venerdì 31 luglio 2009

Tragedie

La passione per la montagna ha ucciso padre e figlio. E' successo sul Monte Cavallo.

mercoledì 29 luglio 2009

Stimoli

POLITICA & RECESSIONE. È stato presentato ieri a Venezia un piano di 9 milioni per finanziare i progetti di innovazione delle imprese venete. Bonus per l’occupazione

«Se assumi ti do 4.000 euro»
L’obiettivo degli assessori Donazzan e Sartor è quello di spingere le pmi venete a investire in tempi di crisi


Marino Smiderle
INVIATO A VENEZIA
«Settembre, ottobre e novembre saranno mesi dai toni sottolineati». Dice proprio così, Elena Donazzan, «toni sottolineati». Un dolce eufemismo per profetizzare un autunno più caldo che mai, verrebbe da dire bollente. Della serie, la crisi che abbiamo visto in Veneto finora è roba da niente. Il peggio arriverà alla fine delle vacanze, quando molte imprese, anziché riaprire i battenti, chiuderanno definitivamente baracca. Catastrofismo? Nel dubbio, la Regione Veneto, dopo aver spinto sull’acceleratore degli ammortizzatori sociali, sta schiacciando il tasto della politica attiva.
«Vogliamo aggredire la crisi non solo con misure passive come la cassa integrazione - ha spiegato la Donazzan - ma vogliamo mettere a disposizione delle nostre imprese e dei nostri lavoratori tutti gli strumenti in grado di innovare: innovare nella formazione, innovare nelle imprese, dare risposte affinché si possa superare questo momento».
Per questo ieri a palazzo Balbi c’era anche il governatore Giancarlo Galan, assieme agli assessori al Lavoro e all’Economia, Elena Donazzan, appunto, e Vendemiano Sartor, a presentare il lato B di questa politica anticrisi messa in cantiere dalla Regione con la preziosa collaborazione di associazioni di categoria e sindacati. Lato B che, nel caso specifico, consiste in quasi 9 milioni di euro da girare alle piccole e medie imprese venete che «promuovono l'imprenditorialità e lo sviluppo di servizi puntando sulla preparazione delle risorse umane e sugli investimenti produttivi che rendono possibili il mantenimento e la creazione dell'occupazione».
Il nuovo bando di finanziamento coinvolge anche l’assessorato all’Economia e per ogni progetto presentato si prevede anche la possibilità di acquistare, rinnovare o adeguare impianti, macchinari e attrezzature. La sfida lanciata da questa politica è infatti quella di stimolare le imprese a investire nel momento di recessione, gettando anche sul piatto l’incentivo di 4.000 euro per ciascun nuovo assunto che abbia partecipato all’attività formativa (se assunzione a tempo indeterminato di soggetti disoccupati o trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato».
Si comincia, come detto, con 9 milioni di euro, a fronte di uno stanziamento totale previsto di 35 milioni, e l’importo finanziabile di ciascun progetto andrà da un minimo di 40 mila a un massimo di 130 mila euro. Le pmi interessate hanno tempo fino al 16 settembre per presentare i progetti, tenendo conto che l’intenzione della Regione è quella di premiare quelli che introdurranno in azienda strategie innovative legate, in particolare, al risparmio energetico, alla riduzione dell’impatto ambientale, all’internazionalizzazione, oltre che alla costituzione di reti di imprese.
Riassumendo, instaurando una sinergia tra Fondo sociale europeo (Fse) e Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), la Regione salta in groppa alla crisi e invita le imprese a prepararsi alla ripresa, per quanto essa possa essere lontana, presentando progetti che riceveranno contributi qualora dovessero essere riconosciuti meritevoli. Questa prima tranche di finanziamenti andrà a una novantina di progetti.
«Vorrei anch’io sottolineare - ha detto la Donazzan - la comunità d’intenti tra Regione, sindacati e associazioni di categoria che ha caratterizzato la gestione di questa prima parte della crisi. Ora è arrivato il momento di andare oltre la pur fondamentale erogazione degli ammortizzatori sociali».
Che il peggio debba ancora venire, è opinione comune tra gli addetti ai lavori, anche se nessuno vuole propagandare troppo questa tesi per paura di essere accusato di essere un uccellaccio del malaugurio. Tuttavia, a guardare i dati occupazionali di questo primo semestre 2009, diffusi da Veneto Lavoro, c’è già da mettersi le mani nei capelli. A cominciare dalle crisi aziendali (511 le procedure concluse per un totale di 19.392 lavoratori coinvolti, quando in tutto il 2009 le crisi erano state 335 e i lavoratori 6.717), che vedono Vicenza guidare questa poco incoraggiante classifica con 122 aziende e 4.865 lavoratori. I settori più colpiti sono il metalmeccanico e il commercio.
Non c’è da stare allegri neanche sul fronte cassa integrazione, con un dato cumulato del primo semestre 2009 di oltre 25 milioni di ore, contro le 15,5 di tutto il 2008. Anche in questo caso è Vicenza la provincia più colpita, con il 40% del totale). Finora la Regione ha indirizzato le risorse a coprire i lavoratori esclusi. Adesso la crisi si affronta a viso aperto.

