FINANZA & INDUSTRIA. Il gruppo di Valdagno e quello di Guanzate (Como) confermano: le trattative sono in corso
Marzotto torna in pista Vuole la seta della Ratti
Entro la fine di luglio l’affare dovrebbe andare in porto Donà Dalle Rose e Matteo decisi a investire nel settore
Marino Smiderle
VALDAGNO
Siamo in dirittura d’arrivo, o quasi. Al massimo entro la fine di luglio, la Marzotto chiuderà la trattativa con la Ratti e ingloberà nel proprio gruppo l’azienda serica di Guanzate (Como). Sul come (fusione? acquisizione semplice?) e sul quanto si sta ancora discutendo, ma alla fine è ormai certo che Valdagno aggiungerà la seta della Ratti al proprio universo produttivo nel campo del tessile.
Le trattative in corso sono state confermate da entrambe le parti in causa. A cominciare da Andrea Donà Dalle Rose, figlio di Italia Marzotto, e attuale azionista di riferimento del gruppo di Valdagno con Vittorio Marzotto. «È vero, ci stiamo guardando attorno - ha dichiarato Donà Dalle Rose al Corriere della sera - siamo interessati ad aziende del tessile, a piccoli marchi italiani ma molto importanti per qualità».
Dal canto suo il gruppo Ratti, si richiesta della Consob colpita dai forti rialzi del titolo all’indomani dell’uscita delle indiscrezioni, ha confermato «l’avvio di un processo di analisi e approfondimento» da parte del gruppo Marzotto «volto al rafforzamento patrimoniale» della società comasca. «alla data odierna non ci sono impegni di sorta - precisa il comunicato diffuso da Ratti - nè vincoli di esclusiva tra le parti, fatti salvi i consueti accordi di riservatezza».
Il gruppo comasco quotato sul listino di piazza Affari attraversa da diverso tempo un periodo difficile: il 2008 si è chiuso infatti con una fatturato di 98,6 milioni di euro (-12,3%) a fronte di una perdita di 13,3 milioni. nel primo trimestre del 2009, tra l’altro, il trend negativo si è ulteriormente aggravato, a causa di una congiuntura di mercato che risente della grave crisi mondiale. Tanto che 520 addetti su 862 sono stati messi in cassa integrazione. Per quel che riguarda la composizione dell’azionariato, la famiglia Ratti (Donatella Ratti, figlia di Antonio, che ha fondato la società nel 1945) è la prima azionista del gruppo con una quota complessiva pari al 61 per cento. Tra gli altri soci rilevanti figura poi Mediobanca con il 5,7 per cento.
La crisi si sente anche a Valdagno, ma Dalle Rose e Marzotto intendono utilizzare parte della liquidità a disposizione per investire e per rafforzare la struttura del gruppo in attesa che arrivi la ripresa e di poter così tornare a recitare un ruolo da protagonisti sul mercato. Dalla cessione delle partecipazioni in Valentino Fashion Group al fondo di private equity Permira, i soci di riferimento di Marzotto hanno infatti messo da parte un gruzzoletto di circa mezzo miliardo di euro e l’intenzione di investire in questo momento negativo potrebbe essere davvero la mossa giusta.
Una prima mossa in questo senso, per la verità, era già stata fatta da Matteo Marzotto, che nel febbraio scorso era rientrato nel mondo della moda acquisendo la maison Madeleine Vionnet. Ma è con Ratti che Marzotto ricomincerebbe a giocare forte sul tessile, un settore da cui solo player di grande esperienza e di solida struttura riescono a trarre utili significativi. Nelle prossime settimane dovrebbe arrivare l’annuncio: Marzotto torna a fare sul serio.
martedì 30 giugno 2009
lunedì 29 giugno 2009
Le ceneri di Angela
I preziosi misteri di Angela
Marino Smiderle
Alla Merkel l’Economist ha dedicato una copertina per chiederle maggior impegno nelle riforme da adottare
Angela Merkel campeggia sulla copertina dell’ultimo numero dell’Economist con un’improbabile giacchina viola e accompagnata da un titolo che pare tratto da un racconto di Agatha Christie: «I misteri della signora Merkel». E c’è un motivo preciso per cui il primo cancelliere donna della storia della Germania secondo il settimanale britannico, bibbia autorevole del liberismo, è considerato un personaggio ricco di misteri: l’economia va male, le riforme tardano eppure la figlia del pastore protestante di Mecklenburg conserva un’alta popolarità nel suo paese e ha ottime possibilità di venire rieletta alle elezioni in programma nel prossimo settembre. Com’è possibile, si chiede The Economist?
La verità è che la Merkel è l’alfiere attendibile e autorevole di un sistema veramente alternativo alla via anglosassone al capitalismo. E che in questo ultimo anno di crisi conclamata, il cancelliere tedesco è stato, paradossalmente, l’unico a opporsi alla weltanshauung dell’intervento pubblico nell’economia. Il paradosso sta nel fatto che, semmai, dovrebbero essere stati gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, liberisti nel midollo, i primi a opporsi ai prelievi massicci dalle casse dello stato per riparare le falle causate dalla bulimia finanziaria delle banche. E invece, da Washington è partita l’ondata degli interventi eccezionali che ha trovato nella Merkel il primo avversario o, almeno, l’ultimo alleato.
In questi giorni Angela Merkel si è incontrata con Barack Obama a Washington, ed è facile immaginare cosa il presidente americano le chiederà due cose e cercherà di influenzarla su una terza. Le cose che le chiederà saranno relative alla politica estera, e precisamente verteranno su un maggiore impegno tedesco in Afghanistan (cosa che Berlusconi, per esempio, ha già concesso) e sull’accettazione di qualche prigioniero di Guantanamo (e anche in questo caso Berlusconi ha dato). Su questo fronte, è probabile che, nonostante si tratti di argomenti poco produttivi dal punto di vista elettorale, il premier tedesco dia il via libera.
Quanto alla terza questione su cui la Casa Bianca cercherà di esercitare una sorta di moral suasion, è facile capire che l’argomento sia di carattere economico. «Cara Angela - dirà Obama alla Merkel - la crisi mondiale non sarà certo colpa tua, anzi, posso ammettere che la colpa sia tutta degli Usa. Però la barca è la stessa e anche tu dovresti fare una politica di maggiore sostegno all’economia. Quindi, caccia il grano e mettilo nella giostra».
Magari i termini non saranno esattamente questi, ma il succo del discorso non sarà molto diverso. Il punto è che la Merkel, con un occhio alle prossime elezioni e uno ale proprie convinzioni, risponderà picche anche stavolta.
Lei è alla guida del governo di Berlino da tre anni e mezzo, a capo di una grande coalizione rossoverde, composta dai socialdemocratici che non hanno potuto fare altro che soggiacere alla leadership di questa donna capace di conquistare il bastone del comando nell’altro partito dell’alleanza, la Cdu, pur non facendo parte della storica base. Chi la critica osserva che sono mancate la decisione e le riforme nell’affrontare la crisi, anche se l’allungamento dell’età pensionabile, visto con gli occhiali italiani, non pare un provvedimento da poco. Ma è l’unico.
«Anche se la crisi economica non è stata prodotta dalla Germania - scrive The Economist - è un fatto che questa crisi abbia cambiato il mondo, e la Germania è destinata a soffrire fino a quando non risponderà in modo adeguato. Confidare sulla tradizionale forza delle esportazioni pare una strategia fallace. I consumatori, molto attenti nello spendere, hanno colpito la domanda interna. I servizi, spina dorsale di tutte le economie moderne, non sono sviluppati a dovere... È vero, molti paesi europei hanno problemi maggiori della Germania. Ma la verità è che tutto il Vecchio Continente ha bisogno di riforme: in particolare, di uscire dalla strada maestra dell’alta tassazione, di un generoso e sprecone welfare state e, soprattutto, di un mercato del lavoro e della produzione eccessivamente regolato e privo di flessibilità. Se la Germania della signora Merkel volesse indicare la strada, sarebbe non solo la più grande economia d’Europa ma anche il suo leader intellettuale».
Vien da dire che questi sostenitori del libero mercato hanno una bella faccia tosta (e chi scrive considera il libero mercato una sorta di totem ideologico): i mercati finanziari americani privi di alcuna regola e le loro banche hanno causato il peggior disastro dai tempi della Grande Depressione, gli stati coinvolti sono stati costretti a pompare miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare il salvabile e adesso vanno a dire alla prudente signora Merkel che il suo sistema misto tedesco è una chiavica e che è tutto da rifare? Ma rifacessero il loro, di sistema. È questo quello che, intimamente, pensa la Merkel, una che, proveniente dai disastri comunisti della Germania Est, non è certo sospettabile di essere antiamericana, anzi, il suo zelo pro Usa e anti Russia è stato notato poco dopo la sua elezione. Tuttavia, in campo economico il leader che si appresta a vincere le prossime elezioni tedesche nonostante i tempi cupi non è disposto a concedere molto. L’atavica paura dell’inflazione, legata alla tragica esperienza della Repubblica di Weimar, che di fatto ha poi condotto il paese al nazismo, fa scattare un’automatica diffidenza nel momento in cui dal pulpito liberista e anglosassone si invita ad aiutare il sistema stampando moneta. Gerd Langguth, analista politico e biografo della Merkel, ha detto all’Economist: «Lei non ha il senso di fare una storica missione, né visione della società, lei vuole risolvere i problemi in modo da restare al potere». Non sarà una passeggiata, ma ce la farà.
Marino Smiderle
Alla Merkel l’Economist ha dedicato una copertina per chiederle maggior impegno nelle riforme da adottare
Angela Merkel campeggia sulla copertina dell’ultimo numero dell’Economist con un’improbabile giacchina viola e accompagnata da un titolo che pare tratto da un racconto di Agatha Christie: «I misteri della signora Merkel». E c’è un motivo preciso per cui il primo cancelliere donna della storia della Germania secondo il settimanale britannico, bibbia autorevole del liberismo, è considerato un personaggio ricco di misteri: l’economia va male, le riforme tardano eppure la figlia del pastore protestante di Mecklenburg conserva un’alta popolarità nel suo paese e ha ottime possibilità di venire rieletta alle elezioni in programma nel prossimo settembre. Com’è possibile, si chiede The Economist?
La verità è che la Merkel è l’alfiere attendibile e autorevole di un sistema veramente alternativo alla via anglosassone al capitalismo. E che in questo ultimo anno di crisi conclamata, il cancelliere tedesco è stato, paradossalmente, l’unico a opporsi alla weltanshauung dell’intervento pubblico nell’economia. Il paradosso sta nel fatto che, semmai, dovrebbero essere stati gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, liberisti nel midollo, i primi a opporsi ai prelievi massicci dalle casse dello stato per riparare le falle causate dalla bulimia finanziaria delle banche. E invece, da Washington è partita l’ondata degli interventi eccezionali che ha trovato nella Merkel il primo avversario o, almeno, l’ultimo alleato.
In questi giorni Angela Merkel si è incontrata con Barack Obama a Washington, ed è facile immaginare cosa il presidente americano le chiederà due cose e cercherà di influenzarla su una terza. Le cose che le chiederà saranno relative alla politica estera, e precisamente verteranno su un maggiore impegno tedesco in Afghanistan (cosa che Berlusconi, per esempio, ha già concesso) e sull’accettazione di qualche prigioniero di Guantanamo (e anche in questo caso Berlusconi ha dato). Su questo fronte, è probabile che, nonostante si tratti di argomenti poco produttivi dal punto di vista elettorale, il premier tedesco dia il via libera.
Quanto alla terza questione su cui la Casa Bianca cercherà di esercitare una sorta di moral suasion, è facile capire che l’argomento sia di carattere economico. «Cara Angela - dirà Obama alla Merkel - la crisi mondiale non sarà certo colpa tua, anzi, posso ammettere che la colpa sia tutta degli Usa. Però la barca è la stessa e anche tu dovresti fare una politica di maggiore sostegno all’economia. Quindi, caccia il grano e mettilo nella giostra».
Magari i termini non saranno esattamente questi, ma il succo del discorso non sarà molto diverso. Il punto è che la Merkel, con un occhio alle prossime elezioni e uno ale proprie convinzioni, risponderà picche anche stavolta.
Lei è alla guida del governo di Berlino da tre anni e mezzo, a capo di una grande coalizione rossoverde, composta dai socialdemocratici che non hanno potuto fare altro che soggiacere alla leadership di questa donna capace di conquistare il bastone del comando nell’altro partito dell’alleanza, la Cdu, pur non facendo parte della storica base. Chi la critica osserva che sono mancate la decisione e le riforme nell’affrontare la crisi, anche se l’allungamento dell’età pensionabile, visto con gli occhiali italiani, non pare un provvedimento da poco. Ma è l’unico.
«Anche se la crisi economica non è stata prodotta dalla Germania - scrive The Economist - è un fatto che questa crisi abbia cambiato il mondo, e la Germania è destinata a soffrire fino a quando non risponderà in modo adeguato. Confidare sulla tradizionale forza delle esportazioni pare una strategia fallace. I consumatori, molto attenti nello spendere, hanno colpito la domanda interna. I servizi, spina dorsale di tutte le economie moderne, non sono sviluppati a dovere... È vero, molti paesi europei hanno problemi maggiori della Germania. Ma la verità è che tutto il Vecchio Continente ha bisogno di riforme: in particolare, di uscire dalla strada maestra dell’alta tassazione, di un generoso e sprecone welfare state e, soprattutto, di un mercato del lavoro e della produzione eccessivamente regolato e privo di flessibilità. Se la Germania della signora Merkel volesse indicare la strada, sarebbe non solo la più grande economia d’Europa ma anche il suo leader intellettuale».
Vien da dire che questi sostenitori del libero mercato hanno una bella faccia tosta (e chi scrive considera il libero mercato una sorta di totem ideologico): i mercati finanziari americani privi di alcuna regola e le loro banche hanno causato il peggior disastro dai tempi della Grande Depressione, gli stati coinvolti sono stati costretti a pompare miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare il salvabile e adesso vanno a dire alla prudente signora Merkel che il suo sistema misto tedesco è una chiavica e che è tutto da rifare? Ma rifacessero il loro, di sistema. È questo quello che, intimamente, pensa la Merkel, una che, proveniente dai disastri comunisti della Germania Est, non è certo sospettabile di essere antiamericana, anzi, il suo zelo pro Usa e anti Russia è stato notato poco dopo la sua elezione. Tuttavia, in campo economico il leader che si appresta a vincere le prossime elezioni tedesche nonostante i tempi cupi non è disposto a concedere molto. L’atavica paura dell’inflazione, legata alla tragica esperienza della Repubblica di Weimar, che di fatto ha poi condotto il paese al nazismo, fa scattare un’automatica diffidenza nel momento in cui dal pulpito liberista e anglosassone si invita ad aiutare il sistema stampando moneta. Gerd Langguth, analista politico e biografo della Merkel, ha detto all’Economist: «Lei non ha il senso di fare una storica missione, né visione della società, lei vuole risolvere i problemi in modo da restare al potere». Non sarà una passeggiata, ma ce la farà.
domenica 28 giugno 2009
La cavalcata
Ora che è tutto finito, ora che i giocatori sono in vacanza, ora che non sappiamo chi ci ritroveremo al raduno dell'11 luglio, conviene ricordare la splendida cavalcata dell'ultimo campionato nerazzurro.
sabato 27 giugno 2009
The Banker
L’INTERVISTA. Il responsabile della Divisione corporate&investment banking del gruppo Intesa Sanpaolo parla del rapporto tra mondo delle imprese e del credito

«Dialogo e trasparenza Così si esce dalla crisi»
Gaetano Miccichè: «Le banche devono essere più coraggiose ma le aziende devono rafforzare la capitalizzazione»
Marino Smiderle
INVIATO A MILANO
Qui si fece, si fa e si farà la storia della finanza italiana. Chissà, forse ogni tanto Gaetano Miccichè, responsabile della Divisione corporate & investment banking di Intesa Sanpaolo e attuale dominus del palazzo milanese di piazza della Scala, interroga i muri dell’ufficio che per tanti anni fu di Raffaele Mattioli, il banchiere che face grande la Comit, per "rubare" qualche suggerimento, per avere qualche dritta.
E Dio solo sa di quante dritte ci sarebbe bisogno per navigare in questo mare agitato dalla crisi economica più grave dai tempi della Grande Depressione. Chissà, forse Miccichè si consola pensando che il suo illustre predecessore i tempi della Grande Depressione li visse davvero, visto che era entrato nella Banca Commerciale Italiana nel 1925, prima di diventarne direttore generale nel 1931 e amministratore delegato un paio di anni dopo.
Insomma, così com’erano tempi cupi quelli, allo stesso modo sono cupi quelli che le banche stanno attraversando adesso, per di più col carico di accuse che il crac americano ha caricato loro sul groppone.
È difficile parlare di fiducia, di ripresa, di ottimismo in un momento come questo, eppure lunedì Intesa Sanpaolo, dopo essere stata in una decina di città italiane, porterà a Vicenza il suo “Racconto italiano", uno spettacolo teatrale che, oltre a divertire la clientela invitata, dovrebbe fare uscire tutti dal Teatro Olimpico con la convinzione che questa Italia così sbertucciata, in realtà ha i mezzi e la forza di vincere anche questa partita.
Il responsabile della Divisione corporate & investment banking di Intesa Sanpaolo spiega adesso come si arriva alla meta.
Dottor Miccichè, è un po’ strano invitare gli imprenditori a teatro di questi tempi. Perché Intesa Sanpaolo ha scelto questo tipo di approccio?
E cosa bisogna fare per ripristinare questa fiducia? Gli istituti di credito sono i grandi imputati di questa crisi e adesso vi accusano di stringere i cordoni della borsa e di strozzare le imprese.
Però il detonatore di questa crisi globale è stato proprio il sistema bancario...
Tornando alla presunta stretta creditizia, è d’accordo anche lei con l’amministratore delegato del suo gruppo, Corrado Passera, che i soldi ci sono e aspettate solo che le imprese vengano a chiederli?
Le imprese cosa devono fare?
Si riferisce alla scarsa capitalizzazione delle imprese italiane?
Da una recente indagine di Banca d’Italia è emerso però che, in Veneto, le banche di piccola dimensione sono state più vicine, erogando più credito, al sistema delle pmi piuttosto che le grandi banche, i cui impieghi sono cresciuti molto meno.
La questione del rating non rischia di farvi essere troppo burocratici e rigidi nelle decisioni?
La divisione corporate & investment banking si occupa di medie e grandi aziende, a 360 gradi, dal classico finanziamento all’equity & debt capital market, per finire alla partecipazione diretta nel capitale delle società. Il Vicentino è terra di piccole aziende, è scomparso dalla Borsa e vede nero: piccolo non è più bello?
Due operazioni recenti fatte dalla sua divisione, aumento di capitale da 8 miliardi di Enel e il prestito obbligazionario Eni, sono state coronate da successo. È un segnale che è tornata la fiducia sui mercati?

«Dialogo e trasparenza Così si esce dalla crisi»
Gaetano Miccichè: «Le banche devono essere più coraggiose ma le aziende devono rafforzare la capitalizzazione»
Marino Smiderle
INVIATO A MILANO
Qui si fece, si fa e si farà la storia della finanza italiana. Chissà, forse ogni tanto Gaetano Miccichè, responsabile della Divisione corporate & investment banking di Intesa Sanpaolo e attuale dominus del palazzo milanese di piazza della Scala, interroga i muri dell’ufficio che per tanti anni fu di Raffaele Mattioli, il banchiere che face grande la Comit, per "rubare" qualche suggerimento, per avere qualche dritta.
E Dio solo sa di quante dritte ci sarebbe bisogno per navigare in questo mare agitato dalla crisi economica più grave dai tempi della Grande Depressione. Chissà, forse Miccichè si consola pensando che il suo illustre predecessore i tempi della Grande Depressione li visse davvero, visto che era entrato nella Banca Commerciale Italiana nel 1925, prima di diventarne direttore generale nel 1931 e amministratore delegato un paio di anni dopo.
Insomma, così com’erano tempi cupi quelli, allo stesso modo sono cupi quelli che le banche stanno attraversando adesso, per di più col carico di accuse che il crac americano ha caricato loro sul groppone.
È difficile parlare di fiducia, di ripresa, di ottimismo in un momento come questo, eppure lunedì Intesa Sanpaolo, dopo essere stata in una decina di città italiane, porterà a Vicenza il suo “Racconto italiano", uno spettacolo teatrale che, oltre a divertire la clientela invitata, dovrebbe fare uscire tutti dal Teatro Olimpico con la convinzione che questa Italia così sbertucciata, in realtà ha i mezzi e la forza di vincere anche questa partita.
Il responsabile della Divisione corporate & investment banking di Intesa Sanpaolo spiega adesso come si arriva alla meta.
Dottor Miccichè, è un po’ strano invitare gli imprenditori a teatro di questi tempi. Perché Intesa Sanpaolo ha scelto questo tipo di approccio?
L’idea è nata al termine di una convention interna, nel corso della quale la performance degli attori invitati e’ stata molto apprezzata e ha lasciato il segno in coloro che vi assistettero. Perché non ripeterla per un pubblico di clienti e portarla in giro per i teatri italiani? Abbiamo risposto sì a questa domanda quando ancora la crisi non era scoppiata, o perlomeno non in maniera così conclamata. La realtà è che questo vuol essere anche un invito al dialogo e alla fiducia reciproca tra banca e cliente.
E cosa bisogna fare per ripristinare questa fiducia? Gli istituti di credito sono i grandi imputati di questa crisi e adesso vi accusano di stringere i cordoni della borsa e di strozzare le imprese.
La mia vicenda professionale mi permette di guardare al problema da diversi punti di vista. Ho iniziato nei primi anni 70 a fare il bancario, al Banco di Sicilia, prima di passare 20 anni dall’altra parte della barricata, cioè alla guida di aziende industriali. Da sette anni opero in uno dei più importanti istituti d’Europa e devo dire che le eventuali responsabilità non stanno tutte da una sola parte.
Però il detonatore di questa crisi globale è stato proprio il sistema bancario...
Mi pare però che i numeri, al di là delle opinioni, hanno dimostrato quanto le banche italiane, a differenza di quelle di altri paesi, siano solide e in grado di reggere all’impatto.
Tornando alla presunta stretta creditizia, è d’accordo anche lei con l’amministratore delegato del suo gruppo, Corrado Passera, che i soldi ci sono e aspettate solo che le imprese vengano a chiederli?
La banca fa un mestiere a volte difficile e la divisione corporate che guido, che si occupa di imprese con un fatturato superiore ai 150 milioni, ne è consapevole. Il denaro impiegato è in buona parte dei nostri clienti e per questo siamo tenuti a fare bene il nostro mestiere, dando fiducia a chi se lo merita . Alcune critiche arrivano da aziende che, proprio per l’attuale crisi economica, vedono peggiorare le loro performance e di conseguenza i loro rating. Sono convinto che rafforzando il dialogo e la trasparenza banca e impresa possono raggiungere obiettivi comuni.
Le imprese cosa devono fare?
Una prima ricetta potrebbe essere anticipare le situazioni di crisi. Ai primi sintomi di difficoltà conviene a tutti mettere la carte in tavola e studiare la soluzione migliore. Diventa importante aumentare la frequenza dei check-up. Noi la nostra parte la facciamo, occorre che la faccia anche l’impresa.
Si riferisce alla scarsa capitalizzazione delle imprese italiane?
Certo, che molte imprese italiane siano sottocapitalizzate è un dato di fatto. Ma da questa situazione si esce tutti insieme.
