitore potrà ricevere non potrà comunque superare i 100 mila euro, con una penalizzazione, quindi, per gli investitori più grandi. Il termine per accettare l’offerta è di 90 giorni dall’approvazione definitiva del decreto legge. Prendere o lasciare, insomma.
LA BEFFA
È chiaro che tutti i piccoli obbligazionisti Alitalia si sentono presi in giro. E nell’assemblea della categoria, fissata per il 20 aprile, è prevista battaglia, con tanto di ricorso alle vie legali. I risparmiatori finiti nel vicolo cieco dell’Alitalia hanno ricordato la dichiarazione del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, rilasciata il 27 agosto 2008: «Il risparmio è un bene pubblico che va tutelato. I piccoli risparmiatori saranno tutelati. Ci hanno lasciato due disastri: Napoli e Alitalia. Il primo il presidente del Consiglio, Berlusconi, lo ha risolto a fine luglio. Domani risolverà Alitalia». Per fare questo non aveva esitato a inserire la categoria nei beneficiari del "tesoretto" che dove a saltar fuori dai conti dormienti. Peccato che, alla fine, ad assaltare i conti dormienti siano stati tanti, troppi, e che alla fine questo tesoretto si sia rivelato molto meno capiente del previsto o preventivabile. Certo, se si pensava di chiudere la vicenda pagando 35 quanto la maggior parte degli obbligazionisti aveva pagato 100, beh, il governo deve aver fatto male i conti. Anche perché l’Argentina, per citare un altro caso in cui ai piccoli risparmiatori è andata male, a suo tempo aveva pagato di più per chiudere la questione. E i comitati avevano invitato a non accettare condizioni definite capestro.
The chief
DOPO IL G20 DI LONDRA
L’EUROPA RESTA
STREGATA
DA OBAMA
Il presidente americano è stato accolto trionfalmente Perfino i no global evitano di bruciare le bandiere Usa
Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Non è certo un presidente che va avanti solo grazie al gobbo. Sì, è vero, come ha scritto il New York Times qualche settimana fa, Barack Obama usa spesso questi schermi mobili che fanno scivolare le parole del suo discorso per poter esprimersi in maniera fluente e il quotidiano americano ha ironizzato su questa sorta di mania. Ma l’altra sera, quando è entrato nella sala conferenze più grande dell’ExCeL di Londra per chiudere di fatto il G20, ad attenderlo ci sarà stato un migliaio e passa di giornalisti. Il gobbo non c’era, sostituito, per il discorso introduttivo, da qualche paginetta appoggiata sul leggìo. Poi, per le domande, la rete di protezione del testo preconfezionato non c’era più. C’era solo lui, il presidente, che ha la fortuna di parlare chiaro, con un tono di voce che molti attori gli invidiano, e di esprimere concetti mai banali o scontati. Ed è stato proprio a Londra che l’Europa ha firmato con gioia una cambiale in bianco a questo signore, affidandogli le chiavi di una difficile ripresa economica e riaffermando un’alleanza storica che, col suo predecessore, stava correndo seri rischi.
Ma chi pensa che Obama sia una sorta di pupazzetto, buono per titillare le corde emozionali dei fan del politically correct, si sbaglia di grosso. Certo, sta portando avanti con coerenza un programma elettorale che prevede alcuni punti di netta rottura con George W. Bush. Nel caso dell’economia, però, questo è dovuto in larga parte all’emergenza della crisi: il passaggio dal liberismo spinto, peraltro appoggiato anche dal democratico Bill Clinton (fu proprio con l’ultimo presidente democratico prima di Obama che si posero le basi per togliere le briglie ai cavalli della finanza selvaggia), a una sorta di politica keynesiana di ritorno è dovuto essenzialmente alla necessità. Come ha insegnato la lezione del ’29, quando il mercato, per vari motivi, fallisce i suoi obbiettivi, non resta che allo Stato "inventare" una sorta di mercato alternativo, con iniezioni di denaro pubblico, per evitare che il sistema collassi. Sono così arrivate parziali nazionalizzazioni di grandi banche, con l’impegno, però, di fare marcia indietro non appena la recessione sarà stata relegata negli armadi della storia.
L’agenda di Obama conteneva poi altri argomenti assai graditi ai palati dell’intellighenzia europea. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, per cominciare, sia pure da attuare per gradi. E poi la coscienza ambientale, la propensione a una politica verde, l’appoggio ai principi di Kyoto, yes he can, insomma. Poi però capita che si scontri, si fa per dire, con alcuni leader europei su approcci economici che , in teoria, dovrebbero essere più graditi proprio al Vecchio Continente. I rimedi alla crisi, infatti, sono stati adottati con decisione da Obama attingendo a piene mani dal portafogli del contribuente americano e al G20 ha chiesto che anche l’Europa facesse così. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno risposto picche («Da noi il welfare funziona bene da tempo, non occorrono interventi eccezionali», è stata la replica) e così, pur concluso con un successo per le concessioni obamiane al desiderio di nuove regole finanziarie globali, il G20 non ha partorito quell’eccezionale stimolo pubblico che il presidente avrebbe gradito.
Eppure, alla conferenza stampa finale, Obama è stato grande. Al punto da strappare un applauso finale addirittura ai giornalisti, gente che non si commuove mica tanto facilmente. Eppure lui comunica qualcosa di particolare, roba che ti fa sentire tranquillo che la crisi più grave del secolo sia affidata alle sue cure. Certo, bisognerà vedere cosa succederà tra un paio d’anni, quando, si spera, la ripresa sarà già arrivata e rischierà di bruciare i soldi pompati da Obama in un rogo inflazionistico che spaventa, non solo gli europei, ma anche i repubblicani che a Washington non esitano a parlare di "Stati socialisti d’America".
È vero, Obama sta facendo una politica economica molto di sinistra, ma più per costrizione che per convinzione. E la costrizione gliela dà una recessione che brucia posti di lavoro (oltre cinque milioni negli Usa dall’inizio del crollo), che manda molti americani letteralmente a vivere sotto i ponti. Così come per l’approccio ai tossicodipendenti c’erano due teorie, quella "di sinistra" del metadone e quella "di destra", alla Muccioli, del rigore, allo stesso modo per il credit crunch c’era la possibilità di ricorrere al metadone del debito o di chiudere i rubinetti e lasciar fallire banche e imprese travolte dal crac. Quando, con Bush ancora in carica, hanno provato il secondo approccio lasciando fallire Lehman Brothers, si è visto cosa è successo. Di qui il via al piano-metadone.
Nello stesso tempo, però, Obama ha seguito Bush in molte questioni di politica estera. «Il fato che ci sia Barack Obama al posto di George W. Bush - ha detto l’altro giorno lo stesso Obama a Strasburgo, in occasione del 60° anniversario della Nato - non significa che il pericolo terrorismo sia scomparso e che al Qaeda sia sconfitta. Tutt’altro, il rischio terrorismo è ancora altissimo e l’Europa rischia più degli Stati Uniti». Per questo ha chiesto un maggiore invio di truppe in Afghanistan, ottenendo pochino, cinquemila soldati, ma sempre meglio del niente che aveva strappato Bush.
Ma il vero effetto Obama lo si è visto in occasione degli scontri causati dai manifestanti anticapitalisti nella City londinese. Nessuna bandiera americana bruciata, nessun slogan contro gli Usa. Il presidente del paese più globale è diventato una sorta di icona intoccabile per i no global. «Obama gode di una luna di miele nella quale è percepito come un outsider - ha detto al Corriere lo storico britannico conservatore Andrew Roberts -. I pacifisti non protestano contro Obama neppure quando manda rinforzi in Afghanistan o ordina attacchi aerei contro il Pakistan». Un mago.
L’EUROPA RESTA
STREGATA
DA OBAMA
Il presidente americano è stato accolto trionfalmente Perfino i no global evitano di bruciare le bandiere Usa
Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Non è certo un presidente che va avanti solo grazie al gobbo. Sì, è vero, come ha scritto il New York Times qualche settimana fa, Barack Obama usa spesso questi schermi mobili che fanno scivolare le parole del suo discorso per poter esprimersi in maniera fluente e il quotidiano americano ha ironizzato su questa sorta di mania. Ma l’altra sera, quando è entrato nella sala conferenze più grande dell’ExCeL di Londra per chiudere di fatto il G20, ad attenderlo ci sarà stato un migliaio e passa di giornalisti. Il gobbo non c’era, sostituito, per il discorso introduttivo, da qualche paginetta appoggiata sul leggìo. Poi, per le domande, la rete di protezione del testo preconfezionato non c’era più. C’era solo lui, il presidente, che ha la fortuna di parlare chiaro, con un tono di voce che molti attori gli invidiano, e di esprimere concetti mai banali o scontati. Ed è stato proprio a Londra che l’Europa ha firmato con gioia una cambiale in bianco a questo signore, affidandogli le chiavi di una difficile ripresa economica e riaffermando un’alleanza storica che, col suo predecessore, stava correndo seri rischi.