lunedì 27 luglio 2009

Tragedie

Perdere la vita a vent'anni lungo una statale poco trafficata e rettilinea, alle cinque della mattina. Così sono morti tre giovani veronesi.

domenica 26 luglio 2009

Giallini & gialloni

Quattro giorni di appassionata lettura del primo giallone dello svedese Stieg Larsson mi avevano convinto che, contrariamente alle mie radicate convinzioni, qualche volta un best seller è anche un ottimo libro. E "Uomini che odiano le donne", primo di una trilogia che probabilmente non finirò per non perdere le emozioni narrative che mi ha regalato questo primo tomo (cavolo, sono quasi 700 pagine, solo in vacanza si possono leggere...), è sicuramente un ottimo libro, con una storia piena di intrecci e di bei personaggi.
Sbagliavo, dicevo, ad affidarmi ai soliti libretti che vendono poche migliaia di copie ma che mi illudo di scoprire come capolavori. Epperò ho ceduto anche quest'anno e mi sono lasciato cullare dal giallino napoletano di Marco Polillo (stavolta scrittore e non editore), "Corpo morto". Storiellina più lieve ma quanto calore, quanto cuore. E quanta comprensione e affetto per il grande commissario Zottìa. Insomma, tra gialloni e giallini, quest'estate di lettura mi è andata di lusso.

sabato 18 luglio 2009

Chiuso per ferie

Il libertario se ne va in vacanza. Solo per una settimana.

Follia assassina

A Nanto un tenente colonnello dei carabinieri può morire così. Difficile da accettare.

giovedì 16 luglio 2009

I parà della 173a in Afghanistan

LA MISSIONE. Il ministero della Difesa degli Stati Uniti ha annunciato che 3.700 militari della 173ª Brigata aviotrasportata partiranno alla fine del prossimo autunno

Ederle, i parà di nuovo in Afghanistan
Per gli americani di Vicenza questo è il quarto incarico in zona di guerra Tragico bilancio: 69 uccisi

Alcuni soldati americani pronti per una missione in AfghanistanDi nuovo pronti per partire. Il ministero della Difesa americano ha diffuso l’altro giorno l’elenco delle brigate destinate a una nuova missione in Afghanistan, a partire dal prossimo mese di dicembre. Tra queste figura ancora la 173a Brigata, di stanza alla caserma Ederle.
Per i parà “vicentini” a stelle e strisce, la prossima sarà la quarta missione in territorio di guerra dalla primavera del 2003, quando furono i primi a gettarsi nel nord dell’Iraq in quello che è passato alla storia come il lancio più massiccio dai tempi della seconda guerra mondiale.
Da quel momento in poi, la 173a è stata impegnata per due missioni (un anno la prima, nel 2005, e un anno e tre mesi la seconda, tra il 2007 e il 2008) in Afghanistan. Di fatto la 173a è una delle Brigate, ora trasformata in un Combat Team, che più sono state impegnate nella lunga e tutt’altro che terminata guerra contro i talebani. E dal momento che il nuovo presidente Barack Obama ha deciso di mandare rinforzi proprio in Afghanistan, avviando un progressivo disimpegno in Iraq, era fatale che i reparti più esperti e preparati ricevessero una nuova chiamata.
Nel corso di queste missioni, i parà della Ederle hanno dovuto pagare un pesante tributo in termini di vittime. La missione più sanguinosa è stata l’ultima, nella provincia di Kunar, nella quale sono morti 43 soldati. Ma i militari kia (killed in action) in totale in Afghanistan diventano 60 se si tiene conto delle 17 vittime nel 2005. Per chiudere questo tragico bilancio, il conto sale a 69 visto che in Iraq persero la vita 9 parà.
A dicembre saranno circa 3.700 i soldati interessati alla chiamata, tra parà della 173a di base a Vicenza e in Germania.MA.SM.

