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sabato 30 maggio 2009

Un Figo

Figo: cari amici dell'Inter, un grazie speciale
Sabato, 30 Maggio 2009 10:56:28

Cari Amici dell'Inter,

domani, 31 maggio 2009, sarà la mia ultima domenica da calciatore. Insieme con gli amici dello Sporting Lisbona, del Barcellona, del Real Madrid e della nazionale portoghese voglio ringraziare tutti voi, tifosi nerazzurri, che mi avete dimostrato affetto sin dal primo giorno a Milano.

Mi fa molto piacere che l'ultima domenica da calciatore sia, per me e per tutti noi dell'Inter, una domenica di festa per il successo del quarto scudetto consecutivo.

Vincere è sempre stato l'unico vero obiettivo della mia carriera. Vincere tutto quello che potevo vincere, dalle partitelle in allenamento ai campionati, dalle coppe ai trofei personali. E per arrivare a vincere ho conosciuto una sola strada, quella del sacrificio e del lavoro. Me lo hanno insegnato quando ero ragazzino allo Sporting e tutto quello che ho ottenuto non è mai arrivato per caso, ma dopo tanti sacrifici.

Per questo motivo, oggi, voglio anche chiedere scusa se in qualche partita o in qualche periodo, per colpa di un infortunio o di altro, non sono riuscito a dare il massimo. Il primo a essere dispiaciuto ero io, perché non riuscivo a dare a tutti voi quello per il quale avevo lavorato.

Quando sono arrivato a Milano, l'Inter era una squadra che stava imparando a vincere. Di strada ne abbiamo fatta tanta insieme e per questo voglio ringraziare il presidente Moratti, gli allenatori, tutti i compagni, tutte le persone del club che ho conosciuto e con le quali ho lavorato. Se sono stato bene a Milano il merito è loro.

Il calcio mi ha dato tanto, ma soprattutto mi ha regalato la possibilità di conoscere persone meravigliose, amici che resteranno per sempre, e in questo gruppo il presidente Moratti e chi ho conosciuto qui, nell'ambiente nerazzurro, avranno un posto speciale. Come tutti voi, cari tifosi.

Non avere mai avuto un problema con un solo mio compagno di squadra è il trofeo più bello della mia carriera.

A tutti gli interisti, un abbraccio sincero e la convinzione che l'Inter continuerà a lavorare per vincere sempre di più.

Con affetto,

Luis Figo

Supermario e le banche

Se le banche fanno ancora le banche

Marino Smiderle

Cari banchieri, facciamo i banchieri. È questo, in estrema sintesi, il succo delle considerazioni finali espresse ieri dal governatore Mario Draghi nel corso dell’assemblea della Banca d’Italia a palazzo Koch. Perché è vero che i titoli dei giornali se li è guadagnati con le valutazioni di politica economica e con l’invito alle riforme strutturali (allungamento dell’età pensionabile), oltre che con la previsione di un calo del 5 per cento del Pil 2009, ma è anche vero che le parole destinate ad avere un’applicazione pratica sono quelle rivolte agli autorevoli soci presenti in sala.
Leggendo le 19 cartelle meritevoli di un consenso pressoché unanime e non di facciata, si ha come l’impressione che il contagio della nefasta febbre finanziaria esplosa negli Stati Uniti si sia verificato giusto in tempo perché il sistema italiano non prendesse la medesima strada. O meglio, la strada del conto economico facile le banche italiane avevano appena cominciato a prenderla, tanto che nelle ultime assemblee di Bankitalia non si poteva non spellarsi le mani dagli applausi.
Applausi per quelle miliardate di utili prodotte da istituti che, a quel punto, pensavano di poterli moltiplicare all’infinito puntando sul gigantismo e sui prodotti ad alto reddito (per le banche) e ad alti costi (quasi furti) per i clienti. Macché prestiti, macché credito alle pmi, vuoi mettere quanto guadagno si può portare a casa con un bel derivato incomprensibile da vendere ad aziende ingenue e colpevolmente inconsapevoli?
Ecco, il motivo per cui questa terribile recessione può essere paradossalmente da considerare benefica è perché ha avuto il merito, almeno quello, di interrompere le tappe di avvicinamento all’andazzo americano. Quando sul sistema finanziario e bancario mondiale si è abbattuta la tempesta del fallimento Lehman, l’apparato di difesa delle banche italiane era ancora sufficientemente saldo da far dire adesso a Draghi che «l’impatto della crisi sulle banche è stato da noi meno traumatico che in altri paesi».
Forse perché da noi le novità degli Stati Uniti impiegano qualche anno ad attecchire completamente. In ogni caso, al di là dell’aspetto di politica economica e delle implicazioni future dell’enorme massa di denaro pubblico destinato dagli stati a turare le falle della follia («A livello mondiale, le perdite contabilizzate nei bilanci delle banche negli ultimi due anni sono state pari a oltre mille miliardi di dollari»), il distillato più interessante delle considerazioni finali di Draghi riguarda le imprese e il loro finanziamento attuale e futuro.
C’è un passaggio nella relazione del governatore, il banchiere dei banchieri, che riscuoterà il consenso e la speranza di tutti i piccoli imprenditori che costituiscono l’ossatura di questo miracoloso paese. «A risentire della crisi sono soprattutto le imprese piccole, sotto i 20 addetti; nella sola manifattura se ne contano in tutto quasi 500.000, con poco meno di due milioni di occupati. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori, da cui subiscono tagli degli ordinativi e dilazioni nei pagamenti, è a volte a rischio la stessa sopravvivenza. Il passaggio dei prossimi mesi sarà decisivo: una mortalità eccessiva che colpisca per asfissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi è un secondo, grave rischio per la nostra economia».
Parole sante. Specie se si pensa che sono rivolte a un pubblico di banchieri, ai quali spetta il compito di valutare chi merita il credito e chi no. Eccolo il nocciolo della questione, il merito di credito, appunto, a cui Draghi non si è sottratto. Ed è un monito-invito rivolto a chi si trova tra l’incudine di dover fare utili senza rischiare troppo e il martello di una patrimonializzazione da rafforzare magari lesinando proprio sul credito. Cosa devono fare queste banche? «Non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza nell’erogare il credito - risponde realista il governatore -. Non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio l’integrità dei bilanci e la fiducia di coloro che gli affidano i propri risparmi. Quel che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali circostanze. Va posta un’attenzione straordinaria alle prospettive di mediolungo periodo delle imprese che chiedono assistenza finanziaria. Nei metodi di valutazione, nelle procedure decisionali delle banche vanno tenute in conto tecnologia, organizzazione, dinamiche dei mercati di riferimento delle imprese».
Ci saranno delle vittime, ci sarà una selezione che lascerà sul terreno parecchie imprese. Ma se le banche sapranno fare le banche, e se sospenderanno per un po’ l’asettico dettame di Basilea 2 per individuare e sostenere quanto basta le realtà che torneranno a volare con la ripresa, metà della crisi sarà presto un lontano ricordo.

Bcc che vince si cambia

BANCHE. L’istituto cooperativo è l’unico a porre un limite temporale al mandato del cda

Bcc che vince si cambia
Novella n.1 di S. Giorgio

Il presidente uscente Carollo lascia un’eredità positiva Il successore: «Il futuro è all’insegna della continuità»

Marino Smiderle
FARA VICENTINO
Una delle poche banche di credito cooperativo in Italia, e forse l’unica in Veneto, che pone un limite di tre mandati ai propri amministratori. Ed è per questo che Elio Carollo ha lasciato la presidenza della Banca San Giorgio Valle Agno. «Se dicessi che non mi dispiace sarei un bugiardo - dice - ma sono latresì convinto che la regola che ci siamo dati debba essere di esempio per tutti».
Sono stati più di 800 i soci che hanno partecipato all’assemblea della Bcc, approvando il bilancio ed eleggendo il nuovo consiglio di amministrazione che guiderà l'istituto per i prossimi tre anni.
Il primo atto del nuovo cda è stato quello di nominare il presidente. Si tratta di Ilario Novella, 48 anni, tre figli, attuale presidente di Centrale Leasing Nord Est e socio dello Studio Adacta di Vicenza.
«Il futuro - sono state le prime parole del neo presidente - si apre all'insegna della continuità e del richiamo alle radici storiche della nostra banca e del credito cooperativo, nello stile di lavoro e relazione che ci è proprio e che alcuni nostri soci hanno ricordato in assemblea. Nel recente passato sono state fatte scelte lungimiranti. Il nostro lavoro continuerà per assicurare una crescita sana ed equilibrata».
«Una banca che, pur nel difficile contesto economico generale, mostra dati positivi - spiega il direttore generale, Leopoldo Pilati - anche nell'incremento del patrimonio netto, vicino ai 73 milioni di euro e del patrimonio di vigilanza, che registra un deciso balzo in avanti passando dagli 88 milioni di euro di fine 2007 ai 95 del 2008. I soci hanno confermato il loro appoggio, giungendo a fine 2008 alle 7.195 unità e ora sono già intorno ai 7.400».
«Hanno registrato incrementi sia il margine di interesse che quello di intermediazione - si legge in una nota della banca -. L'utile dell'anno si attesta sui 3,5 milioni di euro: un risultato positivo, anche se in flessione rispetto al trend crescente degli ultimi anni»
«La Banca ha perseguito una politica di attento monitoraggio dei crediti, adottando un approccio rigoroso e prudente - prosegue il direttore Pilati -. La nostra è stata una scelta strategica di non premere sull'acceleratore, in un momento in cui il territorio ha bisogno d'altro , e ciò ha determinato un utile di esercizio minore rispetto al 2007 ma, al contempo, un segnale di maggiore solidità dell'istituto e più garanzie ai risparmiatori. In questo contesto un utile in crescita, per paradosso, sarebbe stato quasi imbarazzante».
Spulciando tra le varie poste del bilancio, emergono dati che, in prospettiva, potrebbero aiutare a superare meglio questa fase delicata della congiuntura. La raccolta diretta, uno degli indicatori più importanti di questi tempi, è stata di 799 milioni di euro (+11,43% rispetto al 2007). La raccolta indiretta ammonta a 169 milioni di euro e comprende la raccolta amministrata per 84 milioni di euro e il risparmio gestito che ha raggiunto la soglia di 85 milioni di euro.
Anche sul fronte dei crediti alle imprese e ai privati l’attività della San Giorgio Valle Agno è significativa. «Gli impieghi hanno raggiunto i 798 milioni di euro circa al netto di residui 65 milioni di mutui cartolarizzati con un incremento percentuale del 12,7% nei dodici mesi - fa sapere la Bcc -. Le crescite più significative si sono registrate nel comparto mutui e conti correnti attivi e testimoniano il fatto che la banca non ha abbandonato a se stesse le piccole e medie imprese locali. Ottimo il bilancio sociale della Banca e l'impegno per lo sviluppo economico, sociale e culturale delle comunità locali con la distribuzione di quasi 400 mila euro a istituzioni e associazioni».
A Pedemonte, intanto, è prevista per oggi l’assemblea della locale Bcc. L’ultima delle vicentine e, pare, la più infuocata.

mercoledì 27 maggio 2009

Beneamata lattina

LIBRI. ESCE IN QUESTI GIORNI UN BEL LAVORO DI STEFANO TOMASONI (CONSIGLIATO DI CUORE AGLI INTERISTI PIÙ GIOVANI...)