Ma chi pensa che Obama sia una sorta di pupazzetto, buono per titillare le corde emozionali dei fan del politically correct, si sbaglia di grosso. Certo, sta portando avanti con coerenza un programma elettorale che prevede alcuni punti di netta rottura con George W. Bush. Nel caso dell’economia, però, questo è dovuto in larga parte all’emergenza della crisi: il passaggio dal liberismo spinto, peraltro appoggiato anche dal democratico Bill Clinton (fu proprio con l’ultimo presidente democratico prima di Obama che si posero le basi per togliere le briglie ai cavalli della finanza selvaggia), a una sorta di politica keynesiana di ritorno è dovuto essenzialmente alla necessità. Come ha insegnato la lezione del ’29, quando il mercato, per vari motivi, fallisce i suoi obbiettivi, non resta che allo Stato "inventare" una sorta di mercato alternativo, con iniezioni di denaro pubblico, per evitare che il sistema collassi. Sono così arrivate parziali nazionalizzazioni di grandi banche, con l’impegno, però, di fare marcia indietro non appena la recessione sarà stata relegata negli armadi della storia.
L’agenda di Obama conteneva poi altri argomenti assai graditi ai palati dell’intellighenzia europea. Il ritiro delle truppe dall’Iraq, per cominciare, sia pure da attuare per gradi. E poi la coscienza ambientale, la propensione a una politica verde, l’appoggio ai principi di Kyoto, yes he can, insomma. Poi però capita che si scontri, si fa per dire, con alcuni leader europei su approcci economici che , in teoria, dovrebbero essere più graditi proprio al Vecchio Continente. I rimedi alla crisi, infatti, sono stati adottati con decisione da Obama attingendo a piene mani dal portafogli del contribuente americano e al G20 ha chiesto che anche l’Europa facesse così. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno risposto picche («Da noi il welfare funziona bene da tempo, non occorrono interventi eccezionali», è stata la replica) e così, pur concluso con un successo per le concessioni obamiane al desiderio di nuove regole finanziarie globali, il G20 non ha partorito quell’eccezionale stimolo pubblico che il presidente avrebbe gradito.
Eppure, alla conferenza stampa finale, Obama è stato grande. Al punto da strappare un applauso finale addirittura ai giornalisti, gente che non si commuove mica tanto facilmente. Eppure lui comunica qualcosa di particolare, roba che ti fa sentire tranquillo che la crisi più grave del secolo sia affidata alle sue cure. Certo, bisognerà vedere cosa succederà tra un paio d’anni, quando, si spera, la ripresa sarà già arrivata e rischierà di bruciare i soldi pompati da Obama in un rogo inflazionistico che spaventa, non solo gli europei, ma anche i repubblicani che a Washington non esitano a parlare di "Stati socialisti d’America".
È vero, Obama sta facendo una politica economica molto di sinistra, ma più per costrizione che per convinzione. E la costrizione gliela dà una recessione che brucia posti di lavoro (oltre cinque milioni negli Usa dall’inizio del crollo), che manda molti americani letteralmente a vivere sotto i ponti. Così come per l’approccio ai tossicodipendenti c’erano due teorie, quella "di sinistra" del metadone e quella "di destra", alla Muccioli, del rigore, allo stesso modo per il credit crunch c’era la possibilità di ricorrere al metadone del debito o di chiudere i rubinetti e lasciar fallire banche e imprese travolte dal crac. Quando, con Bush ancora in carica, hanno provato il secondo approccio lasciando fallire Lehman Brothers, si è visto cosa è successo. Di qui il via al piano-metadone.
Nello stesso tempo, però, Obama ha seguito Bush in molte questioni di politica estera. «Il fato che ci sia Barack Obama al posto di George W. Bush - ha detto l’altro giorno lo stesso Obama a Strasburgo, in occasione del 60° anniversario della Nato - non significa che il pericolo terrorismo sia scomparso e che al Qaeda sia sconfitta. Tutt’altro, il rischio terrorismo è ancora altissimo e l’Europa rischia più degli Stati Uniti». Per questo ha chiesto un maggiore invio di truppe in Afghanistan, ottenendo pochino, cinquemila soldati, ma sempre meglio del niente che aveva strappato Bush.
Ma il vero effetto Obama lo si è visto in occasione degli scontri causati dai manifestanti anticapitalisti nella City londinese. Nessuna bandiera americana bruciata, nessun slogan contro gli Usa. Il presidente del paese più globale è diventato una sorta di icona intoccabile per i no global. «Obama gode di una luna di miele nella quale è percepito come un outsider - ha detto al Corriere lo storico britannico conservatore Andrew Roberts -. I pacifisti non protestano contro Obama neppure quando manda rinforzi in Afghanistan o ordina attacchi aerei contro il Pakistan». Un mago.
domenica 5 aprile 2009
Il Nord Est vede meno nero
CONGIUNTURA. Al Festival delle Città Impresa i risultati dell’ultimo sondaggio della Fondazione
Risvegli a Nord Est
La crisi è meno nera
Scendono le percentuali di chi prevede
ordini e utilizzi degli impianti in calo
E qualcuno parla addirittura di aumenti
Marino Smiderle
SCHIO
A quegli antichi telai che rendono affascinante il moderno Spazio Lanificio Conte bisognerebbe dare la parola. Ne hanno viste così tante, di crisi, che magari riuscirebbero a tranquillizzare i profeti di una sventura destinata a essere sostituita, si spera presto, da una nuova svolta, un nuovo cambiamento. Di che genere? È ancora presto per dirlo, ma ci sono già dei numeri che lasciano intendere che, se non proprio dietro l’angolo, il momento della ripresa è meno lontano di quello che si pensa.
A dare questi numeri, che per un attimo colorano di speranza la tappa scledense del Festival delle Città Impresa, è Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est. Ieri, nel corso del convegno "Oltre la crisi: le idee della nuova classe dirigente", ha infatti presentato gli ultimi risultati dell’Opinion panel relativi al sondaggio eseguito alla fine di febbraio tra gli imprenditori nordestini. Un intervento a sorpresa, non previsto dal programma originario del Festival, ma diventato di estrema attualità specie dopo l’ultima affermazione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, relativa al "rallentamento del rallentamento". Sì, insomma, una rondine non farà primavera, come ha avvertito Draghi, ma se le rondini cominciano a essere due, può darsi che a qualcuno venga in mente di andare con più decisione alla ricerca del nido e vedere fare una squadra più numerosa di... pennuti alla ricerca del sole.
La seconda rondine è a proprio a Nord Est dove, secondo le risposte date alla Fondazione, ci sono diversi indicatori che invertono la tendenza negativa. «Le previsioni - spiega Marini - hanno cessato di peggiorare». Detta così, pare una magra consolazione, anche perché resta a un significativo 42,9 per cento la percentuale di chi si attende ordini in diminuzione e al 40,6 per cento la percentuale di chi prevede una diminuzione dell’utilizzo degli impianti.
«Sì, prevale sempre il segno meno - avverte Marini - ma nel caso degli ordini la volta precedente, nel novembre 2008, erano il 56,6 per cento coloro che si attendevano un calo, mentre erano il 50,1 per cento quelli che pensavano di utilizzare meno gli impianti. Ora queste percentuali scendono di circa 10-15 punti. Non solo. Il numero di chi prevede un aumento dell’utilizzo degli impianti passa dal 7,2 all’11,2 per cento degli intervistati».
Tra gli illustri relatori presenti in sala c’è anche Matteo Colaninno che, pur essendo ora un parlamentare (versante Pd), non dimentica certo il suo dna imprenditoriale e la sua carriera confindustriale che l’ha portato a essere presidente nazionale dei Giovani imprenditori. Tra l’altro tra i relatori c’è pure Gianluca Vigne, presidente dei Giovani imprenditori del Veneto. «Un imprenditore non può che essere ottimista - ricorda Colaninno - sennò cambierebbe mestiere. E la crisi gravissima che è in atto, nata in America, non basta per far prevalere il pessimismo. E mi fa piacere che comincino a uscire segnali di lieve inversione di tendenza». E con Colaninno, pur da fronti opposti, concorda il senatore-artigiano della Lega Nord Gianpaolo Vallardi, che però sottolinea la gestione della crisi, a suo dire positiva, da parte del governo.