Lavorare prima... e dopo

OCCUPAZIONE. Nell’azienda di Schio proprietà e organizzazioni sindacali hanno raggiunto un’intesa innovativa nella distribuzione temporale degli orari di lavoro

Contratto “anti-crisi” in Voith
I dipendenti stanno facendo straordinari che dal 2010 saranno compensati con permessi retribuiti

Marino Smiderle
SCHIO
La crisi alla Voith Paper di Schio ancora non c’è, tanto è vero che i dipendenti devono fare gli straordinari per poter consegnare in tempo i prodotti a suo tempo ordinati. Ma dagli inizi del 2010, secondo le previsioni del management, potrebbero esserci dei rallentamenti. E in questa prospettiva l’azienda ha raggiunto un innovativo accordo con i sindacati che, in sostanza, permette di trasformare gli straordinari a cui si è fatto ricorso quest’anno in futuri permessi retribuiti per il periodo, se verrà, delle vacche magre.
L’azienda scledense, situata nell’area ex De Pretto-Escher Wyss, fa parte di un grande gruppo tedesco, fondato nel 1867, che attualmente impiega circa 43 mila persone nei 290 stabilimenti sparsi in giro per il mondo e che fattura quasi 5 miliardi di euro. «Ed è proprio dalle soluzioni contrattuali adottate negli anni scorsi dalle aziende del gruppo in Austria e Germania che abbiamo pensato di seguire l’esempio anche da noi - spiega Stefano Spigarolo, direttore generale di Voith Paper Schio -. Veniamo da anni in cui siamo sempre stato coperti di lavoro e di commesse e quindi non avevamo mai avuto bisogno di un accorgimento simile. Il gran lavoro che stiamo ultimando in questi mesi deriva da commesse relative a un anno, un anno e mezzo fa. Può essere che all’inizio del 2010 ci sia un rallentamento e quindi con i sindacati, le rappresentanze sindacali interne e Confindustria Vicenza abbiamo raggiunto un importante accordo».
«L’accordo prevede - spiegano in Confindustria Vicenza - che le ore lavorative fatte in più rispetto al normale orario di lavoro nel periodo giugno 2009-gennaio 2010, anziché essere retribuite come "straordinario", vengano accantonate per essere fruite come permessi retribuiti nel periodo febbraio 2010-settembre 2010. Si tratta di un accordo innovativo e originale. Innanzitutto non vi sono limiti alle ore in più: il contratto prevede 64 ore annue in regime di flessibilità, che l'accordo aziendale ha portato a 350, eliminando di fatto ogni limite pur di mettere "a riserva" un monte-ore per i mesi di bassa produzione previsti nel corso del 2010; ciò limita il ricorso ad ammortizzatori sociali, con risparmio per la spesa pubblica».
La soluzione comporta dei vantaggi sia per l’azienda, che può sbloccare i limiti degli straordinari, sia per i dipendenti, che potranno far fronte al periodo di crisi senza ricorsi alla cassa integrazione e, quindi, senza le limitazioni di stipendio insiti nei vari strumenti previsti dagli ammortizzatori sociali.
«L'accordo comprende inoltre verifiche periodiche per monitorare l'andamento dell'attività - aggiunge Confindustria Vicenza - e prevede che non solo le ore fatte in più, ma anche le relative maggiorazioni potranno essere convertite in ulteriori ore di flessibilità, proprio per far fronte al periodo di calo della domanda che si prevede per una certa parte dell'anno prossimo. La filosofia dell'accordo, infine, è permeata da un forte coinvolgimento delle maestranze e delle rsu in ogni fase attuativa».
E se, cosa che si augurano tutti, la crisi dovesse essere sostituita da una repentina ripresa dell’economia e degli ordinativi per Voith Paper? «In questo caso . risponde Spigarolo - è chiaro che non si può portare avanti all’infinito la possibilità di sostituire lo straordinario con i permessi. Di conseguenza le ore lavorate in più verrebbero liquidate al dipendente alle ultime condizioni contrattuali previste».
Luigi Copiello, segretario provinciale della Cisl, ricorda che questa intesa rientra nel solco di un tema importante qual è quello della flessibilità nel mondo del lavoro. «Ricordo per esempio gli accordi fatti con realtà produttive come la Baxi e la Telwin - dice Copiello - e penso che l’intesa con la Voith paper, che contiene elementi di assoluta originalità, potrebbe essere l’occasione per le parti sociali vicentine di mettersi attorno attorno a un tavolo e ipotizzare delle bozze contrattuali che vadano oltre i confini delle singole aziende e che finiscano col riguardare l’intero territorio».
Copiello, insomma, coglie l’occasione per sottolineare l’importanza di quello che potrebbe essere un futuro contratto territoriale, su cui però non c’è ancora un’adesione generale. «Il caso della Voith Paper - insiste il segretario della Cisl - dimostra che a livello decentrato c’è molta più flessibilità che a livello nazionale. Non accontentiamoci di casi aziendali, troviamo un punto comune a livello territoriale. In questo modo a queste soluzioni avrebbero accesso anche tutte le pmi che al momento sono costrette a fare riferimento al solo contratto nazionale».