Nella lattina del Bonimba
sorsi di calcio d’altri tempi

Marino Smiderle

L’autore rievoca la partita di Coppa dei Campioni del 1971 che fu ripetuta (e vinta) grazie a un ricorso di Prisco

Il primo degli ultimi quattro consecutivi e folgoranti scudetti l’Inter lo vinse in tribunale. L’avvocato Peppino Prisco era già scomparso da cinque anni quando, nell’estate del 2006, la giustizia sportiva mise la ceralacca sulle malefatte di Moggi e compagni e, condannando la Juventus alla serie B e il Milan a una barca di punti di penalizzazione, assegnò d’ufficio ai nerazzurri il titolo 2005/2006. Lo scudetto dell’onestà, per i tifosi del Biscione, lo scudetto di cartone, per i detrattori. Non ci fu bisogno di alcuna iniziativa legale da parte della società presieduta da Massimo Moratti, ma il pensiero corse automatico all’altro precedente in cui la sorte della Beneamata venne decisa da un giudice. Ed è merito di Stefano Tomasoni se adesso possiamo conoscere tutti i dettagli del caso Borussia-Inter, uno dei tanti incredibili capitoli della storia dell’Inter.
Tomasoni è un interista blando ma uno scrittore acuto. Con la precisione di un notaio e con la passione di uno storico, ha ricostruito quel che è successo tra il 20 ottobre e il 1° dicembre del 1971 e in questi giorni esce per Limina "La lattina di Boninsegna", un libro che andrebbe consigliato agli interisti più giovani, quelli che credono che vincere un campionato sia normale amministrazione.
Ci sono diversi protagonisti in questa storia. A cominciare, ovviamente, dall’avvocato Prisco, che riuscì a convincere la commissione a far ripetere la prima partita, al bomber Roberto Boninsegna, finito ko a causa della famosa lattina lanciata dagli spalti di Monchengladbach, al grande Sandro Mazzola, lesto a recuperare il corpo del reato (o almeno qualcosa di simile) che risulterà decisivo per convincere i giudici sportivi a rimettere in gioco l’Inter. Sullo sfondo un calcio diverso, come ricorda Luigi Maria Prisco, figlio dell’avvocato, nella bella prefazione che arricchisce il libro di Tomasoni. «Le maglie senza scritte pubblicitarie, numerate da 1 a 11, gli arbitri vestiti con una vera giacchetta, le partite tutte alla stessa ora (per avere un anticipo al sabato bisognava almeno essere in semifinale di Coppa dei Campioni), la radio collegata solo nei secondi tempi, tutto lo stadio che urlava come oggi fanno gli ultras, ma senza cori (non c’era il tifo organizzato), più di ottantamila persone stipate come sardine, il pallone "Astro" di cuoio giallo a diciotto pezze e quello a esagoni/pentagoni bianchi e neri, che risaltava meglio in tv ma era considerato un’ardita innovazione».
Ottavi di andata di Coppa Campioni, 20 ottobre 1971, quando non si chiamava Champions League e tutte le partite erano a eliminazione diretta. Tomasoni è andato a incontrare alcuni protagonisti di quell’Inter, reduce dal trionfo in campionato nella stagione 1970-71, per farsi raccontare il clima del periodo. Ed è riuscito a rendere bene l’idea in queste pagine intessute di pathos. L’ultima stagione, per dire, in cui i nerazzurri raggiunsero la finale della Coppa dei Campioni, poi persa con l’Ajax del grande Cruyiff.
Ma quella notte pochi avrebbero scommesso su un epilogo del genere. Sì, perché sul 2-1 per i tedeschi successe il fattaccio: Boninsegna crolla a terra fulminato da una lattina (Piena? Vuota? Mah...) ed è costretto a lasciare il campo sostituito da Ghio. La squadra si sfilaccia, convinta di ottenere lo 0-3 a tavolino, senza sapere che il regolamento Uefa non comprende quell’eventualità, e i tedeschi ne approfittano arrivando a infilare per sette volte la porta di Vieri e, nel secondo tempo, di Bordon.
7-1, una batosta memorabile. Ma per merito di Mazzola, che riuscì a strappare a un tifoso una lattina di Coca Cola, l’avvocato Prisco riuscì a formulare un ricorso serio. Vale la pena di leggere il libro di Tomasoni per tornare indietro con la memoria. Il giudice sportivo europeo ne ordinò la ripetizione, ma in campo neutro e trasformando l’incontro fissato a San Siro nel match di andata.
Per brevità, basti dire qui che l’Inter vinse a Milano per 4-2, al termine di una partita mozzafiato, e al ritorno a Berlino strappò uno 0-0 grazie a un giovanissimo Bordon che parò un rigore.
Dicono che il calcio sia cambiato e le osservazioni di Luigi Maria Prisco lo provano. Però, grazie a una bella trovata narrativa di Tomasoni, che in un flashback lungo quarant’anni, fa passare avanti agli occhi del lettore Italia-Germania 4-3 ai Mondiali di Messico 70, Italia-Germania 2-0 ai Mondiali tedeschi del 2006 e una partita dell’Inter di quest’anno a San Siro vista col figlio, si arriva alla conclusione che in realtà tutto è cambiato perché nulla in realtà cambi. Per dirla col Nick Hornby di "Febbre a 90", ci sarà sempre un’altra stagione.

Tav...anate

INFRASTRUTTURE. Non si sbloccano le risorse per la linea Brescia-Verona-Padova. Confindustria: «La Tav è necessaria». Il sindaco: «Miopia insopportabile»

Alta velocità, schiaffo a Vicenza

Marino Smiderle
Il Cipe nega i finanziamenti per il tratto del Nord Est Marcegaglia e Tomat: «Veneto ignorato da Roma»

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Nel senso che la rete ferroviaria del Nord Ovest, la mitica Torino-Lione, va avanti. «Il progetto della Torino-Lione ad alta velocità ferroviaria - ha ribadito il ministro Altero Matteoli - sarà pronto entro il 30 giugno, poi partiranno i primi lavori». Purtroppo non c’è niente di nuovo neanche sul fronte orientale, nel senso che il Cipe ha escluso ancora una volta il tratto Brescia-Verona-Padova dal budget della Tav ferroviaria.
Il primo a prendere cappello è stato Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, che già in passato aveva avuto qualcosa da ridire sulle priorità infrastrutturali del governo. Non gli va giù, per dire, che si spendano miliardi per il Ponte sullo Stretto e che non si riesca a stanziare i 100 milioni per la Brescia-Verona e i 130 per la Verona-Padova. Per questo ieri ha preso carta e penna e ha scritto una letterina ai tre ministri veneti, ai parlamentari veneti e al governatore Galan perché si uniscano a Confindustria nel pretendere una revisione della delibera. ù
«Bisogna sbloccare al più presto il passaggio dell'Alta velocità - afferma Tomat - Tante volte si dice che il Veneto è la locomotiva d'Italia, che la nostra regione è un traino per tutta l'economia italiana, ma a questo punto dobbiamo amaramente constatare che la nostra regione non è valutata adeguatamente sul piano politico. Perché qui di politica si tratta. La nuova linea ferroviaria è necessaria per collegare rapidamente l'Italia con l'Europa e con i mercati emergenti dei Paesi dell'Est Europa».
E sull’esclusione, decisa dal Cipe, dei finanziamenti del tratto della Tav Brescia-Verona-Padova è intervenuta ieri all'assemblea degli industriali di Verona anche la presidente nazionale di Confindustria, Emma Marcegaglia. «È un vero peccato - ha detto - perché la Tav è una cosa assolutamente necessaria. C’è un livello di produttività e di traffico, su questa tratta, molto più alto rispetto ad altre parti d’Italia». Nella tratta trascurata dal Cipe, il punto più difficile da risolvere è sempre stato Vicenza, per questioni legate alla fermata e alla stazione. Tuttavia, proprio per cercare di velocizzare l’attuazione, negli ultimi tempi dalle istituzioni beriche erano partiti segnali, come dire, più accomodanti e possibilisti. Della serie: si può rinunciare alla fermata se si prevede un adeguato servizio di metropolitana leggera in grado di unire le stazioni. Non è bastato.
«Un attacco da Roma al Nord Est cuore produttivo del paese». È la prima reazione del sindaco di Vicenza, Achille Variati, alla decisione del Cipe di escludere la Tav nordestina dal programma di investimenti. «Francamente - ha proseguito - trovo incomprensibile e insopportabile il disinteresse e la miopia, non privi di un certo disprezzo, con cui Roma guarda alla nostra terra. Un intero tessuto di imprese piccole, medie e grandi, già provato dalla crisi, rischia di non poter costruire il futuro con fiducia».
Un discorso che ricorda vecchi toni leghisti, fatto a bella posta per scuotere i leghisti che nel frattempo sono finiti al governo. «La Tav è un progetto nodale per il Veneto - ha concluso Variati, che alcuni mesi fa aveva avuto l’incarico di coordinare i sindaci delle sette città venete capoluogo su questo tema - anche perché si lega inesorabilmente ad altri grandi progetti infrastrutturali, come la metropolitana regionale di superficie. Tutti i territori, Vicenza compresa, erano e sono disposti a fare sacrifici anche in termini individuali per assicurare il più grande beneficio che arriverebbe da questa opera. Ma ancora una volta, da Roma arrivano soldi per tutti tranne che per i veneti e in genere per il Nord Est».

lunedì 25 maggio 2009

Il palo

La strategia vincente dei commercianti abusivi di Venezia ha raggiunto livelli di organizzazione preoccupante. E la città insorge.

Ciambelle

PORTAFOGLIO

La ciambella di salvataggio è diversificare

Marino Smiderle

E i piccoli risparmiatori possono seguire la regola ricorrendo ai piani di accumulo dei fondi comuni

Il punto che investire adesso non è solo difficile e rischioso, rischia di essere inutile. Soprattutto per chi ha pochi soldi da parte e non può permettersi chissà quali diversificazioni. L’avevamo già sottolineato la scorsa settimana, ma diverse email arrivate in questi giorni consigliano di tornare sull’argomento: la sicurezza data dai titoli di stato è diventata troppo cara. Traduzione: se i Bot rendono meno dell’1 per cento, cosa deve fare chi comincia a risparmiare e, poniamo, vuole mettere 10 mila euro in qualche strumento finanziario?
IL CONTO
Supponiamo che il Bot a un anno arrivi all’1 per cento netto (cosa che non è, perché all’ultima asta è finito sotto). Ragionando per numeri tondi, i 10 mila euro messi da parte dal volonteroso risparmiatore gli renderanno 100 euro. 100 euro su 10 mila: vale la pena partecipare alla sarabanda degli investimenti finanziari per portare a casa 100 miseri (si fa per dire) euro? Lo stato dell’arte dei mercati finanziari, in questo momento, è questo. La scorsa settimana invitavamo a diversificare e ad osare di più. Nonostante le perturbazioni ancora in corso, e nonostante la volatilità delle quotazioni rimanga a un livello molto elevato, nel medio periodo l’opzione-Borsa adesso pare molto più attraente di qualche mese fa. Il problema è che chi ha dai centomila euro in su può permettersi di diversificare e di piazzare, mettiamo, un 20-30 per cento, a seconda della propensione al rischio, nel mercato azionario, lasciando il resto nel porto sicuro della liquidità o dei titoli di stato a basso rendimento e ad alta garanzia. Ma se hai solo 10 mila euro, che diversifichi a fare?
FONDI
Veniamo da anni pessimi per il risparmio gestito, in parte per colpe proprie, in parte per i costi assurdi applicati dalle banche, in parte per la politica gestionale degli istituti di credito che ha spinto i clienti a uscire dai fondi per piazzare loro strumenti di raccolta diretta. Ora che nessuno ne parla, e ora che le quotazioni dei mercati sono scese ai livelli di qualche anno fa, non sarebbe male andare a rinfrescare vecchie e sagge modalità d’investimento. A partire dalla sottoscrizione delle cosiddette quote d’accumulo: un tot al mese per trovarsi, dopo una decina d’anni, con un gruzzoletto si spera adeguatamente rivalutato. Questa è una delle poche chance concessa ai piccoli risparmiatori per entrare in mercati altrimenti sigillati. Basta scegliere dove andare e la varietà dei prodotti è tale da permettere la progettazione di un investimento a lungo termine nella Borsa di Shanghai o in quella di Singapore.
AZIONI & INFLAZIONE
Parlare di inflazione adesso pare davvero fuori luogo. I prezzi sono fermi o, addirittura, si muovono in territorio negativo. Per non parlare dei tassi d’interesse che, per la gioia di chi ha un mutuo a tasso variabile, continuano a scendere (l’Euribor a tre mesi viaggio attorno all’1,20-1,30 per cento) e ad abbassare la rata. Tuttavia questo poderoso intervento pubblico nell’economia, adottato negli Stati Uniti da Barack Obama per far fronte ai disastri finanziari causati dai titoli tossici e imitato in tutti gli angoli del globo, finisce col ridursi a una pura e semplice stampa di cartamoneta. C’era chi teorizzava che l’intervento più appropriato in periodi di credit crunch fosse quello di andare con gli elicotteri a spargere banconote in giro per gli Stati Uniti: i salvataggi con denaro pubblico e le emissioni in quantità industriale di titoli di stato sono un sistema meno eclatante ma sostanzialmente equivalente della distribuzione aerea di banconote. Questo lascia intendere che, nei prossimi anni, lo spettro dell’inflazione rimasto per anni nell’armadio delle anticaglie potrebbe tornare a fare bella mostra di sè. In questo caso ad avere più possibilità di salvezza, dal punto di vista del risparmio, saranno le azioni di società produttive (che qualcosa, appunto, producono) più che gli stessi titoli di stato, il cui valore nominale potrebbe scivolare lontano da quello reale.
RISCHIO
Perché è vero che i titoli di stato saranno sempre rimborsati. Ma potrebbe capitare che i soldi usati per rimborsarli facciano parte di quelle nuove stampe d’autore di banconote la cui perdita di valore reale finisce col contribuire al rimborso stesso.

domenica 24 maggio 2009

Pet

Anche gli animali possono curare. Ecco il centro nazionale di pet therapy.

giovedì 21 maggio 2009

Clandestini

A Venezia i clandestini li trattano così.