Da una recente indagine di Banca d’Italia è emerso però che, in Veneto, le banche di piccola dimensione sono state più vicine, erogando più credito, al sistema delle pmi piuttosto che le grandi banche, i cui impieghi sono cresciuti molto meno.
Può essere che le banche più piccole, in momenti come questi, siano state più propense ad assumersi rischi aggiuntivi.
La questione del rating non rischia di farvi essere troppo burocratici e rigidi nelle decisioni?
No, perché abbiamo delle metodologie accurate, con delle considerazioni qualitative che, per esempio, riguardano l’analisi andamentale dell’utilizzo del credito. Vorrei poi ricordare che, a livello di gruppo, noi abbiamo 11,2 milioni di clienti in Italia e 8,5 milioni all’estero. Siamo in grado di monitorare bene il panorama economico e di garantire, almeno mi auguro, un buon servizio alle imprese.
La divisione corporate & investment banking si occupa di medie e grandi aziende, a 360 gradi, dal classico finanziamento all’equity & debt capital market, per finire alla partecipazione diretta nel capitale delle società. Il Vicentino è terra di piccole aziende, è scomparso dalla Borsa e vede nero: piccolo non è più bello?
Io resto dell’avviso che piccolo è talvolta meglio di troppo grande; è pur vero che c’è un limite minimo alla dimensione per essere competitivi sui mercati. Resto poi convinto che, per quanto grave sia la crisi, il Nord Est resti la parte più dinamica del panorama industriale del Paese.
Due operazioni recenti fatte dalla sua divisione, aumento di capitale da 8 miliardi di Enel e il prestito obbligazionario Eni, sono state coronate da successo. È un segnale che è tornata la fiducia sui mercati?
Due operazioni diverse, una legata al rischio azionario, l’altra a quello obbligazionario, di società molto solide. Io credo che siamo ancora nel mezzo di una situazione difficile ma l’augurio di tutti è che possa durare il meno possibile.
venerdì 26 giugno 2009
No petrol, no clerics
L’EDITORIALE
Così si abbatte la dittatura iraniana
Marino Smiderle
Non è possibile tollerare quel che sta succedendo in Iran. Non è possibile girarsi dall’altra parte mentre un regime di dittatori invasati sta tenendo nel medioevo il paese, nel nome di un Allah che quel popolo religioso certo non riconosce come proprio e allagando di sangue le piazze della capitale. Non è possibile, no, su questo pare che tutti, ma proprio tutti, siamo d’accordo. Eppure tutto l’occidente tira un sospiro di sollievo quando pensa che alla Casa Bianca non alberga più George W. Bush, bensì un più prudente e ragionevole e saggio, è opinione largamente condivisa, Barack Obama.
Ci fosse ancora quel cowboy texano, probabilmente a Teheran e dintorni sarebbero già in azione le squadre speciali dei marines, magari precedute da bombardamenti "intelligenti". No, per fortuna non c’è Bush, per fortuna c’è Obama, l’uomo del dialogo, dell’apertura verso l’Islam, capace di pronunciare un discorso storico al Cairo nel corso del quale ha teso la mano a tutti i musulmani, auspicando un vero cambio di rotta. Risultato? «Obama è come Bush». Ecco la reazione degli ayatollah iraniani, tra una carneficina e l’altra. Perché, secondo Khamenei, la colpa di tutto il sangue che corre in Iran è delle interferenze americane.
A Washington, invece, l’accusa che si fa ad Obama è esattamente opposta: troppo buono, troppo molle nei confronti di questi folli teocrati che, dopo aver distrutto il proprio popolo, potrebbero far danni altrove con l’arsenale nucleare che, dicono, stanno per approntare. La domanda è semplice, per l’occidente: che fare?Escludiamo la guerra, anche se la teoria dell’invasione per ragioni umanitarie era già sta formulata, e poi messa in pratica, in occasione della guerra in Kosovo. Resta il fatto che se Obama, dopo tanta buona volontà e disponibilità all’apertura, viene ripagato da violenza e intolleranza da parte di un regime che non può avere diritto di cittadinanza, le opzioni rimaste sono ben poche. Boicottaggio economico? Sai la novità, e poi non dimentichiamo che a quelle latitudini c’è un mare di petrolio e, proprio per la paura di indesiderate conseguenze petrolifere, noi anime belle occidentali non facciamo un plissé. Vale la pena ripetere la domanda: che fare?
La risposta più intelligente, e provocatoria, l’ha data Thomas L. Friedman, sul New York Times, mettendo sullo stesso piano, e considerandole strettamente collegate, le due rivoluzioni verdi in corso.
La prima rivoluzione verde, non occorre ricordarlo, è quella portata avanti dai coraggiosi iraniani che invocano la fine delle tenebre, anche a costo di subire la sanguinosa rappresaglia degli sgherri di Ahmadinejad; la seconda rivoluzione verde, più tranquilla e squisitamente tecnologica, si sta invece sviluppando nella Silicon Valley, terra di laboratori in cui si studiano, giorno e notte, i segreti delle energie alternative.
«Io credo nella prima legge della Petropolitics - scrive Friedman - quella che considera il prezzo del petrolio e il grado di libertà nei paesi la cui economia dipende dall’esportazione dei barili di petrolio come inversamente proporzionali». Ergo: più alto è il prezzo del petrolio, più basso è il grado di libertà. Perché? Semplice, con a disposizione miliardi di dollari grazie alle risorse del sottosuolo, questi dittatori possono fare il bello e il cattivo tempo, regolando, e anche sottoponendo a violenze inaudite, il proprio popolo.
Se invece il prezzo scende, l’economia peggiora e le crepe del regime sono destinate a portarlo alla rovina. Per questo Friedman suggerisce a Obama una soluzione che, in termini americani, può definirsi "di sinistra", contraria alle convinzioni di Bush e, forse, foriera di sorprese positive per entrambe le rivoluzioni che si stanno combattendo.
La soluzione, secondo Friedman, sta nell’applicare un dollaro di tassa aggiuntiva per ogni gallone di benzina venduto negli Stati Uniti.
Per quanto gli americani si lamentino dell’aumento del pieno alla pompa di benzina, là i prezzi sono molto più bassi che da noi. Semplicemente perché il nostro bilancio pubblico dipende in larga misura dall’aliquota fiscale che viene applicata sul carburante.
Imitando l’Europa, sostiene Friedman, da un lato negli Stati Uniti si spingerebbe con più vigore la rivoluzione verde delle energie alternative e dall’altro, contribuendo ad abbattere il prezzo del petrolio, si darebbe una grossa mano ai giovani che stanno combattendo l’altra rivoluzione verde in Iran.
«Una rivoluzione verde americana per por fine alla nostra dipendenza dal petrolio - conclude Friedman - e per spingere la rivoluzione verde iraniana ad abbattere la teocrazia, aiuta noi e aiuta loro perché chiunque riuscirà a conquistare il potere dovrà per forze essere un riformista. Che cosa stiamo aspettando?». Difficile che Obama pensi di colpire le tasche di un contribuente già vessato da questa terribile crisi economica.
Però se qualcuno gli spiega che troncando la petro-dipendenza degli Usa si finisce col dare la spallata definitiva alla dittatura iraniana, magari un pensierino potrebbe farlo.
Da qualche parte bisogna pure incominciare. A meno che il realismo politico che si è riaffacciato nei corridoi del potere di Washington non abbia già reso digeribile la più indigeribile delle dittature.
Così si abbatte la dittatura iraniana
Marino Smiderle
Non è possibile tollerare quel che sta succedendo in Iran. Non è possibile girarsi dall’altra parte mentre un regime di dittatori invasati sta tenendo nel medioevo il paese, nel nome di un Allah che quel popolo religioso certo non riconosce come proprio e allagando di sangue le piazze della capitale. Non è possibile, no, su questo pare che tutti, ma proprio tutti, siamo d’accordo. Eppure tutto l’occidente tira un sospiro di sollievo quando pensa che alla Casa Bianca non alberga più George W. Bush, bensì un più prudente e ragionevole e saggio, è opinione largamente condivisa, Barack Obama.
Ci fosse ancora quel cowboy texano, probabilmente a Teheran e dintorni sarebbero già in azione le squadre speciali dei marines, magari precedute da bombardamenti "intelligenti". No, per fortuna non c’è Bush, per fortuna c’è Obama, l’uomo del dialogo, dell’apertura verso l’Islam, capace di pronunciare un discorso storico al Cairo nel corso del quale ha teso la mano a tutti i musulmani, auspicando un vero cambio di rotta. Risultato? «Obama è come Bush». Ecco la reazione degli ayatollah iraniani, tra una carneficina e l’altra. Perché, secondo Khamenei, la colpa di tutto il sangue che corre in Iran è delle interferenze americane.
A Washington, invece, l’accusa che si fa ad Obama è esattamente opposta: troppo buono, troppo molle nei confronti di questi folli teocrati che, dopo aver distrutto il proprio popolo, potrebbero far danni altrove con l’arsenale nucleare che, dicono, stanno per approntare. La domanda è semplice, per l’occidente: che fare?Escludiamo la guerra, anche se la teoria dell’invasione per ragioni umanitarie era già sta formulata, e poi messa in pratica, in occasione della guerra in Kosovo. Resta il fatto che se Obama, dopo tanta buona volontà e disponibilità all’apertura, viene ripagato da violenza e intolleranza da parte di un regime che non può avere diritto di cittadinanza, le opzioni rimaste sono ben poche. Boicottaggio economico? Sai la novità, e poi non dimentichiamo che a quelle latitudini c’è un mare di petrolio e, proprio per la paura di indesiderate conseguenze petrolifere, noi anime belle occidentali non facciamo un plissé. Vale la pena ripetere la domanda: che fare?
La risposta più intelligente, e provocatoria, l’ha data Thomas L. Friedman, sul New York Times, mettendo sullo stesso piano, e considerandole strettamente collegate, le due rivoluzioni verdi in corso.
La prima rivoluzione verde, non occorre ricordarlo, è quella portata avanti dai coraggiosi iraniani che invocano la fine delle tenebre, anche a costo di subire la sanguinosa rappresaglia degli sgherri di Ahmadinejad; la seconda rivoluzione verde, più tranquilla e squisitamente tecnologica, si sta invece sviluppando nella Silicon Valley, terra di laboratori in cui si studiano, giorno e notte, i segreti delle energie alternative.
«Io credo nella prima legge della Petropolitics - scrive Friedman - quella che considera il prezzo del petrolio e il grado di libertà nei paesi la cui economia dipende dall’esportazione dei barili di petrolio come inversamente proporzionali». Ergo: più alto è il prezzo del petrolio, più basso è il grado di libertà. Perché? Semplice, con a disposizione miliardi di dollari grazie alle risorse del sottosuolo, questi dittatori possono fare il bello e il cattivo tempo, regolando, e anche sottoponendo a violenze inaudite, il proprio popolo.
Se invece il prezzo scende, l’economia peggiora e le crepe del regime sono destinate a portarlo alla rovina. Per questo Friedman suggerisce a Obama una soluzione che, in termini americani, può definirsi "di sinistra", contraria alle convinzioni di Bush e, forse, foriera di sorprese positive per entrambe le rivoluzioni che si stanno combattendo.
La soluzione, secondo Friedman, sta nell’applicare un dollaro di tassa aggiuntiva per ogni gallone di benzina venduto negli Stati Uniti.
Per quanto gli americani si lamentino dell’aumento del pieno alla pompa di benzina, là i prezzi sono molto più bassi che da noi. Semplicemente perché il nostro bilancio pubblico dipende in larga misura dall’aliquota fiscale che viene applicata sul carburante.
Imitando l’Europa, sostiene Friedman, da un lato negli Stati Uniti si spingerebbe con più vigore la rivoluzione verde delle energie alternative e dall’altro, contribuendo ad abbattere il prezzo del petrolio, si darebbe una grossa mano ai giovani che stanno combattendo l’altra rivoluzione verde in Iran.
«Una rivoluzione verde americana per por fine alla nostra dipendenza dal petrolio - conclude Friedman - e per spingere la rivoluzione verde iraniana ad abbattere la teocrazia, aiuta noi e aiuta loro perché chiunque riuscirà a conquistare il potere dovrà per forze essere un riformista. Che cosa stiamo aspettando?». Difficile che Obama pensi di colpire le tasche di un contribuente già vessato da questa terribile crisi economica.
Però se qualcuno gli spiega che troncando la petro-dipendenza degli Usa si finisce col dare la spallata definitiva alla dittatura iraniana, magari un pensierino potrebbe farlo.
Da qualche parte bisogna pure incominciare. A meno che il realismo politico che si è riaffacciato nei corridoi del potere di Washington non abbia già reso digeribile la più indigeribile delle dittature.
martedì 23 giugno 2009
Smoking (Cig)arettes
OCCUPAZIONE. Il segretario provinciale della Cgil lancia l’allarme e invita istituzioni e parti sociali a valutare i rimedi
Cig in deroga
«I soldi sono già terminati»
Vicenza è la provincia veneta col maggior numero di ore richieste. «Per l’ordinaria è in scadenza il termine delle 52 settimane»
Marino Smiderle
VICENZA
Tra qualche giorno le parti sociali e la Regione Veneto metteranno la firma in calce all’accordo quadro sulla cassa integrazione e sulla mobilità in deroga. Il problema è che, nel momento in cui le stilografiche delle associazioni di categoria e dei sindacati avranno apposto la sigla, i soldi saranno già belli e finiti. O quasi. Lo sforzo congiunto fatto dall’assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan, e dal governo ha messo sul piatto, di fatto, qualcosa come 62-63 milioni di euro per ammortizzatori sociali veri e propri. Bene, a oggi, tra domande inoltrate e in lavorazione, i fondi destinati ai dipendenti di aziende artigiane e di piccole aziende industriali per la Cig in deroga sfiorano già i 50 milioni.
«Io noto un calo di attenzione che ritengo pericoloso - attacca Marina Bergamin, segretario provinciale della Cgil - e che non lascia ben sperare per i mesi a venire. Fino a poche settimane fa c’erano riunioni, incontri, impegni. Adesso sembra che sia calata una sorta di cortina del silenzio. Io credo che sia importante tenere alta l’attenzione sul problema, perché altrimenti ci ritroveremo a settembre in un mare di guai e senza soluzioni pronte».
Non che sia facile trovare soluzioni, anche perché di ripresa economica, per ora, non si vede neanche l’ombra. Ma Bergamin si sofferma proprio sull’emergenza e sul fatto che questa situazione sembra destinata a durare.
«Se per la cassa in deroga i fondi si stanno esaurendo - prosegue Bergamin - non bisogna dimenticare che anche le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria si stanno a poco a poco esaurendo. Per questo noi ribadiamo la richiesta di un raddoppio delle settimane di Cigo da 52 a 104».
Se si guardano ai numeri della cassa in deroga, si scoprono due cose. La prima è che, a livello regionale, il totale delle domande inoltrate e in lavorazione in Veneto è di 1.934 aziende, per 19.743 dipendenti (il totale ore richieste sfiora i sei milioni).
La seconda è che Vicenza è di gran lunga la provincia messa peggio, visto che guida questa classifica con oltre 2 milioni di ore richieste, seguita da Treviso con 1,3 milioni e Padova con 1,1 milioni.
Ed è per questo che dalla Cgil arriva una sorta di sos, di nuovo avvertimento. «Noi rinnoviamo la necessità - ribadisce il concetto la segretario Bergamin - in particolare alla provincia e ai Comuni, di tenere monitorata la situazione e di prepararsi, anche dal punto di vista economico, ad un autunno difficile e problematico per molte famiglie».
Il punto è che tutti i dati, a cominciare dal ricorso alla cassa integrazione ordinaria, che veleggia sui 3 milioni di ore contro 1,3 milioni di tutto il 2008, dicono che lo squarcio di sereno all’orizzonte, se mai ci sarà, sembra rinviato al 2010. Fino ad allora bisognerà continuare a gestire l’emergenza. «Bisogna cercare insieme la via d’uscita», auspica Bergamin. Non sarà una passeggiata.
Cig in deroga
«I soldi sono già terminati»
Vicenza è la provincia veneta col maggior numero di ore richieste. «Per l’ordinaria è in scadenza il termine delle 52 settimane»
Marino Smiderle
VICENZA
Tra qualche giorno le parti sociali e la Regione Veneto metteranno la firma in calce all’accordo quadro sulla cassa integrazione e sulla mobilità in deroga. Il problema è che, nel momento in cui le stilografiche delle associazioni di categoria e dei sindacati avranno apposto la sigla, i soldi saranno già belli e finiti. O quasi. Lo sforzo congiunto fatto dall’assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan, e dal governo ha messo sul piatto, di fatto, qualcosa come 62-63 milioni di euro per ammortizzatori sociali veri e propri. Bene, a oggi, tra domande inoltrate e in lavorazione, i fondi destinati ai dipendenti di aziende artigiane e di piccole aziende industriali per la Cig in deroga sfiorano già i 50 milioni.
«Io noto un calo di attenzione che ritengo pericoloso - attacca Marina Bergamin, segretario provinciale della Cgil - e che non lascia ben sperare per i mesi a venire. Fino a poche settimane fa c’erano riunioni, incontri, impegni. Adesso sembra che sia calata una sorta di cortina del silenzio. Io credo che sia importante tenere alta l’attenzione sul problema, perché altrimenti ci ritroveremo a settembre in un mare di guai e senza soluzioni pronte».
Non che sia facile trovare soluzioni, anche perché di ripresa economica, per ora, non si vede neanche l’ombra. Ma Bergamin si sofferma proprio sull’emergenza e sul fatto che questa situazione sembra destinata a durare.
«Se per la cassa in deroga i fondi si stanno esaurendo - prosegue Bergamin - non bisogna dimenticare che anche le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria si stanno a poco a poco esaurendo. Per questo noi ribadiamo la richiesta di un raddoppio delle settimane di Cigo da 52 a 104».
Se si guardano ai numeri della cassa in deroga, si scoprono due cose. La prima è che, a livello regionale, il totale delle domande inoltrate e in lavorazione in Veneto è di 1.934 aziende, per 19.743 dipendenti (il totale ore richieste sfiora i sei milioni).
La seconda è che Vicenza è di gran lunga la provincia messa peggio, visto che guida questa classifica con oltre 2 milioni di ore richieste, seguita da Treviso con 1,3 milioni e Padova con 1,1 milioni.
Ed è per questo che dalla Cgil arriva una sorta di sos, di nuovo avvertimento. «Noi rinnoviamo la necessità - ribadisce il concetto la segretario Bergamin - in particolare alla provincia e ai Comuni, di tenere monitorata la situazione e di prepararsi, anche dal punto di vista economico, ad un autunno difficile e problematico per molte famiglie».
Il punto è che tutti i dati, a cominciare dal ricorso alla cassa integrazione ordinaria, che veleggia sui 3 milioni di ore contro 1,3 milioni di tutto il 2008, dicono che lo squarcio di sereno all’orizzonte, se mai ci sarà, sembra rinviato al 2010. Fino ad allora bisognerà continuare a gestire l’emergenza. «Bisogna cercare insieme la via d’uscita», auspica Bergamin. Non sarà una passeggiata.
lunedì 22 giugno 2009
Soldi in vacanza
PORTAFOGLIO
Il termometro dei tassi dirà dove andremo
Marino Smiderle
Un trader circondato da monitor appare perplesso. Difficile prevedere cosa succederà in ... Ok, fate le valigie e andate in vacanza. Sempre che la tempesta che sta infuriando sul vostro portafogli dal settembre scorso, più o meno quando la pagina de "I nostri soldi" stava partendo per l’ennesima avventura, via abbia lasciato qualche spicciolo. Certo, rispetto al settembre 2008, quando le sinistre avvisaglie del crac globale mettevano già i brividi, questo avvio d’estate 2009 potrebbe essere colorato di speranza. Ma ci vuole una discreta propensione all’immaginazione per intuire che diavolo di situazione ci troveremo a settembre, mese tradizionalmente deputato alle ripartenze o, dio non voglia, al precipizio.
ENEL
Cominciamo con una nota di ottimismo, e cioè dal risultato del mega-aumento di capitale lanciato da Enel e concluso venerdì scorso. Si parla di un’offerta di nuove azioni per un importo complessivo di 8 miliardi, in buona parte relative ai portafogli di piccoli azionisti, gli stessi che avevano partecipato alla privatizzazione iniziale e che si stanno ancora leccando le ferite per la performance non certo eccezionale dei titoli. Bene, il 99,5 per cento degli aventi diritto hanno sottoscritto l’aumento di capitale, segno che esiste nel mercato un giusto mix di propensione al rischio e di ottimismo che potrebbe preludere alla ripresa economica tanto agognata. E segno anche che esiste una grande domanda di forme di investimento in grado di superare, almeno potenzialmente, i tassi d’interesse ridotti a poco più di zero dei titoli di stato a breve (Bot).
TERMOMETRO
Ecco, fin che sarete sotto l’ombrellone e potrete evitare di acquistare i settimanali di gossip perché, tanto, i quotidiani autorevoli sapranno soddisfare in misura adeguata la vostra sete di morbose rivelazioni sul tema sesso & potere, ogni tanto fate lo sforzo di spingervi fino alle pagine economiche e controllare il livello dei tassi d’interesse, più o meno come, di tanto in tanto, vi fermate dal meccanico a controllare il livello dell’olio del motore. È il parametro principale per cercare di prevedere che razza di settembre (e di autunno, e di inverno e via a seguire) ci aspetta. In linea di massima, quando i tassi sono bassi (o ora sono bassi), le cose dovrebbero andare bene. Qualche volta capita, però, che i tassi si avvicinino allo zero perché l’economia è in stato comatoso. Che è esattamente il caso nostro. Bene, con tutti i denari del contribuente che Obama e gli altri stati mondiali hanno iniettato nelle vene di questo sistema moribondo, le possibilità sono due: o che il sistema tiri le cuoia (speriamo di no, perché a quelle cuoia siamo appesi anche noi), o che si riprenda. Il termometro di questa ripresa passa proprio per i tassi di interesse. Se tornano a salire, vuol dire che l’elettrocardiogramma dell’economia globale segnala timidi risvegli. Occhio ai tassi, dunque.
INFLAZIONE
Chi legge queste pagine da tempo, sa che qui si teme una futura esplosione di inflazione. Perché, con tutto questo debito di sistema, privato prima e ora pure pubblico (l’Italia è un caso a parte perché ha sempre avuto un debito pubblico monstre), il sistema futuro per chiudere i conti e ripagare il debito proprio quello di lasciar correre i prezzi. E l’inflazione, chi l’ha vissuta in doppia cifra negli anni 70 lo sa, è una brutta bestia. Tuttavia, non si può negare che un minimo di inflazione, in questi tempi di anemia globale, adesso ci starebbe pure bene. La paura è che dal minimo di inflazione auspicata, si passi all’incendio e, per questo, chi cerca forme di investimento a lungo periodo farebbe bene a tenere in una qualche considerazione (meglio, seria considerazione) l’ipotesi corsa-dei-prezzi.
BORSA
Si sa che l’antidoto più valido per combattere la futura inflazione è costituito da un sano investimento immobiliare. I mattoni, infatti, restano mattoni anche quando i soldi perdono di valore (l’effetto dell’inflazione). Tuttavia, visto che di mattoni il sistema ha già fatto indigestione, dal punto di vista finanziario conviene prendersi qualche rischio e puntare sul mercato azionario. I listini hanno già dato segni di ripresa e, ora, di sostanziale tenuta. Prima o dopo il mercato dovrà ripartire, questa è la previsione-auspicio. Magari non a settembre, magari nel 2010. Chi lo sa. Ci rilegiamo in settembre. Buone vacanze.