Giornalismo

“News is what somebody somewhere wants to suppress; all the rest is advertising”. Lord Northcliffe (thanks to Campariman)

mercoledì 15 luglio 2009

La via lattea

SETTORE CASEARIO. Un anno dopo l’avvio della produzione nella nuova struttura di via Faedo, il cda del gruppo torinese ha nominato il nuovo direttore generale

Centrale latte si fa sempre
più vicentina
Alberto Bizzotto: «Tanto i fornitori quanto i clienti provengono da questa zona L’obiettivo? Crescere»

Marino Smiderle
VICENZA
Più che la Presa della Bastiglia, l’assalto al nuovo stabilimento della Centrale del latte di Vicenza. Da via Medici e via Faedo: un anno fa esatto partiva l’avventura, con l’accensione dei motori di un’impiantistica tra le più moderne in Europa. E in questi giorni il primo anniversario è stato sobriamente ricordato con un’importante avvicendamento alla guida operativa della Centrale: il vicentino Alberto Bizzotto è stato infatti nominato direttore generale al posto di Nicola Codispoti, che diventa amministratore delegato del Gruppo torinese.
Già, Torino. Nel 2002, quando la Centrale del latte di Torino definì l’acquisizione della Centrale di Vicenza firmando un assegno di 23,75 milioni di euro, più di qualche vicentino si strappò le vesti. D’accordo, quei soldi vennero usati dall’allora sindaco Hüllweck per avviare la realizzazione del nuovo teatro, ma molti temevano che la città si stesse privando di un pezzo fondamentale dell’argenteria produttiva di famiglia. Sette anni dopo ci sono almeno due prove lampanti che l’argenteria brilla ancora di luce berica.
«L’ultima prova in ordine di tempo è la nomina del sottoscritto - esordisce il nuovo direttore, Alberto Bizzotto -. Dopo aver fatto un’esperienza alla guida del settore marketing in Centrale dal ’95 al ’98, tornai a fare un colloquio alla fine del 2002, con i nuovi proprietari dell’azienda. Ricordo che feci un colloquio davanti all’intero consigli odi amministrazione, e alla fine mi presero che responsabile delle vendite, prima, e responsabile commerciale poi. L’incarico di direttore generale è il coronamento di una carriera che, al di là degli aspetti personali, dimostra di quanto il vertice di Torino tenga in considerazione il radicamento nel territorio vicentino della Centrale».
Lo conferma anche Emiliano Feller, che fa parte del cda dell’azienda vicentina e che ha seguito tutto l’iter di apertura del nuovo stabilimento a Vicenza est. «L’anno scorso di questi tempi abbiamo passato qualche notte in bianco - rivela - e invece adesso posso dire che è andato tutto bene. Anzi, il passaggio produttivo è stato fatto a tempo di record e senza intoppi».
Nello stabilimento vicentino si produce il latte fresco, il latte Uht, gli yogurt e i probiotici. «E a proposito del latte - osserva Bizzotto - noi abbiamo tanto i fornitori quanto i clienti che provengono dalla medesima zona. In un periodo in cui si parla tanto di chilometri-zero a proposito di prodotti, credo di poter dire che il nostro sia un esempio lampante».
«L’altro giorno è venuto in visita il direttore della Coldiretti, Rampazzo - ricorda Feller - e ha potuto toccare con mano la nostra vicinanza ai produttori della zona. Questo rapporto è alla base del nostro successo».
Ovvio, la crisi batte forte anche a queste latitudini, specie per un gruppo, la Centrale del latte di Torino, quotata in Borsa ed esposta alla buriane finanziarie di quest’anno pericoloso. Per la realizzazione dello stabilimento di Vicenza sono stati investiti oltre 30 milioni di euro e la capitalizzazione di Borsa del gruppo supera di poco i 20 milioni: qualcosa che non quadra, in questo folle mercato, evidentemente c’è.
«Ma noi riusciremo a chiudere l’esercizio 2009 - anticipa Bizzotto - sui livelli di fatturato dell’esercizio precedente, intorno ai 25 milioni di euro (Solo per la business unit di Vicenza, ndr). In futuro l’obiettivo è di tornare a crescere a due cifre».
E per questo funziona un reparto ricerca e sviluppo che punta anche a nuovi prodotti. «L’ultimo nato non ha niente a che fare con il settore caseario - conclude Bizzotto -. Si chiama Smoothie ed è la nostra scommessa nella frutta. Possiamo sfruttare l’impianto del probiotico e il risultato qualitativo di questa nuova frontiera alimentare è ottimo».
Certo, la potenzialità dello stabilimento è tale da ipotizzare possibili nuove aggregazioni. Sotto le ceneri della crisi covano occasioni che Vicenza, c’è da scommetterci, non si farà sfuggire.

lunedì 13 luglio 2009

Ui che?

Gli uiguri
nel mirino
di Pechino

Marino Smiderle

Dopo il Tibet ecco Urumqi
Un’altra rivendicazione autonomista
minaccia il futuro del regime comunista