Ma presenze in calo del 20%

VICENZAORO CHARM. Si chiude oggi l’edizione primaverile dedicata all’oro e ai gioielli

«In Fiera sono arrivati più ordini del previsto»
Girardi: «È fondamentale mantenere tre rassegne e il nostro obiettivo è quello di farne pagare solo due»

Marino Smiderle
VICENZA
Temevano il diluvio universale. E pensavano che questa edizione di Vicenzaoro Charm venisse travolta dalla crisi globale. Per carità, le piogge ci sono state, il calo di presenze pure, ma in maniera molto più contenuta del previsto. Anzi, addirittura qualche espositore importante ha esternato pubblicamente la propria soddisfazione per l’andamento degli affari. La primavera, in senso economico, è ancora lontana e, nel caso del settore orafo, l’inverno dura da diversi anni. Però...
«Però devo dire che qualcosa si sta muovendo - afferma Domenico Girardi, direttore della Fiera di Vicenza - e qualche operatore ha voluto venire a dirmelo di persona. Parlare di ripresa è eccessivo, magari si tratta di acquisti fatti per ripristinare il magazzino e per aggiornare la vetrina. Ma è pur sempre linfa vitale per chi riceve l’ordine. E di ordini, in questi giorni, ne sono arrivati diversi. E questa è stata la sorpresa più gradita».
Oro a parte, ai piani alti della Fiera di Vicenza non è che si respiri un’aria particolarmente salubre. La frattura tra la compagine azionaria, sindaco Variati in testa, e la squadra guidata dal presidente, Dino Menarin, è già stata consumata col contorno di violente polemiche deflagrate sui media. «Il rappresentante del Comune di Vicenza siede in consiglio - osserva pacato Menarin, peraltro senza alcuna voglia di tornare sull’argomento - e il piano strategico presentato a suo tempo era stato approvato. Poi è cambiato il sindaco, che ha tutto il diritto di esprimere il dissenso e spingere per il cambiamento. Sarebbe bastato farlo in assemblea...».
Fermi qui, sennò si scivola sul tema Fiera nel suo complesso. Ci sono tanti nodi che i soci vogliono sciogliere in maniera diversa da quanto deciso in passato, a cominciare dall’aspetto immobiliare, con progetti faraonici fermi ai box e, probabilmente, destinati a rimanervi. Ma in questi giorni è l’oro che si cerca di far splendere e l’impresa è ardua. E Vicenzaoro Charm edizione 2009, che chiude i battenti proprio oggi, è stata forse quella più difficile, quella più rischiosa.
«È così - concorda il direttore Girardi - questa è stata la fiera più difficile. Avevamo molte preoccupazioni e per questo, nei mesi scorsi, abbiamo lavorato sodo per garantire agli operatori una struttura a posto. Gli oltre 1.300 espositori si sono trovati 60 mila quadrati a disposizione e, con la loro inventiva e con la loro opera di innovazione, hanno potuto trasformare Charm in un evento importante». Le accuse al piano strategico presentato a suo tempo da Maurizio Castro e portato avanti, con alcune modifiche, proprio da Girardi, sono riconducibili a un punto ben preciso: la scarsa considerazione del territorio. E siccome i soci sono pubblici, questo rilievo pesa parecchio.
«Io penso - osserva Girardi - che il modello di business della Fiera tiene in grande considerazione il territorio. Noi siamo partiti dal fatto che l’asset principale sia costituito proprio dall’oro, visto che siamo riconosciuti leader a livello internazionale. Questo ci consente di investire in nuove manifestazioni di nicchia, tenendo conto del ruolo importante giocato dal centro congressi che abbiamo. Tutto questo genera un indotto sul territorio che non può certo essere considerato trascurabile».
Va detto che la crisi globale non ha certo sorpreso il settore dell’oro, alle prese con problemi seri già da diversi anni. Resta da capire se le tre date annuali di Vicenzaoro possano essere sostenibili in uno scenario in peggioramento. «Io credo che sia fondamentale mantenere le tre fiere - risponde Girardi -. Sono almeno 700 le aziende che hanno la necessità di proporsi e il nostro obiettivo è quello di agevolare tutti gli operatori che decidono di partecipare alle tre edizioni. In sostanza, chi affitta lo spazio per tutte e tre, pagherà per due».
Per la verità, molti vicentini avevano avuto parecchio da ridire sul fatto che dovevano pagare in anticipo il canone per lo stand della fiera di settembre. «Proprio questa mattina - rivela Girardi - abbiamo deciso di applicare una dilazione di pagamento per la rassegna di settembre. Ci teniamo molto a lavorare in sintonia con le associazioni di categoria e mi auguro che insieme si riesca a uscire da questo periodo congiunturale negativo».
Già, ma quand’anche arrivasse la ripresa, siamo certi che l’oro, la gioielleria, abbiano un futuro? «Se guardiamo ai numeri di Fiera di Vicenza - risponde Girardi - vediamo che il 70 per cento delle rassegne orafe è Italia e per il 30 per cento estero. Di tutto questo, il 20 per cento è Vicenza. Quindi, al di là dell’orgoglio di avere una realtà vicentina così importante, per l’oro la Fiera di Vicenza tiene alto il nome dell’Italia. Ed è grazie a questa forza che noi possiamo essere d’aiuto agli operatori berici».

martedì 19 maggio 2009

Bot da orbi

PORTAFOGLIO

Il rischio-Bot
sale con i tassi vicini allo zero

Marino Smiderle

Nell’ultima asta i titoli a tre mesi sono precipitati e ora rendono lo 0,36 per cento Conviene diversificare

Dicono che l’investimento in titoli di stato è quello più tranquillo, quello più sicuro. Sì, perché se fallisce lo Stato, hai voglia a fare meglio con altri strumenti finanziari. Se fallisce lo Stato, fallisce anche tutto il resto e quindi, specie in momenti di incertezza come questo, conviene non fare follie e destinare i propri risparmi nell’oasi di Bot, Cct e Btp. In linea di massima, queste considerazioni sono accettabili. Ma in questo momento investire in queste obbligazioni garantite (i soldi li vedremo indietro, questo sì) non pare la soluzione più lungimirante. E, come se non bastasse, contiene degli elementi di rischio che non vengono adeguatamente presi in considerazione.
RENDIMENTO ZERO
Basta partire dall’ultima asta dei Bot per capire come, di questi tempi, sia meglio restare alla larga dai prodotti cosiddetti sicuri. Conviene ripetere, per evitare fraintendimenti, che chi compra titoli di stato non corre alcun rischio: in questo momento restano i prodotti più sicuri e, alla scadenza, noi vedremo indietro i nostri soldi. Altro discorso è la convenienza. Gli ultimi Bot a tre mesi, per dire, una volta applicate le commissioni bancarie, offrono al sottoscrittore un rendimento su base annua dello 0,36 per cento. Giova fare un calcolo qualora si decide di investire, poniamo, 50 mila euro. Per tre mesi il ricavato in termini di interessi sarà di circa 45 euro. Se invece osiamo e decidiamo di puntare sul Bot a un anno, scopriamo che il rendimento "lievita" allo 0,69 per cento netto. E quindi, per i nostri 50 mila euro, al termine dei 12 mesi incassiamo 345 euro. Se poi il capitale investito è più piccolo, mettiamo di 5 mila euro, l’incasso sarà di circa 35 euro. Vale la pena vincolare questo capitale per un anno e ricevere in cambio una somma così irrisoria a titolo di interesse?
ALTERNATIVE
No, a nostro avviso non vale la pena, anche se, considerata la paura della recessione e del protrarsi della crisi, così come era successo negli Stati Uniti qualche mese fa per i Treasury, anche da noi l’investimento in titoli di stato sta diventando più una sottoscrizione di una polizza che una forma di risparmio vero e proprio. Cristallizzare e garantire il valore nominale (quando i rendimenti sono poco superiori allo zero è difficile pretendere di battere l’inflazione, per guanto bassa essa sia) del proprio capitale, ecco l’obiettivo di chi acquista obbligazioni pubbliche. Certo, si può guadagnare qualcosa di più dei Bot se si allungano le scadenze. Da un Btp scadenza 2011, per esempio, si può arrivare all’1,4 per cento netto, mentre se ci si spinge fino ai 5 anni di scadenza, il rendimento netto balza al 3,15 per cento. Ci sono poi i titoli a media scadenza ma a tasso variabile, come i Cct, che sono legati ai tassi dei Bot e, in caso di rialzo futuro, potrebbero recuperare nelle cedole future.
PREVISIONI
In questo momento, a causa delle politiche di intervento pubblico che caratterizzano un po’ tutti gli stati del globo, c’è una corsa a piazzare i titoli del debito. Le previsioni degli esperti arrivano a stimare un’emissione complessiva di titoli pubblici per circa 1.000 miliardi di euro, rispetto ai poco più di 600 del 2008. Finora, grazie anche alle banche e agli investitori istituzionali, le offerte sono andate a buon fine. Ma è chiaro che, una volta dovessero tornare a soffiare (si spera presto) i venti della ripresa, da un lato i tassi dovrebbero tornare a salire (con conseguenti costi in aumento per gli emittenti) e dall’altro la concorrenza tra stati potrebbe causare un’impennata dei rendimenti. A quel punto l’esplosione globale del debito pubblico potrebbe creare problemi al momento del rimborso, spingendo quindi gli stati a favorire la scorciatoia dell’inflazione per chiudere la partita.
IL RISCHIO
Di fronte a questa possibilità, si comprende quindi il motivo per cui destinare una parte, per ora minima, dei propri risparmi al mercato azionario sia molto meno avventato di quel che si possa pensare. Dovesse innescarsi la ripresa e portare con sè l’inflazione, di fronte alla perdita di valore reale dei titoli di stato a tasso quasi zero, la ritrovata profittabilità delle imprese garantirebbe un recupero delle quotazioni in grado di proteggersi, almeno in parte, dall’inflazione. Diversificare ora, insomma, equivale a essere prudenti.

Dittature

Birmania
dittatura
indegna

Marino Smiderle

La bravata di un veterano del Missouri usata come pretesto per riportare in galera Aung San Suu Kyi