Il termometro dei tassi dirà dove andremo
Marino Smiderle
Un trader circondato da monitor appare perplesso. Difficile prevedere cosa succederà in ... Ok, fate le valigie e andate in vacanza. Sempre che la tempesta che sta infuriando sul vostro portafogli dal settembre scorso, più o meno quando la pagina de "I nostri soldi" stava partendo per l’ennesima avventura, via abbia lasciato qualche spicciolo. Certo, rispetto al settembre 2008, quando le sinistre avvisaglie del crac globale mettevano già i brividi, questo avvio d’estate 2009 potrebbe essere colorato di speranza. Ma ci vuole una discreta propensione all’immaginazione per intuire che diavolo di situazione ci troveremo a settembre, mese tradizionalmente deputato alle ripartenze o, dio non voglia, al precipizio.
ENEL
Cominciamo con una nota di ottimismo, e cioè dal risultato del mega-aumento di capitale lanciato da Enel e concluso venerdì scorso. Si parla di un’offerta di nuove azioni per un importo complessivo di 8 miliardi, in buona parte relative ai portafogli di piccoli azionisti, gli stessi che avevano partecipato alla privatizzazione iniziale e che si stanno ancora leccando le ferite per la performance non certo eccezionale dei titoli. Bene, il 99,5 per cento degli aventi diritto hanno sottoscritto l’aumento di capitale, segno che esiste nel mercato un giusto mix di propensione al rischio e di ottimismo che potrebbe preludere alla ripresa economica tanto agognata. E segno anche che esiste una grande domanda di forme di investimento in grado di superare, almeno potenzialmente, i tassi d’interesse ridotti a poco più di zero dei titoli di stato a breve (Bot).
TERMOMETRO
Ecco, fin che sarete sotto l’ombrellone e potrete evitare di acquistare i settimanali di gossip perché, tanto, i quotidiani autorevoli sapranno soddisfare in misura adeguata la vostra sete di morbose rivelazioni sul tema sesso & potere, ogni tanto fate lo sforzo di spingervi fino alle pagine economiche e controllare il livello dei tassi d’interesse, più o meno come, di tanto in tanto, vi fermate dal meccanico a controllare il livello dell’olio del motore. È il parametro principale per cercare di prevedere che razza di settembre (e di autunno, e di inverno e via a seguire) ci aspetta. In linea di massima, quando i tassi sono bassi (o ora sono bassi), le cose dovrebbero andare bene. Qualche volta capita, però, che i tassi si avvicinino allo zero perché l’economia è in stato comatoso. Che è esattamente il caso nostro. Bene, con tutti i denari del contribuente che Obama e gli altri stati mondiali hanno iniettato nelle vene di questo sistema moribondo, le possibilità sono due: o che il sistema tiri le cuoia (speriamo di no, perché a quelle cuoia siamo appesi anche noi), o che si riprenda. Il termometro di questa ripresa passa proprio per i tassi di interesse. Se tornano a salire, vuol dire che l’elettrocardiogramma dell’economia globale segnala timidi risvegli. Occhio ai tassi, dunque.
INFLAZIONE
Chi legge queste pagine da tempo, sa che qui si teme una futura esplosione di inflazione. Perché, con tutto questo debito di sistema, privato prima e ora pure pubblico (l’Italia è un caso a parte perché ha sempre avuto un debito pubblico monstre), il sistema futuro per chiudere i conti e ripagare il debito proprio quello di lasciar correre i prezzi. E l’inflazione, chi l’ha vissuta in doppia cifra negli anni 70 lo sa, è una brutta bestia. Tuttavia, non si può negare che un minimo di inflazione, in questi tempi di anemia globale, adesso ci starebbe pure bene. La paura è che dal minimo di inflazione auspicata, si passi all’incendio e, per questo, chi cerca forme di investimento a lungo periodo farebbe bene a tenere in una qualche considerazione (meglio, seria considerazione) l’ipotesi corsa-dei-prezzi.
BORSA
Si sa che l’antidoto più valido per combattere la futura inflazione è costituito da un sano investimento immobiliare. I mattoni, infatti, restano mattoni anche quando i soldi perdono di valore (l’effetto dell’inflazione). Tuttavia, visto che di mattoni il sistema ha già fatto indigestione, dal punto di vista finanziario conviene prendersi qualche rischio e puntare sul mercato azionario. I listini hanno già dato segni di ripresa e, ora, di sostanziale tenuta. Prima o dopo il mercato dovrà ripartire, questa è la previsione-auspicio. Magari non a settembre, magari nel 2010. Chi lo sa. Ci rilegiamo in settembre. Buone vacanze.
Basta teocrati
Avviso di sfratto ai teocrati dell'Iran
Marino Smiderle
Il popolo scende in piazza per protestare contro i brogli elettorali ma non sente l’appoggio degli Usa
Bill Keller, direttore del New York Times, ha abbandonato per qualche tempo la sua scrivania sistemata in un accogliente ufficio del grattacielo progettato da Renzo Piano e ha scelto di andare a Teheran per seguire le elezioni iraniane. I reportage che ha mandato dalla capitale sono autentici capolavori di giornalismo, che aiutano a capire cosa diavolo sta succedendo lungo le vie di una città molto più occidentale (nella cultura e nella storia che sono rimaste incise nel dna del popolo) di quanto siamo soliti pensare.
«Torniamo indietro a prima dello spoglio elettorale - attacca Keller in una delle sue splendide corrispondenze - prima che si scatenasse il pandemonio. Alcuni giornalisti si fermano in un bar, nella parte nord del centro di Teheran, un locale che si presenta con delle immagini di Shakespeare e Samuel Beckett, laddove sarebbe più logico attendersi la solita icona di Khomeini. In sottofondo si sente dell’ottima musica jazz. "Che disco è questo?", chiede uno appena arrivato in città. L’oste tira su la copertina di un cd che raffigura il bluesman John Lee Hooker. Davvero? L’artista conosciuto come the Boogie Man suonava anche il jazz? "Hooooker!", insiste il proprietario del locale. Tu guarda le cose che si imparano a Teheran. Una volta tornato in hotel, una ricerca su Google per verificarlo produce un triangolo giallo con un punto esclamativo e un avvertimento: l’accesso a questo sito è negato Che cosa? Oh, ovvio: "Hooker". Benvenuto nella Repubblica islamica dell’Iran, dove ti proteggiamo da te stesso. Hai ancora molte cose da imparare».
Già, ci sono molte cose da imparare. Per esempio, pochi giorni dopo l’esperimento social-culturale di Keller, ci sarebbe da capire se quelle centinaia di migliaia di iraniani che hanno preso d’assalto le strade della capitale ne avessero effettivamente motivo. In altre parole, le elezioni, già falsate in partenza per via del diritto divino degli ayatollah di ammettere o meno alla corsa i candidati, sono state effettivamente taroccate o no?
Leggendo un reportage di Keller si capisce il motivo principe che induce al sospetto. E che, nello stesso tempo, renderebbe perfettamente inutile un eventuale riconteggio delle schede, quand’anche questo riconteggio fosse leale.
«Per quanto l’Iran non sia la società chiusa che molti immaginano (è una nazione piena di persone che inviano messaggi online e di utenti di Facebook, con accesso alla Bbc in parsi) - scrive Keller sul New York Times - rimane comunque una società controllata. Lungo le strade il discorso della gente verteva soprattutto sul modo usato per taroccare l’esito del voto, dal momento che molti elettori sostenevano che Ahmadinejad non poteva vincere con un margine così ampio. Una versione, proveniente dal fratello di qualcuno che dice di conoscere qualcuno dell’entourage del premier, recita che gli scrutatori avevano l’ordine di moltiplicare i numeri: "Fai che mille voti per Ahmadinejad diventino tremila". Altri sottolineano che le schede sembravano concepite per il broglio. Gli elettori erano infatti obbligati a scegliere un candidato e identificarlo con un codice numerico. Caso ha voluto che Mousavi fosse il candidato numero 4, mentre Ahmadinejad era il... 44. Un dipendente del ministero dell’Interno, incaricato di seguire il procedimento di conteggio, ha detto che il governo ha speso le ultime settimane a studiare la truffa, eliminando qualsiasi collaboratore di dubbia lealtà e assumendo altri più fedeli provenienti da tutto il paese».
Dietro questo scontro aperto tra i due litiganti, Mahmoud Ahmadinejad e Mir Hossein Mousavi, passa il futuro della politica estera dell’occidente, Usa in testa, in Medio Oriente. Far passare Mussavi come un moderato pare eccessivo, considerati i ruoli politici di primo piano da lui ricoperti in passato; eppure il seguito popolare di Mousavi è considerato dagli osservatori internazionali il chiavistello in grado di aprire la porta a un dialogo che, con Ahmadinejad, sembra chiuso in partenza. Tenuto conto che a Teheran si sta giocando una partita pericolosissima sul nucleare, con l’occidente che guarda con preoccupazione agli sviluppi in questo campo, molti attendevano una presa di posizione molto decisa di Barack Obama.
E invece Obama sta dimostrando un atteggiamento molto diverso rispetto al suo predecessore, George W. Bush. Atteggiamento che, se è stato apprezzato e applaudito in molti casi (vedi il discorso storico pronunciato a Il Cairo), viene invece criticato da chi continua a considerare l’Iran come una minaccia per il futuro del globo. E mentre da Teheran giungono accuse pesanti agli Usa, rei, secondo l’establishment politico, di «inaccettabili interferenze», da Washington arrivano punture di spillo al presidente Obama per motivi opposti. A cominciare da quel giudizio di equidistanza («Non ci sono molte differenze tra Ahmadinejad e Mousavi») espresso dall’ex senatore dell’Illinois e respinto anche da commentatori non sospettabili di simpatie repubblicane.
Maurizio Molinari riporta su La Stampa la reazione di Christiane Amanpour, la giornalista della Cnn appena rientrata dall’Iran. «Non ho idea di cosa passi per la testa della Casa Bianca - ha detto la giornalista americana di origine persiana - ma per gli iraniani Ahmadinejad e Mousavi sono uguali come il giorno e la notte perché le loro politiche interne non potrebbero essere più differenti, senza contare che sul dossier nucleare Ahmadinejad sfida il mondo mentre Mousavi ha fatto capire che avrebbe un approccio assai più aperto».
Obama pare invece più attento ad ammettere le responsabilità della Cia nella caduta di Mossadeq nel ’53. E, per il momento, non vuole aiutare l’ondata verde di Teheran.
Marino Smiderle
Il popolo scende in piazza per protestare contro i brogli elettorali ma non sente l’appoggio degli Usa
Bill Keller, direttore del New York Times, ha abbandonato per qualche tempo la sua scrivania sistemata in un accogliente ufficio del grattacielo progettato da Renzo Piano e ha scelto di andare a Teheran per seguire le elezioni iraniane. I reportage che ha mandato dalla capitale sono autentici capolavori di giornalismo, che aiutano a capire cosa diavolo sta succedendo lungo le vie di una città molto più occidentale (nella cultura e nella storia che sono rimaste incise nel dna del popolo) di quanto siamo soliti pensare.
«Torniamo indietro a prima dello spoglio elettorale - attacca Keller in una delle sue splendide corrispondenze - prima che si scatenasse il pandemonio. Alcuni giornalisti si fermano in un bar, nella parte nord del centro di Teheran, un locale che si presenta con delle immagini di Shakespeare e Samuel Beckett, laddove sarebbe più logico attendersi la solita icona di Khomeini. In sottofondo si sente dell’ottima musica jazz. "Che disco è questo?", chiede uno appena arrivato in città. L’oste tira su la copertina di un cd che raffigura il bluesman John Lee Hooker. Davvero? L’artista conosciuto come the Boogie Man suonava anche il jazz? "Hooooker!", insiste il proprietario del locale. Tu guarda le cose che si imparano a Teheran. Una volta tornato in hotel, una ricerca su Google per verificarlo produce un triangolo giallo con un punto esclamativo e un avvertimento: l’accesso a questo sito è negato Che cosa? Oh, ovvio: "Hooker". Benvenuto nella Repubblica islamica dell’Iran, dove ti proteggiamo da te stesso. Hai ancora molte cose da imparare».
Già, ci sono molte cose da imparare. Per esempio, pochi giorni dopo l’esperimento social-culturale di Keller, ci sarebbe da capire se quelle centinaia di migliaia di iraniani che hanno preso d’assalto le strade della capitale ne avessero effettivamente motivo. In altre parole, le elezioni, già falsate in partenza per via del diritto divino degli ayatollah di ammettere o meno alla corsa i candidati, sono state effettivamente taroccate o no?
Leggendo un reportage di Keller si capisce il motivo principe che induce al sospetto. E che, nello stesso tempo, renderebbe perfettamente inutile un eventuale riconteggio delle schede, quand’anche questo riconteggio fosse leale.
«Per quanto l’Iran non sia la società chiusa che molti immaginano (è una nazione piena di persone che inviano messaggi online e di utenti di Facebook, con accesso alla Bbc in parsi) - scrive Keller sul New York Times - rimane comunque una società controllata. Lungo le strade il discorso della gente verteva soprattutto sul modo usato per taroccare l’esito del voto, dal momento che molti elettori sostenevano che Ahmadinejad non poteva vincere con un margine così ampio. Una versione, proveniente dal fratello di qualcuno che dice di conoscere qualcuno dell’entourage del premier, recita che gli scrutatori avevano l’ordine di moltiplicare i numeri: "Fai che mille voti per Ahmadinejad diventino tremila". Altri sottolineano che le schede sembravano concepite per il broglio. Gli elettori erano infatti obbligati a scegliere un candidato e identificarlo con un codice numerico. Caso ha voluto che Mousavi fosse il candidato numero 4, mentre Ahmadinejad era il... 44. Un dipendente del ministero dell’Interno, incaricato di seguire il procedimento di conteggio, ha detto che il governo ha speso le ultime settimane a studiare la truffa, eliminando qualsiasi collaboratore di dubbia lealtà e assumendo altri più fedeli provenienti da tutto il paese».
Dietro questo scontro aperto tra i due litiganti, Mahmoud Ahmadinejad e Mir Hossein Mousavi, passa il futuro della politica estera dell’occidente, Usa in testa, in Medio Oriente. Far passare Mussavi come un moderato pare eccessivo, considerati i ruoli politici di primo piano da lui ricoperti in passato; eppure il seguito popolare di Mousavi è considerato dagli osservatori internazionali il chiavistello in grado di aprire la porta a un dialogo che, con Ahmadinejad, sembra chiuso in partenza. Tenuto conto che a Teheran si sta giocando una partita pericolosissima sul nucleare, con l’occidente che guarda con preoccupazione agli sviluppi in questo campo, molti attendevano una presa di posizione molto decisa di Barack Obama.
E invece Obama sta dimostrando un atteggiamento molto diverso rispetto al suo predecessore, George W. Bush. Atteggiamento che, se è stato apprezzato e applaudito in molti casi (vedi il discorso storico pronunciato a Il Cairo), viene invece criticato da chi continua a considerare l’Iran come una minaccia per il futuro del globo. E mentre da Teheran giungono accuse pesanti agli Usa, rei, secondo l’establishment politico, di «inaccettabili interferenze», da Washington arrivano punture di spillo al presidente Obama per motivi opposti. A cominciare da quel giudizio di equidistanza («Non ci sono molte differenze tra Ahmadinejad e Mousavi») espresso dall’ex senatore dell’Illinois e respinto anche da commentatori non sospettabili di simpatie repubblicane.
Maurizio Molinari riporta su La Stampa la reazione di Christiane Amanpour, la giornalista della Cnn appena rientrata dall’Iran. «Non ho idea di cosa passi per la testa della Casa Bianca - ha detto la giornalista americana di origine persiana - ma per gli iraniani Ahmadinejad e Mousavi sono uguali come il giorno e la notte perché le loro politiche interne non potrebbero essere più differenti, senza contare che sul dossier nucleare Ahmadinejad sfida il mondo mentre Mousavi ha fatto capire che avrebbe un approccio assai più aperto».
Obama pare invece più attento ad ammettere le responsabilità della Cia nella caduta di Mossadeq nel ’53. E, per il momento, non vuole aiutare l’ondata verde di Teheran.
sabato 20 giugno 2009
Fidarsi dei confidi?
CREDITO&COMMERCIO. Al Circolo del terziario di Confcommercio Vicenza sono intervenuti i rappresentanti delle banche. E Zonin ha lanciato la sua proposta
«Lo Stato garantisca i confidi»
Sorato (BpVi): «Nei primi mesi già vicini al budget»
Bologna (Bcc): «Riduzioni di risultato in arrivo»
Marino Smiderle
VICENZA
Quando va bene, e le banche ti fanno credito, torni a casa e ti trovi un tasso da pagare spropositato. Quando va male, le banche i soldi non te li danno proprio. Ecco quel che pensano, in larga maggioranza, i piccoli imprenditori vicentini degli istituti di credito, compresi i tanti commercianti che ieri hanno assistito all’incontro "Crisi: le banche vero sostegno per le Pmi?", organizzato dal Circolo del terziario di Confcommercio Vicenza nella sede di via Faccio.
È per questo che il presidente, Sergio Rebecca, e il direttore, Andrea Gallo, hanno invitato a parlare dello scomodo argomento gli imputati principali, vale a dire le banche. E ad accogliere di buon grado l’invito sono stati il presidente e il direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin e Samuele Sorato, il direttore della Federazione veneta delle banche di credito cooperativo, Andrea Bologna, oltre a Massimo Busetti, senior partner e managing director di Boston Consulting Group, una società leader nel settore della consulenza aziendale.
Rebecca non si è nascosto dietro a un dito e ha confessato il malessere che la categoria che rappresenta avverte quando si parla di banche. Dal canto loro, gli interlocutori arrivavano sull’onda della lusinghiera presentazione ricevuta dal rapporto sull’economia veneta del 2008 pubblicato da Banca d’Italia. Emerge infatti dall’ultima ricerca condotta dall’ufficio studi della banca centrale, che le banche del territorio sono quelle che più hanno aumentato l’erogazione di credito, anche in questi primi mesi di 2009. Dove per banche del territorio si intendono le banche popolari e la banche di credito cooperativo.
«Non ho mai sentito tanti imprenditori parlare male della banche come in questo momento - ha esordito il presidente Zonin nella sua duplice veste di banchiere da un lato e di imprenditore dall’altro -. È comprensibile, visto il momento nero dell’economia. Tuttavia credo che molti dei vostri associati siano anche soci della BpVi, e come tali avete scelto questo tipo di investimento perché siete convinti di non perderci e di guadagnare il dividendo annuo. Dall’altra parte avete le vostre imprese che magari, soffrono di una crisi di liquidità e quindi necessitano del credito bancario. Posso dire, per quel che riguarda BpVi, che le nostre scelte tengono conto di entrambe le esigenze. Al punto che, oltre che col computer e con la testa, noi il credito lo eroghiamo col cuore».
Andrea Bologna, direttore della Federazione veneta delle Bcc, è a capo di un piccolo esercito di banche che, solo nel Vicentino, sono 10, con circa 120 sportelli. Fino a un anno fa, la piccola dimensione nel settore del credito era considerata una pecca, ora invece si sta rivelando un vantaggio non da poco. «È vero - osserva Bologna - i risultati dei nostri istituti sono stati lusinghieri ma ora sono arrivati i momenti difficili. E se vogliamo mantenere fede al nostro impegno col territorio, dobbiamo anche essere pronti ad accettare delle conseguenze per i bilanci dei prossimi esercizi. È chiaro, infatti, che se questa situazione economica continuerà per molto tempo, dovremo mettere in contro un aumento delle sofferenze. Ma la decisione che è stata presa a livello di federazione e di sistema Bcc è chiara: noi non possiamo tirarci indietro. E per questo siamo disposti ad accettare una riduzione del risultato di gestione».
A questa eventualità non vuole neppure pensare Samuele Sorato, direttore generale della BpVi. Del resto, la struttura della Popolare di Vicenza è in grado di sopportare maggiori sollecitazione e dal cda è arrivato l’input di aumentare di 2 miliardi di euro l’importo del credito da destinare al sistema delle imprese. «Devo dire che in questa prima parte dell’anno - rivela Sorato - gran parte di questi finanziamenti sono già stati erogati. Segno che il nostro istituto è al fianco delle pmi. Dall’altro lato devo dire che subiamo la concorrenza sulla raccolta».
In poche parole: le grandi banche che sono assetate di raccolta, escono con strumenti finanziari a tasso concorrenziale ma non finanziano il territorio; gli istituti del territorio, invece, dovrebbero bilanciare gli impieghi con obbligazioni a tasso più basso che però non sono concorrenziali. Ecco quindi lo scontro tutto interno al mondo delle banche.
Massimo Busetti, di Boston Consulting, rivela i dati di una recente indagine, condotta nei vari paesi del mondo dalla sua società di consulenza, sul grado di fiducia negli intermediari finanziari. «È vero che in Italia il 35 per cento degli intervistati dichiara che la crisi ha finito con l’incrinare la fiducia nelle banche - attacca Busetti - ma è anche vero che negli altri paesi la percentuale di chi non ha fiducia è molto più alta. Segno che da noi il ruolo delle banche resta fondamentale».
C’è il tempo di discutere sulla scomparsa di Vicenza dalla Borsa («Tutti quelli che ci sono stati - dice Zonin - o si lamentano o si dicono soddisfatti di esserne usciti»), un fatto che lascia intendere come questa economia resterà ancora a lungo "bancocentrica".
Infine, duetto Zonin-Rebecca sul ruolo dei Confidi. «Queste realtà - osserva il presidente della Bpvi - spesso non hanno i patrimoni sufficienti a garantire i crediti, e quindi credo che il governo farebbe bene a emettere un provvedimento che garantisse eventuali mancati rimborsi».
«Sono d’accordo - chiude Rebecca - ma credo che una soluzione regionale e federalista in questo senso sarebbe più efficace».
«Lo Stato garantisca i confidi»
Sorato (BpVi): «Nei primi mesi già vicini al budget»
Bologna (Bcc): «Riduzioni di risultato in arrivo»
Marino Smiderle
VICENZA
Quando va bene, e le banche ti fanno credito, torni a casa e ti trovi un tasso da pagare spropositato. Quando va male, le banche i soldi non te li danno proprio. Ecco quel che pensano, in larga maggioranza, i piccoli imprenditori vicentini degli istituti di credito, compresi i tanti commercianti che ieri hanno assistito all’incontro "Crisi: le banche vero sostegno per le Pmi?", organizzato dal Circolo del terziario di Confcommercio Vicenza nella sede di via Faccio.
È per questo che il presidente, Sergio Rebecca, e il direttore, Andrea Gallo, hanno invitato a parlare dello scomodo argomento gli imputati principali, vale a dire le banche. E ad accogliere di buon grado l’invito sono stati il presidente e il direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin e Samuele Sorato, il direttore della Federazione veneta delle banche di credito cooperativo, Andrea Bologna, oltre a Massimo Busetti, senior partner e managing director di Boston Consulting Group, una società leader nel settore della consulenza aziendale.
Rebecca non si è nascosto dietro a un dito e ha confessato il malessere che la categoria che rappresenta avverte quando si parla di banche. Dal canto loro, gli interlocutori arrivavano sull’onda della lusinghiera presentazione ricevuta dal rapporto sull’economia veneta del 2008 pubblicato da Banca d’Italia. Emerge infatti dall’ultima ricerca condotta dall’ufficio studi della banca centrale, che le banche del territorio sono quelle che più hanno aumentato l’erogazione di credito, anche in questi primi mesi di 2009. Dove per banche del territorio si intendono le banche popolari e la banche di credito cooperativo.