Come al solito la Cina riesce nell’intento di spegnere in fretta i riflettori su una rivolta etnica interna di cui nessuno, nemmeno al G8, ha avuto il coraggio di parlare. La parola d’ordine, in tempi di crisi economica, è minimizzare. O, al massimo, sciacquarsi la bocca con alcuni gargarismi di finta coscienza democratica per chiedere a Hu Jintao il rispetto dei diritti umani. La verità è che l’ultima esplosione di violenza nello Xinjiang, la regione degli uiguri, un’etnia di turchi musulmani, è l’ennesima testimonianza che in Cina il capitalismo sta soffocando proprio per la mancanza dell’ossigeno democratico. La crescita economica eccezionale partita con l’intuizione riformista di Den Xiao Ping ha superato con difficoltà le forche caudine di piazza Tienanmen ma rischia di schiantarsi sulle rivendicazioni autonomiste del Tibet prima e degli uiguri ora.
Come spesso accade negli incroci della storia, le grandi trasformazioni, le grandi rivoluzioni divampano a causa di una scintilla banale, casuale. Il 5 luglio gli uiguri sono scesi in piazza a Urumqi, capitale dello Xinjiang, per protestare contro il linciaggio subito da due lavoratori nel Guandong, dalla parte opposta della Cina. Per capirci geograficamente, è come se i torinesi protestassero per l’omicidio di due piemontesi in Friuli Venezia Giulia. Era successo che i cinesi di etnia han, la maggioranza assoluta nel paese, persuasi che gli uiguri fossero responsabili di uno stupro, avevano organizzato una spedizione punitiva alla ricerca di giustizia sommaria. Risultato: due uiguri uccisi. Col dettaglio che, per ammissione della stessa presunta violentata, Huang Cuilian, apprendista da un paio di mesi alla fabbrica di giocattoli "Early light", nessuno l’aveva nemmeno sfiorata con un dito.
All’agenzia Xinhua ha raccontato di essersi persa e di essere finita per sbaglio nel dormitorio degli uomini. «Lì dentro - ha ricostruito Marco Del Corona, corrispondente da Pechino del Corriere della sera - c’erano soprattutto uiguri, il proprietario ne aveva assunti 600. "Quando ho visto che avevo sbagliato ho avuto paura, non so perché. Ho cacciato un urlo, involontariamente, e mi sono messa a correre". Uno dei ragazzi si è alzato e ha cominciato a pestare i piedi come per inseguirla, "ma faceva finta, voleva solo prendermi in giro. Non mi è successo nulla", ha candidamente ammesso».