La Birmania, o Myanmar, se volete usare il nome scelto dalla dittatura militare al potere dal 1988, non è degna di far parte della comunità internazionale. Però ha la potente Cina che la protegge e la sponsorizza ai piani alti dell’Onu e quindi si va avanti facendo finta di niente, alla faccia di chi voleva rivoluzionare il globo esportando la democrazia. E così, dopo aver riposto in un angolo oscuro della memoria la strage dei monaci birmani avvenuta neanche due anni fa, la Comunità internazionale si appresta a ignorare l’ennesimo sopruso di cui è rimasta vittima il premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, a cui sono stati revocati gli arresti domiciliari e riaperte le porte della galera vera a causa di una bravata compiuta da un avventuriero americano.
Oggi è previsto una sorta di processo per direttissima nei confronti della leader della Lega per la democrazia, agli arresti ormai da vent’anni. Insieme a lei saranno davanti al giudice anche due persone che lavoravano per lei nella residenza in cui scontava gli arresti domiciliari, e John William Yeattaw, 53 anni, il veterano del Vietnam del Missouri che il 3 maggio scorso ha nuotato per due chilometri nel lago Inya prima di raggiungere l’abitazione di Suu Kyi e rimanerci per due notti, nonostante l’invito del premio Nobel ad andarsene.
Questo è bastato ai militari al potere in Birmania per avere una motivazione giuridicamente "valida" e incriminare la leader politica molto seguita nel paese e all’estero che avrebbe visto i termini della prigionia scadere il prossimo 27 maggio.
Non solo, dopo le tragiche elezioni del 1990, stravinte da Suu Kyi ma spazzate via con la forza dalla giunta militare, l’anno prossimo sono in programma altre consultazioni elettorali. Dovesse scendere di nuovo nell’agone politico Suu Kyi, per i dittatori sarebbe dura. Con lei in carcere, invece, ci sarebbe la possibilità di chiudere l’operazione senza problemi e, addirittura, con una patina di finta democrazia. Ecco perché la bravata dimostrativa di Yeattaw si è trasformata in un assist per il governo, che non vedeva l’ora di avere una scusa, per quanto inaccettabile secondo i canoni occidentali, di sbarazzarsi di questa scomoda concorrente che, nonostante i tanti anni passati in manette, resta un simbolo di libertà e speranza in tutto il mondo.
«I militari non vogliono avere problemi per le elezioni del marzo 2010 - ha dichiarato il ministro degli esteri del governo birmano in esilio Beaudee Zawmin, direttore anche dell’Euro Burma Office di Bruxelles, a Torino per presentare un libro del fotoreporter Marco Buemi, Birmania oltre la repressione (Infinito edizioni) - e quindi ci aspettiamo che San Suu Kyi venga accusata e condannata quando sarà processata per violazione degli arresti domiciliari, dopo l’irruzione in casa sua di un americano. Suu Kyi è disidratata e mal ridotta per uno sciopero della fame. I militari stanno violando tutte le leggi ancora in vigore in Birmania».
«L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay - ricorda l’Ansa - ha deplorato la persecuzione di cui è vittima la leader dell’opposizione birmana e ne ha chiesto il suo immediato ed incondizionato rilascio. "La ininterrotta detenzione di Aung San Suu Kyi e ora l’ultimo processo, violano gli standard internazionali", ha detto l’Alto commissario in un comunicato pubblicato oggi a Ginevra. Per Pillay, le autorità birmane possono anche dichiarare che Aung San Suu Kyi ha violato le condizioni degli arresti domiciliari, ma esse hanno violato le loro stesse leggi e i loro obblighi internazionali. Non avrebbe mai dovuto essere detenuta».
Insomma, sono stati violati, per l’ennesima volta, i più elementari principi di giustizia. Eppure le punizioni per la Birmania restano blande e si limitano agli avvertimenti di circostanza. Uno dei motivi fondamentali è la protezione di Pechino. ««Myanmar è una pedina cruciale delle rivalità regionali - ha scritto Maurizio Molinari su La Stampa - perché di fronte alle sue coste passano le rotte delle navi commerciali provenienti dal Golfo Persico e dal canale di Suez verso gli Stretti di Malacca, che alimentano quasi tre quarti dei commerci cinesi. Basta guardare la cartina per accorgersi dell’importanza di Myanmar per i cinesi: le rotte da occidente e oriente passano fra le 244 isole dell’arcipelago indiano di Andaman e Nicobar e le acque birmane. Significa che senza il sostegno della giunta militare la linfa vitale del colosso cinese sarebbe nelle mani di New Delhi. Sono questi i motivi che hanno portato Pechino a diventare il maggiore alleato di Myanmar sin dal 1988, quando i militari presero il potere, sommando accordi economici, forniture militari e intese di intelligence grazie alle quali la Cina possiede basi di osservazione sul Golfo del Bengala».
«Sono molto turbata per la decisione del governo birmano d’incriminare Aung San Suu Kyi per un crimine senza fondamento - è stata la prima reazione di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato americano subito dopo aver incontrato il ministro degli Esteri della Malesia, Datuk Anifah bin Haji Aman -. Tutto ciò avviene alla vigilia del sesto anniversario della sua detenzione agli arresti domiciliari, e tutto ciò non rispetta nè le regole del diritto, nè la carta della Asean, nè agli sforzi fatti per promuovere la riconciliazione nazionale e il progresso della Birmania».
Quanto al fatto che a provocare questa reazione del governo birmano sia stato il gesto del cittadino statunitense John Yeattaw, la Clinton ha precisato: «Noi ci opponiamo ai tentativi del regime di utilizzare questo incidente come un pretesto per imporre nuove ingiustificate restrizioni. Invitiamo pertanto le autorità birmane a liberare immediatamente Aung San Suu Kyi».

lunedì 18 maggio 2009

venerdì 15 maggio 2009

Cuore di prof

L'onestà di una professoressa: restituisce alle famiglie i soldi di un libro di testo delle vacanze perché non ha corretto i compiti. In questa Italia c'è di che rimanere sorpresi.

Il pessimismo della ragione/2

SINDACATO & CONGIUNTURA. Nei primi quattro mesi dell’anno sono già state superate le ore di Cig dell’intero 2008

Cassa integrazione Il boom di Vicenza
Bergamin (Cgil): «Almeno le imprese licenziano poco ma non c’è un approccio di sistema alla crisi in corso»

Marino Smiderle
VICENZA
Ottimisti va bene, ma se c’è un motivo serio per esserlo. Secondo la Cgil di Vicenza questo motivo non c’è. E, così come il presidente della Camera di commercio, Vittorio Mincato, aveva detto qualche giorno fa che i numeri non invitano a pensare positivo, allo stesso modo la segretaria della Cgil di Vicenza, Marina Bergamin, esterna tutta la sua preoccupazione: «Nei primi quattro mesi del 2009 - attacca - le ore di cassa integrazione ordinaria hanno già superato abbondantemente quelle registrate in tutto il 2009. A questo si aggiunga un’impennata delle sospensioni nel settore artigiano (4.245 lavoratori per 1.066 aziende) e i 2.767 licenziati nella piccole e nella grande industria. Aprile è stato il mese peggiore e, al momento, non vediamo segnali di miglioramento».
Cielo nero, insomma, e si sapeva. Ma la Cgil, nella sua disamina a 360 gradi, alza il tiro e arriva a puntare il dito alla gestione della crisi a livello di sistema vicentino. «L’ha detto anche Mincato - osserva Bergamin - e noi siamo sulla stessa lunghezza d’onda: è pericoloso approcciare questa crisi con l’atteggiamento di chi vuole solo aspettare che la nottata passi. I numeri dicono che siamo nel bel mezzo della nottata e che se vogliamo vedere il sole occorre che il sistema vicentino adotti soluzioni serie. Nelle riunioni di settori alle prese con gravi problemi, sentiamo spesso parlare di sistema, di squadra, ma alle parole non seguono i fatti. Le aggregazioni non si vedono e il tempo passa. Così non va bene».
E che non vada bene lo si capisce dalle ore di cassa integrazione letteralmente esplose nel mese di aprile. «Va detto - riconosce Bergamin - che questo ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali riflette la filosofia adottata dalle imprese vicentine, che è quella di evitare il più possibile di ricorrere al licenziamento, anche perché c’è un’alta considerazione dell’importanza dei lavoratori. Tuttavia bisogna chiedersi quanto si può andare avanti così: una volta passate le 52 settimane, e alcune imprese ci stanno arrivando, la legge non consente più di usare la cassa. Noi, d’accordo con gli industriali, sponsorizziamo un allungamento normativo del periodo».
La Cgil di Vicenza ha fatto dei focus sul settore della concia, che ha perso mille addetti, e dell’oro, arrivando alla conclusione che ciascuno fa per sè e di passi avanti non se ne vedono. «A livello istituzionale - prosegue Bergamin - crediamo che la Camera di commercio si stia sforzando di portare avanti una operazione importante, mentre la Fiera a nostro avviso dovrebbe tornare ad avere un rapporto più stretto col territorio, altrimenti così com’è non è funzionale al rilancio della nostra economia».
Chiara Bonato (tessili e chimici) e Fabiola Carletto (edili) hanno spiegato il disagio di tutti i lavoratori, mentre Giampaolo Zanni (metalmeccanici) ha ricordato le difficoltà della siderurgia. «Da noi ci sono due realtà importanti come la Valbruna e la Beltrame che hanno subito un drastico calo degli ordini. In entrambi i casi, però, è da apprezzare la politica degli amministratori che non hanno lasciato a casa nessuno». La Cgil ha analizzato i bilanci di 75 aziende vicentine e ritiene che i punti deboli erano già evidenti nel 2008. «Se non si cambia a livello di sistema - dice Bergamin - l’ottimismo è di facciata».

martedì 12 maggio 2009

Un calcio allo stress dell'economia

INNOVAZIONE. Presentata ieri Mind Room, la soluzione che Confindustria Vicenza ha mutuato dal Milan Lab per il benessere personale

Ancelotti agli industriali
«Così gestisco lo stress»
L’allenatore del Milan illustra con Seedorf le virtù del laboratorio. Zuccato: «L’ho provato e funziona»

Marino Smiderle
VICENZA
Ipotesi uno, sei un calciatore che gioca a San Siro la partita decisiva per lo scudetto davanti a 80 mila spettatori e hai sui piedi la palla che potrebbe regalarti la vittoria. Ipotesi due, sei un imprenditore sul punto di concludere un affare che potrebbe permetterti di salvare e rilanciare l’azienda e i posti di lavoro minacciati dalla crisi.
Cosa hanno in comune queste due situazioni così diverse tra loro? Lo stress pazzesco a cui entrambi i protagonisti sono sottoposti. E per questo Confindustria Vicenza, prima in Italia, ha deciso di sfruttare il lavoro svolto dal prof. Bruno De Michelis per Milan Lab in materia di benessere mentale della persona riassunto in un nome che è tutto un programma: Mind Room.
A presentare questa stanza della mente, una sorta di laboratorio ad alta tecnologia per ripulire il cervello dalle scorie dello stress, ieri sono arrivati a Vicenza Carlo Ancelotti e Clarence Seedorf, allenatore e centrocampista del Milan, che usano questo sistema da anni e che hanno sperimentato sul campo la sua efficacia. E se un giocatore sottoposto a mille sollecitazioni psicologiche riesce a superarle in scioltezza grazie a un sostegno di questo tipo, perché non dovrebbe essere utile anche a un imprenditore?
Chissà, forse è stata anche la recessione economica a dargli l’idea. Di sicuro Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, è rimasto impressionato favorevolmente da Mind Room. «Ho provato personalmente le attrezzature e attuato le metodologie introdotte dal prof. De Michelis - e devo dire che ne ho tratto immediato giovamento. Per fare un esempio banale, succede che nel corso di una giornata piena, con diversi interventi da fare, lo stress possa prendere il sopravvento. Con un’ora nella Mind Room si riesce a modulare lo sforzo, a gestire lo stress. L’esperimento lo hanno fatto anche altri associati e sono stati tutti entusiasti. Il punto è che noi vorremmo aprire la Mind Room anche all’esterno, a cominciare dalle scuole, dalle università. Mi auguro che questo sia solo l’inizio di un programma destinato ad andare molto lontano».
«E credo che sarebbe interessante estenderlo a tutto l’ambiente di Confindustria - aggiunge Luca Cielo, vicepresidente nazionale della Piccola Industria di Confindustria - essendo io iscritto a Vicenza, vedrò di sperimentarlo e poi promuoverlo a livello nazionale».
«Perché prevenire è meglio che curare - osserva De Michelis - e di fatto è questo lo slogan che meglio descrive la filosofia della Mind Room. Perché non si tratta di intervenire su sintomi di malattie, ma di fare in modo di gestire lo stress nel modo più adeguato, prima che possa provare dei danni nella sfera personale. Noi abbiamo lavorato con un team di professori delle varie discipline scientiche, e credo che l’approccio si sia rivelato il più giusto».
Certo, da un punto di vista più cinico e pratico, o strettamente aziendale, questo favorire il benessere mentale della varie persone che operano in un ambiente di lavoro diventa un fattore di maggiore competitività nel mercato.
In altre parole, se Seedorf ha un metodo per smaltire più velocemente lo stress, avrà più possibilità di vincere la partita quando gioca a San Siro.
Carlo Ancelotti, dal canto suo, spiega il motivo che l’ha spinto ad avvalersi della Mind Room per motivi prettamente utilitaristici, almeno all’inizio. «Noi avevamo bisogno di studiare un sistema che aiutasse a recuperare il più presto possibile la situazione di affaticamento dei giocatori - dice l’allenatore del Milan - con Mind Room era possibile migliorare il recupero grazie a una coordinazione tra il battito cardiaco e la respirazione».
«Io stesso - rivela Seedorf - ho potuto recuperare una decina di battiti grazie a questo sistema. Recuperando prima e meglio degli altri, è chiaro che poi in campo hai dei vantaggi».
Nella sede di Confindustria Vicenza la Mind Room è già una realtà, nel senso fisico del termine. Ci sono quattro poltroncine, collegate al computer, che permettono di sottoposrsi a una seduta di circa un’ora nel corso della quale si impara a dosare lo stress e, comunque, a gestirlo se non a controllarlo.
Non è una cosa da poco, in un mondo in cui si corre a cento all’ora ogni secondo, e non solo sui campi da calcio. «Però il calcio è molto cambiato da quando giocavo io - ricorda Ancelotti - negli anni 70-80 non si facevano certo vedere tutte le partite e il calciatore non era in tv tutti i giorni come capita adesso. È inevitabile che lo strees sia aumentato e per questo anche noi allenatori, oltre che di tattiche di gioco, dovremmo sempre di più concentrarci sull’aspetto psicologico della questione. Al Milan Lab abbiamo pensato anche a questo e credo che la Mind Room sia stata una risposta innovativa e molto utile».
Da questa positiva contaminazione calcio-industria, Confindustria Vicenza conta di ottenere ottimi risultati e di estenderli, confida Zuccato, a tutta la comunità vicentina.