«Non ho mai sentito tanti imprenditori parlare male della banche come in questo momento - ha esordito il presidente Zonin nella sua duplice veste di banchiere da un lato e di imprenditore dall’altro -. È comprensibile, visto il momento nero dell’economia. Tuttavia credo che molti dei vostri associati siano anche soci della BpVi, e come tali avete scelto questo tipo di investimento perché siete convinti di non perderci e di guadagnare il dividendo annuo. Dall’altra parte avete le vostre imprese che magari, soffrono di una crisi di liquidità e quindi necessitano del credito bancario. Posso dire, per quel che riguarda BpVi, che le nostre scelte tengono conto di entrambe le esigenze. Al punto che, oltre che col computer e con la testa, noi il credito lo eroghiamo col cuore».
Andrea Bologna, direttore della Federazione veneta delle Bcc, è a capo di un piccolo esercito di banche che, solo nel Vicentino, sono 10, con circa 120 sportelli. Fino a un anno fa, la piccola dimensione nel settore del credito era considerata una pecca, ora invece si sta rivelando un vantaggio non da poco. «È vero - osserva Bologna - i risultati dei nostri istituti sono stati lusinghieri ma ora sono arrivati i momenti difficili. E se vogliamo mantenere fede al nostro impegno col territorio, dobbiamo anche essere pronti ad accettare delle conseguenze per i bilanci dei prossimi esercizi. È chiaro, infatti, che se questa situazione economica continuerà per molto tempo, dovremo mettere in contro un aumento delle sofferenze. Ma la decisione che è stata presa a livello di federazione e di sistema Bcc è chiara: noi non possiamo tirarci indietro. E per questo siamo disposti ad accettare una riduzione del risultato di gestione».
A questa eventualità non vuole neppure pensare Samuele Sorato, direttore generale della BpVi. Del resto, la struttura della Popolare di Vicenza è in grado di sopportare maggiori sollecitazione e dal cda è arrivato l’input di aumentare di 2 miliardi di euro l’importo del credito da destinare al sistema delle imprese. «Devo dire che in questa prima parte dell’anno - rivela Sorato - gran parte di questi finanziamenti sono già stati erogati. Segno che il nostro istituto è al fianco delle pmi. Dall’altro lato devo dire che subiamo la concorrenza sulla raccolta».
In poche parole: le grandi banche che sono assetate di raccolta, escono con strumenti finanziari a tasso concorrenziale ma non finanziano il territorio; gli istituti del territorio, invece, dovrebbero bilanciare gli impieghi con obbligazioni a tasso più basso che però non sono concorrenziali. Ecco quindi lo scontro tutto interno al mondo delle banche.
Massimo Busetti, di Boston Consulting, rivela i dati di una recente indagine, condotta nei vari paesi del mondo dalla sua società di consulenza, sul grado di fiducia negli intermediari finanziari. «È vero che in Italia il 35 per cento degli intervistati dichiara che la crisi ha finito con l’incrinare la fiducia nelle banche - attacca Busetti - ma è anche vero che negli altri paesi la percentuale di chi non ha fiducia è molto più alta. Segno che da noi il ruolo delle banche resta fondamentale».
C’è il tempo di discutere sulla scomparsa di Vicenza dalla Borsa («Tutti quelli che ci sono stati - dice Zonin - o si lamentano o si dicono soddisfatti di esserne usciti»), un fatto che lascia intendere come questa economia resterà ancora a lungo "bancocentrica".
Infine, duetto Zonin-Rebecca sul ruolo dei Confidi. «Queste realtà - osserva il presidente della Bpvi - spesso non hanno i patrimoni sufficienti a garantire i crediti, e quindi credo che il governo farebbe bene a emettere un provvedimento che garantisse eventuali mancati rimborsi».
«Sono d’accordo - chiude Rebecca - ma credo che una soluzione regionale e federalista in questo senso sarebbe più efficace».
giovedì 18 giugno 2009
Ahi settembre
L’INTERVISTA. Il presidente di Confartigianato Vicenza, Giuseppe Sbalchiero, fa il punto a un anno dalla sua rielezione
«A settembre sarà davvero dura per tutti»
«La nostra associazione ha spinto per le aggregazioni ma da queste parti sono in molti a non vederle bene»
Marino Smiderle
VICENZA
Anche i piccoli, o meglio, soprattutto i piccoli soffrono. la crisi batte duro laddove la struttura dell’impresa è quella che è, cioè l’imprenditore capo azienda e pochi dipendenti fidati. In una parola, per gli artigiani vicentini questo scorcio di 2009 è da paura. Ne sa qualcosa Giuseppe Sbalchiero, presidente di Assoartigiani Vicenza, eletto per il terzo mandato proprio un anno fa, alla vigilia del crac Usa.
Presidente Sbalchiero, non per colpa sua, ma non è stato certo un avvio di mandato facile. A che punto siamo?
Cos’è che la preoccupa di più?
Però...
Tipo?
Secondo lei ci sono altri settori che soffrono meno?
Che aria tira tra le imprese associate a Confartigianato Vicenza?
E come fanno a essere ottimisti di fronte a questo quadro a tinte fosche?
Per ora la situazione è rimasta sotto controllo per l’uso degli ammortizzatori sociali. In casa artigiana come va da questo punto di vista?
Il problema è che questa emergenza rischia di durare un po’ troppo...
Settembre sarà il mese chiave?
Molti se la prendono con le banche. Pensa anche lei che la colpa sia delle banche?
E quindi anche lei è colpevolista.
Che sia arrivato il momento di spingere sulle aggregazioni?
«A settembre sarà davvero dura per tutti»
«La nostra associazione ha spinto per le aggregazioni ma da queste parti sono in molti a non vederle bene»
Marino Smiderle
VICENZA
Anche i piccoli, o meglio, soprattutto i piccoli soffrono. la crisi batte duro laddove la struttura dell’impresa è quella che è, cioè l’imprenditore capo azienda e pochi dipendenti fidati. In una parola, per gli artigiani vicentini questo scorcio di 2009 è da paura. Ne sa qualcosa Giuseppe Sbalchiero, presidente di Assoartigiani Vicenza, eletto per il terzo mandato proprio un anno fa, alla vigilia del crac Usa.
Presidente Sbalchiero, non per colpa sua, ma non è stato certo un avvio di mandato facile. A che punto siamo?
Basti dire che, per la prima volta, dobbiamo registrare un più alto numero di imprese cessate rispetto alle imprese nate. Questo la dice lunga.
Cos’è che la preoccupa di più?
Sono un imprenditore e, come tale, sono permeato da un dna di ottimismo che non sparisce neanche nei momenti più bui.
Però...
Però, effettivamente, ci sono dei segnali davvero poco incoraggianti.
Tipo?
Tipo la grave crisi che attanaglia anche il settore metalmeccanico, quello che in tutti questi anni si è rivelato come il settore trainante dell’economia vicentina.
Secondo lei ci sono altri settori che soffrono meno?
No, il punto è che, per esempio, l’orafo e la concia sono in grave difficoltà da tempo e la crisi, semmai, ha aggravato la situazione. Ma non è per la crisi globale che questi settori se la passano male. Se zoppica anche il metalmeccanico, però, sono dolori.
Che aria tira tra le imprese associate a Confartigianato Vicenza?
Guardi, proprio in questi giorni sono tornate le risposte a un questionario diffuso a campione e devo dire che, nonostante tutto, l’ottimismo prevale.
E come fanno a essere ottimisti di fronte a questo quadro a tinte fosche?
Qui bisogna capirci. Se il 20 per cento dichiara che il peggio è passato e che il fondo è stato toccato, e se il 55 per cento afferma che la crisi finirà entro la fine del 2009, vuol dire che la maggioranza è ottimista. Solo, si fa per dire, il 25 per cento pensa infatti che si dovrà soffrire anche per buona parte del 2010.
Per ora la situazione è rimasta sotto controllo per l’uso degli ammortizzatori sociali. In casa artigiana come va da questo punto di vista?
Va molto bene, grazie all’ottima gestione dell’Ente Bilaterale, peraltro costituito a Vicenza ai tempi della crisi della ceramica. No, da questo punto di vista mi pare che l’emergenza sia stata affrontata nel miglior modo possibile.
Il problema è che questa emergenza rischia di durare un po’ troppo...
Questo è il punto. Siamo arrivati al limite della sopportazione. Le imprese, specie quelle meno strutturate, non possono resistere ancora a lungo senza una ripresa decisiva degli ordini.
Settembre sarà il mese chiave?
Credo proprio di sì e, devo dire, ho la sensazione che al ritorno dalle ferie estive rischiamo di subire un altro scrollone. Può essere, in assenza di novità significative, che diverse piccole imprese non riescano a riaprire i battenti.
Molti se la prendono con le banche. Pensa anche lei che la colpa sia delle banche?
Distinguiamo. Che la crisi sia partita dal mondo della banche americane, è assodato. Che poi le banche italiane, nel momento della crisi, abbiano lesinato sul credito alle imprese, mi pare sia altrettanto evidente.
E quindi anche lei è colpevolista.
Però bisogna fare delle distinzioni. In provincia di Vicenza, per esempio, posso dire che le banche di credito cooperativo e le banche popolari, quelle maggiormente radicate nel territorio, si sono dimostrate più sensibili alle nostre esigenze. Anche se adesso c’è il problema dei costi, che vale per tutti.
Che sia arrivato il momento di spingere sulle aggregazioni?
Noi lo diciamo da tempo, e ci siamo anche mossi per ottenere qualcosa. Purtroppo nel Vicentino non ci sentono.
mercoledì 17 giugno 2009
Cineasti, fatevi sotto
Grazie a Vicenza Film Commission per l'idea di spingere "I love Colli Berici". Ai registi che volessero cimentarsi con un testo tosto, ecco il link. Fatevi sotto.
martedì 16 giugno 2009
Ci vediamo da Leopold Bloom
Certo, oggi è il giorno di Leopold Bloom (do you remember Ulysses of James Joyce?), l'occasione migliore per ritrovare noi stessi. Il modo più simpatico per farlo è quello narrato da Colum McCann sul Nyt. Davvero magico. Thanks.
Imprextra Ue
CONGIUNTURA. Secondo Movimprese gli immigrati che si mettono in proprio sono in aumento
Gli imprenditori individuali extra Ue
sorpassano la crisi
Rispetto a un anno fa nel Vicentino le aziende guidate da extracomunitari crescono del 5,5%. I serbi al comando
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi c’è e morde anche, verrebbe da dire soprattutto, le piccole imprese. E azzanna quelle piccolissime, composte cioè da un unica persona, l’imprenditore che pensa che chi fa da sé fa per tre. Eppure secondo Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta per Unioncamere da InfoCamere, gli immigrati che decidono di avviare un’impresa individuale sono ancora in aumento.
A livello nazionale, gli immigrati che hanno aperto un’impresa individuale nei primi tre mesi dell’anno sono aumentati dell’1 per cento rispetto al trimestre precedente, a fronte di un calo sempre dell’1 per cento del totale delle imprese individuali. In valore assoluto le imprese individuali extra Ue sono adesso quasi 243 mila, pari al 7,2 per cento di tutte le imprese individuali italiane (3,4 milioni circa).
La provincia di Vicenza è, storicamente, una zona in cui gli immigrati hanno cominciato presto a chiedere la partita Iva. Tanto è vero che, rispetto alla media nazionale del 7,2 per cento, le imprese individuali rette da un imprenditore extra Ue rappresentano il 9,07 per cento del totale. Veniamo però da tre mesi veramente neri per l’economia e, in particolare, per il settore delle costruzioni, dove nel Vicentino è molto forte la presenza di imprenditori individuali provenienti dall’ex Jugoslavia. Ma, nonostante la situazione sia molto difficile, dalle 3.906 che erano alla fine del 2008 (fonte, Camera di commercio di Vicenza), le piccole imprese gestite da immigrati sono diventate 3.962 alla fine del primo trimestre 2009, con una crescita globale dell’1,4 per cento, leggermente più marcata della crescita media nazionale.
Dal punto di vista delle nazioni più rappresentate, guidano nettamente il gruppo i serbi, con 1.012 imprenditori (sostanzialmente stabili rispetto al trimestre precedente), i cinesi (372) e i marocchini (351).
Addirittura, se noi confrontiamo i dati del primo trimestre 2008, quindi prima dell’esplosione conclamata della crisi, l’aumento di realtà imprenditoriali extra Ue diventa ancora più significativo, visto che si passa dalle 3.755 imprese del 31 marzo 2008, alle 3.962 di un anno dopo, con un incremento percentuale del 5,5 per cento.
Nello stesso periodo, invece, le imprese individuali italiane sono calate, sia pur di poco, e sono passate dalle 39.417 del 31 marzo 2008 alle 39.047 del 31 marzo 2009 (-1 per cento).
«È però significativo - ha commentato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello - che tanti cittadini immigrati, spesso dopo anni di lavoro dipendente, sentano di poter costruire un futuro attraverso l'impresa».
Ed è probabile che il leggero aumento vicentino sia dovuto proprio al passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo.
Gli imprenditori individuali extra Ue
sorpassano la crisi
Rispetto a un anno fa nel Vicentino le aziende guidate da extracomunitari crescono del 5,5%. I serbi al comando
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi c’è e morde anche, verrebbe da dire soprattutto, le piccole imprese. E azzanna quelle piccolissime, composte cioè da un unica persona, l’imprenditore che pensa che chi fa da sé fa per tre. Eppure secondo Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta per Unioncamere da InfoCamere, gli immigrati che decidono di avviare un’impresa individuale sono ancora in aumento.
A livello nazionale, gli immigrati che hanno aperto un’impresa individuale nei primi tre mesi dell’anno sono aumentati dell’1 per cento rispetto al trimestre precedente, a fronte di un calo sempre dell’1 per cento del totale delle imprese individuali. In valore assoluto le imprese individuali extra Ue sono adesso quasi 243 mila, pari al 7,2 per cento di tutte le imprese individuali italiane (3,4 milioni circa).
La provincia di Vicenza è, storicamente, una zona in cui gli immigrati hanno cominciato presto a chiedere la partita Iva. Tanto è vero che, rispetto alla media nazionale del 7,2 per cento, le imprese individuali rette da un imprenditore extra Ue rappresentano il 9,07 per cento del totale. Veniamo però da tre mesi veramente neri per l’economia e, in particolare, per il settore delle costruzioni, dove nel Vicentino è molto forte la presenza di imprenditori individuali provenienti dall’ex Jugoslavia. Ma, nonostante la situazione sia molto difficile, dalle 3.906 che erano alla fine del 2008 (fonte, Camera di commercio di Vicenza), le piccole imprese gestite da immigrati sono diventate 3.962 alla fine del primo trimestre 2009, con una crescita globale dell’1,4 per cento, leggermente più marcata della crescita media nazionale.
Dal punto di vista delle nazioni più rappresentate, guidano nettamente il gruppo i serbi, con 1.012 imprenditori (sostanzialmente stabili rispetto al trimestre precedente), i cinesi (372) e i marocchini (351).
Addirittura, se noi confrontiamo i dati del primo trimestre 2008, quindi prima dell’esplosione conclamata della crisi, l’aumento di realtà imprenditoriali extra Ue diventa ancora più significativo, visto che si passa dalle 3.755 imprese del 31 marzo 2008, alle 3.962 di un anno dopo, con un incremento percentuale del 5,5 per cento.
Nello stesso periodo, invece, le imprese individuali italiane sono calate, sia pur di poco, e sono passate dalle 39.417 del 31 marzo 2008 alle 39.047 del 31 marzo 2009 (-1 per cento).
«È però significativo - ha commentato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello - che tanti cittadini immigrati, spesso dopo anni di lavoro dipendente, sentano di poter costruire un futuro attraverso l'impresa».
Ed è probabile che il leggero aumento vicentino sia dovuto proprio al passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo.
lunedì 15 giugno 2009
Il profumo dei cedri
Il Libano
ritorna
al 14 marzo
Marino Smiderle
Nel Paese dei cedri ha vinto la coalizione guidata da Saad Hariri, figlio del leader assassinato l’anno scorso
I cedri sono tornati a profumare. Perché il Libano è il paese dei cedri, il paese della rivoluzione dei cedri, quella del 14 marzo 2005. Ed è consolante, incoraggiante che alle ultime, cruciali elezioni libanesi abbia trionfato un partito che prende il nome proprio da quello storico giorno, 14 marzo, appunto, e che adesso può ricominciare a sognare un paese libero dai condizionamenti di Siria e Iran, i due alleati neanche tanti occulti di Hezbollah.
Siamo molto lontani dal dire che tutti i problemi sono risolti, che il Libano adesso può illudersi di essere un paese scevro da preoccupazioni religiosi e tribali. Però questa è l’indicazione che gli elettori, accorsi in massa alle urne (il 54% da queste parti è una percentuale... bulgara), hanno voluto dare: basta violenza, basta interferenze, largo a noi libanesi.
In un continuo metronomo che alterna pace e ottimismo a guerra e pessimismo, l’ultima indicazione negativa è datata maggio 2008, quando Hezbollah sfrutta il suo arsenale di armi e porta il Paese sull’orlo della distruzione attaccando Israele e causando una reazione brutale. Il tutto con un governo ostaggio di queste forze estremiste sponsorizzate da Siria e Iran. Chi pensava che le forze estremiste avessero la meglio anche questa volta è andato deluso. La gente è andata a votare per la lista "14 marzo", guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri, assassinato nel febbraio 2005 da un commando telecomandato, si sospetta, da Damasco.
«La buona notizia - scrive Curly Amerin in una corrispondenza da Beirut per l’Aga - è che in Libano vince, democraticamente e sorprendentemente senza violenze gravi, la coalizione filo-occidentale "14 marzo" guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri assassinato nel 2005. La cattiva notizia è che il paese resta spaccato in due lungo le linee geografiche ed etniche: tutto il sud e l’est del paese hanno votato compatti per la coalizione guidata dagli sciiti filoiraniani e filosiriani di Hezbollah, e che comprende anche il signore della guerra cristiano Michel Aoun, incontrastato leader nella sua comunità».
Più articolata e direi anche più ottimista, quasi entusiastica, la lettura delle elezioni libanesi data dall’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman, che è andato di persona a Beirut per seguire l’evento elettorale. «Sono arrivato in Libano domenica scorsa - scrive sul quotidiano americano - per vedere come il popolo affrontava queste elezioni. E devo dire che sono state libere e corrette, non certo come quelle che si terranno in Iran, dove soltanto i candidati approvati dal Leader Supremo possono scendere in pista. No, in Libano è stata davvero una sfida leale e i risultati sono stati sorprendenti: il presidente Barack Obama ha sconfitto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad».
«Ok, lo so, nessuno dei due era candidato - prosegue Friedman - ma non c’è discussione su quale visione ha prevalso qui. Per prima cosa, una solida maggioranza di cristiani libanesi hanno votato contro Michel Aoun, che voleva allineare la propria comunità a quella degli sciiti di Hezbollah e, tacitamente, all’Iran, perché riteneva che quella fosse la fazione, più dell’occidente, in grado di sostenere gli interessi cristiani. In secondo luogo, una solida maggioranza di libanesi - musulmani, cristiani e drusi - hanno votato per la coalizione "14 marzo". Questa coalizione, sostenuta dagli Stati Uniti, vede il futuro Libano come uno stato indipendente dall’influenza iraniana e siriana e con l’obiettivo di basarsi sul pluralismo e su un moderno modello di economia e di scuola».
E la Siria come ha preso l’esito delle elezioni? Apparentemente in modo sobrio e civile. «Come prima reazione ufficiale della Siria al risultato elettorale libanese di domenica scorsa - riporta l’Ansa - Damasco ha espresso la propria soddisfazione per il modo sicuro e stabile con cui si sono svolte le consultazioni, e si è augurata che il prossimo governo di Beirut sia formato secondo uno spirito di consenso. Citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana, Buthayna Shaaban, consigliere presidenziale per l’informazione, ha affermato che "la Siria incoraggia lo spirito di riconciliazione e di consenso espresso dalle diverse parti libanesi dopo le elezioni. Speriamo che questo spirito si traduca in passi concreti nel programma nazionale della prossima fase istituzionale».
Sayyed Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita libanese Hezbollah a capo dell’opposizione sconfitta nelle elezioni parlamentari e molto vicino alla Siria, si è complimentato in un discorso televisivo con i vincitori della competizione elettorale. «Accettiamo i risultati con spirito democratico, nonostante l’enorme quantità di soldi spesi, l’istigazione interconfessionale e le interferenze straniere - ha commentato il leader sciita, parlando dagli schermi dell’emittente tv di Hezbollah, al Manar -. Ci congratuliamo con tutti i libanesi, di ogni affiliazione politica, e con i vincitori della maggioranza e dell’opposizione».
Per l’Occidente ha parlato il presidente americano Barack Obama, lodando «il coraggio e la forza dell’impegno per la democrazia dei libanesi, che con elezioni pacifiche hanno espresso il desiderio di sicurezza e prosperità».
L’Italia in Libano guida la missione internazionale Unifil con 2.200 uomini e per questo seguiva con una certa apprensione questo appuntamento elettorale. «Sono certo che la coalizione vincitrice potrà garantire il rafforzamento della collaborazione con l’Occidente, con l’Ue e con l’Italia - ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini - sotto la guida, che apprezziamo, del presidente Suleiman».
Restano sul tappeto diverse questioni, prima tra tutte quella delle armi ancora in mano a Hezbollah. Però i libanesi hanno detto con chiarezza quello che vogliono.
ritorna
al 14 marzo
Marino Smiderle
Nel Paese dei cedri ha vinto la coalizione guidata da Saad Hariri, figlio del leader assassinato l’anno scorso
I cedri sono tornati a profumare. Perché il Libano è il paese dei cedri, il paese della rivoluzione dei cedri, quella del 14 marzo 2005. Ed è consolante, incoraggiante che alle ultime, cruciali elezioni libanesi abbia trionfato un partito che prende il nome proprio da quello storico giorno, 14 marzo, appunto, e che adesso può ricominciare a sognare un paese libero dai condizionamenti di Siria e Iran, i due alleati neanche tanti occulti di Hezbollah.
Siamo molto lontani dal dire che tutti i problemi sono risolti, che il Libano adesso può illudersi di essere un paese scevro da preoccupazioni religiosi e tribali. Però questa è l’indicazione che gli elettori, accorsi in massa alle urne (il 54% da queste parti è una percentuale... bulgara), hanno voluto dare: basta violenza, basta interferenze, largo a noi libanesi.
In un continuo metronomo che alterna pace e ottimismo a guerra e pessimismo, l’ultima indicazione negativa è datata maggio 2008, quando Hezbollah sfrutta il suo arsenale di armi e porta il Paese sull’orlo della distruzione attaccando Israele e causando una reazione brutale. Il tutto con un governo ostaggio di queste forze estremiste sponsorizzate da Siria e Iran. Chi pensava che le forze estremiste avessero la meglio anche questa volta è andato deluso. La gente è andata a votare per la lista "14 marzo", guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri, assassinato nel febbraio 2005 da un commando telecomandato, si sospetta, da Damasco.