Franca Porto, segretario regionale della Cisl, tiene a ricordare il ruolo del sindacato, «che in questo momento deve essere più progettuale che antagonista», dice con riferimento alla manifestazione organizzata dalla Cgil a Roma, mentre Samuele Sorato, direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, risponde con l’impegno del suo istituto ad aumentare di due miliardi di euro i crediti alle pmi alle preoccupazioni delle pmi stesse.
Già, ma se la crisi passa, passano anche le preoccupazioni. O no? «Piano con gli entusiasmi - frena Marini -. Questi timidi segnali di inversione di marcia non autorizzano a cantar vittoria. Non significa che le imprese abbiano superato il momento di difficoltà. La quasi totalità del campione definisce, infatti, in netta caduta il trend dell’economia generale. L’espressione è condivisa dal 61,3% degli intervistati per quanto riguarda l’economia internazionale, dall’87,6% con riferimento agli Stati Uniti, dal 68,4% per l’Europa, dal 75,7% per l’Italia ma "solo" dal 51,8% per il Nord Est». E i telai dietro di lui vorrebbero ripartire.
Risvegli a Nord Est
La crisi è meno nera
Scendono le percentuali di chi prevede
ordini e utilizzi degli impianti in calo
E qualcuno parla addirittura di aumenti
Marino Smiderle
SCHIO
A quegli antichi telai che rendono affascinante il moderno Spazio Lanificio Conte bisognerebbe dare la parola. Ne hanno viste così tante, di crisi, che magari riuscirebbero a tranquillizzare i profeti di una sventura destinata a essere sostituita, si spera presto, da una nuova svolta, un nuovo cambiamento. Di che genere? È ancora presto per dirlo, ma ci sono già dei numeri che lasciano intendere che, se non proprio dietro l’angolo, il momento della ripresa è meno lontano di quello che si pensa.
A dare questi numeri, che per un attimo colorano di speranza la tappa scledense del Festival delle Città Impresa, è Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est. Ieri, nel corso del convegno "Oltre la crisi: le idee della nuova classe dirigente", ha infatti presentato gli ultimi risultati dell’Opinion panel relativi al sondaggio eseguito alla fine di febbraio tra gli imprenditori nordestini. Un intervento a sorpresa, non previsto dal programma originario del Festival, ma diventato di estrema attualità specie dopo l’ultima affermazione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, relativa al "rallentamento del rallentamento". Sì, insomma, una rondine non farà primavera, come ha avvertito Draghi, ma se le rondini cominciano a essere due, può darsi che a qualcuno venga in mente di andare con più decisione alla ricerca del nido e vedere fare una squadra più numerosa di... pennuti alla ricerca del sole.
La seconda rondine è a proprio a Nord Est dove, secondo le risposte date alla Fondazione, ci sono diversi indicatori che invertono la tendenza negativa. «Le previsioni - spiega Marini - hanno cessato di peggiorare». Detta così, pare una magra consolazione, anche perché resta a un significativo 42,9 per cento la percentuale di chi si attende ordini in diminuzione e al 40,6 per cento la percentuale di chi prevede una diminuzione dell’utilizzo degli impianti.
«Sì, prevale sempre il segno meno - avverte Marini - ma nel caso degli ordini la volta precedente, nel novembre 2008, erano il 56,6 per cento coloro che si attendevano un calo, mentre erano il 50,1 per cento quelli che pensavano di utilizzare meno gli impianti. Ora queste percentuali scendono di circa 10-15 punti. Non solo. Il numero di chi prevede un aumento dell’utilizzo degli impianti passa dal 7,2 all’11,2 per cento degli intervistati».
Tra gli illustri relatori presenti in sala c’è anche Matteo Colaninno che, pur essendo ora un parlamentare (versante Pd), non dimentica certo il suo dna imprenditoriale e la sua carriera confindustriale che l’ha portato a essere presidente nazionale dei Giovani imprenditori. Tra l’altro tra i relatori c’è pure Gianluca Vigne, presidente dei Giovani imprenditori del Veneto. «Un imprenditore non può che essere ottimista - ricorda Colaninno - sennò cambierebbe mestiere. E la crisi gravissima che è in atto, nata in America, non basta per far prevalere il pessimismo. E mi fa piacere che comincino a uscire segnali di lieve inversione di tendenza». E con Colaninno, pur da fronti opposti, concorda il senatore-artigiano della Lega Nord Gianpaolo Vallardi, che però sottolinea la gestione della crisi, a suo dire positiva, da parte del governo.
Franca Porto, segretario regionale della Cisl, tiene a ricordare il ruolo del sindacato, «che in questo momento deve essere più progettuale che antagonista», dice con riferimento alla manifestazione organizzata dalla Cgil a Roma, mentre Samuele Sorato, direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, risponde con l’impegno del suo istituto ad aumentare di due miliardi di euro i crediti alle pmi alle preoccupazioni delle pmi stesse.
Già, ma se la crisi passa, passano anche le preoccupazioni. O no? «Piano con gli entusiasmi - frena Marini -. Questi timidi segnali di inversione di marcia non autorizzano a cantar vittoria. Non significa che le imprese abbiano superato il momento di difficoltà. La quasi totalità del campione definisce, infatti, in netta caduta il trend dell’economia generale. L’espressione è condivisa dal 61,3% degli intervistati per quanto riguarda l’economia internazionale, dall’87,6% con riferimento agli Stati Uniti, dal 68,4% per l’Europa, dal 75,7% per l’Italia ma "solo" dal 51,8% per il Nord Est». E i telai dietro di lui vorrebbero ripartire.
sabato 4 aprile 2009
Reportage dal G20 di Londra/2
REPORTAGE
Misure anticrisi,
finalmente addio
ai paradisi fiscali
Altri mille miliardi contro la recessione Sarkozy: «Bandito il segreto bancario» Berlusconi: «Obama ci tiri fuori dalla crisi»

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Oggi tutti i giornali spareranno i numeri dell’impegno globale. Oltre mille miliardi di dollari iniettati nelle varie istituzioni finanziarie, a cominciare dal Fondo monetario internazionale, che vede la sua dotazione balzare da 250 a 750 miliardi di dollari. «Ed entro il 2010 - ricorda Gordon Brown, il premier inglese e organizzatore di questo storico G20 londinese - lo stimolo fiscale arriverà a quota 5 mila miliardi di dollari». Quanto basta per dare fuoco alle polveri delle Borse, che festeggiano questa pioggia di denari globali e scommettono su una ripresa che, a questo punto, non può essere lontana.
Detta così, può sembrare la grande vittoria di Barack Obama, il presidente americano che era al suo debutto ufficiale in Europa e che ha stregato tutti («Ha lo sguardo “acchiapponico"», ha commentato Silvio Berlusconi) per affabilità, competenza e determinazione. In realtà, anche se Berlusconi ha negato decisamente che ci fossero due filosofie in contrapposizione in questo G20, con Francia e Germania (più l’Italia) da una parte a spingere per le nuove regole, e Stati Uniti e Inghilterra dall’altra a premere invece su maggiori interventi pubblici, alla fine è stato trovato un compromesso più che onorevole per entrambi. E, soprattutto, capace di dare l’impressione ai mercati di avere a che fare con una cooperazione internazionale davvero efficace.
Mentre i manifestanti lasciavano annoiati i dintorni dell’ExCeL, Brown snocciolava per primo le nove paginette di documento conclusivo che, a suo avviso, sanciscono l’inizio di una nuova era. «Per far ripartire il mondo dalla crisi del 1929 - ha detto il premier britannico - ci sono voluti 15 anni. Stavolta non succederà, grazie al processo di cooperazione globale che abbiamo avviato a Washington e a cui abbiamo dato un impulso decisivo qui a Londra».
Si diceva che non ha vinto solo Obama. E il perché lo ha spiegato proprio Berlusconi, spiegandone le ragioni proprio mentre nella saletta a fianco il presidente francese, Nicolas Sarkozy, giunto a Londra senza la sua Carlà e forse per questo un po’ più cupo del solito, esultava per aver «ottenuto un risultato che va oltre le nostre previsioni».
«Sì - aggiungeva quasi all’unisono il presidente del Consiglio italiano - perché sono state prese decisioni molto importanti in materia di regole di funzionamento dei sistemi bancari e finanziari. Decisioni che troveranno compimento al prossimo G8 alla Maddalena, dove formalizzeremo il Legal Standard. Per cominciare, questo G20 è stato molto chiaro con i cosiddetti paradisi fiscali: l’Oecd pubblicherà una lista di questi paesi che dovranno uniformarsi agli standard internazionali».
Ed era proprio questo uno dei punti su cui insistevano Sarkozy («Finalmente abbiamo dato un colpo al segreto bancario») e Angela Merkel, cancelliere tedesco. Eccolo qui, quindi, il compromesso mondiale che non scontenta nessuno, anche se forse Obama avrebbe voluto strappare qualche euro in più dai bilanci pubblici europei.