Toreando

PORTAFOGLIO

C’è da fidarsi di questi listini
spinti dal toro?

Marino Smiderle
In questi ultimi due mesi le Borse hanno recuperato parte del terreno perduto Ma bisogna essere prudenti

Si sente una fastidiosa puzza di bruciato. Si intravede un trappolone dietro l’angolo. Si sospetta, in poche parole, un brusco risveglio dopo che, dai minimi raggiunti nel marzo scorso, le Borse di tutto il mondo si sono risollevate in maniera decisa. Per carità, le quotazioni dell’estate scorsa sono ancora un lontano miraggio che, se va bene, si materializzerà fra un decennio. Ma se qualche coraggioso avesse provato a seguire l’azzardo suggerito anche su queste colonne, adesso si troverebbe con guadagni compresi tra il 30 e il 40 per cento, per non parlare delle banche, volate verso picchi impensabili qualche mese fa, quando l’ipotesi fallimento pareva drammaticamente concreta. E invece?
IL VOLO DELLE BANCHE
E invece le banche hanno saputo reagire, almeno in Borsa. Restiamo in Italia e pensiamo al caso Unicredit, l’istituto che gli esperti avevano associato alla tempesta Usa sui titoli tossici per via della sua espansione nell’Europa dell’est. Dunque, la banca guidata da Alessandro Profumo (ricordate quando le sue dimissioni sembravano questione di minuti?) ai primi di marzo era precipitato attorno a 0,70-0,80 euro, lontana anni luce dai 7 euro raggiunti e superati neanche due anni prima. Per dire, se uno avesse acquistato 10 mila azioni nel luglio del 2007 avrebbe speso 70 mila euro per un investimento azionario ritenuto, in quel momento, a rischio contenuto. Bene, anzi, male: a marzo di quest’anno quei 70 mila euro erano diventati 7 mila euro. Al contrario, chi avesse preso il coraggio a due mani e a marzo 2009 avesse acquistato le 10 mila azioni Unicredit in questione, avrebbe speso 7 mila euro e, alle quotazioni di venerdì (2,15), oggi si ritroverebbe un gruzzoletto valutato 21.500 euro, con una performance (in due mesi) del 207 per cento. E il discorso fatto per Unicredit potrebbe essere fatto per molte altre banche italiane e anche per quelle americane.
PERCENTUALI
Giusto per dare un’idea di cosa siano i calcoli percentuali, vale la pena citare due dati sempre a propositi di Unicredit. Dunque, dai massimi, poniamo, di 7 euro ai minimi di 0,70 euro, la perdita percentuale è stata del 90 per cento. Una debacle. Il fatto che in due mesi il titolo abbia recuperato il 200 per cento, non significa certo, dal punto di vista matematico, che abbia rivisto i massimi del 2007. Per saltare da 0,7 di nuovo a 7, il recupero percentuale dovrebbe essere del 900 per cento: per ora ha recuperato il 200 per cento, mancano altri 700 punti. Non siamo neanche a un terzo della strada, ma siamo comunque sulla... buona strada. Quindi, riassumendo, i forti guadagni di questi ultimi due mesi, benché molto graditi, contengono alcune indicazioni di difficile interpretazione.
OTTIMISTI
La voglia di essere ottimisti è tanta. L’esperienza dice che la Borsa anticipa di 6-9 mesi la ripresa economica reale. Se così fosse, se davvero anche in questa occasione il mercato azionario dimostrasse di essere dotato di queste antenne speciali, poiché la ripresa economica reale è di là da venire e i rialzi borsistici sono cominciati da due mesi, ci attenderebbe una fase di Toro lunga almeno 6 mesi. Questo inviterebbe i risparmiatori e gli investitori istituzionali a salire in groppa al Toro, nonostante quest’ultimo abbia già fatto una discreta scorrazzata all’insù, e puntare ad ulteriori rialzi di qui all’estate. Anche perché gli investimenti alternativi legati alla sicurezza, sono penalizzati (vedi titoli di stato) da rendimenti veramente irrisori.
PESSIMISTI
Dall’altro lato, però, la voglia di fiducia non deve coprirci gli occhi con delle fette di prosciutto. Stanno succedendo cose strane, reazioni un po’ scomposte, stavolta al rialzo, del mercato. Per dire, gli stress test condotti dal team del ministro del Tesoro americano Tim Geithner sulle principali banche Usa hanno rivelato, tra le altre cose, che Bank of America necessita di altri 30 miliardi di dollari di capitali freschi. Due mesi fa questa notizia avrebbe fatto precipitare il titolo, la settimana scorsa gli ha fatto guadagnare il 30 per cento.Così come la sfiducia cosmica produce ribassi scollegati dalla realtà, allo stesso modo la fiducia a prescindere provoca rialzi inspiegabili. Del resto, la razionalità in Borsa non è mai stata di casa.

Georgia always on my mind

Le guerre continue del Caucaso
Marino Smiderle

Da un lato la Russia reagisce alle manovre della Nato e a Tbilisi l’opposizione interna sfila contro Saakashvili

Dove eravamo rimasti? A Tbilisi, naturalmente, dove la sera la città si anima e i giovani si divertono. Ma questa movida animata anche dal personale diplomatico di tutti i paesi presente in massa in Georgia, stona maledettamente con il procedere pauroso degli eventi.
Ero a Gori nell’agosto dell’anno scorso, la città natale di Stalin il dittatore comunista di cui ancora da queste parti vanno fieri. Diversi palazzi avevano i vetri in frantumi e i muri anneriti dalle esplosioni causate dai tank russi. Sì, guarda la beffa della storia è un carro armato russo che mette a ferro e fuoco la città di Stalin. Erano i giorni dell’attacco, un po’ scriteriato, del presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, sferrato su Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del sud, formalmente territorio georgiano e in realtà repubblica semi-autononoma, come l’Abkhazia, e strettamente legata a Mosca. E i russi non ci misero molto a sferrare una controffensiva, invadendo la Georgia e dimostrando, di fatto, che non aspettavano altro che la provocazione dell’impetuoso Saakashvili per fargli pagare l’appoggio dato a Nato e Stati Uniti.
Alla fine le truppe russe entrarono in Georgia, misero a ferro e fuoco Gori e arrivarono a poche decine di chilometri da Tbilisi, prima di fermarsi e retrocedere mettendo il cappello sull’Ossezia del sud, diventata protettorato di Mosca. Eravamo rimasti qui, prima che da Tbilisi, Bruxelles, Washington e Mosca tornassero ad agitarsi gli apparati dell’intelligence, come ai tempi della Guerra Fredda. E, come se non bastasse, nei giorni scorsi a Tbilisi, epicentro di uno scontro geopolitico che sta avvenendo sulla pelle dei georgiani, Saakashvili ha prima stroncato sul nascere una possibile insurrezione militare interna causata da alcuni traditori filorussi, e poi ha dovuto reprimere con forza inusitata alcune manifestazioni organizzate dall’opposizione interna.
Il segretario generale del Consiglio d'Europa, Terry Davis, si è detto «molto preoccupato» per la situazione in Georgia, dove è stato sventato un ammutinamento nell'esercito che, secondo Tbilisi, avrebbe dovuto portare a un golpe, con la regia della Russia, e dove poi ci sono stati scontri violenti a Tbilisi tra la polizia e i manifestanti dell'opposizione, che chiedevano le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili. «Mi appello a tutti - ha detto Davis - affinché agiscano con moderazione e responsabilità. I politici, sia del governo che dell'opposizione, dovrebbero rendersi conto che l'escalation delle tensioni non è nell'interesse della Georgia e dei suoi cittadini».
Parole sante, ma il punto è proprio questo, qual è l’interesse dei georgiani? Conviene loro ancorarsi decisamente a occidente e allearsi con la Nato, come vorrebbe Saakashvili, o invece restare più prudentemente neutri o più vicini all’ingombrante vicino di casa, la Russia? Le risposte possono essere solo che politiche, ovviamente, ma le diverse opzioni, come si è visto tragicamente l’anno scorso, possono portare alla guerra.
Ma è chiaro che l’esito di questa partita dipende dalle prossime mosse che saranno fatte nello scacchiere internazionale. L’arrivo di Obama alla Casa Bianca, peraltro, sembra aver ricompattato lo schieramento della Nato e, nonostante l’amichevole scambio di opinioni con Medvedev all’ultimo G20 di Londra, sono salite le tensioni con la Russia. L’ultimo caso riguarda le espulsioni di due diplomatici russi dal quartier generale della Nato di Bruxelles. L’accusa è quella solita: spionaggio. Il tutto è avvenuto pochi giorni che prendessero il via le esercitazioni della Nato in territorio georgiano. Manovre, queste ultime, ritenute delle vere e proprie provocazioni dalla Russia che non ha perso tempo e ha espulso, per ritorsione, due diplomatici canadesi da Mosca.
«Di sicuro la Nato non ha alcuna intenzione di tornare ad una situazione di guerra fredda o di pre-guerra fredda - ha dichiarato il capo del Comitato militare dell'Alleanza atlantica, l'ammiraglio italiano Giampaolo Di Paola, in occasione della riunione a Bruxelles dei capi di Stato maggiore della Nato, ricalcando quanto detto dal segretario generale Jaap de Hoop Scheffer -. Ci dispiace che a causa di quanto sta accadendo in Georgia i rapporti con la Russia non si stanno sviluppando come vorremmo».
Dal canto suo il primo ministro canadese Stephen Harper, colpito dall’espulsione di due connazionali da Mosca, ha invitato la Russia a comportarsi in modo più «accettabile» e ha ritenuto che i rapporti con Mosca non siano «ideali», anche se «questa non è più la guerra fredda».
«L'Unione europea vuole avere buone relazioni con Russia e Georgia, la quale ha il diritto di scegliere con chi lavorare - ha detto il presidente del Parlamento europeo Hans Gert Poettering -. Noi vorremmo vedere Russia e Georgia aumentare la collaborazione tra loro e vorremmo che tra loro ci fosse fiducia».
Nell’attesa, a Tbilisi se le danno di santa ragione. È stato di 29 feriti, tra i quali sei poliziotti ed un giornalista, il bilancio degli scontri tra polizia ed esponenti dell’opposizione. «Gli scontri sono scoppiati - ricorda l’Ansa - dopo che Georgi Gachechiladze, noto cantante georgiano e fratello del leader dell’opposizione Levan Gachechiladze, assieme ad altri attivisti, hanno cercato di entrare nel cortile dell’edificio principale della polizia. All’origine degli scontri c’è il fermo di alcuni giovani attivisti avvenuto il 5 maggio. Gli esponenti dell’opposizione, che da settimane manifestano davanti al parlamento di Tbilisi chiedendo le dimissioni del presidente Mikhail Saakashvili, dopo i disordini della notte hanno dato ora un ultimatum al ministero degli Interni chiedendo la liberazione degli attivisti promettendo altrimenti un’azione per liberarli».

domenica 10 maggio 2009

Il pessimismo della ragione

CONGIUNTURA. In occasione della 7ª Giornata dell’Economia, sono stati presentati in Camera di commercio i dati vicentini del 2008 e dei primi tre mesi del 2009

«Crisi? Urgono risposte serie»
Mincato invita il sistema a reagire: «Deve partire una grande operazione di ristrutturazione generale»