«La buona notizia - scrive Curly Amerin in una corrispondenza da Beirut per l’Aga - è che in Libano vince, democraticamente e sorprendentemente senza violenze gravi, la coalizione filo-occidentale "14 marzo" guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik Hariri assassinato nel 2005. La cattiva notizia è che il paese resta spaccato in due lungo le linee geografiche ed etniche: tutto il sud e l’est del paese hanno votato compatti per la coalizione guidata dagli sciiti filoiraniani e filosiriani di Hezbollah, e che comprende anche il signore della guerra cristiano Michel Aoun, incontrastato leader nella sua comunità».
Più articolata e direi anche più ottimista, quasi entusiastica, la lettura delle elezioni libanesi data dall’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman, che è andato di persona a Beirut per seguire l’evento elettorale. «Sono arrivato in Libano domenica scorsa - scrive sul quotidiano americano - per vedere come il popolo affrontava queste elezioni. E devo dire che sono state libere e corrette, non certo come quelle che si terranno in Iran, dove soltanto i candidati approvati dal Leader Supremo possono scendere in pista. No, in Libano è stata davvero una sfida leale e i risultati sono stati sorprendenti: il presidente Barack Obama ha sconfitto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad».
«Ok, lo so, nessuno dei due era candidato - prosegue Friedman - ma non c’è discussione su quale visione ha prevalso qui. Per prima cosa, una solida maggioranza di cristiani libanesi hanno votato contro Michel Aoun, che voleva allineare la propria comunità a quella degli sciiti di Hezbollah e, tacitamente, all’Iran, perché riteneva che quella fosse la fazione, più dell’occidente, in grado di sostenere gli interessi cristiani. In secondo luogo, una solida maggioranza di libanesi - musulmani, cristiani e drusi - hanno votato per la coalizione "14 marzo". Questa coalizione, sostenuta dagli Stati Uniti, vede il futuro Libano come uno stato indipendente dall’influenza iraniana e siriana e con l’obiettivo di basarsi sul pluralismo e su un moderno modello di economia e di scuola».
E la Siria come ha preso l’esito delle elezioni? Apparentemente in modo sobrio e civile. «Come prima reazione ufficiale della Siria al risultato elettorale libanese di domenica scorsa - riporta l’Ansa - Damasco ha espresso la propria soddisfazione per il modo sicuro e stabile con cui si sono svolte le consultazioni, e si è augurata che il prossimo governo di Beirut sia formato secondo uno spirito di consenso. Citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana, Buthayna Shaaban, consigliere presidenziale per l’informazione, ha affermato che "la Siria incoraggia lo spirito di riconciliazione e di consenso espresso dalle diverse parti libanesi dopo le elezioni. Speriamo che questo spirito si traduca in passi concreti nel programma nazionale della prossima fase istituzionale».
Sayyed Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita libanese Hezbollah a capo dell’opposizione sconfitta nelle elezioni parlamentari e molto vicino alla Siria, si è complimentato in un discorso televisivo con i vincitori della competizione elettorale. «Accettiamo i risultati con spirito democratico, nonostante l’enorme quantità di soldi spesi, l’istigazione interconfessionale e le interferenze straniere - ha commentato il leader sciita, parlando dagli schermi dell’emittente tv di Hezbollah, al Manar -. Ci congratuliamo con tutti i libanesi, di ogni affiliazione politica, e con i vincitori della maggioranza e dell’opposizione».
Per l’Occidente ha parlato il presidente americano Barack Obama, lodando «il coraggio e la forza dell’impegno per la democrazia dei libanesi, che con elezioni pacifiche hanno espresso il desiderio di sicurezza e prosperità».
L’Italia in Libano guida la missione internazionale Unifil con 2.200 uomini e per questo seguiva con una certa apprensione questo appuntamento elettorale. «Sono certo che la coalizione vincitrice potrà garantire il rafforzamento della collaborazione con l’Occidente, con l’Ue e con l’Italia - ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini - sotto la guida, che apprezziamo, del presidente Suleiman».
Restano sul tappeto diverse questioni, prima tra tutte quella delle armi ancora in mano a Hezbollah. Però i libanesi hanno detto con chiarezza quello che vogliono.
Tassi bassi
PORTAFOGLIO
Scommettere sulla ripresa dei tassi reali
Marino Smiderle
In questo momento il livello è ai minimi ma gli stati stanno emettendo un carico enorme di titoli pubblici
Mentre l’economia reale ha toccato il fondo (almeno si spera), l’economia finanziaria, vero detonatore della crisi globale, da qualche settimana si è stabilizzata.
Dopo il crollo di marzo e dopo la repentina risalita di aprile, ora gli indici dei mercati azionari stanno testando le quote di sicurezza, pronti, vaticinano gli esperti, a un nuovo balzo verso l’alto. Qui non si fanno oroscopi, ovviamente, qui si cerca semplicemente di trovare una rete di prudente salvataggio, magari per poter passare in tranquillità un’estate che, più di sempre, si attende bollente.
TASSI
Quanto a tassi d’interesse, ora siamo ai minimi storici. Questo grazie a una manovra comune a tutte le banche centrali del mondo: per rilanciare l’economia occorre abbassare il costo del denaro. Con tutte le storture che si possono ancora trovare nel mercato del credito, il denaro in questa fase costa effettivamente poco. Poi, è chiaro, sappiamo che le banche hanno aumentato gli spread (sia alle imprese che alle famiglie) ma il succo del discorso non cambia. E per chi è dall’altra parte della staccionata, cioè il risparmiatore che cerca di impiegare la propria liquidità in eccesso per farla fruttare il più possibile, questo è forse il momento più complicato. Lasciando per un attimo fuori dalle opzioni le azioni (strumenti più rischiosi e di difficile valutazione), le alternative obbligazionarie che si trova davanti il risparmiatore prudente riguardano la scadenza (breve o lunga), l’emittente (più o meno affidabile) e la tipologia del tasso (fisso o variabile).
SCADENZA
È fin troppo facile dire che, in questo momento di stasi, conviene stare sul breve. Facile ma, a nostro avviso, sbagliato. Stare sul breve vuol dire, in questo momento, guadagnare praticamente zero. Soprattutto per chi ha poche decine di migliaia di euro, tra parcheggiarle in Bot a tre mesi o tenerle in conto corrente, la differenza è insignificante. Anzi, ci sono alcuni particolari conti corrente, lanciati da banche che necessitano di andare a raccogliere denaro, che rendono più dei Bot e dei Pronti contro termine. E proprio questo specchietto dovrebbe far accendere una lampadina rossa di allarme nelle nostre testoline: se ci sono banche disposte a pagare il denaro più dello stato, vuol dire che la corsa al rialzo dei tassi d’interesse è già cominciata.
FISSO & VARIABILE
E se la corsa è già cominciata, un’indicazione consequenziale sarebbe quella di evitare il tasso fisso e, casomai, andare sul variabile. Se i tassi futuri sono visti in crescita, è logico ritenere l’opzione del tasso fisso poco conveniente. In caso di rialzo, infatti, i titoli obbligazionari a tasso variabile, oltre a mantenere più stabile la quotazione dei titoli stessi, riuscirebbero a registrare le perturbazioni del mercato aggiornando al rialzo le cedole future. Per chi invece ha bisogno di indebitarsi, converrebbe chiedere un contratto a tasso fisso.
EMITTENTI
Logico che, in questo periodo in cui molte società sono tornate sul mercato per raccogliere denaro (visto che costa poco), chi ha il rating peggiore è costretto a offrire tassi più elevati. Il problema, per il risparmiatore, è che questi tassi sono più elevati se si prende come paragone il livello attuale; ma se domani, come molti temono, il livello generale dei tassi dovesse schizzare verso l’alto, nel caso avessimo acquistato un corporate bond a basso rating, oltre a patire il rischio emittente dovremmo guardarci da una caduta delle quotazioni del titolo per motivi di mercato. Ecco perché, se questo è sicuramente il momento ideale per le imprese di portare sul mercato nuove emissioni obbligazionarie, non altrettanto si può dire per i risparmiatori, che farebbero bene a diffidare delle sirene.
MOTIVAZIONI
Dice, ma perché i tassi dovrebbero salire se l’economia è ancora alla canna del gas? Obiezione accolta. In effetti ci sono diversi analisti che ritengono improbabili sia un futuro rialzo dei tassi, sia il riaccendersi dell’inflazione.
Già, ma tutti i buchi turati dagli stati sovrani in questi mesi causeranno inevitabili ricorsi massicci all’emissione di titoli pubblici. Ci sarà una concorrenza mostruosa. E pur di avere clienti, gli stati alzeranno i tassi.
Scommettere sulla ripresa dei tassi reali
Marino Smiderle
In questo momento il livello è ai minimi ma gli stati stanno emettendo un carico enorme di titoli pubblici
Mentre l’economia reale ha toccato il fondo (almeno si spera), l’economia finanziaria, vero detonatore della crisi globale, da qualche settimana si è stabilizzata.
Dopo il crollo di marzo e dopo la repentina risalita di aprile, ora gli indici dei mercati azionari stanno testando le quote di sicurezza, pronti, vaticinano gli esperti, a un nuovo balzo verso l’alto. Qui non si fanno oroscopi, ovviamente, qui si cerca semplicemente di trovare una rete di prudente salvataggio, magari per poter passare in tranquillità un’estate che, più di sempre, si attende bollente.
TASSI
Quanto a tassi d’interesse, ora siamo ai minimi storici. Questo grazie a una manovra comune a tutte le banche centrali del mondo: per rilanciare l’economia occorre abbassare il costo del denaro. Con tutte le storture che si possono ancora trovare nel mercato del credito, il denaro in questa fase costa effettivamente poco. Poi, è chiaro, sappiamo che le banche hanno aumentato gli spread (sia alle imprese che alle famiglie) ma il succo del discorso non cambia. E per chi è dall’altra parte della staccionata, cioè il risparmiatore che cerca di impiegare la propria liquidità in eccesso per farla fruttare il più possibile, questo è forse il momento più complicato. Lasciando per un attimo fuori dalle opzioni le azioni (strumenti più rischiosi e di difficile valutazione), le alternative obbligazionarie che si trova davanti il risparmiatore prudente riguardano la scadenza (breve o lunga), l’emittente (più o meno affidabile) e la tipologia del tasso (fisso o variabile).
SCADENZA
È fin troppo facile dire che, in questo momento di stasi, conviene stare sul breve. Facile ma, a nostro avviso, sbagliato. Stare sul breve vuol dire, in questo momento, guadagnare praticamente zero. Soprattutto per chi ha poche decine di migliaia di euro, tra parcheggiarle in Bot a tre mesi o tenerle in conto corrente, la differenza è insignificante. Anzi, ci sono alcuni particolari conti corrente, lanciati da banche che necessitano di andare a raccogliere denaro, che rendono più dei Bot e dei Pronti contro termine. E proprio questo specchietto dovrebbe far accendere una lampadina rossa di allarme nelle nostre testoline: se ci sono banche disposte a pagare il denaro più dello stato, vuol dire che la corsa al rialzo dei tassi d’interesse è già cominciata.
FISSO & VARIABILE
E se la corsa è già cominciata, un’indicazione consequenziale sarebbe quella di evitare il tasso fisso e, casomai, andare sul variabile. Se i tassi futuri sono visti in crescita, è logico ritenere l’opzione del tasso fisso poco conveniente. In caso di rialzo, infatti, i titoli obbligazionari a tasso variabile, oltre a mantenere più stabile la quotazione dei titoli stessi, riuscirebbero a registrare le perturbazioni del mercato aggiornando al rialzo le cedole future. Per chi invece ha bisogno di indebitarsi, converrebbe chiedere un contratto a tasso fisso.
EMITTENTI
Logico che, in questo periodo in cui molte società sono tornate sul mercato per raccogliere denaro (visto che costa poco), chi ha il rating peggiore è costretto a offrire tassi più elevati. Il problema, per il risparmiatore, è che questi tassi sono più elevati se si prende come paragone il livello attuale; ma se domani, come molti temono, il livello generale dei tassi dovesse schizzare verso l’alto, nel caso avessimo acquistato un corporate bond a basso rating, oltre a patire il rischio emittente dovremmo guardarci da una caduta delle quotazioni del titolo per motivi di mercato. Ecco perché, se questo è sicuramente il momento ideale per le imprese di portare sul mercato nuove emissioni obbligazionarie, non altrettanto si può dire per i risparmiatori, che farebbero bene a diffidare delle sirene.
MOTIVAZIONI
Dice, ma perché i tassi dovrebbero salire se l’economia è ancora alla canna del gas? Obiezione accolta. In effetti ci sono diversi analisti che ritengono improbabili sia un futuro rialzo dei tassi, sia il riaccendersi dell’inflazione.
Già, ma tutti i buchi turati dagli stati sovrani in questi mesi causeranno inevitabili ricorsi massicci all’emissione di titoli pubblici. Ci sarà una concorrenza mostruosa. E pur di avere clienti, gli stati alzeranno i tassi.
sabato 13 giugno 2009
Se mi cade il Pil
CONGIUNTURA. Presentati da Unioncamere i dati economici 2008 e le previsioni per il futuro
Pil del Veneto in caduta
Nel 2009 giù del 3,9%
Tessari: «Il peggio sembra essere passato e dagli ultimi mesi le imprese di qualità potrebbero migliorare»
Marino Smiderle
PADOVA
A leggere le stime, in continua evoluzione, dell’andamento del Pil 2009 viene l’itterizia. Non certo per colpa di Unioncamere del Veneto, che ieri ha diffuso l’ultima di queste previsioni, quanto piuttosto per le caterve di segni meno che si rincorrono in tutta la penisola e, a voler guardare un pochino più in là, in tutta Europa. Posando la lente sul Veneto e presentando la relazione sulla situazione economica della regione, il presidente Federico Tessari ha dato l’ennesimo numero negativo: -3,9 per cento.
Sarà questa, secondo lo studio fatto da Unioncamere, la performance dell’economia Veneto nel 2009, dopo che l’anno scorso era stato mandato in archivio con una contrazione dello 0,7 per cento, considerata una iattura allora e adesso vista invece come una cifra da tempi d’oro.
Secondo Unioncamere «nel 2009 tutte le componenti della domanda concorreranno a generare tale frenata: esportazioni -11% e investimenti -12,6%; consumi delle famiglie -1,1%, parzialmente compensati dal +0,8% Pubblica amministrazione; occupazione -2,5%, con punte del -6% nell'industria e del -3,8% nelle costruzioni e un tasso di disoccupazione che crescerà al 4,3%».
E i dati del primo trimestre si confermano nefasti, con la che produzione industriale ha registrato una flessione del -16,5% su base annua. Altri segni meno sulle vendite del commercio al dettaglio (-4,8%), sulle immatricolazioni auto (-21,1%). L'export, fino a poco tempo fa punta di diamante della regione, ha registrato un valore di 9,2 miliardi di euro, con una contrazione del 16,5% (1,8 miliardi). Una sciagura, però meno sciagura rispetto alla media italiana (-22,8%) e a quella delle principali regioni (Piemonte -26,8%, Emilia Romagna -23%, Lombardia -21,1%, Toscana -16,9%).
«Nonostante tutti gli indicatori negativi indichino che il 2009 sarà un anno difficile per il nostro sistema economico - sottolinea però il presidente Tessari - il Veneto finora ha retto meglio rispetto altre regioni. Se la brusca frenata dell'economia può mettere a rischio la tenuta sociale dell'intero Paese e generare un diffuso clima di incertezza, le speranze di una rapida ripresa risiedono nella rinnovata competitività delle piccole e medie imprese. Quelle venete hanno imboccato da tempo la strada della qualità e va anche detto che la caduta, per la rapidità e l'intensità con cui si è manifestata, sembra essersi arrestata e gli ultimi mesi del 2009 potrebbero segnare la svolta».
Pil del Veneto in caduta
Nel 2009 giù del 3,9%
Tessari: «Il peggio sembra essere passato e dagli ultimi mesi le imprese di qualità potrebbero migliorare»
Marino Smiderle
PADOVA
A leggere le stime, in continua evoluzione, dell’andamento del Pil 2009 viene l’itterizia. Non certo per colpa di Unioncamere del Veneto, che ieri ha diffuso l’ultima di queste previsioni, quanto piuttosto per le caterve di segni meno che si rincorrono in tutta la penisola e, a voler guardare un pochino più in là, in tutta Europa. Posando la lente sul Veneto e presentando la relazione sulla situazione economica della regione, il presidente Federico Tessari ha dato l’ennesimo numero negativo: -3,9 per cento.
Sarà questa, secondo lo studio fatto da Unioncamere, la performance dell’economia Veneto nel 2009, dopo che l’anno scorso era stato mandato in archivio con una contrazione dello 0,7 per cento, considerata una iattura allora e adesso vista invece come una cifra da tempi d’oro.
Secondo Unioncamere «nel 2009 tutte le componenti della domanda concorreranno a generare tale frenata: esportazioni -11% e investimenti -12,6%; consumi delle famiglie -1,1%, parzialmente compensati dal +0,8% Pubblica amministrazione; occupazione -2,5%, con punte del -6% nell'industria e del -3,8% nelle costruzioni e un tasso di disoccupazione che crescerà al 4,3%».
E i dati del primo trimestre si confermano nefasti, con la che produzione industriale ha registrato una flessione del -16,5% su base annua. Altri segni meno sulle vendite del commercio al dettaglio (-4,8%), sulle immatricolazioni auto (-21,1%). L'export, fino a poco tempo fa punta di diamante della regione, ha registrato un valore di 9,2 miliardi di euro, con una contrazione del 16,5% (1,8 miliardi). Una sciagura, però meno sciagura rispetto alla media italiana (-22,8%) e a quella delle principali regioni (Piemonte -26,8%, Emilia Romagna -23%, Lombardia -21,1%, Toscana -16,9%).
«Nonostante tutti gli indicatori negativi indichino che il 2009 sarà un anno difficile per il nostro sistema economico - sottolinea però il presidente Tessari - il Veneto finora ha retto meglio rispetto altre regioni. Se la brusca frenata dell'economia può mettere a rischio la tenuta sociale dell'intero Paese e generare un diffuso clima di incertezza, le speranze di una rapida ripresa risiedono nella rinnovata competitività delle piccole e medie imprese. Quelle venete hanno imboccato da tempo la strada della qualità e va anche detto che la caduta, per la rapidità e l'intensità con cui si è manifestata, sembra essersi arrestata e gli ultimi mesi del 2009 potrebbero segnare la svolta».
venerdì 12 giugno 2009
Sì, il dibattito sì (stasera, ore 20,30, a Schio)
Stasera alle 20,30 ai salesiani di Schio il libertario partecipa alla presentazione di un libro nerazzurro (La Coca-cola di Boninsegna, editrice Limina) con l'amico autore nerazzurro, Stefano Tomasoni, e un grande portiere segretamente (ma neanche tanto) nerazzurro, Adriano Bardin. Questa la squisita presentazione della presentazione che ne fa oggi sul Gazzettino Stefano Ferrio. Che ringrazio.
La luce nei tunnel
IMPRESE. Il gruppo di Arcugnano annuncia l’accordo per la realizzazione degli impianti
Gemmo, la luce alla fine dei tunnel lombardi
Intesa con l’Anas per una commessa da 235 milioni Irene Gemmo: «Per noi è un momento positivo»
ARCUGNANO
«Lo dico piano, per scaramanzia, ma lo dico: per noi questo periodo è davvero positivo e ricco di soddisfazioni». Chi è quell’imprenditore che, in mezzo alla peggiore crisi economica del dopoguerra, può permettersi di pronunciare parole così in controtendenza? Irene Gemmo, per esempio, vicepresidente e amministratore delegato dell’omonima azienda di Arcugnano, leader nel settore dell’impiantistica tecnologica.
A regalare ottimismo alla Gemmo è, in particolare, l’ultima mega-commessa ricevuta dall’Anas relativa alla Lombardia: Gemmo e Anas hanno infatti sottoscritto «un accordo per le attività di progettazione e realizzazione degli interventi di riqualificazione, adeguamento e messa a norma degli impianti tecnologici installati all'interno delle gallerie della rete stradale» della Lombardia.
Il valore complessivo dell’accordo è di 235,5 milioni di euro, di cui 150 milioni per i lavori di effettiva riqualificazione e adeguamento infrastrutturale, e i restanti 85,5 milioni per la manutenzione ventennale delle opere.
«Al di là dell’ordine in sè, che pure è di grande importanza per la nostra azienda - sottolinea Irene Gemmo - credo valga la pena ricordare la forma adottata. Dal momento che, di questi tempi, i soggetti pubblici non possono certo disporre di grandi somme, noi abbiamo proposto il sistema del project financing e la Regione Lombardia ha accolto subito il suggerimento».
In sostanza, è stata costituita un’apposita società di progetto, la Tunnel Gest, che ha in Gemmo il socio di maggioranza. Altri soci sono Uniland, Consorzio Ravennate, Sintel e Sinelec. Nel dettaglio, il contratto ha una durata di 21 anni: un anno per la progettazione, 3 anni di interventi e 17 anni di gestione.
«Il progetto - spiega una nota tecnica della società - prevede la realizzazione di importanti opere della rete stradale lombarda, tra le quali, interventi di adeguamento normativo e riqualificazione tecnologica degli impianti, opere per la corretta gestione dell'energia e per assicurare il contenimento dei consumi e per l'utilizzo di fonti energetiche alternative e rinnovabili, adeguamenti per soddisfare le esigenze delle attuali condizioni di traffico e garantire maggiore sicurezza agli operatori ed utenti, costruzione di nuovi impianti in alcune gallerie con lunghezza superiore a 125 metri, realizzazione di un sistema unico di monitoraggio operativo 24 h su 24 di tutte le gallerie presso il centro operativo di Bellano».
«Siamo particolarmente orgogliosi dell'accordo raggiunto con l’Anas - aggiunge Mauro Gemmo, presidente di Gemmo -. Gli impianti tecnologici attualmente in funzione all'interno delle gallerie della rete stradale della Lombardia sono stati installati prevalentemente negli anni '80 e '90 e, pur essendo ancora funzionanti, non sono in grado di soddisfare adeguatamente le attuali condizioni di traffico. Gli interventi previsti rappresentano un vero salto di qualità della rete e porteranno importanti vantaggi ai milioni di utenti in termini di sicurezza, miglioramento della circolazione e impatto ambientale».
I numeri dell’intervento: 103 gallerie per 140 chilometri, pannelli solari per una potenza complessiva di 230 Kw, 502 ventilatori all’interno delle gallerie, 54 gruppi elettrogeni, 5.000 chilometri di cavo, 30.000 apparecchi illuminanti e 500 chilometri di cavi per impianti speciali. MA.SM.
Gemmo, la luce alla fine dei tunnel lombardi
Intesa con l’Anas per una commessa da 235 milioni Irene Gemmo: «Per noi è un momento positivo»
ARCUGNANO
«Lo dico piano, per scaramanzia, ma lo dico: per noi questo periodo è davvero positivo e ricco di soddisfazioni». Chi è quell’imprenditore che, in mezzo alla peggiore crisi economica del dopoguerra, può permettersi di pronunciare parole così in controtendenza? Irene Gemmo, per esempio, vicepresidente e amministratore delegato dell’omonima azienda di Arcugnano, leader nel settore dell’impiantistica tecnologica.
A regalare ottimismo alla Gemmo è, in particolare, l’ultima mega-commessa ricevuta dall’Anas relativa alla Lombardia: Gemmo e Anas hanno infatti sottoscritto «un accordo per le attività di progettazione e realizzazione degli interventi di riqualificazione, adeguamento e messa a norma degli impianti tecnologici installati all'interno delle gallerie della rete stradale» della Lombardia.