Comunque, alla fine tutti sono parsi sinceramente soddisfatti. Anche Berlusconi e Tremonti, che nella loro vivace conferenza stampa congiunta hanno voluto sottolineare come sia stato grazie all’Italia se nel testo finale sia stato inserito il capitolo riservato al sociale. «La nostra intenzione - ha detto Berlusconi - è quella di mettere i lavoratori prima di tutto. People first, come dice Obama. E per questo, se necessario, dirotteremo alcuni fondi da capitoli pure importanti del bilancio verso queste finalità. Anche se vorrei tranquillizzare chi teme sforamenti del trattato di Maastricht: non succederà».
«Piuttosto - ha aggiunto Tremonti - vale la pena sottolineare come la nostra politica sia quella di prevenire i licenziamenti più che intervenire dopo con strumenti di assistenza».
Un altro capitolo trattato con decisione al G20 è stato quello degli stipendi e dei bonus ai mega manager. Ne sa qualcosa lo stesso Obama che, dopo aver dirottato centinaia di miliardi di dollari alla grande compagnia assicurativa Aig per salvarla da bancarotta sicura, si è visto il management premiato la settimana scorsa con 165 milioni di dollari di bonus. Ne è nata una sorta di sollevazione da parte del Congresso («È lì che vanno a finire i soldi delle nostre tasse?») che però rischia anche di andare a collidere con i principi del libero mercato. «Non ci saranno più bonus per chi provoca fallimenti - ha assicurato Brown - e le retribuzioni dovranno riflettere la performance, mentre i nuovi vertici delle istituzioni finanziarie dovranno venire assunti sulla base del merito. Tutto ciò incoraggerà la responsabilità delle aziende a livello globale.
Anche il Financial Stability Forum, presieduto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, «chiede che le nuove norme sulle retribuzioni dei vertici delle banche siano applicate già nel 2009 e che una loro piena applicazione proceda il più rapidamente possibile». «In particolare - ha spiegato Draghi - l'Fsf chiede che le remunerazioni siano allineate alla redditività nel lungo termine della società». Questo per evitare che certe decisioni manageriali vengano prese per avere un utile personale a breve ma una perdita secca per l’azienda nel lungo periodo.
Insomma, si è fatto molto in questo summit. E, come ha ammesso Tremonti, alcune decisioni importanti, alcune prese di posizione sono state adottate proprio dal confronto tra capi di stato e non solo dal lavoro oscuro degli sherpa. C’è da sperare che gli impegni sulla lotta al protezionismo per rilanciare il commercio siano seguiti da fatti concreti.
Le Borse, come detto, hanno festeggiato ma la strada, per chi ha un’impresa, per chi lavora in un’impresa, per chi il lavoro l’ha già perso, è ancora lunga. «Non basta un summit - ha ricordato Obama - non bastano due summit. Ma sono certo che questa immane profusione di sforzi da parte di tutti i leader del G20 comincerà presto a dare i risultati».
Già, ma Berlusconi che viene rimbeccato dalla regina Elisabetta perché grida un «mister Obamaaa...» decisamente fuori dal protocollo sonoro dove lo mettiamo? E il premier canadese che non compare nella prima foto ufficiale perché in quel momento era alla toilette (circostanza smentita dal portavoce)?
E i misteri circa l’assenza di Carla Bruni?
E Michelle Obama che abbraccia la regina, anche lei facendo a pezzi il protocollo? È bello concludere questo summit con notazioni leggere, dopo tante discussioni in sala stampa su milioni, miliardi, trilioni fino a perdere il conto. Ridere di questa crisi è impossibile, e i grandi della terra lo hanno dimostrato.
Più di 2000 giornalisti
da tutto il mondo
LONDRA. Sveglia alle sei di mattina, perché non si sa bene come funziona il meccanismo di accreditamento. All’ExCeL, la megastruttura piantata in mezzo ai Docks di Londra dove si tiene il G20, sono attesi più di duemila giornalisti e, considerata la cura maniacale con cui la Metropolitan Police si occupa della sicurezza e dell’ordine pubblico, non sarà agevole arrivarci. In più la giornata si apre con la notizia della morte di un manifestante e, anche se si tratta di cause naturali, la tensione rischia di salire maledettamente.
Le istruzioni contenute nel manualetto inviato via email a tutti i giornalisti accreditati sono chiare: appuntamento per tutti a Peruvian Wharf, da dove un pullman ci porterà direttamente a destinazione. Una parola arrivare a Peruvian Wharf, che si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dall’ExCel, da cui però è separato da un rassicurante "laghetto", il Royal Victoria Dock. Il nostro albergo è proprio di fronte, basterebbe attraversare il ponticello e il gioco sarebbe fatto. Ovviamente la Metropolitan Police ha chiuso il ponticello.
E allora? Un tassista pakistano nota la nostra discussione pacata col poliziotto irremovibile, che spiega candidamente come l’unica soluzione sia quella di girare intorno al Dock e risalire dall’altra parte (totale: cinque chilometri, a occhio e croce), e si offre di darci una mano. «Come with me», vieni con me, e così si va. Alle 8 siamo in Peruvian Wharf, insieme a colleghi di tutto il mondo che stanno arrivando alla spicciolata. Passaporto, copia dell’accredito ricevuta via email e si può salire sul primo pullman.
Giro turistico attorno ai Docks e si arriva nei pressi nell’aeroporto della City, dove consegnano il pass ed effettuano i controlli di sicurezza al metal detector. Ok, esame passato, si sale su un altro pullman che stavolta punta dritto all’ExCeL.
Il centro stampa è una specie di stabilimento dove, al posto dei macchinari, ci sono lunghe tavolate dotate di telefono a collegamento internet. Arriviamo al tavolo segnato dalla bandiera tricolore e dalla scritta "Italy". Ma non i posti sono pochini e così, con altri colleghi italiani, occupiamo l’intero settore riservato all’Indonesia.
Il London Summit 2009 può cominciare.MA.SM.
LA CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE
Obama: «È stato
un vertice molto
produttivo»
LONDRA
Alla faccia dell’obiettività dei giornalisti. Al termine della conferenza stampa di Barack Obama è scattato un inusuale applauso. «Mai successo», commentava un inviato italiano di lungo corso. Già, mai successo che un presidente degli Stati Uniti goda di una popolarità grande al punto da perdonare a quel paese di essere la causa prima di questa crisi globale.
Già, ma i germi di questo sistema finanziario senza regole li ha messi una legge dell’amministrazione Clinton, poi perpetuata da Bush. Questo è Obama, il nuovo, il magnifico, roba che John Kennedy neanche si sognava. C’è la fila, mentre Obama parla, di colleghi e soprattutto colleghe di tutto il mondo a farsi fare una foto col cellulare con sullo sfondo quest’uomo su cui tutti, non solo gli americani, contano molto, moltissimo, speriamo non troppo. Però, cavolo, quando parla è davvero uno che ti stende. Ha dribblato con eleganza un giornalista americano che gli chiedeva cosa trova di diverso nell’accoglienza riservata a un presidente americano rispetto a quello che capitava a George W. Bush. Avrebbe potuto rispondere che a Bush tiravano le scarpe, mentre a lui scagliano solo applausi. Invece no, non ha infierito col predecessore che pure ha politicamente combattuto a lungo, fin da quando l’Illinois l’aveva eletto al senato. «Quando Bush veniva in missione all’estero - ha risposto Obama - io non c’ero e quindi non posso sapere. Posso solo dire quello che è il mio approccio: non imporre le decisioni ma discutere con gli altri».
Belle parole, ma gli Stati Uniti non sono la potenza più importante del globo, possibile che accettino di fare marcia indietro? «Noi esercitiamo meglio la nostra leadership quando ascoltiamo», la risposta del presidente.
«E in questi giorni - ha proseguito - ho ascoltato molto i leader di Russia, Medvedev, e Cina, Hu Jintao.
Abbiamo iniziato discorsi importanti a proposito di riduzione dell’arsenale nucleare, di risoluzione dei problemi in Afghanistan. Ho trovato di fronte persone con cui davvero si può parlare. E se si vogliono risolvere i problemi bisogna parlare».MA.SM.
Misure anticrisi,
finalmente addio
ai paradisi fiscali
Altri mille miliardi contro la recessione Sarkozy: «Bandito il segreto bancario» Berlusconi: «Obama ci tiri fuori dalla crisi»

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Oggi tutti i giornali spareranno i numeri dell’impegno globale. Oltre mille miliardi di dollari iniettati nelle varie istituzioni finanziarie, a cominciare dal Fondo monetario internazionale, che vede la sua dotazione balzare da 250 a 750 miliardi di dollari. «Ed entro il 2010 - ricorda Gordon Brown, il premier inglese e organizzatore di questo storico G20 londinese - lo stimolo fiscale arriverà a quota 5 mila miliardi di dollari». Quanto basta per dare fuoco alle polveri delle Borse, che festeggiano questa pioggia di denari globali e scommettono su una ripresa che, a questo punto, non può essere lontana.