Marino Smiderle
VICENZA
Dice che bisogna essere ottimisti. Dice anche che se si diffonde ottimismo, poi la ripresa viene da sè, o quasi. Dice, infine, che se si continua a dire che le cose vanno male, domani andranno peggio. Filosoficamente parlando, il ragionamento non fa una piega. Poi, se guardiamo i numeri dell’economia, vien voglia di tornare alla filosofia. Ce l’avrebbe anche Vittorio Mincato la voglia di parlare di filosofia. E invece, in occasione della settima giornata dell’Economia, al presidente della Camera di commercio di Vicenza tocca prendere in esame quei numeri che, dal settembre dell’anno scorso, hanno cominciato anche in questa provincia a presentarsi col segno meno davanti. E che nei primi mesi di quest’anno quel segno meno l’hanno mantenuto, se non peggiorato.
«Non illudiamoci più di tanto - attacca Mincato - perché francamente risulta difficile in questi giorni parlare di ripresa economica. Possiamo, semmai, argomentare su un rallentamento della caduta, che non è certo un'inversione di tendenza. Io spero che il sistema, anche quello vicentino, abbia raggiunto il fondo e che di qui si possa solo risalire. Ma di strada da fare ce n’è molta e, sinceramente, non sto vedendo un’adeguata risposta alla gravità della crisi».
Lui di crisi ne ha viste parecchie, considerato che in quasi cinquant’anni di onorato servizio, tra Lanerossi ed Eni, le bufere e le schiarite si sono alternate con regolarità kantiana. Per dire, quando il petrolio valeva 10 dollari il barile, Mincato non sapeva a che santo votarsi per quadrare i bilanci dell’Eni. Fu in quegli anni, più o meno, che partì con una campagna di acquisizioni mirate, in modo da farsi trovare pronto al primo accenno di ripresa. Bene, nel caso della bufera che sta investendo l’economia vicentina, il presidente della Camera di commercio è preoccupato per l’assenza di contromisure.
«Occorrono operazioni straordinarie - afferma - anche nelle nostre realtà produttive. Non dobbiamo assolutamente adattarci all’andazzo e aspettare che il vento cambi e torni a essere favorevole. Dobbiamo essere noi a cambiare il vento, non il vento a cambiare noi. Le aziende devono sfruttare la crisi per avviare le grandi operazioni di ristrutturazione ormai indifferibili. Non sto dicendo che occorrono grandi aziende, perché le caratteristiche, e la fortuna,. della nostra economia affondano le radici nella piccola e media dimensione. Tuttavia che si muove per primo, riesce poi anche a partire per primo. Restare fermi è molto rischioso».
Sono i numeri a dire che non è il caso di stare qui ad aspettare la ripresa. Per tradurre in un altro modo il concetto espresso da Mincato, la ripresa bisogna andare a cercarsela. Diego Rebesco, responsabile dell’ufficio studi e statistiche della Camera di Commercio, ha provveduto a sciorinare una serie di tabelle che, a dire la verità, non lasciavano intravedere nulla di buono.
Tralasciando i dati relativi al 2008, che fino a settembre, sia pure in maniera lenta, disegnano una provincia di Vicenza che cresce, e tralasciando pure la caduta rovinosa degli ultimi mesi dell’anno passato, il periodo in cui il crac finanziario negli Usa ha contagiato le fondamenta dell’economia reale di tutto il mondo, sono i primi tre mesi del 2009 a dire che la ripresa resta nella fantasia degli uomini di buona volontà. «E il rush delle Borse di queste ultime settimane - ammonisce Mincato - non deve ingannare, anche perché partiva dai minimi raggiunti in marzo e siamo ben lontani dai livelli di metà 2008».
Tanto per dare qualche cifra, nei primi tre mesi 2009 le ore di Cassa integrazione ordinaria dell’industria sono aumentate del 385,9 per cento (da 169.571 a 823.891). Se poi si fissa il proiettore della statistica al solo mese di marzo, il boom della Cigo nell’industria segna un picco del +647,6 per cento che la dice tutta sui problemi della produzione e, a cascata, dell’occupazione. Che però, considerato lo scenario, fin qui ha tenuto abbastanza. Tuttavia le previsioni occupazionali per il 2009, riassunte dall’indagine Excelsior, non sono incoraggianti. Il saldo previsto tra nuove entrare e uscite segna un meno 2 per cento (4.590 persone perderanno il lavoro), con intensità diverse da settore a settore (industria -2,6 per cento, costruzioni -2,2 per cento, commercio -1,5 per cento, servizi -0,7 per cento).
Ci sono poi due fotografie scattate a fine marzo che la dicono lunga sullo stato di salute del sistema economico vicentino: i fallimenti e i protesti. Nel primo trimestre di quest’anno i fallimenti sono stati 70 contro i 28 dello stesso periodo del 2008, a cui vanno aggiunti i concordati aperti per 26 imprese, contro i 10 del primo trimestre 2008. Per quel che riguarda i protesti, riferibili più ai privati che alle imprese, nei primi tre mesi dell’anno gli effetti protestati (cambiali e assegni) sono cresciuti del 36,3 per cento (da 1.706 a 2.154), mentre l’importo complessivo è aumentato del 49,1 per cento (da 6,23 milioni a 9,29 milioni di euro. Un dato, questo, che registra la difficoltà da parte di privati e imprese a onorare i propri debiti.
Di diceva dell’occupazione che fin qui ha tenuto. Ma nel settore manifatturiero in un anno è diminuita del 3,5 per cento. Gli ordini nei primi tre mesi sono giù del 20 per cento e le previsioni sono negative. Dura essere ottimisti.

venerdì 8 maggio 2009

Se rallenta la caduta

CONGIUNTURA. Confindustria Veneto ha diffuso ieri i risultati dell’indagine condotta su un campione di 900 aziende

«Fase difficile ma la crisi sta rallentando»
Restano però forti criticità in alcuni settori Gli ordini della metallurgia giù del 33,8% Tomat: «Segnali dal sistema del credito»

Marino Smiderle
VICENZA
Sulla lavagnetta di numeri diffusa da Confindustria Veneto non ce n’è uno col segno più davanti. Si sapeva, non è una sorpresa: il primo trimestre del 2009 è stata una slavina generale. Il numero più brutto in assoluto si trova sotto la colonna "Ordini totali" in corrispondenza del settore Metallurgia: -33,8 per cento. In pratica, dalle fabbriche venete nei primi tre mesi di quest’anno è uscito un terzo in meno di prodotto finito. I numeri più belli, si fa per dire, sono i due zeri (che significano stabilità rispetto al periodo precedente) che brillano il primo alla voce Occupazione del settore alimentare e il secondo sotto gli ordini totali del settore oreficeria (dove già stavano alla canna del gas).
Dai dati dell’indagine congiunturale realizzata da Confindustria Veneto su un campione di circa 900 aziende manifatturiere non c’è dunque da stare molto allegri. Volendo sintetizzare e riportare l’andamento generale, basti dire che la produzione industriale è in calo del 15,6 per cento, l’occupazione del 3,3 per cento, gli ordini del 16,1 per cento e le vendite all’estero del 16,6 per cento.
Se poi si scende nel dettaglio e si guarda settore per settore, si vede un profondo rosso nella metallurgia (-30,1 per cento), nei prodotti in metallo (-28,7 per cento), nell’occhialeria (-21,5 per cento) e nella chimica (-21,6 per cento). Eppure, in mezzo a questi andamenti disastrosi, si deve leggere una tendenza positiva, o almeno meno negativa di quel che sembra: per alcune aree si evidenzia un rallentamento della velocità di caduta. Non sarà molto, ma di questi tempi basta per consolarsi.
«La fase economica che stiamo attraversando - commenta il presidente di Confindustria veneto, Andrea Tomat - continua ad essere difficile e complessa. Con tutte le cautele necessarie va per altro espresso un certo ottimismo per i segnali di rallentamento della crisi in atto. Allo stesso tempo è indubbiamente migliorato lo scenario complessivo. Sono scongiurati i rischi di una crisi sistemica mentre si incominciano ad intravedere i primi segnali di una maggiore fiducia da parte del sistema finanziario e creditizio».
Dal punto di vista occupazionale, i segni meno, per fortuna, si mantengono in una singola cifra, grazie anche al senso di responsabilità e al coordinamento di manovra di aziende, sindacati e istituzioni. La flessione media è del 3,3 per cento, con punte critiche per i minerali non metalliferi (-9,3 per cento) e per l’oreficeria (-7,4 per cento).
«A questo proposito - è il parere di Tomat - in Veneto si è rivelata fondamentale l'azione congiunta tra associazioni economiche, sindacali e amministrazione regionale sui due temi cruciali: ammortizzatori sociali e credito. La tempestiva risposta della Regione, un atteggiamento sindacale responsabile, un ceto imprenditoriale impegnato a reggere il peso della crisi e a lavorare contemporaneamente per il suo superamento, una progressiva disponibilità del credito, soprattutto di quello di matrice territoriale: tutto ha contribuito a rendere meno pensanti gli effetti della crisi. In questo senso, nonostante il forte aumento del ricorso alla cassa integrazione nel primo trimestre dell'anno, i licenziamenti collettivi non sono cresciuti particolarmente, a dimostrazione, tra l'altro, dell'attenzione delle imprese venete nei confronti del capitale umano aziendale».
Diventa interessante, a questo punto, passare dal consuntivo al dato previsionale per il secondo trimestre 2009. E qui le aspettative restano negative ma con un trend in miglioramento rispetto al primo trimestre, con la produzione industriale giù del 12,8 per cento, gli ordini interni del 10,8 per cento, gli ordini esteri del 10,3 per cento e l’occupazione del 2,7 per cento.
«Negli ultimi anni le imprese venete hanno dimostrato di saper reagire, di riorganizzarsi e lottare - conclude Tomat -. Questo risultato è ascrivibile all'impegno degli imprenditori che non possono e non devono essere pessimisti. Le aziende hanno sofferto, ma stanno lavorando duramente per trovare soluzioni. Per questo non è più ammissibile il ritardo da parte dello Stato su temi quali fisco e spesa pubblica, infrastrutture e burocrazia. La sfida della competitività può essere affrontata solo con un rapporto virtuoso tra pubblico e privato. Federalismo fiscale, liberalizzazione dei servizi pubblici, superamento delle disparità regionali, amministrazioni leggere ed efficienti, maggiori investimenti in formazione e innovazione: mentre le imprese promuovono nuove soluzioni, anche il governo deve continuare a perseguire la strada delle riforme».

22.002 lampadine beriche

FINANZA. Deliberato l’aumento di capitale più importante dell’anno. I piccoli risparmiatori tra rischi e opportunità

L’Enel chiede munizioni a oltre 20 mila vicentini
L’operazione riguarda circa 1,3 milioni di soci. Il Veneto è la quarta regione in Italia Vicenza è la 13ª provincia

Marino Smiderle
VICENZA
È in arriva un bastimento carico di nuove azioni Enel. E per l’occasione la società guidata da Fulvio Conti sta facendo una grande campagna di trasparenza per convincere i soci, un terzo dei quali è costituito da una miriade di privati piccoli risparmiatori, a mettere mano al portafogli e a contribuire all’aumento di capitale di 8 miliardi di euro partito ufficialmente ieri.
È per questo che sono stati diffusi ieri le radiografie della compagine societaria, con numeri che la dicono lunga sull’importanza dell’operazione finanziaria più significativa, dal punto di vista dimensionale, dell’anno. «L’operazione di aumento di capitale di Enel - si legge in una nota - riguarderà in totale circa 1,3 milioni di risparmiatori italiani che posseggono circa un terzo delle azioni della società. Oltre il 31% fa capo allo Stato mentre il terzo restante è nel portafoglio di banche, assicurazioni e fondi di investimento italiani ed esteri».
Facendo i conti della serva, degli 8 miliardi necessari per far fronte alle operazione di espansione in Spagna della società, 2,7 dovranno saltar fuori dal portafogli dei piccoli risparmiatori che avevano investito in Enel con l’obiettivo principale di riscuotere i dividendi e magari, dopo tanti nani, lucrare sulla differenza di valore. Se dal punto di vista dei dividendi, complice anche la voracità del socio pubblico, nessuno si è mai potuto lamentare, dal punto di vista del valore dell’azione ci sarebbe da piangere, visto che, tra una rettifica e l’altra, siamo più o meno a metà del prezzo di privatizzazione.
«Il Veneto con 115.394 risparmiatori, pari al 8,88 % del totale dell’azionariato retail italiano - prosegue la nota - è la quarta regione italiana per numero di azionisti Enel. Con 22.002 risparmiatori Vicenza rappresenta la seconda provincia veneta, e la tredicesima in Italia, per numero di piccoli azionisti Enel».
Se andiamo a misurare la forza lavoro della compagnia elettrica, si vede che «in Veneto Enel conta più di 3.300 dipendenti ed è presente con una potenza totale di circa 4.334 Mw e circa 83.132 chilometri di rete. A Vicenza e provincia Enel impiega circa 263 dipendenti».
Di solito tirar fuori soldi per un aumento di capitale non è mai piacevole, ma adesso che la fiducia è tornata e, considerati i livelli bassi delle quotazioni, per i piccoli risparmiatori potrebbe rivelarsi un’ottima opportunità. Anche perché l’Enel del futuro sarà completamente diversa dalla società che eravamo abituati a conoscere.
«Enel è il primo gruppo in Europa per capacità produttiva - ricorda la nota -. È il primo per energia prodotta in Spagna, Slovacchia, numerosi paesi dell’America Latina e naturalmente in Italia (30% della produzione) dove è anche il secondo operatore nel mercato del gas naturale con una quota di mercato del 10% circa. Oggi è un operatore integrato dell’energia presente in 22 paesi in Europa e nelle Americhe, con 83.300 dipendenti, impianti di produzione con una potenza di oltre 94.000 Mw e circa 61 milioni di clienti (con la spagnola Endesa consolidata al 100%). Con Enel Green Power il Gruppo è al primo posto in Europa per la produzione di energia da fonti rinnovabili prive di emissioni per un totale di oltre 17 miliardi di chilowattora prodotti nel 2008 con la forza dell’acqua, del vento, del sole e con il calore naturale della terra».
Di fronte a queste prospettive, i 22.002 soci vicentini dovrebbero aderire in larga parte all’aumento di capitale.