Il valore complessivo dell’accordo è di 235,5 milioni di euro, di cui 150 milioni per i lavori di effettiva riqualificazione e adeguamento infrastrutturale, e i restanti 85,5 milioni per la manutenzione ventennale delle opere.
«Al di là dell’ordine in sè, che pure è di grande importanza per la nostra azienda - sottolinea Irene Gemmo - credo valga la pena ricordare la forma adottata. Dal momento che, di questi tempi, i soggetti pubblici non possono certo disporre di grandi somme, noi abbiamo proposto il sistema del project financing e la Regione Lombardia ha accolto subito il suggerimento».
In sostanza, è stata costituita un’apposita società di progetto, la Tunnel Gest, che ha in Gemmo il socio di maggioranza. Altri soci sono Uniland, Consorzio Ravennate, Sintel e Sinelec. Nel dettaglio, il contratto ha una durata di 21 anni: un anno per la progettazione, 3 anni di interventi e 17 anni di gestione.
«Il progetto - spiega una nota tecnica della società - prevede la realizzazione di importanti opere della rete stradale lombarda, tra le quali, interventi di adeguamento normativo e riqualificazione tecnologica degli impianti, opere per la corretta gestione dell'energia e per assicurare il contenimento dei consumi e per l'utilizzo di fonti energetiche alternative e rinnovabili, adeguamenti per soddisfare le esigenze delle attuali condizioni di traffico e garantire maggiore sicurezza agli operatori ed utenti, costruzione di nuovi impianti in alcune gallerie con lunghezza superiore a 125 metri, realizzazione di un sistema unico di monitoraggio operativo 24 h su 24 di tutte le gallerie presso il centro operativo di Bellano».
«Siamo particolarmente orgogliosi dell'accordo raggiunto con l’Anas - aggiunge Mauro Gemmo, presidente di Gemmo -. Gli impianti tecnologici attualmente in funzione all'interno delle gallerie della rete stradale della Lombardia sono stati installati prevalentemente negli anni '80 e '90 e, pur essendo ancora funzionanti, non sono in grado di soddisfare adeguatamente le attuali condizioni di traffico. Gli interventi previsti rappresentano un vero salto di qualità della rete e porteranno importanti vantaggi ai milioni di utenti in termini di sicurezza, miglioramento della circolazione e impatto ambientale».
I numeri dell’intervento: 103 gallerie per 140 chilometri, pannelli solari per una potenza complessiva di 230 Kw, 502 ventilatori all’interno delle gallerie, 54 gruppi elettrogeni, 5.000 chilometri di cavo, 30.000 apparecchi illuminanti e 500 chilometri di cavi per impianti speciali. MA.SM.
Lavaggi libici
IMPRESE. Il gruppo di Alte chiude il bilancio 2008 con un utile netto pari al 4,5% del fatturato. Prospettive buone
Ceccato vende impianti di autolavaggio in Libia
Commessa di 70 macchine per Tripoli. Dolcetta e Vinci: «Zero cassa integrazione per un’intesa col sindacato»
Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
Tra i tanti che si sono stracciati le vesti per l’accoglienza sontuosa riservata dalle istituzioni italiane al leader libico Gheddafi, non ci sono di sicuro Riccardo Dolcetta e Sergio Vinci. Il direttore commerciale (oltre che azionista di riferimento) e il direttore generale della Ceccato hanno da poco raggiunto l’accordo con Tripoli per la fornitura di 70 impianti di lavaggio per tutti i tipi di veicoli, settore in cui l’azienda di Alte è tra i leader mondiali. Business is business, e con i chiari di luna che ci sono di questi tempi nelle imprese vicentine non è certo il caso di mettersi a disquisire di storia e politica.
«Questa è una commessa importante - ammette Riccardo Dolcetta - ma non è certamente l’unica. Da quando la mia famiglia ha acquisito il controllo della società, sono stati fatti passi avanti importanti. Il piano industriale concordato con il direttore Vinci sta andando avanti e non è un caso se il bilancio del 2008 della capogruppo italiana abbia registrato, su un fatturato di 30 milioni, un ebitda pari all’11,2 per cento e un utile netto pari al 4,5 per cento».
E la crisi? Non si è avvertita la crisi nel settore degli impianti per il lavaggio? «Ovviamente sì - risponde Dolcetta - ma devo dire che all’ultima fiera Autopromotec abbiamo riscontrato un grande interesse per MiniMax, il nostro ultimo impianto di autolavaggio molto avanzato tecnologicamente, e sono già arrivati alcuni ordini. La nostra idea è che il rilancio passi per l’innovazione. E per questo investiamo il 4,5 per cento del fatturato proprio nella ricerca per migliorare la gamma prodotti».
Da quando, nel giugno 2008, Carlo Dolcetta ha assunto la presidenza del gruppo, la sterzata nella gestione è stata decisa. E per motivare ulteriormente il direttore generale Vinci, si è deciso di farlo entrare con una piccola quota nel capitale sociale. Sarà un caso, ma fino ad oggi, nonostante la buriana continui a imperversare sui mercati internazionali, alla Ceccato non è stata fatta nemmeno un’ora di cassa integrazione.
«Questo anche grazie a un accordo raggiunto con i dipendenti e con i sindacati - spiega Vinci - che ci ha permesso di modificare l’orario di lavoro, adattandolo alla stagionalità che caratterizza il nostro ciclo produttivo. In particolare, poiché nel secondo semestre è richiesta una maggiore presenza per far fronte agli ordini, ci siamo accordati su un orario più pesante. Nel primo semestre, in compenso, si potrà compensare il tutto. Grazie a questa intesa, non è stato necessario il ricorso alla cassa integrazione».
Obiettivi per l’immediato futuro? «Un fatturato di 50 milioni per la capogruppo di Alte - risponde Dolcetta - e di 60 milioni a livello di consolidato».
Oltre a questo avanzato stabilimento di Alte, dove vengono studiati, sperimentati e prodotti gli impianti di lavaggio, c’è una sede produttiva anche in Brasile, che opera per il mercato dell’America centrale e latina, e ci sono due sedi commerciali in Germania e in Polonia.
Dietro un comune impianto di autolavaggio, c’è in realtà una filosofia. E Ceccato ha l’ambizione, messa nero su bianco nel piano industriale, di cambiare proprio la filosofia, trasformando quelli che adesso, nei distributori di benzina, sono spesso zone in cui ci si va di malavoglia, in punti di incontro, puliti come uno specchio grazie agli impianti di nuova generazione, e in grado così di catturare nuovi clienti.
In questa scommessa sul cambiamento futuro di diversi punti tradizionali, si inserisce l’accordo fatto con i canadesi di MacNeil Wash, leader nella produzione degli impianti a tunnel, capaci di lavare fino a 150 auto all’ora. Si tratta, per ora, di un accordo di commercializzazione che rappresenta comunque una possibilità di sviluppo importante per questo gruppo vicentino arrivato a impiegare circa 300 dipendenti e deciso a sconfiggere la crisi puntando davvero su innovazione e originalità.
Ceccato vende impianti di autolavaggio in Libia
Commessa di 70 macchine per Tripoli. Dolcetta e Vinci: «Zero cassa integrazione per un’intesa col sindacato»
Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
Tra i tanti che si sono stracciati le vesti per l’accoglienza sontuosa riservata dalle istituzioni italiane al leader libico Gheddafi, non ci sono di sicuro Riccardo Dolcetta e Sergio Vinci. Il direttore commerciale (oltre che azionista di riferimento) e il direttore generale della Ceccato hanno da poco raggiunto l’accordo con Tripoli per la fornitura di 70 impianti di lavaggio per tutti i tipi di veicoli, settore in cui l’azienda di Alte è tra i leader mondiali. Business is business, e con i chiari di luna che ci sono di questi tempi nelle imprese vicentine non è certo il caso di mettersi a disquisire di storia e politica.
«Questa è una commessa importante - ammette Riccardo Dolcetta - ma non è certamente l’unica. Da quando la mia famiglia ha acquisito il controllo della società, sono stati fatti passi avanti importanti. Il piano industriale concordato con il direttore Vinci sta andando avanti e non è un caso se il bilancio del 2008 della capogruppo italiana abbia registrato, su un fatturato di 30 milioni, un ebitda pari all’11,2 per cento e un utile netto pari al 4,5 per cento».
E la crisi? Non si è avvertita la crisi nel settore degli impianti per il lavaggio? «Ovviamente sì - risponde Dolcetta - ma devo dire che all’ultima fiera Autopromotec abbiamo riscontrato un grande interesse per MiniMax, il nostro ultimo impianto di autolavaggio molto avanzato tecnologicamente, e sono già arrivati alcuni ordini. La nostra idea è che il rilancio passi per l’innovazione. E per questo investiamo il 4,5 per cento del fatturato proprio nella ricerca per migliorare la gamma prodotti».
Da quando, nel giugno 2008, Carlo Dolcetta ha assunto la presidenza del gruppo, la sterzata nella gestione è stata decisa. E per motivare ulteriormente il direttore generale Vinci, si è deciso di farlo entrare con una piccola quota nel capitale sociale. Sarà un caso, ma fino ad oggi, nonostante la buriana continui a imperversare sui mercati internazionali, alla Ceccato non è stata fatta nemmeno un’ora di cassa integrazione.
«Questo anche grazie a un accordo raggiunto con i dipendenti e con i sindacati - spiega Vinci - che ci ha permesso di modificare l’orario di lavoro, adattandolo alla stagionalità che caratterizza il nostro ciclo produttivo. In particolare, poiché nel secondo semestre è richiesta una maggiore presenza per far fronte agli ordini, ci siamo accordati su un orario più pesante. Nel primo semestre, in compenso, si potrà compensare il tutto. Grazie a questa intesa, non è stato necessario il ricorso alla cassa integrazione».
Obiettivi per l’immediato futuro? «Un fatturato di 50 milioni per la capogruppo di Alte - risponde Dolcetta - e di 60 milioni a livello di consolidato».
Oltre a questo avanzato stabilimento di Alte, dove vengono studiati, sperimentati e prodotti gli impianti di lavaggio, c’è una sede produttiva anche in Brasile, che opera per il mercato dell’America centrale e latina, e ci sono due sedi commerciali in Germania e in Polonia.
Dietro un comune impianto di autolavaggio, c’è in realtà una filosofia. E Ceccato ha l’ambizione, messa nero su bianco nel piano industriale, di cambiare proprio la filosofia, trasformando quelli che adesso, nei distributori di benzina, sono spesso zone in cui ci si va di malavoglia, in punti di incontro, puliti come uno specchio grazie agli impianti di nuova generazione, e in grado così di catturare nuovi clienti.
In questa scommessa sul cambiamento futuro di diversi punti tradizionali, si inserisce l’accordo fatto con i canadesi di MacNeil Wash, leader nella produzione degli impianti a tunnel, capaci di lavare fino a 150 auto all’ora. Si tratta, per ora, di un accordo di commercializzazione che rappresenta comunque una possibilità di sviluppo importante per questo gruppo vicentino arrivato a impiegare circa 300 dipendenti e deciso a sconfiggere la crisi puntando davvero su innovazione e originalità.
Cassintegrati
LAVORO. Nei primi 5 mesi dell’anno la provincia berica conquista il triste primato in Veneto
Va a Vicenza il record
della cassa integrazione
L’unica realtà che supera i 4 milioni di ore. E nel mese di giugno la Cisl regionale non prevede miglioramenti
Marino Smiderle
VICENZA
La febbre non accenna a diminuire, anzi. Il termometro della cassa integrazione è un indicatore infallibile per misurare la gravità della crisi economica in Veneto e a Vicenza, e le ultime rilevazioni diffuse ieri dalla Cisl non lasciano molte speranze. Con le rivelazioni di maggio (6,7 milioni di ore di Cig ordinaria, il dato più alto dei primi 5 mesi) sale a 19,2 milioni di ore il totale per il Veneto nel 2009.
Vicenza è l’unica provincia a superare i 4 milioni di ore e a conquistare così il poco ambito primato di "regina" veneta, si fa per dire, della cassa integrazione. Colpa anche di un incremento pazzesco verificatosi a maggio: rispetto ad aprile il numero di ore di Cig è schizzato in alto di quasi il 50%.
La Cisl del Veneto, dal canto suo, osserva che la provincia più colpita, in proporzione all’apparato industriale, risulta Belluno (particolarmente colpito il settore dell’occhialeria) con poco meno di 3,5 milioni di ore, tante quante la provincia di Treviso e poco meno di Padova (3,7 milioni). Confrontando il trend degli ultimi due mesi, Treviso addirittura raddoppia e passa da 670 mila a 1,3 milioni di ore.
«Le province di Padova, Rovigo e Verona - spiega la Cisl - presentano un trend, da gennaio a maggio, di crescita progressiva del volume di ore di Cig anche se l’industria veronese risulta ancora la meno colpita dalla crisi (poco più di 1,3 milioni di ore, come Rovigo)».
Un altro triste record Vicenza se lo assicura stando ai dati della Cassa integrazione in deroga, utilizzabile dal 1° aprile scorso dalle piccole aziende dell’artigianato, del terziario e cooperative. La province che registra il maggior numero di richieste di questo ammortizzatore sociale, infatti, è proprio Vicenza con 1,7 milioni di ore, seguita da Treviso (1,1 milioni di ore) e Padova (1 milione di ore) «il cui apparato produttivo di piccole aziende - ricordala Cisl - specie metal meccaniche, risente pesantemente del la crisi in atto e ha trasferito nella Cig in deroga le sospensioni dal lavoro prima coperte da uno speciale sussidio detto “disoccupazione in deroga” e che ha interessato oltre 12.500 lavoratori».
Per il mese di giugno, sottolinea Franca Porto, segretaria della Cisl del Veneto, non ci sono segnali di miglioramento della situazione. «È urgentissimo - continua la Porto - completare la regolamentazione dei sussidi in deroga per chi ha perso il lavoro e non beneficia di indennità di disoccupazione o di mobilità. Le assunzioni sono infatti pochissime rispetto alle cessazioni e nemmeno l’avvio della stagione turistica estiva sembra dare risposte occupazionali sufficienti».
Va a Vicenza il record
della cassa integrazione
L’unica realtà che supera i 4 milioni di ore. E nel mese di giugno la Cisl regionale non prevede miglioramenti
Marino Smiderle
VICENZA
La febbre non accenna a diminuire, anzi. Il termometro della cassa integrazione è un indicatore infallibile per misurare la gravità della crisi economica in Veneto e a Vicenza, e le ultime rilevazioni diffuse ieri dalla Cisl non lasciano molte speranze. Con le rivelazioni di maggio (6,7 milioni di ore di Cig ordinaria, il dato più alto dei primi 5 mesi) sale a 19,2 milioni di ore il totale per il Veneto nel 2009.
Vicenza è l’unica provincia a superare i 4 milioni di ore e a conquistare così il poco ambito primato di "regina" veneta, si fa per dire, della cassa integrazione. Colpa anche di un incremento pazzesco verificatosi a maggio: rispetto ad aprile il numero di ore di Cig è schizzato in alto di quasi il 50%.
La Cisl del Veneto, dal canto suo, osserva che la provincia più colpita, in proporzione all’apparato industriale, risulta Belluno (particolarmente colpito il settore dell’occhialeria) con poco meno di 3,5 milioni di ore, tante quante la provincia di Treviso e poco meno di Padova (3,7 milioni). Confrontando il trend degli ultimi due mesi, Treviso addirittura raddoppia e passa da 670 mila a 1,3 milioni di ore.
«Le province di Padova, Rovigo e Verona - spiega la Cisl - presentano un trend, da gennaio a maggio, di crescita progressiva del volume di ore di Cig anche se l’industria veronese risulta ancora la meno colpita dalla crisi (poco più di 1,3 milioni di ore, come Rovigo)».
Un altro triste record Vicenza se lo assicura stando ai dati della Cassa integrazione in deroga, utilizzabile dal 1° aprile scorso dalle piccole aziende dell’artigianato, del terziario e cooperative. La province che registra il maggior numero di richieste di questo ammortizzatore sociale, infatti, è proprio Vicenza con 1,7 milioni di ore, seguita da Treviso (1,1 milioni di ore) e Padova (1 milione di ore) «il cui apparato produttivo di piccole aziende - ricordala Cisl - specie metal meccaniche, risente pesantemente del la crisi in atto e ha trasferito nella Cig in deroga le sospensioni dal lavoro prima coperte da uno speciale sussidio detto “disoccupazione in deroga” e che ha interessato oltre 12.500 lavoratori».
Per il mese di giugno, sottolinea Franca Porto, segretaria della Cisl del Veneto, non ci sono segnali di miglioramento della situazione. «È urgentissimo - continua la Porto - completare la regolamentazione dei sussidi in deroga per chi ha perso il lavoro e non beneficia di indennità di disoccupazione o di mobilità. Le assunzioni sono infatti pochissime rispetto alle cessazioni e nemmeno l’avvio della stagione turistica estiva sembra dare risposte occupazionali sufficienti».
giovedì 11 giugno 2009
mercoledì 10 giugno 2009
Banca che ti passa
CONGIUNTURA. Presentata ieri a Venezia la relazione di Banca d’Italia sull’economia del Veneto nel 2008. I numeri dicono che le Bcc e le popolari sono state più attive
«Le banche del territorio
hanno dato più credito»
Salvemini: «Fare previsioni sulla crisi più grave degli ultimi 50 anni è difficile. Si spera di ripartire nel 2010»
Marino Smiderle
INVIATO A VENEZIA
L’unica certezza è che non ci sono certezze. Detta dalle truppe speciali di Mario Draghi in Veneto, questa premessa non aiuta a diffondere ottimismo. Giancarlo Salvemini, direttore della sede di Venezia della Banca d’Italia, è abituato a ragionare sui numeri, non certo a diffondere oroscopi. Perché dire quando arriverà la tanto sospirata ripresa economica, magari aggiungendo le future percentuali di crescita del Pil, è esattamente come fare oroscopi.
«Ascoltando il parere degli imprenditori che hanno partecipato alla nostra indagine campionaria - spiega Salvemini - si potrebbe supporre che la data più probabile di un certo risveglio dell’economia sia collocabile nei primi mesi del 2010. I più ottimisti arrivano a dire che già dall’autunno si muoverà qualche cosa. Ma fare previsioni nel bel mezzo della recessione più grave degli ultimi 50 anni è davvero dura».
La presentazione della relazione sull’economia del Veneto a Ca’ Dolfin è ormai diventata una tradizione. Lo afferma con orgoglio il rettore dell’università Ca’ Foscari di Venezia, Pier Francesco Ghetti. Ma le cifre e i grafici illustrati poi da Massimo Gallo e Paolo Chiades grondano sangue.
«Tra febbraio e marzo il crollo delle aspettative rilevate nelle imprese e nelle famiglie si è tuttavia arrestato», provano a incoraggiare gli esperti di Banca d’Italia. Anche perché, se non si arrestava, occorreva prendere il piccone e picchiare per vedere se si riusciva ad andare più sotto del fondo.
Qualche numero? Nei primi due mesi del 2009 le esportazioni, il treno che ha portato l’economia di questa regione ai vertici in Italia e in Europa, sono calate del 19 per cento rispetto al bimestre precedente. Pochi anni fa non c’era convegno sul Nord est che non si apriva citando la provincia di Vicenza che esportava quanto l’intera Grecia, adesso piovono segni meno a ogni latitudine. Tra ottobre 2008 e marzo 2009 la produzione industriale è scesa del 12 per cento. Inevitabile, con questo tracollo, una immediata ripercussione sui livelli occupazionali. «Ma va apprezzato - ha sottolineato Salvemini - il dialogo tra imprenditori e parti sociali, che ha permesso un approccio il meno doloroso possibili in termini di perdita di posti di lavoro».
Epperò l’impatto è stato comunque significativo. Tanto è vero che, solo a guardare il 2008, il saldo tra assunzioni e cessazioni relative a posizioni di lavoro dipendente nel settore privato è stato negativo di oltre 25 mila unità, pari al 2 per cento degli occupati. E se poi spostiamo lo sguardo ai primi tribolatissimi mesi del 2009, scopriamo che, solo in aprile, il ricorso alla cassa integrazione ha riguardato oltre 38 mila lavoratori veneti. Per non parlare dei casi di crisi aziendale, che nei primi quattro mesi dell’anno sono stati 344 contro i 335 dell’intero 2008.
In casa della banche delle banche, noni si poteva non parlare, appunto, delle banche. Anche perché gli istituti di credito, specie alla fine dell’anno scorso, quando gli effetti del crac di Lehman Brothers si stavano propagando a macchia d’olio nei bilanci, erano finiti sul banco degli imputati e il mondo imprenditoriale era insorto contro quella che, senza mezzi termini, aveva definito una stretta creditizia. Vero o no?
La relazione della Banca d’Italia maneggia numeri e, quindi risponde con i numeri. E a questo proposito vale la pena ricordare un intervento di Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, che qualche mese fa, nel bel mezzo della buriana finanziaria, dispose un’inchiesta tra gli associati e arrivò a un risultato: «La stretta c’è stata - disse - e il costo del credito è aumentato, anche se va riconosciuto che le banche del territorio, quelle di credito cooperativo e le popolari, sono state più vicine alle imprese».
Bene, se questa pareva un’interpretazione di parte, un mero sondaggio tra industriali vicentini incavolati, ieri ha avuto la ceralacca di Bankitalia. «Le banche si sono orientate verso una restrizione dei criteri seguiti nell’erogazione dei prestiti - si legge nella relazione - attenuatasi solo in parte nel primo trimestre del 2009. Le prospettive di una maggiore rischiosità della clientela, i maggiori costi della provvista e le tensioni sulla liquidità hanno indotto le banche ad ampliare il differenziale sui tassi d’interesse alle imprese, specialmente verso quelle più rischiose, e innalzare i rating minimi per accedere ai finanziamenti. I prestiti bancari hanno progressivamente rallentato la crescita, specialmente quelli erogati dalle banche di maggiori dimensioni».
E a sostegno di questa tesi, come dire, benigna nei confronti delle banche del territorio, nella relazione di Bankitalia si mette in evidenzia che dal ’98 al 2007 la quota di mercato delle piccole banche è passata dal 23,9 al 31,9 per cento. Più o meno nello stesso periodo in cui si glorificavano le operazioni di gigantismo bancario compiuto dagli istituti più importanti del paese.
Chiusura con Ignazio Visco, vicedirettore generale della Banca d’Italia. «Il fatto che si stia razionalizzando la rete delle sedi - ha detto a proposito della chiusura di diverse sedi periferiche di Banca d’Italia, con Vicenza che si specializza sulla vigilanza - non è in contrasto con l’essere vicini al territorio. E questo lavoro sul Veneto lo dimostra».
«Le banche del territorio
hanno dato più credito»
Salvemini: «Fare previsioni sulla crisi più grave degli ultimi 50 anni è difficile. Si spera di ripartire nel 2010»
Marino Smiderle
INVIATO A VENEZIA
L’unica certezza è che non ci sono certezze. Detta dalle truppe speciali di Mario Draghi in Veneto, questa premessa non aiuta a diffondere ottimismo. Giancarlo Salvemini, direttore della sede di Venezia della Banca d’Italia, è abituato a ragionare sui numeri, non certo a diffondere oroscopi. Perché dire quando arriverà la tanto sospirata ripresa economica, magari aggiungendo le future percentuali di crescita del Pil, è esattamente come fare oroscopi.