Detta così, può sembrare la grande vittoria di Barack Obama, il presidente americano che era al suo debutto ufficiale in Europa e che ha stregato tutti («Ha lo sguardo “acchiapponico"», ha commentato Silvio Berlusconi) per affabilità, competenza e determinazione. In realtà, anche se Berlusconi ha negato decisamente che ci fossero due filosofie in contrapposizione in questo G20, con Francia e Germania (più l’Italia) da una parte a spingere per le nuove regole, e Stati Uniti e Inghilterra dall’altra a premere invece su maggiori interventi pubblici, alla fine è stato trovato un compromesso più che onorevole per entrambi. E, soprattutto, capace di dare l’impressione ai mercati di avere a che fare con una cooperazione internazionale davvero efficace.
Mentre i manifestanti lasciavano annoiati i dintorni dell’ExCeL, Brown snocciolava per primo le nove paginette di documento conclusivo che, a suo avviso, sanciscono l’inizio di una nuova era. «Per far ripartire il mondo dalla crisi del 1929 - ha detto il premier britannico - ci sono voluti 15 anni. Stavolta non succederà, grazie al processo di cooperazione globale che abbiamo avviato a Washington e a cui abbiamo dato un impulso decisivo qui a Londra».
Si diceva che non ha vinto solo Obama. E il perché lo ha spiegato proprio Berlusconi, spiegandone le ragioni proprio mentre nella saletta a fianco il presidente francese, Nicolas Sarkozy, giunto a Londra senza la sua Carlà e forse per questo un po’ più cupo del solito, esultava per aver «ottenuto un risultato che va oltre le nostre previsioni».
«Sì - aggiungeva quasi all’unisono il presidente del Consiglio italiano - perché sono state prese decisioni molto importanti in materia di regole di funzionamento dei sistemi bancari e finanziari. Decisioni che troveranno compimento al prossimo G8 alla Maddalena, dove formalizzeremo il Legal Standard. Per cominciare, questo G20 è stato molto chiaro con i cosiddetti paradisi fiscali: l’Oecd pubblicherà una lista di questi paesi che dovranno uniformarsi agli standard internazionali».
Ed era proprio questo uno dei punti su cui insistevano Sarkozy («Finalmente abbiamo dato un colpo al segreto bancario») e Angela Merkel, cancelliere tedesco. Eccolo qui, quindi, il compromesso mondiale che non scontenta nessuno, anche se forse Obama avrebbe voluto strappare qualche euro in più dai bilanci pubblici europei.
Comunque, alla fine tutti sono parsi sinceramente soddisfatti. Anche Berlusconi e Tremonti, che nella loro vivace conferenza stampa congiunta hanno voluto sottolineare come sia stato grazie all’Italia se nel testo finale sia stato inserito il capitolo riservato al sociale. «La nostra intenzione - ha detto Berlusconi - è quella di mettere i lavoratori prima di tutto. People first, come dice Obama. E per questo, se necessario, dirotteremo alcuni fondi da capitoli pure importanti del bilancio verso queste finalità. Anche se vorrei tranquillizzare chi teme sforamenti del trattato di Maastricht: non succederà».
«Piuttosto - ha aggiunto Tremonti - vale la pena sottolineare come la nostra politica sia quella di prevenire i licenziamenti più che intervenire dopo con strumenti di assistenza».
Un altro capitolo trattato con decisione al G20 è stato quello degli stipendi e dei bonus ai mega manager. Ne sa qualcosa lo stesso Obama che, dopo aver dirottato centinaia di miliardi di dollari alla grande compagnia assicurativa Aig per salvarla da bancarotta sicura, si è visto il management premiato la settimana scorsa con 165 milioni di dollari di bonus. Ne è nata una sorta di sollevazione da parte del Congresso («È lì che vanno a finire i soldi delle nostre tasse?») che però rischia anche di andare a collidere con i principi del libero mercato. «Non ci saranno più bonus per chi provoca fallimenti - ha assicurato Brown - e le retribuzioni dovranno riflettere la performance, mentre i nuovi vertici delle istituzioni finanziarie dovranno venire assunti sulla base del merito. Tutto ciò incoraggerà la responsabilità delle aziende a livello globale.
Anche il Financial Stability Forum, presieduto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, «chiede che le nuove norme sulle retribuzioni dei vertici delle banche siano applicate già nel 2009 e che una loro piena applicazione proceda il più rapidamente possibile». «In particolare - ha spiegato Draghi - l'Fsf chiede che le remunerazioni siano allineate alla redditività nel lungo termine della società». Questo per evitare che certe decisioni manageriali vengano prese per avere un utile personale a breve ma una perdita secca per l’azienda nel lungo periodo.
Insomma, si è fatto molto in questo summit. E, come ha ammesso Tremonti, alcune decisioni importanti, alcune prese di posizione sono state adottate proprio dal confronto tra capi di stato e non solo dal lavoro oscuro degli sherpa. C’è da sperare che gli impegni sulla lotta al protezionismo per rilanciare il commercio siano seguiti da fatti concreti.
Le Borse, come detto, hanno festeggiato ma la strada, per chi ha un’impresa, per chi lavora in un’impresa, per chi il lavoro l’ha già perso, è ancora lunga. «Non basta un summit - ha ricordato Obama - non bastano due summit. Ma sono certo che questa immane profusione di sforzi da parte di tutti i leader del G20 comincerà presto a dare i risultati».
Già, ma Berlusconi che viene rimbeccato dalla regina Elisabetta perché grida un «mister Obamaaa...» decisamente fuori dal protocollo sonoro dove lo mettiamo? E il premier canadese che non compare nella prima foto ufficiale perché in quel momento era alla toilette (circostanza smentita dal portavoce)?
E i misteri circa l’assenza di Carla Bruni?
E Michelle Obama che abbraccia la regina, anche lei facendo a pezzi il protocollo? È bello concludere questo summit con notazioni leggere, dopo tante discussioni in sala stampa su milioni, miliardi, trilioni fino a perdere il conto. Ridere di questa crisi è impossibile, e i grandi della terra lo hanno dimostrato.
Più di 2000 giornalisti
da tutto il mondo
LONDRA. Sveglia alle sei di mattina, perché non si sa bene come funziona il meccanismo di accreditamento. All’ExCeL, la megastruttura piantata in mezzo ai Docks di Londra dove si tiene il G20, sono attesi più di duemila giornalisti e, considerata la cura maniacale con cui la Metropolitan Police si occupa della sicurezza e dell’ordine pubblico, non sarà agevole arrivarci. In più la giornata si apre con la notizia della morte di un manifestante e, anche se si tratta di cause naturali, la tensione rischia di salire maledettamente.
Le istruzioni contenute nel manualetto inviato via email a tutti i giornalisti accreditati sono chiare: appuntamento per tutti a Peruvian Wharf, da dove un pullman ci porterà direttamente a destinazione. Una parola arrivare a Peruvian Wharf, che si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dall’ExCel, da cui però è separato da un rassicurante "laghetto", il Royal Victoria Dock. Il nostro albergo è proprio di fronte, basterebbe attraversare il ponticello e il gioco sarebbe fatto. Ovviamente la Metropolitan Police ha chiuso il ponticello.
E allora? Un tassista pakistano nota la nostra discussione pacata col poliziotto irremovibile, che spiega candidamente come l’unica soluzione sia quella di girare intorno al Dock e risalire dall’altra parte (totale: cinque chilometri, a occhio e croce), e si offre di darci una mano. «Come with me», vieni con me, e così si va. Alle 8 siamo in Peruvian Wharf, insieme a colleghi di tutto il mondo che stanno arrivando alla spicciolata. Passaporto, copia dell’accredito ricevuta via email e si può salire sul primo pullman.
Giro turistico attorno ai Docks e si arriva nei pressi nell’aeroporto della City, dove consegnano il pass ed effettuano i controlli di sicurezza al metal detector. Ok, esame passato, si sale su un altro pullman che stavolta punta dritto all’ExCeL.
Il centro stampa è una specie di stabilimento dove, al posto dei macchinari, ci sono lunghe tavolate dotate di telefono a collegamento internet. Arriviamo al tavolo segnato dalla bandiera tricolore e dalla scritta "Italy". Ma non i posti sono pochini e così, con altri colleghi italiani, occupiamo l’intero settore riservato all’Indonesia.
Il London Summit 2009 può cominciare.MA.SM.