martedì 5 maggio 2009

Battere la crisi

AZIENDE CHE BATTONO LA CRISI. Il gruppo di Cassola punta a raddoppiare il fatturato anche con ordini dall’India
La tecnologia della Ziliopulisce l’acqua della Cina
Il brevetto esclusivo porta alla costruzione di impianti in grado di eliminare metalli tossici come l’arsenico

Marino Smiderle
CASSOLA

Il fatturato del 2008 è stato di 8 milioni ma l’obiettivo per il 2009 è quello di raddoppiare e di superare i 16 milioni. Obiettivo in parte garantito dalle commesse già ricevute da Cina e India. In tempi di magra come questi, già rimanere stabili è un successo, figurarsi raddoppiare. Eppure la nicchia di mercato in cui ha saputo inserirsi la Zilio di Cassola sta regalando grandi soddisfazioni al gruppo guidato da Simone e Damiano Zilio, figli di Adriano, colui che fondò l’azienda cinquant’anni fa. L’idea di puntare decisamente sull’ambiente, sull’energia pulita, sugli impianti in grado di depurare l’acqua dai metalli tossici, si sta rivelando vincente. Anche perché la scelta di portare questa realtà, che impiega una quarantina di dipendenti, verso questi lidi è stata presa prima che diventasse la parola d’ordine di Barack Obama per il rilancio della ansimante economia americana.
L’ultima a bussare in casa Zilio è stata la Cina. E, in particolare, come ha riferito il settimanale Economy, l’International environmental protection science & technology zone (Iepz), una sorta di cittadella ecologica inaugurata da poco a Yixing, la capitale cinese del tè. A colpire i tecnici del paese del Dragone sono stati i brevetti che hanno ispirato gli impianti Zilio e che consentono di depurare dall’arsenico le acque sotterranee. Tenuto conto dell’emergenza idrica in Cina, questa specializzazione made in Cassola è stata ritenuta molto utile per la realizzazione del progetto.
A Milano Finanza Damiano Zilio ha spiegato che il gruppo sta ottenendo importanti commesse anche in India. In particolare sta curando la realizzazione di un impianto di purificazione delle acque in un’area ai confini col Bangladesh. Si tratta di una zona in cui l’acqua contiene fino a 200 microgrammi di arsenico (il limite di legge è 10) e la tecnologia Zilio è ritenuta come un toccasana in grado di risolvere parecchi problemi. Il brevetto che ha aperto alla Zilio le porte dei mercati asiatici, si basa su una sorta di calamita costituita da granulati naturali in grado di attrarre dall’acqua l’arsenico lasciandone inalterate le caratteristiche naturali. Per questo business è stato trovate un partner indiano, Triveni.
«Ma si tratta di know how italiano che va in india», dice con orgoglio Damiano Zilio.

MONTECCHIO MAGGIORE
Il Gruppo Ceccato, leader nella produzione di sistemi per lavaggio per automobili e ogni altro tipo di veicolo, centra gli obiettivi fissati al momento dell’acquisizione del controllo da parte di una cordata imprenditoriale guidata dalla famiglia Dolcetta. Da giugno a dicembre 2008 infatti - informa una nota del Gruppo - i ricavi consolidati si sono attestati a 38,6 milioni di euro (46 milioni nell’intero anno), mentre sono stati registrati progressi importanti in termini di marginalità netta e utile, particolarmente significativi per la capogruppo italiana che, su un fatturato di circa 30 milioni di euro, ha registrato un ebitda pari all’ 11,2% e utile netto del 4,5%. La posizione finanziaria netta ha registrato un sensibile miglioramento, passando da 14,7 milioni di euro al primo giugno 2008 a 10,6 milioni a fine anno, con una riduzione dell’indebitamento del 28%. «Non possiamo che essere soddisfatti dei risultati raggiunti nel periodo del 2008 di nostra competenza - ha dichiarato il direttore generale, Sergio Vinci -. Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi prefissati quando la famiglia Dolcetta ha intrapreso questa avventura e stiamo avviando importanti azioni che puntano a migliorare il servizio di Ceccato sia a livello tecnologico che di know how per rafforzare la nostra leadership in Europa nella produzione di impianti di lavaggio per ogni tipo di veicolo. Nonostante l’incertezza sull’andamento dell’economia mondiale, possiamo dire che Il 2009 sarà un anno interessante perché la nuova Ceccato, che si presenterà al mondo durante Autopromotec, la più importante manifestazione del settore, è un’azienda solida che guarda al futuro con fiducia grazie a una struttura dinamica, ad un approccio innovativo ai mercati e a un team di persone di capacità ed esperienza».

lunedì 4 maggio 2009

Passante prossimo

Un girotondo degli automobilisti per non pagare il pedaggio tra Padova e Mestre lungo l'A4.
Qui l'articolo.

Speculate, speculate...

PORTAFOGLIO

L’insostenibile opportunità
di speculare

Marino Smiderle

L’alta variabilità dei prezzi rende più conveniente, anche se rischiosa, l’attività di trading quotidiano

Scende, scende, scende. Anzi no, sale, sale, sale. Cavolo, il 2009 per la Borsa italiana, e per tutte le Borse del mondo, in verità, è stato un ottovolante che ha messo a rischio le coronarie dei risparmiatori. Coronarie già provate, a dirla tutta, dalle rovinose cadute dei listini che hanno caratterizzato la seconda metà del 2008. Delle due l’una: o si chiudono le Borse per i cardiopatici, o si cerca di salire sulle montagne russe cercando di trasformare la grande volatilità dei titoli per portare a casa ottimi (ma per nulla certi) rendimenti. Sì, perché rinunciare a tante opportunità, associate a rischi considerevoli, è giusto ricordarlo, pare un peccato
IL TREND
Il punto di minimo (e di massimo panico) è stato raggiunto il 9 marzo scorso, con l’indice S&P/Mib che ha toccato quota 12.621. Era in caduta libera dai primi di gennaio, quando invece si pensava che le Borse potessero recuperare in vista di una possibile ripresa. E invece, giù come un piombo, al punto che nessuno riusciva a dare una spiegazione plausibile a certi prezzi di titoli che valorizzavano alcune società in misura inferiore ai contanti che avevano in cassa. La follia collettiva si è girata in senso opposto, e giovedì scorso l’S&P/Mib ha chiuso a 18.510: in neanche due mesi è stata recuperata tutta la perdita di inizio anno e l’indice ha guadagnato il 46 per cento. D’accordo, siamo ormai alla vigilia dello stacco dei dividendi delle più importanti società, ma basta questo a giustificare una corsa delle quotazioni che, così come appariva assurda quando era diretta verso il basso, allo stesso modo pare eccessiva ora che punta verso l’alto.
STRATEGIA
Questo non è un paese per cassettisti, direbbero i fratelli Coen. O meglio, questo non è un momento per cassettisti. La straordinaria volatilità che ha caratterizzato le quotazioni delle azioni negli ultimi mesi ha premiato chi ha continuato a comprare e vendere, assumendo così un atteggiamento speculativo. È chiaro che questo non è un consiglio che può essere seguito da tutti. Per fare trading (cioè comprare e vendere anche lo stesso titolo più volte nel giro di poco tempo) in Borsa bisogna avere almeno due materie prime a disposizione: la conoscenza approfondita dei mercati e il tempo a disposizione. Tanto per fare un esempio, se uno avesse acquistato Fiat all’inizio dell’anno, oggi avrebbe guadagnato il 60 per cento se si fosse limitato a tenerle. Non è un guadagno disprezzabile, questo è certo, ma tenuto conto del continuo e marcato saliscendi delle quotazioni del titolo torinese, una gestione attiva del portafoglio (leggi acquistare e vendere più volte alla settimana) avrebbe permesse di superare il 100 per cento.
SPECULAZIONE
D’accordo, questo non è quel che si dice un atteggiamento da investitore. Questa è una strategia che, in teoria, si possono permettere solo gli investitori professionali. In verità, dal momento che stiamo vivendo davvero momenti eccezionali (anche in senso negativo, certo), anche il nostro approccio al risparmio deve essere eccezionale. Almeno per chi ha le conoscenze necessarie per arrangiarsi. Anche la banca più scalcagnata mette oggi a disposizione una piattaforma di trading on line, che permette al cliente di compare i titoli che preferisce pagando commissioni più contenute rispetto alla normale compravendita allo sportello. Con un po’ di buona volontà, e magari divertendosi pure, si può fare un giro in giostra. Con la prospettiva, nel medio periodo,di azioni in crescita ed evitando di precipitare nel panico in caso di scivoloni delle quotazioni.
PREVISIONI
Fare previsioni sul futuro andamento della Borsa è come mettersi a scrivere gli oroscopi: ci si azzecca solo con una botta di fortuna. Per esempio, dopo una corsa dei listini simile a quella a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, sarebbe logico attendersi, nelle settimane a venire, qualche presa di beneficio, magari giustificata con la paura dell’influenza suina, o col periodico rincorrersi di voci e notizie sul bisogno di nuovi capitali da parte delle banche americane. Mettiamo che decideste di vendere i vostri titoli oggi. In caso di successiva caduta dei prezzi, potreste ricomprarli a prezzo più basso. E poi rivenderli. Sembra facile, ma è come stare al casinò.

Guerra all'oppio

Comincia la guerra
dell'oppio

Marino Smiderle

Obama manda rinforzi a Kabul per colpire le finanze dei talebani che si reggono sul traffico di droga

Da sette anni a questa parte, da quando cioè è cominciata la guerra in Afghanistan, in questo periodo si annuncia il solito concetto: sarà un’estate sanguinosa per il paese dell’oppio. Tutte le volte le previsioni vengono regolarmente confermate. Dopo l’inverno, durante il quale in conflitto tra truppe Nato (in larga maggioranza americane) e talebani viene come cloroformizzato dalla neve che copre le vie di comunicazione col Pakistan, esplode regolarmente la violenza dei criminali talebani, che minacciano le popolazioni civili e attaccano i militari Nato. Questa sora di guerra santa all’infedele viene combattuta, appunto, in nome di Allah, ma dietro ci stanno motivazioni più terrene: il tesoro dell’oppio.
«I comandanti americani - rivelava l’altro giorno il New York Times - stanno pianificando di tagliare la principale fonte di finanziamenti dei talebani colpendo il raccolto delle piantagioni di oppio. Per questo verranno inviate in Afghanistan migliaia di soldati a rinforzare l’attività antiterrorista, soprattutto nelle province di confine con il Pakistan, Helmand, Kandahar e Zabul».
Per essere precisi, il nuovo presidente Barack Obama, come aveva anticipato nel suo programma elettorale, ha già deciso di inviare ventimila soldati in più in Afghanistan. Da questo punto di vista, la politica di Obama, che ha da poco festeggiato i primi cento giorni alla Casa Bianca, è molto più dura di quella del suo predecessore, quel George W. Bush accusato neanche tanto velatamente di essere un guerrafondaio. Se Bush avesse avviato un piano di rinforzi paragonabile a quello di Obama, apriti cielo, la comunità internazionale avrebbe gridato allo scandalo. Con Obama, invece, la luna di miele internazionale resiste e lo sforza afgano è stato in parte condiviso dagli alleati della Nato, Italia compresa, che contribuiranno al rafforzamento dei contingenti.
La strategia è piuttosto chiara, anche se gli obiettivi sono tutt’altro che facili da raggiungere: dal momento che i talebani, oltre che le forze che fiancheggiano Al Qaeda, ricavano dal traffico di droga qualcosa come 300 milioni di dollari l’anno, e dal momento che il 90 per cento degli oppiacei proviene dall’Afghanistan, fermare questo flusso criminale sarebbe il colpo decisivo alle casse degli estremisti. «L’oppio è il loro motore finanziario - ha dichiarato il generale John Nicholson, vicecomandante delle forze Nato nel sud del paese - ed è per questo che combatteremo in queste aree».
«Gli americani - riporta il quotidiano newyorchese - dicono che il proprio scopo principale per questa estate sia quello di garantire la sicurezza dei civili afgani e quindi di isolare i ribelli talebani. Ma poiché gli affari legati all’oppio si fanno in aree molto densamente popolate e tenendo conto che i talebani si stanno mescolando ai civili, gli strateghi Usa pensano che il modo più efficace per vincere la resistenza talebana sia proprio quello di distruggere queste coltivazioni».
Quella della distruzione delle coltivazioni dell’oppio è una ricetta più volte esaminate dal Pentagono. Ricordo però le preoccupazioni espresse da diversi esperti del governo Bush, incontrati in un viaggio a Washington: «Poiché gran parte dell’economia afgana dipenda dall’oppio, se noi distruggiamo le coltivazioni ci mettiamo contro una larga parte della popolazione i cui mezzi di sostentamento provengono proprio da lì». Cosa può essere cambiato negli ultimi anni?
Tanto per cominciare, alla guida delle operazioni ora c’è il generale David H. Petraeus, reduce dagli ottimi risultati ottenuti in Iraq puntando proprio sul miglioramento dei rapporti tra civili e soldati americani. Anche in Afghanistan negli ultimi anni la tattica usata dalle truppe Usa è stata quella di uscire di più dalle basi, di mescolarsi con la popolazione, magari costruendo opere pubbliche molto utili. Una tattica che ha portato buoni risultati ma che si è anche rivelata molto rischiosa e dispendiosa in termini di vite umane. Quando alle coltivazioni di oppio, il governo Usa stima che il 60 per cento del pil afgano dipenda proprio da questa agricoltura di morte. Se, per ipotesi, gli americani distruggessero tutte le piantagioni, l’Afghanistan perderebbe il 60 per cento della propria ricchezza.
«Alla nostra gente - ha spiegato al New York Times Ashraf Nasery, il governatore della provincia di Zabul, una delle più ricche di coltivazioni di questo genere - non piace coltivare l’oppio ma è disperata e non ha alternative».
«Per offrire un’alternativa a questi agricoltori - spiega sempre il New York Times - il Pentagono ha stanziato 250 milioni di dollari per progetti di agricoltura, come il miglioramento dei sistemi di irrigazione e la coltivazione del grano».
«Noi pensiamo di poter togliere al nemico una parte significativa con questi incentivi - sostiene il generale Nicholson -. Possiamo assumere molti di questi giovani».
Come ogni progetto passato, al momento della sua attivazione anche questo è circondato da grande ottimismo. Gli americani, Obama in primis, pensano di potercela fare, anche se hanno capito che quella dell’Afghanistan, o meglio, quella contro i talebani, è una guerra sporca, difficile da combattere. Perché il nemico non la combatte in modo tradizionale, perché il territorio è impossibile e perché le basi vere e proprie si sono stabilite in Pakistan, il vero nocciolo del problema. Obama ha già dato l’autorizzazione a intervenire anche in missioni oltre confine, ma il Pakistan è ufficialmente un paese alleato e il nuovo presidente, Alì Zardari, ha autorizzato l’istituzione della sharia nello Swat, una zona vicino al confine. Non sarà facile uscire da questo intrigo.