«Ascoltando il parere degli imprenditori che hanno partecipato alla nostra indagine campionaria - spiega Salvemini - si potrebbe supporre che la data più probabile di un certo risveglio dell’economia sia collocabile nei primi mesi del 2010. I più ottimisti arrivano a dire che già dall’autunno si muoverà qualche cosa. Ma fare previsioni nel bel mezzo della recessione più grave degli ultimi 50 anni è davvero dura».
La presentazione della relazione sull’economia del Veneto a Ca’ Dolfin è ormai diventata una tradizione. Lo afferma con orgoglio il rettore dell’università Ca’ Foscari di Venezia, Pier Francesco Ghetti. Ma le cifre e i grafici illustrati poi da Massimo Gallo e Paolo Chiades grondano sangue.
«Tra febbraio e marzo il crollo delle aspettative rilevate nelle imprese e nelle famiglie si è tuttavia arrestato», provano a incoraggiare gli esperti di Banca d’Italia. Anche perché, se non si arrestava, occorreva prendere il piccone e picchiare per vedere se si riusciva ad andare più sotto del fondo.
Qualche numero? Nei primi due mesi del 2009 le esportazioni, il treno che ha portato l’economia di questa regione ai vertici in Italia e in Europa, sono calate del 19 per cento rispetto al bimestre precedente. Pochi anni fa non c’era convegno sul Nord est che non si apriva citando la provincia di Vicenza che esportava quanto l’intera Grecia, adesso piovono segni meno a ogni latitudine. Tra ottobre 2008 e marzo 2009 la produzione industriale è scesa del 12 per cento. Inevitabile, con questo tracollo, una immediata ripercussione sui livelli occupazionali. «Ma va apprezzato - ha sottolineato Salvemini - il dialogo tra imprenditori e parti sociali, che ha permesso un approccio il meno doloroso possibili in termini di perdita di posti di lavoro».
Epperò l’impatto è stato comunque significativo. Tanto è vero che, solo a guardare il 2008, il saldo tra assunzioni e cessazioni relative a posizioni di lavoro dipendente nel settore privato è stato negativo di oltre 25 mila unità, pari al 2 per cento degli occupati. E se poi spostiamo lo sguardo ai primi tribolatissimi mesi del 2009, scopriamo che, solo in aprile, il ricorso alla cassa integrazione ha riguardato oltre 38 mila lavoratori veneti. Per non parlare dei casi di crisi aziendale, che nei primi quattro mesi dell’anno sono stati 344 contro i 335 dell’intero 2008.
In casa della banche delle banche, noni si poteva non parlare, appunto, delle banche. Anche perché gli istituti di credito, specie alla fine dell’anno scorso, quando gli effetti del crac di Lehman Brothers si stavano propagando a macchia d’olio nei bilanci, erano finiti sul banco degli imputati e il mondo imprenditoriale era insorto contro quella che, senza mezzi termini, aveva definito una stretta creditizia. Vero o no?
La relazione della Banca d’Italia maneggia numeri e, quindi risponde con i numeri. E a questo proposito vale la pena ricordare un intervento di Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, che qualche mese fa, nel bel mezzo della buriana finanziaria, dispose un’inchiesta tra gli associati e arrivò a un risultato: «La stretta c’è stata - disse - e il costo del credito è aumentato, anche se va riconosciuto che le banche del territorio, quelle di credito cooperativo e le popolari, sono state più vicine alle imprese».
Bene, se questa pareva un’interpretazione di parte, un mero sondaggio tra industriali vicentini incavolati, ieri ha avuto la ceralacca di Bankitalia. «Le banche si sono orientate verso una restrizione dei criteri seguiti nell’erogazione dei prestiti - si legge nella relazione - attenuatasi solo in parte nel primo trimestre del 2009. Le prospettive di una maggiore rischiosità della clientela, i maggiori costi della provvista e le tensioni sulla liquidità hanno indotto le banche ad ampliare il differenziale sui tassi d’interesse alle imprese, specialmente verso quelle più rischiose, e innalzare i rating minimi per accedere ai finanziamenti. I prestiti bancari hanno progressivamente rallentato la crescita, specialmente quelli erogati dalle banche di maggiori dimensioni».
E a sostegno di questa tesi, come dire, benigna nei confronti delle banche del territorio, nella relazione di Bankitalia si mette in evidenzia che dal ’98 al 2007 la quota di mercato delle piccole banche è passata dal 23,9 al 31,9 per cento. Più o meno nello stesso periodo in cui si glorificavano le operazioni di gigantismo bancario compiuto dagli istituti più importanti del paese.
Chiusura con Ignazio Visco, vicedirettore generale della Banca d’Italia. «Il fatto che si stia razionalizzando la rete delle sedi - ha detto a proposito della chiusura di diverse sedi periferiche di Banca d’Italia, con Vicenza che si specializza sulla vigilanza - non è in contrasto con l’essere vicini al territorio. E questo lavoro sul Veneto lo dimostra».
lunedì 8 giugno 2009
Obamallah
Obama apre all'Islam
Marino Smiderle
Non ha mai usato il termine “terrorismo” e ha invece pronunciato in più occasioni la parola “Palestina”
Il pomeriggio di giovedì scorso è arrivata al mio indirizzo di posta elettronica un’email proveniente da David Axelrod, consigliere del presidente degli Stati Uniti d’America. Niente di esclusivo, ovviamente, l’email è arrivata a tutti coloro che hanno sottoscritto il servizio sul sito della Casa Bianca. «In qualità di senior advisor del Presidente - era l’attacco del messaggio di accompagnamento - sono qui al Cairo dove ho visto il presidente Obama pronunciare un discorso senza precedenti. Un discorso che segna un nuovo inizio nei rapporti tra gli Stati Uniti e le comunità musulmane sparse nel mondo».
E proprio perché tutto l’entourage del presidente ritiene questo discorso davvero un nuovo inizio, dopo anni caratterizzati da guerre e teorie sullo scontro di civiltà, l’email contiene il video di Obama mentre incide un nuovo capitolo nella storia complicata di questo complicato avvio di millennio. Sono 55 minuti che vale la pena di dedicare a questo primo presidente che porta nel nome, Barack Hussein Obama, le tracce di una famiglia musulmana e che si sta sforzando di superare la diffidenza reciproca tra due concezioni del mondo segnate nelle fondamenta da quel tragico 11 settembre 2001. Il presidente George W. Bush reagì, col consenso di gran parte dell’umanità, mandando i bombardieri sull’Afghanistan dove, secondo l’intelligence, trovavano rifugio Osama bin Laden e i criminali di Al Qaeda. Neanche otto anni dopo Obama ha bombardato pacificamente Il Cairo e tutto il Medio Oriente con parole di pace e tendendo la mano. Anche troppo, secondo i più critici, perché nelle sue circa seimila parola del discorso non è stato trovato neanche uno spazietto per quella ritenuta cruciale: "terrorismo".
Poco dopo il pronunciamento del discorso in Egitto, il sito del New York Times ha aperto col titolo eloquente: «Obama invoca alleanze con i musulmani». E come sottotitolo c’era un virgolettato del presidente: «Il conflitto arabo-israeliano non dovrebbe più essere usato per distrarre i popoli arabi dagli altri problemi».
Lo stesso giorno in cui Obama ha parlato al mondo arabo, The International Herald Tribune pubblicava un’interessante, e profetica, rivelazione di Thomas L. Friedman, protagonista di un colloquio telefonico di venti minuti col presidente Obama. «Durante l’intervista telefonica che ho fatto a Obama circa il discorso che avrebbe tenuto agli arabi e ai musulmani al Cairo - scriveva Friedman prima di conoscere nel dettaglio quel che Obama avrebbe poi effettivamente detto (vedi i punti più importanti nell’articolo sotto) - ho raccontato al presidente la mia barzelletta preferita sul Medio Oriente. E gli ho regalato una bella risata».
La barzelletta, riassumendo, si riferisce alle preghiere di un ebreo molto religioso, chiamato Goldberg, che ha sempre sognato di vincere alla lotteria. Ogni sabato va in sinagoga e prega: «Dio, sono stato un ebreo osservante per tutta la vita. Non potresti farmi vincere alla lotteria?». Poi c’è l’estrazione, ma Goldberg non vince nulla. Settimana dopo settimana, Goldberg continua a pregare in sinagoga ma alle lotterie che si succedono, lui non vince mai. Alla fine, un sabato, Goldberg alza un lamento al cielo: «Dio, sono stato sempre religioso, cosa devo fare per vincere alla lotteria?». A quel punto il cielo si apre e la voce di Dio arriva fin sulla terra: «Goldberg, dammi una chance: compra un biglietto!».
«Ho raccontato questa barzelletta al presidente - ha spiegato Friedman - perché leggendo la stampa araba e israeliana questa settimana, tutti sembravano pronti a dire a Obama cosa avrebbe dovuto fare e dire al Cairo, ma nessuno indicava cosa arabi e israeliani erano disposti a fare per favorire il processo. Tutti vogliono la pace ma nessuno vuole comprare comprare il biglietto».
Obama il suo biglietto l’ha comprato e solo la storia dirà se sarà riuscito a vincere alla lotteria. «Il presidente Obama - ha commentato Helene Cooper sul sito del New York Times - ha strappato applausi promettendo che l’America non sarà mai in guerra con l’Islam. Pur ricordando che gli Stati Uniti continueranno a combattere il terrorismo (senza mai citarlo, ndr) e non tradiranno mai l’alleanza con Israele, ha anche invocato il nome "Palestina" parecchie volte per riferirsi, appunto, a uno stato palestinese. Ha chiesto pubblicamente a Israele di smettere con la politica degli insediamenti in Cisgiordania e ha tracciato un parallelismo tra Islam, Cristianesimo ed Ebraismo, abbracciando tutti come figli di Abramo. Ma una cosa è già chiara. Mentre le parole di Obama risuonano oggi sulle vie arabe, nelle madrasse, nelle sale da te e sui tavoli da pranzo dove si riunisce quel mondo fatto da un miliardo e mezzo di musulmani, le azioni future di Obama saranno ancora più importanti».
Sì, il futuro è ancora più importante. Perché la scommessa di Obama è storica, coraggiosa ma anche rischiosa: cosa succederebbe se di fronte a questa storica apertura americana nei confronti del Medio Oriente, il presidente si trovasse una serie di porte chiuse in faccia? Una reazione scomposta, per cominciare, arriva dall’Iran. Il motivo è geopoliticamente semplice: pur ammettendo il diritto a Teheran di disporre del nucleare per fini pacifici (e già questa è una concessione rivoluzionaria), il viaggio di Obama in Medio Oriente ha come scopo inconfessato quello di rendere palesi le divisioni sostanziali tra molti paesi arabi e l’Iran stesso. «Il presidente Usa Barack Obama dovrà cambiare nei fatti la sua politica, altrimenti anche cento discorsi non basteranno per cambiare i rapporti con l’Islam». Parola della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.
Di sicuro, questa è la svolta decisiva di Obama. O la va o la spacca.
Marino Smiderle
Non ha mai usato il termine “terrorismo” e ha invece pronunciato in più occasioni la parola “Palestina”
Il pomeriggio di giovedì scorso è arrivata al mio indirizzo di posta elettronica un’email proveniente da David Axelrod, consigliere del presidente degli Stati Uniti d’America. Niente di esclusivo, ovviamente, l’email è arrivata a tutti coloro che hanno sottoscritto il servizio sul sito della Casa Bianca. «In qualità di senior advisor del Presidente - era l’attacco del messaggio di accompagnamento - sono qui al Cairo dove ho visto il presidente Obama pronunciare un discorso senza precedenti. Un discorso che segna un nuovo inizio nei rapporti tra gli Stati Uniti e le comunità musulmane sparse nel mondo».
E proprio perché tutto l’entourage del presidente ritiene questo discorso davvero un nuovo inizio, dopo anni caratterizzati da guerre e teorie sullo scontro di civiltà, l’email contiene il video di Obama mentre incide un nuovo capitolo nella storia complicata di questo complicato avvio di millennio. Sono 55 minuti che vale la pena di dedicare a questo primo presidente che porta nel nome, Barack Hussein Obama, le tracce di una famiglia musulmana e che si sta sforzando di superare la diffidenza reciproca tra due concezioni del mondo segnate nelle fondamenta da quel tragico 11 settembre 2001. Il presidente George W. Bush reagì, col consenso di gran parte dell’umanità, mandando i bombardieri sull’Afghanistan dove, secondo l’intelligence, trovavano rifugio Osama bin Laden e i criminali di Al Qaeda. Neanche otto anni dopo Obama ha bombardato pacificamente Il Cairo e tutto il Medio Oriente con parole di pace e tendendo la mano. Anche troppo, secondo i più critici, perché nelle sue circa seimila parola del discorso non è stato trovato neanche uno spazietto per quella ritenuta cruciale: "terrorismo".
Poco dopo il pronunciamento del discorso in Egitto, il sito del New York Times ha aperto col titolo eloquente: «Obama invoca alleanze con i musulmani». E come sottotitolo c’era un virgolettato del presidente: «Il conflitto arabo-israeliano non dovrebbe più essere usato per distrarre i popoli arabi dagli altri problemi».
Lo stesso giorno in cui Obama ha parlato al mondo arabo, The International Herald Tribune pubblicava un’interessante, e profetica, rivelazione di Thomas L. Friedman, protagonista di un colloquio telefonico di venti minuti col presidente Obama. «Durante l’intervista telefonica che ho fatto a Obama circa il discorso che avrebbe tenuto agli arabi e ai musulmani al Cairo - scriveva Friedman prima di conoscere nel dettaglio quel che Obama avrebbe poi effettivamente detto (vedi i punti più importanti nell’articolo sotto) - ho raccontato al presidente la mia barzelletta preferita sul Medio Oriente. E gli ho regalato una bella risata».
La barzelletta, riassumendo, si riferisce alle preghiere di un ebreo molto religioso, chiamato Goldberg, che ha sempre sognato di vincere alla lotteria. Ogni sabato va in sinagoga e prega: «Dio, sono stato un ebreo osservante per tutta la vita. Non potresti farmi vincere alla lotteria?». Poi c’è l’estrazione, ma Goldberg non vince nulla. Settimana dopo settimana, Goldberg continua a pregare in sinagoga ma alle lotterie che si succedono, lui non vince mai. Alla fine, un sabato, Goldberg alza un lamento al cielo: «Dio, sono stato sempre religioso, cosa devo fare per vincere alla lotteria?». A quel punto il cielo si apre e la voce di Dio arriva fin sulla terra: «Goldberg, dammi una chance: compra un biglietto!».
«Ho raccontato questa barzelletta al presidente - ha spiegato Friedman - perché leggendo la stampa araba e israeliana questa settimana, tutti sembravano pronti a dire a Obama cosa avrebbe dovuto fare e dire al Cairo, ma nessuno indicava cosa arabi e israeliani erano disposti a fare per favorire il processo. Tutti vogliono la pace ma nessuno vuole comprare comprare il biglietto».
Obama il suo biglietto l’ha comprato e solo la storia dirà se sarà riuscito a vincere alla lotteria. «Il presidente Obama - ha commentato Helene Cooper sul sito del New York Times - ha strappato applausi promettendo che l’America non sarà mai in guerra con l’Islam. Pur ricordando che gli Stati Uniti continueranno a combattere il terrorismo (senza mai citarlo, ndr) e non tradiranno mai l’alleanza con Israele, ha anche invocato il nome "Palestina" parecchie volte per riferirsi, appunto, a uno stato palestinese. Ha chiesto pubblicamente a Israele di smettere con la politica degli insediamenti in Cisgiordania e ha tracciato un parallelismo tra Islam, Cristianesimo ed Ebraismo, abbracciando tutti come figli di Abramo. Ma una cosa è già chiara. Mentre le parole di Obama risuonano oggi sulle vie arabe, nelle madrasse, nelle sale da te e sui tavoli da pranzo dove si riunisce quel mondo fatto da un miliardo e mezzo di musulmani, le azioni future di Obama saranno ancora più importanti».
Sì, il futuro è ancora più importante. Perché la scommessa di Obama è storica, coraggiosa ma anche rischiosa: cosa succederebbe se di fronte a questa storica apertura americana nei confronti del Medio Oriente, il presidente si trovasse una serie di porte chiuse in faccia? Una reazione scomposta, per cominciare, arriva dall’Iran. Il motivo è geopoliticamente semplice: pur ammettendo il diritto a Teheran di disporre del nucleare per fini pacifici (e già questa è una concessione rivoluzionaria), il viaggio di Obama in Medio Oriente ha come scopo inconfessato quello di rendere palesi le divisioni sostanziali tra molti paesi arabi e l’Iran stesso. «Il presidente Usa Barack Obama dovrà cambiare nei fatti la sua politica, altrimenti anche cento discorsi non basteranno per cambiare i rapporti con l’Islam». Parola della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.
Di sicuro, questa è la svolta decisiva di Obama. O la va o la spacca.
Bastibond
PORTAFOGLIO
Sta arrivando
un bastimento di obbligazioni
Marino Smiderle
Le società più importanti quotate a piazza Affari stanno per emettere vari miliardi di corporate bond
È in arrivo un bastimento carico di obbligazioni corporate. Secondo le voci di mercato raccolte dal Plus 24, il supplemento finanziario settimanale del Sole 24 Ore, alcune tra le più importanti società quotate a Piazza Affari sarebbero sul punto di collocare sul mercato almeno una decina di miliardi di euro di bond destinati al pubblico retail. La prima a battere cassa sarà l’Eni, che in questi giorni dovrebbe annunciare un ingente collocamento di titoli. Visto che negli anni passati non che con i corporate sia sempre andata benissimo (ricordate i casi Parmalat e Cirio?), conviene fare un po’ rispolverare l’abc di uno strumento di risparmio che, in condizioni di normalità, dovrebbe essere una delle opzioni maggiormente prese in considerazione dalla gente.
CORPORATE BOND
L’obbligazione (o bond, se vi piace di più il termine inglese usato come sinonimo) è un titolo di debito. I Btp, per dire, sono obbligazioni di stato e il debitore, appunto, è lo stato italiano. Se a collocare sul mercato titoli analoghi sono delle società private, ecco che si parla di obbligazioni societarie (o corporate bond). È chiaro che lo stato è considerato l’emittente più sicuro, mentre per le società esiste una classifica di solvibilità stilata dalle agenzie di rating che, in passato (anche recente, vedi il caso Lehman), non si sono dimostrate molto attendibili. Il maggior rischio insito nella sottoscrizione di un'obbligazione societaria è ricompensato dal mercato con un rendimento più alto. È chiaro che esiste una graduatoria chiara: più rischiosa è la società, più alto sarà il rendimento. Da settembre 2008 ai primi mesi di quest’anno la crisi di fiducia che ha paralizzato i mercato ha reso praticamente impossibile ricorrere a questo strumento. Ora che le acqua si sono calmate e, dopo un profluvio, specie in Italia, di obbligazioni bancarie collocate dagli stessi istituti di credito sfruttando al massimo la rete di clientela a disposizione, anche le imprese sono tornate a prendere in considerazione questa strada.
MOTIVAZIONI
Se le banche si sono finanziate alla grande vendendo obbligazioni alla clientela è perché il costo valeva la candela. Siamo in una situazione di mercato estremamente anomala: i titoli di stato rendono pochissimo, il denaro raccolto dalle banche sul mercato costa di più. Ecco perché gli istituti di credito si sono inseriti in questa forchetta, proponendo ai clienti titoli che rendono qualcosina di più del Btp e, nello stesso tempo, molto meno di quando le stesse banche avrebbero speso ricorrendo ai canali tradizionali del mercato interbancario. Lo stesso discorso, per gli stessi motivi, lo stanno facendo adesso le imprese. Piuttosto che andare a farsi prestare denaro dalle banche a caro prezzo, le società si rivolgono direttamente al pubblico retail che è alla disperata ricerca di titoli in grado di battere la concorrenza dei titoli di stato estremamente avari di soddisfazione. Per dire, Plus 24 ricorda che a fine gennaio l’Eni ha fatto un’emissione a tasso fisso a 7 anni con cedola al 5% e uno spread sul tasso swap di pari scadenza dell’1,85%. Ora la fame di titoli simili (emessi cioè da società ritenute solide e meritevoli di fiducia) è cresciuta e per questo gli spread si sono abbassati (e quindi si è abbassata anche la convenienza per i risparmiatori). Tuttavia, può essere che società primarie arrivino sul mercato con titoli che rendono almeno l’1% in più dei Btp. Ed è questa differenza che attrae i risparmiatori.
RISCHI & OPPORTUNITÀ
La prima cosa da guardare quando sarete travolti dalle offerte future di corporate bond è, ovviamente, la solidità della società emittente. Al di là del rating e del nome, date un occhio se in passato ha distribuito dividendi, che è già un buon parametro. Dopodiché verificate che la nuova obbligazione venga quotata e che sia molto liquida: la possibilità di smobilizzare facilmente sul mercato il titolo è una caratteristica importante da prendere in considerazione al momento dell’acquisto. Poi cercate di accoppiare nel titolo la solidità dell’emittente e la generosità del rendimento. Alla fine di tutte questi bei ragionamenti, non dimenticate che stiamo parlando, nella maggioranza dei casi, di titoli a tasso fisso. Un punto più dei Btp può sembrare un’enormità, ma se domani i tassi volassero, il vostro investimento varrebbe meno.
Sta arrivando
un bastimento di obbligazioni
Marino Smiderle
Le società più importanti quotate a piazza Affari stanno per emettere vari miliardi di corporate bond
È in arrivo un bastimento carico di obbligazioni corporate. Secondo le voci di mercato raccolte dal Plus 24, il supplemento finanziario settimanale del Sole 24 Ore, alcune tra le più importanti società quotate a Piazza Affari sarebbero sul punto di collocare sul mercato almeno una decina di miliardi di euro di bond destinati al pubblico retail. La prima a battere cassa sarà l’Eni, che in questi giorni dovrebbe annunciare un ingente collocamento di titoli. Visto che negli anni passati non che con i corporate sia sempre andata benissimo (ricordate i casi Parmalat e Cirio?), conviene fare un po’ rispolverare l’abc di uno strumento di risparmio che, in condizioni di normalità, dovrebbe essere una delle opzioni maggiormente prese in considerazione dalla gente.
CORPORATE BOND
L’obbligazione (o bond, se vi piace di più il termine inglese usato come sinonimo) è un titolo di debito. I Btp, per dire, sono obbligazioni di stato e il debitore, appunto, è lo stato italiano. Se a collocare sul mercato titoli analoghi sono delle società private, ecco che si parla di obbligazioni societarie (o corporate bond). È chiaro che lo stato è considerato l’emittente più sicuro, mentre per le società esiste una classifica di solvibilità stilata dalle agenzie di rating che, in passato (anche recente, vedi il caso Lehman), non si sono dimostrate molto attendibili. Il maggior rischio insito nella sottoscrizione di un'obbligazione societaria è ricompensato dal mercato con un rendimento più alto. È chiaro che esiste una graduatoria chiara: più rischiosa è la società, più alto sarà il rendimento. Da settembre 2008 ai primi mesi di quest’anno la crisi di fiducia che ha paralizzato i mercato ha reso praticamente impossibile ricorrere a questo strumento. Ora che le acqua si sono calmate e, dopo un profluvio, specie in Italia, di obbligazioni bancarie collocate dagli stessi istituti di credito sfruttando al massimo la rete di clientela a disposizione, anche le imprese sono tornate a prendere in considerazione questa strada.