LA CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE
Obama: «È stato
un vertice molto
produttivo»
LONDRA
Alla faccia dell’obiettività dei giornalisti. Al termine della conferenza stampa di Barack Obama è scattato un inusuale applauso. «Mai successo», commentava un inviato italiano di lungo corso. Già, mai successo che un presidente degli Stati Uniti goda di una popolarità grande al punto da perdonare a quel paese di essere la causa prima di questa crisi globale.
Già, ma i germi di questo sistema finanziario senza regole li ha messi una legge dell’amministrazione Clinton, poi perpetuata da Bush. Questo è Obama, il nuovo, il magnifico, roba che John Kennedy neanche si sognava. C’è la fila, mentre Obama parla, di colleghi e soprattutto colleghe di tutto il mondo a farsi fare una foto col cellulare con sullo sfondo quest’uomo su cui tutti, non solo gli americani, contano molto, moltissimo, speriamo non troppo. Però, cavolo, quando parla è davvero uno che ti stende. Ha dribblato con eleganza un giornalista americano che gli chiedeva cosa trova di diverso nell’accoglienza riservata a un presidente americano rispetto a quello che capitava a George W. Bush. Avrebbe potuto rispondere che a Bush tiravano le scarpe, mentre a lui scagliano solo applausi. Invece no, non ha infierito col predecessore che pure ha politicamente combattuto a lungo, fin da quando l’Illinois l’aveva eletto al senato. «Quando Bush veniva in missione all’estero - ha risposto Obama - io non c’ero e quindi non posso sapere. Posso solo dire quello che è il mio approccio: non imporre le decisioni ma discutere con gli altri».
Belle parole, ma gli Stati Uniti non sono la potenza più importante del globo, possibile che accettino di fare marcia indietro? «Noi esercitiamo meglio la nostra leadership quando ascoltiamo», la risposta del presidente.
«E in questi giorni - ha proseguito - ho ascoltato molto i leader di Russia, Medvedev, e Cina, Hu Jintao.
Abbiamo iniziato discorsi importanti a proposito di riduzione dell’arsenale nucleare, di risoluzione dei problemi in Afghanistan. Ho trovato di fronte persone con cui davvero si può parlare. E se si vogliono risolvere i problemi bisogna parlare».MA.SM.
Reportage dal G20 di Londra/1
L'importanza del G20
per i piccoli del globo

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Chi glielo dice, adesso, al piccolo imprenditore di Zermeghedo che la sua fabbrichetta potrà sopravvivere solo se il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si mette d’accordo con quello della Cina, Hu Jintao?
Chi glielo dice, al commerciante di Thiene, che la sorte del suo negozio dipende dalla buona volontà dei presidenti di Francia e Russia, Nicolas Sarkozy e Dmitri Medvedev? Chi glielo dice, all’operaio metalmeccanico in cassa integrazione di Schio, che potrà tornare al lavoro solo se oggi a Londra i potenti della terra si metteranno d’accordo?Per ora ci pensano i manifestanti arrabbiati (fra di loro c’è anche un morto) a dare le prime risposte. Nella City londinese, dove nel settembre scorso i dipendenti della Lehman Brothers venivano fotografati mentre portavano via gli scatoloni con le proprie cose dalla sede della banca d’affari fallita, o meglio, lasciata fallire, ieri è esplosa tutta la rabbia di centinaia di manifestanti anticapitalisti e no global.
Negli uffici della Royal Bank of Scotland, a cui il contribuente britannico ha dovuto versare svariati miliardi di sterline per tenerla in piedi, sono entrati alcuni manifestanti, prima che la polizia si scatenasse e arrestasse decine di persone. Il tutto in una giornata primaverile, illuminata da un sole che con il grigio di Londra e di questi tempi cupi dell’economia aveva davvero poco a che fare.
Qualcuno, senza dubbio esagerando, ha definito questo G-20 londinese come la Bretton Woods del terzo millennio.
È difficile che il comunicato finale che verrà diffuso domani, al termine del summit, pur pieno di buone intenzioni e con i punti di discordia accuratamente spazzati sotto il tappeto dell’unanimità di facciata, riesca d’incanto a far ripartire la macchina inceppata dell’economia globale. Ma è impossibile pensare di accendere il motore di quella macchina ciascuno con le proprie forze nazionali.
Ed è proprio questo senso di impotenza che spaventa il piccolo imprenditore di Zermeghedo, il commerciante di Thiene e l’operaio cassintegrato di Schio.
Per quanta buona volontà possano avere, e Dio solo sa quanta ne hanno, oggi saranno tutti idealmente qui, a tirare per la giacchetta Silvio Berlusconi piuttosto che Mario Draghi, i due italiani presenti, affinché ce la mettano tutta per fare squadra con questo mondo che, fino a prova contraria, non vale la pena distruggere a sassate.
Cosa bisogna aspettarsi da questo summit? La cosa più probabile, come detto, è un documento lastricato di buone intenzioni, così come lo erano le otto paginette di promesse controfirmate all’indomani dell’ultimo G-20, svoltosi a Washington nel periodo di passaggio, quando Barack Obama era già stato eletto ma ancora non aveva le chiavi della Casa Bianca.
No al protezionismo, avevano gridato all’unisono i grandi della terra, salvo poi, a stretto giro di crisi, adottare misure protezionistiche per i singoli paesi che mal si conciliano con gli impegni globali.
A cominciare da quel "buy american" («compra prodotti americani») che lo stesso Obama aveva lanciato quale slogan per un rilancio un po’ miope, che non va al di là dell’oceano.
Ci sono due grandi filosofie di fondo che si combatteranno nei padiglioni dell’ExCeL, il grande centro nei Docks londinesi dove si terrà il vertice: chi vuole spingere a fondo sull’acceleratore del debito pubblico e chi invece preferisce mettere l’accento sulla formulazione di nuove regole per i mercati finanziari. Gordon Brown, premier britannico, ieri ha ospitato Barack Obama al n. 10 di Downing Street per ribadire, se ce fosse bisogno, che ancora una volta la Gran Bretagna e gli Stati Uniti giocheranno nella stessa squadra e con lo stesso schema di gioco: più debito pubblico per rianimare un’economia che, priva dell’impulso privato, rischia di diventare un cadavere.
Ieri Obama ha avuto l’onestà di ammettere urbi et orbi che la colpa di questa crisi è degli Stati Uniti e del modo eccessivamente spregiudicato con cui hanno gestito la finanza, traformando le banche in agenzie delle scommesse. Scommesse, va da sè, perse. Però il presidente ha detto che non è il momento di guardare indietro, con Brown sulla stessa lunghezza d’onda.
Non la pensano allo stesso modo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Per loro il welfare europeo, pur da rafforzare in momenti di emergenza, ha già nel suo dna lo scopo sociale di prevenire disastri. E poi, insiste il cancelliere tedesco, bisogna stare attenti a esagerare col debito e con la moneta perché il rischio d’inflazione futura e potrebbe vanificare tutti i tentativi di recupero.
Del resto, se gli americani, quando pensano al peggio, hanno davanti agli occhi gli anni della depressione e non vogliono ripetere gli stessi errori, i tedeschi, invece, rivedono le tragedie di Weimar, quando per comprare un pezzo di burro ci volevano carrettate di marchi svalutatissimi.
Certo, nonostante le minacce di Sarkozy di fare il De Gaulle e di abbandonare il tavolo della discussione se non dovesse arrivare un documento "forte", è probabile che, per non gettare nel panico dei mercati già sufficientemente volatili, salti fuori un pronunciamento finale condiviso.
Magari focalizzato su concetti già elaborati nelle scorse settimane, tipo una stretta per i cosiddetti paradisi fiscali e un incremento della dotazione finanziaria del Fondo monetario internazionale da usare per aiutare quei paesi che dovevano essere emergenti e che invece stanno affondando. E Berlusconi, che su queste cose ha naso, ieri ha detto che a Londra si farà un buon lavoro ma solo al prossimo G-8 «verrà redatto il nuovo codice dei comportamenti finanziari ed economici del mondo».
Resta nell’ombra, per ora, la Cina, che vorrebbe tanto poter contare di più nei tavoli del potere globale.
Dal momento che detiene nei propri forzieri 739 miliardi di dollari di titoli di stato Usa, è facile prevedere che, più che tanti G-20, in futuro assisteremo a diversi G-2 tra Washington e Pechino.
E se si mettessero d’accordo loro, l’operaio cassintegrato di Schio troverebbe lavoro domani mattina.
Una cena ispirata
alla tradizione inglese

Ieri sera, intanto, i grandi hanno mangiato. Bene? Male?