domenica 3 maggio 2009

Si riparte

L'intervista a Roberto Zuccato
di Marino Smiderle

L’impresa vicentina uscirà dalla crisi
più forte di prima

Presidente Zuccato, ha appena spento la prima candelina da presidente di Confindustria Vicenza. Che aggettivi userebbe per definire quest'anno vissuto pericolosamente?
Sicuramente non userei l'aggettivo pericoloso. È stato un anno difficile, è indubbio che ci troviamo in mezzo alla crisi più dura del dopoguerra. Una crisi, come ho detto in assemblea, che ha minato le basi del sistema economico e finanziario ma anche la fiducia delle persone. Proprio per questo ho voluto, in questo primo anno di mandato, improntare tutte le mie scelte e decisioni alla massima condivisione, in uno spirito di squadra che non è uno slogan ma un autentico programma di lavoro. Non solo all'interno della nostra associazione ma anche e soprattutto verso l'esterno: le altre associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni. Detto questo, sono convinto che noi imprenditori vicentini siamo molto più solidi di quanto si creda. Siamo un sistema produttivo manifatturiero, fatto di medie ma soprattutto piccole e piccolissime imprese, che sanno innovare e muoversi senza paura in tutto il mondo e su tutti i mercati. Questi sono elementi di forza che più di altri mi fanno essere ottimista. Per questo il mio primo anno da presidente è stato sicuramente duro e faticoso, ma al tempo stesso entusiasmante.

All'ultima assemblea degli industriali vicentini, molti dei quali spaventati per il perdurare della crisi e della carenza di ordini, lei ha fatto una relazione coraggiosa. Ha detto ai suoi colleghi: "Prepariamoci al meglio". Per il momento alle Pmi beriche servono ombrelli per proteggersi dalle intemperie. Quando arriverà il sereno secondo lei?
Il senso della mia relazione era quello di dare fiducia, guardare avanti con ottimismo e consapevolezza delle nostre capacità. Da questa crisi noi, più di altri, usciremo prima e più forti di prima. Quanto alla ripresa, leggo che il capo economista della Casa Bianca sostiene che la situazione migliorerà nella seconda metà dell'anno e che in seguito tornerà la crescita. Il ministro Tremonti, mercoledì scorso incontrando il direttivo di Confindustria, ha detto che il peggio è alle spalle, e la relazione pubblicata ieri sul sito del Tesoro disegna sì un quadro negativo (Pil giù del 4,2%, rapporto deficit/Pil al 4,6 e debito pubblico in crescita al 114,3%), ma afferma anche che dall'anno prossimo il Pil dovrebbe tornare a crescere. Certo è che il pronto soccorso messo in campo dai governi se non ha fermato la caduta ne sta almeno rallentando il passo e questo dà spazio alle forze spontanee del recupero. Di queste la più importante è il ciclo delle scorte. Dati di qualche giorno fa indicano che negli Stati Uniti, la debolezza della domanda, ha favorito lo smaltimento delle giacenze di magazzino creando le condizioni per un aumento della produzione. Ed è quello che sta avvenendo anche da noi. Ma questo stimolo è temporaneo. C'è da augurarsi che nel frattempo le misure di supporto monetario e di bilancio messe in campo aiutino la domanda a riprendersi. Credo che qualche segnale di inversione di tendenza potremo vederlo verso la fine dell'anno.

Da quando è arrivato lei a palazzo Bonin Longare si sono sbloccate diverse questioni "politiche". Penso in particolare alla Camera di commercio, con Vittorio Mincato alla presidenza. Ora lo stesso Mincato ha esaminato tutti gli incartamenti degli enti partecipati dalla Camera (Fiera in primis) e sembra che sia pronto per un nuovo inizio. Si può dire che Mincato sia stato l'asset più importante di questo primo anno di gestione Zuccato? E che ne pensa dei temi sul tappeto?
Il fatto che si siano sbloccate quelle che lei definisce "questioni politiche" credo sia il frutto del lavoro di condivisione e dialogo tra le parti di cui parlavo prima. Con l'arrivo di Vittorio Mincato alla guida della Camera di commercio abbiamo guadagnato un'importante risorsa per tutta l'economia vicentina. La sua esperienza offre alla nostra comunità industriale una voce autorevole. È un manager di comprovato valore e il lavoro che sta facendo in Camera di Commercio, e che adesso farà anche in Fiera, è importante ed essenziale in un momento difficile come questo. Quello che spetta alle istituzioni, alle associazioni di categoria, a tutti quelli che in un modo o nell'altro hanno voce in capitolo sullo sviluppo del nostro territorio è provare a guardare lontano, a non aver paura di pensare in grande, perché quello che più di altro manca alla nostra provincia è un progetto condiviso di sviluppo futuro.

Presidente, se Mincato è diventato vicepresidente di Nordest Merchant (Gruppo Bpvi), lei è entrato nel consiglio della Banca Popolare di Vicenza di Gianni Zonin. Può spiegare, anche a qualche suo collega confindustriale che può magari avere delle perplessità sull'impegno in prima persona del Presidente, i motivi della sua scelta?
Nella mia relazione all'assemblea sono stato molto chiaro. Noi imprenditori siamo di fronte a sfide nuove e sempre più impegnative. Per questo dobbiamo sfuggire alla tentazione di "fare da soli". Dobbiamo aprirci ai mercati, alle altre economie, alla società. Con questo spirito ho accettato l'invito del presidente Zonin di entrare a far parte del cda della Banca Popolare di Vicenza, che è la banca dei vicentini e si è sempre dimostrata vicina al territorio. La crisi finanziaria ha portato con sé una stretta creditizia che ha reso più difficile il rapporto tra banche e imprese. La nostra associazione, non a caso, ha dedicato più di un'indagine a questo tema. Con il mio ingresso si dimostra da un lato la volontà delle imprese di dialogare sempre meglio con il sistema finanziario e dall'altro, la disponibilità della Banca ad ascoltare sempre di più le esigenze delle imprese vicentine. E come presidente di un'associazione che rappresenta migliaia di associati, che ogni giorno hanno a che fare con le banche, non farei bene il mio mestiere se non accettassi di spendermi in prima persona.

Un altro punto dolente per il futuro sviluppo dell'economia vicentina è quello infrastrutturale. Qualcuno ritiene che la realizzazione del Passante di Mestre, apprezzata da tutti, abbia favorito la creazione del polo Venezia-Treviso-Padova rendendo marginale Vicenza. Lei cosa ne pensa? E a proposito della questione dell'Alta Velocità, secondo lei che posizione devono prendere le istituzioni beriche?
Il rischio di diventare marginali c'è, eccome. È indubbio che la realizzazione del Passante di Mestre sta spostando l'asse dello sviluppo regionale verso il triangolo Padova-Venezia-Treviso, e dall'altro lato Verona ha da tempo un sistema di relazioni con Brescia, Mantova e Trento. In tutto questo Vicenza rischia di trovarsi sempre più isolata in una "terra di mezzo", e il tempo perso a discutere sul tracciato dell'Alta Velocità ha contribuito non poco a questo risultato. Alle istituzioni beriche chiedo un impegno chiaro, forte e deciso sul tema dei collegamenti ferroviari, perché è evidente quanto sia importante per lo sviluppo di una città il suo sistema di collegamenti con le altre città e con le grandi reti di trasporto e comunicazione. Per questo credo anche che l'autostrada Valdastico sia un altro elemento da sfruttare al meglio per il nostro territorio. I cantieri per il prolungamento a sud già ci sono, ma dobbiamo impegnarci soprattutto per il prolungamento verso nord e fare della Valdastico un'infrastruttura di trasporto che tenga assieme una politica di gestione territoriale: urbanistica, immobiliare e industriale, sul modello di quello che rappresenta la Zip di Padova.

La crisi si sta facendo sentire anche a livello occupazionale. Proprio nel momento sta per partire la stagione delle riforme contrattuali. Come sono i rapporti con i sindacati?
I rapporti con i sindacati nel vicentino sono buoni. Sui temi che riguardano la difesa dell'occupazione, le relazioni industriali e sindacali, esiste un forte patto di collaborazione e condivisione degli obiettivi. Ne è un esempio la proposta, lanciata assieme alla Cisl, e condivisa dalle altre sigle sindacali, di utilizzare le ore di cassa integrazione per fare formazione all'interno delle imprese, eventualmente utilizzando come docenti i manager stessi dell'azienda e come risorse finanziarie quelle del Fondimpresa. È un'iniziativa che dimostra quanto sia diffusa la consapevolezza, tra sindacati e imprese vicentine, che si esce dalla burrasca solo unendo le forze e non dividendosi.

Tornando un attimo al bilancio del suo primo anno, qual è la cosa che ha fatto di cui è più orgoglioso e quella che invece più rimpiange di non aver fatto, o di non essere riuscito a fare?
Uno dei temi ai quali ho dedicato grande attenzione fin dal giorno dopo la mia elezione è quello della formazione. Confindustria Vicenza è entrata a far parte della Fondazione Studi Universitari, e abbiamo fatto un grande lavoro per valorizzare e rilanciare il patrimonio della fondazione tecnica e scientifica della nostra provincia, che è la vera linfa vitale della nostra industria. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che all'Istituto Rossi, ad esempio, le iscrizioni siano cresciute del 46%. È un bel segnale. Per il resto credo sia presto per avere rimpianti, le cose ancora da fare sono tante ma il mandato che ho davanti a me è sufficiente per portare a termine il mio programma.

Secondo lei l'accordo Chrysler/Fiat può essere "simbolicamente" importante per noi vicentini?
Certamente, perché apre una nuova fase nei rapporti tra l'azienda Italia e il resto del mondo. L'Italia è riconosciuta come un bacino di competenze tecniche e manifatturiere di prim'ordine. Finalmente esce dalla nicchia del paese esportatore di prodotti ad elevato contenuto di lavoro manuale e diventa esportatore di conoscenze tecniche e organizzative. È una svolta direi storica per la nostra economia. E su questa linea anche noi vicentini possiamo muoverci. Con il nostro stile, possiamo diventare partner tecnologici per imprese manifatturiere di tutto il mondo, che vogliano primeggiare, con una struttura organizzativa italiana, nella meccatronica così come nella concia, nell'oreficeria, nella produzione tessile.