MOTIVAZIONI
Se le banche si sono finanziate alla grande vendendo obbligazioni alla clientela è perché il costo valeva la candela. Siamo in una situazione di mercato estremamente anomala: i titoli di stato rendono pochissimo, il denaro raccolto dalle banche sul mercato costa di più. Ecco perché gli istituti di credito si sono inseriti in questa forchetta, proponendo ai clienti titoli che rendono qualcosina di più del Btp e, nello stesso tempo, molto meno di quando le stesse banche avrebbero speso ricorrendo ai canali tradizionali del mercato interbancario. Lo stesso discorso, per gli stessi motivi, lo stanno facendo adesso le imprese. Piuttosto che andare a farsi prestare denaro dalle banche a caro prezzo, le società si rivolgono direttamente al pubblico retail che è alla disperata ricerca di titoli in grado di battere la concorrenza dei titoli di stato estremamente avari di soddisfazione. Per dire, Plus 24 ricorda che a fine gennaio l’Eni ha fatto un’emissione a tasso fisso a 7 anni con cedola al 5% e uno spread sul tasso swap di pari scadenza dell’1,85%. Ora la fame di titoli simili (emessi cioè da società ritenute solide e meritevoli di fiducia) è cresciuta e per questo gli spread si sono abbassati (e quindi si è abbassata anche la convenienza per i risparmiatori). Tuttavia, può essere che società primarie arrivino sul mercato con titoli che rendono almeno l’1% in più dei Btp. Ed è questa differenza che attrae i risparmiatori.
RISCHI & OPPORTUNITÀ
La prima cosa da guardare quando sarete travolti dalle offerte future di corporate bond è, ovviamente, la solidità della società emittente. Al di là del rating e del nome, date un occhio se in passato ha distribuito dividendi, che è già un buon parametro. Dopodiché verificate che la nuova obbligazione venga quotata e che sia molto liquida: la possibilità di smobilizzare facilmente sul mercato il titolo è una caratteristica importante da prendere in considerazione al momento dell’acquisto. Poi cercate di accoppiare nel titolo la solidità dell’emittente e la generosità del rendimento. Alla fine di tutte questi bei ragionamenti, non dimenticate che stiamo parlando, nella maggioranza dei casi, di titoli a tasso fisso. Un punto più dei Btp può sembrare un’enormità, ma se domani i tassi volassero, il vostro investimento varrebbe meno.
domenica 7 giugno 2009
Il posto più pericoloso al mondo
In questo splendido reportage Roberto Bongiorni del Sole 24 Ore racconta un paese allo stremo delle forze: la Somalia.
sabato 6 giugno 2009
lunedì 1 giugno 2009
Stupidità atomica
L'atomica
che ignora
la miseria
Marino Smiderle
Il governo di Kim Jong-il annuncia l’ennesimo esperimento nucleare e sale la tensione internazionale
Non hanno neanche gli occhi per piangere e si mettono a sperimentare tecnologie militari nucleari. La Corea del Nord, uno dei paesi più poveri al mondo, anziché cercare di uscire dal medioevo della civiltà vuole entrare direttamente nell’era della follia delle armi più distruttive. «Doppia sfida di Pyongyang alla comunità internazionale - scriveva il Corriere della sera all’indomani della notizia degli esperimenti nucleari -. Nella stessa giornata il regime nordcoreano ha compiuto il secondo test nucleare della sua storia e effettuato il lancio di tre missili con una gittata di 130 chilometri. È stato lo stesso governo di Kim Jong-il ad annunciare di aver condotto un test atomico più potente di quello dell'ottobre 2006 che scatenò l'indignazione e la preoccupazione del mondo intero. Il regime nordcoreano inoltre, secondo quanto riferito da una fonte di alto rango dell'ambasciata nordcoreana a Mosca citata dall'agenzia Itar-Tass, non esclude di effettuare altri test nucleari se gli Stati Uniti continueranno nella loro politica di intimidazione nei confronti dei Pyongyang».
Difficile capire quel che accade davvero in quella landa desolata del mondo. Gli unici occhi stranieri che possono spiare quel che sta avvenendo sono quelli dei satelliti spia Usa, ma non bastano per avere un’idea completa. Certo, stiamo parlando di una leadership paranoica, per di più dinastica, che ha il vezzo di definirsi comunista ma che per il bene del proprio popolo non fa assolutamente nulla.
Finora si è sempre salvata dalle ritorsioni della comunità internazionale attraverso la protezione, più o meno pelosa, che i vecchi alleati ideologici (dove però il capitalismo selvaggio ha soppiantato da tempo l’anticaglia marxista-leninista) Russia e Cina non hanno fatto mai mancare in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’autorità e l’efficacia dell’Onu sappiamo bene quanto valgano oggi (poco meno di zero), eppure dopo gli ultimi esperimenti di Pyongyang, anche Mosca e Pechino hanno dato segni di insofferenza. Ma Kim Jong-il va avanti per la sua strada lastricata di paranoia. E arriva a dichiarare nullo l’armistizio firmato nel 1953 con Seul, riaprendo di fatto le ostilità con la Corea del Sud che, col Giappone, ora si sente minacciata dall’ingombrante vicino.
«Il governo di Seul - ha scritto Enzo Bettiza su La Stampa - al quale Washington dichiara il proprio "impegno inequivocabile" a difendere il paese minacciato dal Nord, fa sapere di voler aderire alla Proliferation Security Iniative (Psi) che consentirebbe alle sue forze navali di intercettare navigli con carichi sospetti. Il regime di Kim Jong-il risponde a sua volta che userà "forti misure militari" ad ogni operazione del Sud volta a fermare e ispezionare imbarcazioni nordcoreane: potrebbe essere la scintilla di una pericolosa deflagrazione a catena nel Pacifico».
La situazione è delicata ed è sempre più evidente che la chiave di volta della soluzione nordcoreana resta la Cina. Ma per Masao Okonogi, professore del dipartimento di scienze politiche della Keio University di Tokyo, presidente dell’Accademia degli studi intercoreani ed esperto delle questioni dei rapporti tra Seul e Pyongyang, «il ruolo di mediazione tra Pyongyang e Washington non lo svolgerà almeno fino al primo ottobre, data simbolica per Pechino, visto che ricorre il 60° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese.
«Le nuove sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu arriveranno a breve anche la Cina le vuole e il Giappone spinge in modo particolare - ha spiegato Okonogi all’Ansa - ma non saranno tanto differenti da quelle in vigore. Appare evidente che il regime nordcoreano vuole trattare direttamente con gli Stati Uniti. I toni aggressivi e le continue provocazioni indicano che il Paese è allo stremo e Kim Jong-il ha bisogno di risolvere problemi immediati con aiuti immediati. L’obiettivo è certamente quello di raggiungere una nuova pace nella penisola coreana su basi diverse ma preoccupa la combinazione tra missili e nucleare».
In realtà, lo sgarbo nevrotico della Corea del Nord è il terzo fronte nucleare che si apre sul giardino della Casa Bianca da quando vi è andato ad abitare Barack Obama. Il nuovo approccio propositivo del presidente democratico Usa ha finora ricevuto risposte poco incoraggianti. La prima mano tesa era stata rivolta a Teheran e al regime degli ayatollah, dopo che Bush si era seccamente rifiutato di aprire ogni forma di dialogo. Le ambizioni nucleari dell’Iran sono note e gli Usa le hanno sempre combattute con tenacia. Obama ha pensato di ribaltare il tavolo e offrire un’apertura di credito a quell’impresentabile di Ahmadinejad. Risultato: l’Iran non ha concesso un’unghia e la palla è tornata sul campo di Obama che, a questo punto, non potrà più fare gli occhi dolci.
Diversa la condizione del Pakistan, un paese che già dispone dell’atomica ma che è formalmente un alleato degli Usa. Tuttavia alcune regioni del paese sono ormai in mano ai talebani e da settimane è in corso una violenta offensiva dell’esercito regolare, guidato nell’ombra dalle forse speciali Usa. In ogni caso, se l’arsenale nucleare finisse in mani ostili, sarebbe un bel guaio.
L’ultimo fronte lo ha aperto il folle di Kim Jong-il, dichiarando al mondo intero il proprio disegno megalomane. E ora lungo il famigerato 38° parallelo la tensione è alle stelle. La Corea del Sud è stata ufficialmente avvertita dal Nord: «Per noi è guerra». Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha riaffermato gli impegni degli Stati Uniti nei confronti del Giappone e della Corea del Sud, dicendo che Pyongyang dovrà far fronte alle conseguenze delle sue azioni «belligeranti». «Il regime - ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs - non fa altro che rafforzare l’ isolamento».
che ignora
la miseria
Marino Smiderle
Il governo di Kim Jong-il annuncia l’ennesimo esperimento nucleare e sale la tensione internazionale
Non hanno neanche gli occhi per piangere e si mettono a sperimentare tecnologie militari nucleari. La Corea del Nord, uno dei paesi più poveri al mondo, anziché cercare di uscire dal medioevo della civiltà vuole entrare direttamente nell’era della follia delle armi più distruttive. «Doppia sfida di Pyongyang alla comunità internazionale - scriveva il Corriere della sera all’indomani della notizia degli esperimenti nucleari -. Nella stessa giornata il regime nordcoreano ha compiuto il secondo test nucleare della sua storia e effettuato il lancio di tre missili con una gittata di 130 chilometri. È stato lo stesso governo di Kim Jong-il ad annunciare di aver condotto un test atomico più potente di quello dell'ottobre 2006 che scatenò l'indignazione e la preoccupazione del mondo intero. Il regime nordcoreano inoltre, secondo quanto riferito da una fonte di alto rango dell'ambasciata nordcoreana a Mosca citata dall'agenzia Itar-Tass, non esclude di effettuare altri test nucleari se gli Stati Uniti continueranno nella loro politica di intimidazione nei confronti dei Pyongyang».
Difficile capire quel che accade davvero in quella landa desolata del mondo. Gli unici occhi stranieri che possono spiare quel che sta avvenendo sono quelli dei satelliti spia Usa, ma non bastano per avere un’idea completa. Certo, stiamo parlando di una leadership paranoica, per di più dinastica, che ha il vezzo di definirsi comunista ma che per il bene del proprio popolo non fa assolutamente nulla.
Finora si è sempre salvata dalle ritorsioni della comunità internazionale attraverso la protezione, più o meno pelosa, che i vecchi alleati ideologici (dove però il capitalismo selvaggio ha soppiantato da tempo l’anticaglia marxista-leninista) Russia e Cina non hanno fatto mai mancare in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’autorità e l’efficacia dell’Onu sappiamo bene quanto valgano oggi (poco meno di zero), eppure dopo gli ultimi esperimenti di Pyongyang, anche Mosca e Pechino hanno dato segni di insofferenza. Ma Kim Jong-il va avanti per la sua strada lastricata di paranoia. E arriva a dichiarare nullo l’armistizio firmato nel 1953 con Seul, riaprendo di fatto le ostilità con la Corea del Sud che, col Giappone, ora si sente minacciata dall’ingombrante vicino.
«Il governo di Seul - ha scritto Enzo Bettiza su La Stampa - al quale Washington dichiara il proprio "impegno inequivocabile" a difendere il paese minacciato dal Nord, fa sapere di voler aderire alla Proliferation Security Iniative (Psi) che consentirebbe alle sue forze navali di intercettare navigli con carichi sospetti. Il regime di Kim Jong-il risponde a sua volta che userà "forti misure militari" ad ogni operazione del Sud volta a fermare e ispezionare imbarcazioni nordcoreane: potrebbe essere la scintilla di una pericolosa deflagrazione a catena nel Pacifico».
La situazione è delicata ed è sempre più evidente che la chiave di volta della soluzione nordcoreana resta la Cina. Ma per Masao Okonogi, professore del dipartimento di scienze politiche della Keio University di Tokyo, presidente dell’Accademia degli studi intercoreani ed esperto delle questioni dei rapporti tra Seul e Pyongyang, «il ruolo di mediazione tra Pyongyang e Washington non lo svolgerà almeno fino al primo ottobre, data simbolica per Pechino, visto che ricorre il 60° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese.
«Le nuove sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu arriveranno a breve anche la Cina le vuole e il Giappone spinge in modo particolare - ha spiegato Okonogi all’Ansa - ma non saranno tanto differenti da quelle in vigore. Appare evidente che il regime nordcoreano vuole trattare direttamente con gli Stati Uniti. I toni aggressivi e le continue provocazioni indicano che il Paese è allo stremo e Kim Jong-il ha bisogno di risolvere problemi immediati con aiuti immediati. L’obiettivo è certamente quello di raggiungere una nuova pace nella penisola coreana su basi diverse ma preoccupa la combinazione tra missili e nucleare».
In realtà, lo sgarbo nevrotico della Corea del Nord è il terzo fronte nucleare che si apre sul giardino della Casa Bianca da quando vi è andato ad abitare Barack Obama. Il nuovo approccio propositivo del presidente democratico Usa ha finora ricevuto risposte poco incoraggianti. La prima mano tesa era stata rivolta a Teheran e al regime degli ayatollah, dopo che Bush si era seccamente rifiutato di aprire ogni forma di dialogo. Le ambizioni nucleari dell’Iran sono note e gli Usa le hanno sempre combattute con tenacia. Obama ha pensato di ribaltare il tavolo e offrire un’apertura di credito a quell’impresentabile di Ahmadinejad. Risultato: l’Iran non ha concesso un’unghia e la palla è tornata sul campo di Obama che, a questo punto, non potrà più fare gli occhi dolci.
Diversa la condizione del Pakistan, un paese che già dispone dell’atomica ma che è formalmente un alleato degli Usa. Tuttavia alcune regioni del paese sono ormai in mano ai talebani e da settimane è in corso una violenta offensiva dell’esercito regolare, guidato nell’ombra dalle forse speciali Usa. In ogni caso, se l’arsenale nucleare finisse in mani ostili, sarebbe un bel guaio.
L’ultimo fronte lo ha aperto il folle di Kim Jong-il, dichiarando al mondo intero il proprio disegno megalomane. E ora lungo il famigerato 38° parallelo la tensione è alle stelle. La Corea del Sud è stata ufficialmente avvertita dal Nord: «Per noi è guerra». Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha riaffermato gli impegni degli Stati Uniti nei confronti del Giappone e della Corea del Sud, dicendo che Pyongyang dovrà far fronte alle conseguenze delle sue azioni «belligeranti». «Il regime - ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs - non fa altro che rafforzare l’ isolamento».
L'Enel batte cassa
PORTAFOGLIO
L’Enel chiede le munizioni
per il futuro
Marino Smiderle
A 1,3 milioni di piccoli risparmiatori verranno offerte le nuove azioni dell’aumento di capitale
Da quando il fallimento di Lehman ha agito da interruttore e ha acceso la crisi economica e finanziaria mondiale più grave dal ’29, Enel è la prima società italiana a mettere la faccia sul mercato e a chiedere qualcosa come 8 miliardi di euro cash ai propri soci a titolo di aumento di capitale. Non si tratta di un’operazione qualsiasi, visto che riguarda circa 1 milione e 300 mila piccoli azionisti che posseggono il 30 per cento del capitale. Di questi, oltre 115 mila sono in Veneto e 22.002 in provincia di Vicenza. La domanda semplice è: conviene aderire e quindi investire altri soldi nella compagnia elettrica più importante del Paese?
IL MOTIVO
Prima di scendere nel dettaglio e spiegare quali sono i termini dell’aumento di capitale e come si riflettono sulle nostre tasche, abbiamo chiesto al direttore finanziario di Enel, Claudio Machetti, di spiegare in parole povere perché la società ha deciso di chiedere altri soldi ai propri soci. «Negli anni a venire - ha risposto dopo aver ricordato i grandi investimenti fatti all’estero dalla compagnia - al fine di disporre di una struttura finanziaria solida ed equilibrata, che permetta a Enel di mantenere e consolidare il proprio posizionamento strategico sul mercato energetico, la società ha attuato una politica di riduzione del proprio livello di leva finanziaria. Per questa ragione il gruppo ha deciso di rivolgersi al mercato: l’aumento di capitale infatti oltre che servire a rafforzare la struttura patrimoniale di Enel, consentendo alla stessa con ogni probabilità di mantenere gli attuali elevati livelli di rating sul merito di credito, offrirà al gruppo sufficienti margini di flessibilità, utili a consolidare il proprio posizionamento strategico».
I TERMINI DELL’OPERAZIONE
La struttura dell’offerta è chiara: gli attuali azionisti di Enel potranno esercitare, fino al 19 giugno, l’opzione di acquisto di 13 azioni nuove per ogni 25 possedute al prezzo complessivo di 2,48 euro. Un esempio aiuta a chiarire meglio. Se voi avete 1.000 azioni Enel, per capire qual è la vostra opzione basta dividere 1.000 per 25 e moltiplicare per 13. Risultato: 520. Chi ha mille azioni potrà acquistarne 520 di nuove spendendo 2,48 euro ciascuna, e cioè 1.289,6 euro.
Tenuto conto che, al momento, il capitale di 1.000 azioni Enel equivale a 4.180 euro (venerdì il prezzo delle azioni Enel era di 4,18 euro), quello che vi chiede la società è di incrementare del 30 per cento il vostro investimento.
CAPITALE DI RISCHIO
Sia chiara una cosa: in questo investimento, come in qualsiasi investimento azionario, non c’è nulla di garantito. Può andare bene, può andare male. E dal punto di vista dei numeri, occorre dire che dai tempi della prima privatizzazione di Enel, non è che le azioni abbiano dato molte soddisfazioni ai risparmiatori, visto che le quotazioni si sono più o meno dimezzate dai tempi dell’offerta originaria. Va anche detto che questo calo delle quotazioni, amplificato dall’ultima crisi mondiale, è stato ampiamente compensato dalla politica di dividendi adottata da Enel nel corso del tempo. Dalla privatizzazione ad oggi la società elettrica ha distribuito 4,08 euro a titolo di dividendo. E anche per il futuro, grazie a questa operazione di ricapitalizzazione, Machetti ha annunciato che Enel distribuirà ai soci il 60 per cento dell’utile.
DILUIZIONE
Vale la pena ricordare che il socio non è assolutamente obbligato a sottoscrivere le nuove azioni. È altrettanto evidente, però, che vendendo i diritti il socio vedrà svalutato il proprio capitale. Il motivo è matematico: se prima alle 25 azioni iniziali (esempio) che valgono 4,18 ne vengono aggiunte altre 13, la torta da spartire è sempre la stessa (per ora) e quindi l’ampiezza (valore) delle fette (azioni) diminuisce. Questa perdita di valore iniziale può essere compensata in parte dalla vendita dei diritti, ma ciò non toglie che ci ritroveremo ai nastri di partenza con fette di torta più piccole e quindi con capacità di ritorno dell’investimento ridotta.
INFORMAZIONI
La grande operazione scatta oggi ed è consigliabile non aspettare l’ultimo giorno per aderire. Per ulteriori dettagli, Enel ha istituito un numero verde (800 13 23 23), una info-line all’indirizzo infoenel@aucap.it. Altre informazioni si trovano sul sito www.enel.it.
L’Enel chiede le munizioni
per il futuro
Marino Smiderle
A 1,3 milioni di piccoli risparmiatori verranno offerte le nuove azioni dell’aumento di capitale
Da quando il fallimento di Lehman ha agito da interruttore e ha acceso la crisi economica e finanziaria mondiale più grave dal ’29, Enel è la prima società italiana a mettere la faccia sul mercato e a chiedere qualcosa come 8 miliardi di euro cash ai propri soci a titolo di aumento di capitale. Non si tratta di un’operazione qualsiasi, visto che riguarda circa 1 milione e 300 mila piccoli azionisti che posseggono il 30 per cento del capitale. Di questi, oltre 115 mila sono in Veneto e 22.002 in provincia di Vicenza. La domanda semplice è: conviene aderire e quindi investire altri soldi nella compagnia elettrica più importante del Paese?
IL MOTIVO
Prima di scendere nel dettaglio e spiegare quali sono i termini dell’aumento di capitale e come si riflettono sulle nostre tasche, abbiamo chiesto al direttore finanziario di Enel, Claudio Machetti, di spiegare in parole povere perché la società ha deciso di chiedere altri soldi ai propri soci. «Negli anni a venire - ha risposto dopo aver ricordato i grandi investimenti fatti all’estero dalla compagnia - al fine di disporre di una struttura finanziaria solida ed equilibrata, che permetta a Enel di mantenere e consolidare il proprio posizionamento strategico sul mercato energetico, la società ha attuato una politica di riduzione del proprio livello di leva finanziaria. Per questa ragione il gruppo ha deciso di rivolgersi al mercato: l’aumento di capitale infatti oltre che servire a rafforzare la struttura patrimoniale di Enel, consentendo alla stessa con ogni probabilità di mantenere gli attuali elevati livelli di rating sul merito di credito, offrirà al gruppo sufficienti margini di flessibilità, utili a consolidare il proprio posizionamento strategico».
I TERMINI DELL’OPERAZIONE
La struttura dell’offerta è chiara: gli attuali azionisti di Enel potranno esercitare, fino al 19 giugno, l’opzione di acquisto di 13 azioni nuove per ogni 25 possedute al prezzo complessivo di 2,48 euro. Un esempio aiuta a chiarire meglio. Se voi avete 1.000 azioni Enel, per capire qual è la vostra opzione basta dividere 1.000 per 25 e moltiplicare per 13. Risultato: 520. Chi ha mille azioni potrà acquistarne 520 di nuove spendendo 2,48 euro ciascuna, e cioè 1.289,6 euro.
Tenuto conto che, al momento, il capitale di 1.000 azioni Enel equivale a 4.180 euro (venerdì il prezzo delle azioni Enel era di 4,18 euro), quello che vi chiede la società è di incrementare del 30 per cento il vostro investimento.
CAPITALE DI RISCHIO
Sia chiara una cosa: in questo investimento, come in qualsiasi investimento azionario, non c’è nulla di garantito. Può andare bene, può andare male. E dal punto di vista dei numeri, occorre dire che dai tempi della prima privatizzazione di Enel, non è che le azioni abbiano dato molte soddisfazioni ai risparmiatori, visto che le quotazioni si sono più o meno dimezzate dai tempi dell’offerta originaria. Va anche detto che questo calo delle quotazioni, amplificato dall’ultima crisi mondiale, è stato ampiamente compensato dalla politica di dividendi adottata da Enel nel corso del tempo. Dalla privatizzazione ad oggi la società elettrica ha distribuito 4,08 euro a titolo di dividendo. E anche per il futuro, grazie a questa operazione di ricapitalizzazione, Machetti ha annunciato che Enel distribuirà ai soci il 60 per cento dell’utile.
DILUIZIONE
Vale la pena ricordare che il socio non è assolutamente obbligato a sottoscrivere le nuove azioni. È altrettanto evidente, però, che vendendo i diritti il socio vedrà svalutato il proprio capitale. Il motivo è matematico: se prima alle 25 azioni iniziali (esempio) che valgono 4,18 ne vengono aggiunte altre 13, la torta da spartire è sempre la stessa (per ora) e quindi l’ampiezza (valore) delle fette (azioni) diminuisce. Questa perdita di valore iniziale può essere compensata in parte dalla vendita dei diritti, ma ciò non toglie che ci ritroveremo ai nastri di partenza con fette di torta più piccole e quindi con capacità di ritorno dell’investimento ridotta.
INFORMAZIONI
La grande operazione scatta oggi ed è consigliabile non aspettare l’ultimo giorno per aderire. Per ulteriori dettagli, Enel ha istituito un numero verde (800 13 23 23), una info-line all’indirizzo infoenel@aucap.it. Altre informazioni si trovano sul sito www.enel.it.
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