Oggi, forse, qualcuno darà qualche giudizio, magari cercando di evitare incidenti diplomatico-gastronomici. La responsabilità, comunque, è tutta di Jamie Oliver, lo chef che ha provveduto a depositare sulle tavole imbandite al n. 10 di Downing Street, sede del primo ministro inglese Gordon Brown.
Il menu è ispirato alla tradizione britannica, e già questo non è un bel cominciare. In ogni caso, come antipasto Oliver ha proposto salmone scozzese e ricci di mare, con verdure provenienti da Sussex, Surrey e Kent. Il piatto forte è stato l’agnello della Elwy valley, nel nord del Galles, con contorno di patate Jersey Royal, funghi e salsa di menta (mamma mia).
La carne di maiale, per evitare di creare problemi a Erdogan, premier musulmano della Turchia, è stata volutamente lasciata fuori dal menu.
Conviene fermarsi qua, con gli illustri ospiti che avranno l’onore di poter partecipare anche al prossimo G-8 della Maddalena già speranzosi di poter rimediare presto. «Sono molto orgoglioso del mio paese e delle sue tradizioni culinarie - ha dichiarato lo chef - e sono sicuro che gli ospiti gradiranno».
Un capitolo a parte merita il tavolo d’onore riservato alle consorti dei capi di stato e, in particolare, a Michelle Obama, nuova icona che ha portato alla ribalta il modello della donna che si mette il primo straccio che trova per casa prima di uscire. In suo onore sono state invitate alcune celebrità. E, in particolare, J.K. Rowling, l'autrice della saga di Harry Potter, che siederà proprio alla destra della First Lady (a sinistra ci sarà Kelly Holmes, vincitrice di due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004).
Ci sarà pure Naomi Campbell, che più diversa di Michelle non potrebbe essere, ma che proprio per questo al n. 10 di Downing Street ci starà d’incanto. MA.SM.
COM’È CAMBIATA LONDRA NEGLI ULTIMI DECENNI
La City ko,
è la fine
di un’epoca
L’Inghilterra aveva confuso la finanza con l’industria e nel frattempo ha perso tutti i «gioielli» di famiglia
LONDRA
Londra è un flashback di sogni. Una fabbrica di sogni, di miti per giovani che, quando diventano vecchi, si aggrappano disperatamente a quei gruppi musicali, a quelle canzoni, a quelle mode che non muoiono mai. O che muoiono e rinascono continuamente per rendere eterno il fascino cosmopolita di questa città in movimento. E che ieri è stata sfregiata da una protesta anticapitalista che viene da lontano e che adesso ha pure dei motivi seri per esplodere, fermo restando che atti delinquenziali restano atti delinquenziali.
Ieri la City, cuore finanziario della capitale dell’Inghilterra, era un campo di battaglia. Centinaia, migliaia di poliziotti bardati da un giubbotto catarifrangente, color giallo canarino, hanno affrontato centinaia, migliaia di giovani manifestanti che volevano distruggere, neanche tanto metaforicamente, il nucleo del male da cui si è diffusa la metastasi di una finanza perniciosa per l’economia reale.
Già, ma cos’è l’economia reale? Negli Stati Uniti distinguono tra Wall Street, la sede del New York Stock Exchange, e Main Street, la via "principale", dove si producono beni veri, mica derivati. Bene, nel corso degli anni per l’Inghilterra, e per Londra in particolare, la finanza, la Borsa, le banche sono diventate l’economia reale. Ricordate il mantra del decennio scorso? L’industria pesante è morta, conta il terziario avanzato, conta la finanza, quelli sì sono settori ad alto valore aggiunto. E così nella City londinese sono volati broker e trader da tutto il mondo, capaci di far saltar fuori soldi dai soldi, e tanti, in un’unica giornata di compra e vendi forsennato. Ma compra e vendi cosa? Azioni, derivati, titoli tossici, in un crescendo rossiniano di invenzioni finanziarie che hanno definitivamente perso di vista il sottostante, cioè la roba vera, che si produce. No, la carta faceva carta, i soldi facevano soldi e, a un certo punto, nessuno ha capito più niente.
Il castello di carte è caduto al primo soffione e adesso Londra si trova senza la sua industria principale. La City, appunto, presa d’assalto quando ormai i mercanti sono già scappati dal tempio. Fa niente, si potrebbe tornare all’industria. Già, ma l’Inghilterra l’industria l’ha persa per strada. Qualcuno torna indietro agli anni della Thatcher, grande statista britannico, che vinse un aspro e drammatico braccio di ferro sindacale con i minatori, arrivando a chiudere fabbriche improduttive. Scelte anche giuste, visto che gli anni 80 furono gli anni della rinascita di quella che, nel decennio successivo, dominato da Tony Blair, venne definita Cool Britannia. Ma nel frattempo si perdevano i pezzi, tanto che le famose case automobilistiche inglesi (Rover, Rolls Royce, Jaguar, perfino la mitica Mini Minor) sono state cedute a produttori che, illusi, pensavano che l’economia reale fosse ancora quella delle "cose" e non della "carta".
Per carità, ora se la passano male anche loro, i produttori di auto, perché tutta quella carta diffusa a piene mani, anche dalla City, ha finito col far saltare il sistema delle banche e, subito dopo, il sistema tout court. Vedere quegli sciamannati che infierivano sulla Banca d’Inghilterra, un’istituzione paragonabile ai Reali d’Inghilterra, ieri lasciava davvero sgomenti. In Inghilterra, contrariamente che da noi, alle istituzioni e alle tradizioni tengono. Se le abbattono, vuol dire che è successo, sta succedendo, qualcosa di davvero preoccupante.
per i piccoli del globo

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Chi glielo dice, adesso, al piccolo imprenditore di Zermeghedo che la sua fabbrichetta potrà sopravvivere solo se il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si mette d’accordo con quello della Cina, Hu Jintao?
Chi glielo dice, al commerciante di Thiene, che la sorte del suo negozio dipende dalla buona volontà dei presidenti di Francia e Russia, Nicolas Sarkozy e Dmitri Medvedev? Chi glielo dice, all’operaio metalmeccanico in cassa integrazione di Schio, che potrà tornare al lavoro solo se oggi a Londra i potenti della terra si metteranno d’accordo?Per ora ci pensano i manifestanti arrabbiati (fra di loro c’è anche un morto) a dare le prime risposte. Nella City londinese, dove nel settembre scorso i dipendenti della Lehman Brothers venivano fotografati mentre portavano via gli scatoloni con le proprie cose dalla sede della banca d’affari fallita, o meglio, lasciata fallire, ieri è esplosa tutta la rabbia di centinaia di manifestanti anticapitalisti e no global.
Negli uffici della Royal Bank of Scotland, a cui il contribuente britannico ha dovuto versare svariati miliardi di sterline per tenerla in piedi, sono entrati alcuni manifestanti, prima che la polizia si scatenasse e arrestasse decine di persone. Il tutto in una giornata primaverile, illuminata da un sole che con il grigio di Londra e di questi tempi cupi dell’economia aveva davvero poco a che fare.
Qualcuno, senza dubbio esagerando, ha definito questo G-20 londinese come la Bretton Woods del terzo millennio.
È difficile che il comunicato finale che verrà diffuso domani, al termine del summit, pur pieno di buone intenzioni e con i punti di discordia accuratamente spazzati sotto il tappeto dell’unanimità di facciata, riesca d’incanto a far ripartire la macchina inceppata dell’economia globale. Ma è impossibile pensare di accendere il motore di quella macchina ciascuno con le proprie forze nazionali.
Ed è proprio questo senso di impotenza che spaventa il piccolo imprenditore di Zermeghedo, il commerciante di Thiene e l’operaio cassintegrato di Schio.
Per quanta buona volontà possano avere, e Dio solo sa quanta ne hanno, oggi saranno tutti idealmente qui, a tirare per la giacchetta Silvio Berlusconi piuttosto che Mario Draghi, i due italiani presenti, affinché ce la mettano tutta per fare squadra con questo mondo che, fino a prova contraria, non vale la pena distruggere a sassate.
Cosa bisogna aspettarsi da questo summit? La cosa più probabile, come detto, è un documento lastricato di buone intenzioni, così come lo erano le otto paginette di promesse controfirmate all’indomani dell’ultimo G-20, svoltosi a Washington nel periodo di passaggio, quando Barack Obama era già stato eletto ma ancora non aveva le chiavi della Casa Bianca.
No al protezionismo, avevano gridato all’unisono i grandi della terra, salvo poi, a stretto giro di crisi, adottare misure protezionistiche per i singoli paesi che mal si conciliano con gli impegni globali.
A cominciare da quel "buy american" («compra prodotti americani») che lo stesso Obama aveva lanciato quale slogan per un rilancio un po’ miope, che non va al di là dell’oceano.
Ci sono due grandi filosofie di fondo che si combatteranno nei padiglioni dell’ExCeL, il grande centro nei Docks londinesi dove si terrà il vertice: chi vuole spingere a fondo sull’acceleratore del debito pubblico e chi invece preferisce mettere l’accento sulla formulazione di nuove regole per i mercati finanziari. Gordon Brown, premier britannico, ieri ha ospitato Barack Obama al n. 10 di Downing Street per ribadire, se ce fosse bisogno, che ancora una volta la Gran Bretagna e gli Stati Uniti giocheranno nella stessa squadra e con lo stesso schema di gioco: più debito pubblico per rianimare un’economia che, priva dell’impulso privato, rischia di diventare un cadavere.
Ieri Obama ha avuto l’onestà di ammettere urbi et orbi che la colpa di questa crisi è degli Stati Uniti e del modo eccessivamente spregiudicato con cui hanno gestito la finanza, traformando le banche in agenzie delle scommesse. Scommesse, va da sè, perse. Però il presidente ha detto che non è il momento di guardare indietro, con Brown sulla stessa lunghezza d’onda.
Non la pensano allo stesso modo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Per loro il welfare europeo, pur da rafforzare in momenti di emergenza, ha già nel suo dna lo scopo sociale di prevenire disastri. E poi, insiste il cancelliere tedesco, bisogna stare attenti a esagerare col debito e con la moneta perché il rischio d’inflazione futura e potrebbe vanificare tutti i tentativi di recupero.
Del resto, se gli americani, quando pensano al peggio, hanno davanti agli occhi gli anni della depressione e non vogliono ripetere gli stessi errori, i tedeschi, invece, rivedono le tragedie di Weimar, quando per comprare un pezzo di burro ci volevano carrettate di marchi svalutatissimi.
Certo, nonostante le minacce di Sarkozy di fare il De Gaulle e di abbandonare il tavolo della discussione se non dovesse arrivare un documento "forte", è probabile che, per non gettare nel panico dei mercati già sufficientemente volatili, salti fuori un pronunciamento finale condiviso.
Magari focalizzato su concetti già elaborati nelle scorse settimane, tipo una stretta per i cosiddetti paradisi fiscali e un incremento della dotazione finanziaria del Fondo monetario internazionale da usare per aiutare quei paesi che dovevano essere emergenti e che invece stanno affondando. E Berlusconi, che su queste cose ha naso, ieri ha detto che a Londra si farà un buon lavoro ma solo al prossimo G-8 «verrà redatto il nuovo codice dei comportamenti finanziari ed economici del mondo».
Resta nell’ombra, per ora, la Cina, che vorrebbe tanto poter contare di più nei tavoli del potere globale.
Dal momento che detiene nei propri forzieri 739 miliardi di dollari di titoli di stato Usa, è facile prevedere che, più che tanti G-20, in futuro assisteremo a diversi G-2 tra Washington e Pechino.
E se si mettessero d’accordo loro, l’operaio cassintegrato di Schio troverebbe lavoro domani mattina.
Una cena ispirata
alla tradizione inglese

Ieri sera, intanto, i grandi hanno mangiato. Bene? Male?
Oggi, forse, qualcuno darà qualche giudizio, magari cercando di evitare incidenti diplomatico-gastronomici. La responsabilità, comunque, è tutta di Jamie Oliver, lo chef che ha provveduto a depositare sulle tavole imbandite al n. 10 di Downing Street, sede del primo ministro inglese Gordon Brown.
Il menu è ispirato alla tradizione britannica, e già questo non è un bel cominciare. In ogni caso, come antipasto Oliver ha proposto salmone scozzese e ricci di mare, con verdure provenienti da Sussex, Surrey e Kent. Il piatto forte è stato l’agnello della Elwy valley, nel nord del Galles, con contorno di patate Jersey Royal, funghi e salsa di menta (mamma mia).
La carne di maiale, per evitare di creare problemi a Erdogan, premier musulmano della Turchia, è stata volutamente lasciata fuori dal menu.
Conviene fermarsi qua, con gli illustri ospiti che avranno l’onore di poter partecipare anche al prossimo G-8 della Maddalena già speranzosi di poter rimediare presto. «Sono molto orgoglioso del mio paese e delle sue tradizioni culinarie - ha dichiarato lo chef - e sono sicuro che gli ospiti gradiranno».
Un capitolo a parte merita il tavolo d’onore riservato alle consorti dei capi di stato e, in particolare, a Michelle Obama, nuova icona che ha portato alla ribalta il modello della donna che si mette il primo straccio che trova per casa prima di uscire. In suo onore sono state invitate alcune celebrità. E, in particolare, J.K. Rowling, l'autrice della saga di Harry Potter, che siederà proprio alla destra della First Lady (a sinistra ci sarà Kelly Holmes, vincitrice di due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004).
Ci sarà pure Naomi Campbell, che più diversa di Michelle non potrebbe essere, ma che proprio per questo al n. 10 di Downing Street ci starà d’incanto. MA.SM.
COM’È CAMBIATA LONDRA NEGLI ULTIMI DECENNI
La City ko,
è la fine
di un’epoca
L’Inghilterra aveva confuso la finanza con l’industria e nel frattempo ha perso tutti i «gioielli» di famiglia
LONDRA
Londra è un flashback di sogni. Una fabbrica di sogni, di miti per giovani che, quando diventano vecchi, si aggrappano disperatamente a quei gruppi musicali, a quelle canzoni, a quelle mode che non muoiono mai. O che muoiono e rinascono continuamente per rendere eterno il fascino cosmopolita di questa città in movimento. E che ieri è stata sfregiata da una protesta anticapitalista che viene da lontano e che adesso ha pure dei motivi seri per esplodere, fermo restando che atti delinquenziali restano atti delinquenziali.
Ieri la City, cuore finanziario della capitale dell’Inghilterra, era un campo di battaglia. Centinaia, migliaia di poliziotti bardati da un giubbotto catarifrangente, color giallo canarino, hanno affrontato centinaia, migliaia di giovani manifestanti che volevano distruggere, neanche tanto metaforicamente, il nucleo del male da cui si è diffusa la metastasi di una finanza perniciosa per l’economia reale.
Già, ma cos’è l’economia reale? Negli Stati Uniti distinguono tra Wall Street, la sede del New York Stock Exchange, e Main Street, la via "principale", dove si producono beni veri, mica derivati. Bene, nel corso degli anni per l’Inghilterra, e per Londra in particolare, la finanza, la Borsa, le banche sono diventate l’economia reale. Ricordate il mantra del decennio scorso? L’industria pesante è morta, conta il terziario avanzato, conta la finanza, quelli sì sono settori ad alto valore aggiunto. E così nella City londinese sono volati broker e trader da tutto il mondo, capaci di far saltar fuori soldi dai soldi, e tanti, in un’unica giornata di compra e vendi forsennato. Ma compra e vendi cosa? Azioni, derivati, titoli tossici, in un crescendo rossiniano di invenzioni finanziarie che hanno definitivamente perso di vista il sottostante, cioè la roba vera, che si produce. No, la carta faceva carta, i soldi facevano soldi e, a un certo punto, nessuno ha capito più niente.
Il castello di carte è caduto al primo soffione e adesso Londra si trova senza la sua industria principale. La City, appunto, presa d’assalto quando ormai i mercanti sono già scappati dal tempio. Fa niente, si potrebbe tornare all’industria. Già, ma l’Inghilterra l’industria l’ha persa per strada. Qualcuno torna indietro agli anni della Thatcher, grande statista britannico, che vinse un aspro e drammatico braccio di ferro sindacale con i minatori, arrivando a chiudere fabbriche improduttive. Scelte anche giuste, visto che gli anni 80 furono gli anni della rinascita di quella che, nel decennio successivo, dominato da Tony Blair, venne definita Cool Britannia. Ma nel frattempo si perdevano i pezzi, tanto che le famose case automobilistiche inglesi (Rover, Rolls Royce, Jaguar, perfino la mitica Mini Minor) sono state cedute a produttori che, illusi, pensavano che l’economia reale fosse ancora quella delle "cose" e non della "carta".
Per carità, ora se la passano male anche loro, i produttori di auto, perché tutta quella carta diffusa a piene mani, anche dalla City, ha finito col far saltare il sistema delle banche e, subito dopo, il sistema tout court. Vedere quegli sciamannati che infierivano sulla Banca d’Inghilterra, un’istituzione paragonabile ai Reali d’Inghilterra, ieri lasciava davvero sgomenti. In Inghilterra, contrariamente che da noi, alle istituzioni e alle tradizioni tengono. Se le abbattono, vuol dire che è successo, sta succedendo, qualcosa di davvero preoccupante.
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