Dunque, per non essere successo nulla la comunità han del Guandong ha ucciso due uiguri, ritenendoli responsabili di uno stupro che non era stato commesso. La reazione a catena nello Xinjiang, a migliaia di chilometri di distanza, è stata incredibilmente violenta. Quasi gli uiguri non aspettassero altro per scendere in piazza, rivendicare diritti che ritengono calpestati e scontrarsi con gli han e con la polizia. L’agenzia ApCom riassume così la situazione a una settimana dall’esplosione della violenza: «Le forze dell'ordine presidiano in massa Urumqi, capitale della regione cinese dello Xinjiang teatro di scontri etnici fra gli uiguri e gli han. In città la popolazione sembra aver ripreso regolarmente le sue attività, dopo circa una settimana dalle manifestazioni di domenica scorsa costate la vita ad almeno 184 persone. L'opposizione in esilio cita un bilancio di diverse migliaia di morti, e aumentano le proteste della comunità internazionale. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha parlato di "genocidio" e Amnesty International ha chiesto al governo cinese un'indagine "seria"».
Così come ancora oggi non sappiamo con precisione cosa è successo a piazza Tienanmen nell’89, allo stesso modo non sapremo probabilmente mai cosa è successo a Urumqi. Quel che è certo è che, per quanto causale possa sembrare la scintilla che ha fatto scoppiare la violenza, la questione degli uiguri è da tempo nel mirino del governo cinese. «Secondo il censimento del 2007 - scrive Yitzhak Shichor di Open Democracy, riportato da Internazionale - gli uiguri sono più di 10 milioni, quasi il 50 per cento della popolazione, e formano la minoranza più numerosa del Xinjiang. Nel 1949 erano il 95 per cento, ma la loro presenza è stata ridotta dalle politiche di insediamento per gli han cinesi della regione. Gli uiguri hanno tentato più volte di conquistare l’indipendenza, in particolare negli anni 30 e 40 quando furono fondate la prima (1933) e la seconda (1944-1949) repubblica del Turkestan orientale. Pechino, che li considera dei separatisti, ha usato tutti i mezzi culturali, sociali, economici, politici e militari per reprimere qualunque segno di ribellione».
E anche stavolta Hu Jintao, che ha abbandonato i lavori del G8 per tornare in Cina e occuparsi della questione, non ha lesinato energie e risorse per far capire agli uiguri, così come era stato fatto capire ai tibetani, che qualsiasi aspirazione autonomista sarà spazzata via da Pechino. E il primo provvedimento adottato da Hu Jintao è stato quello di affidare a un tipo tostissimo come Zhou Yongkang, uno dei massimi dirigenti del partito comunista cinese, l’incarico di affrontare e risolvere la crisi nello Xinjiang. «Fedele al ruolo delicato che ricopre - ha scritto Luca Vinciguerra su Il Sole 24 Ore - Zhou si è sempre tenuto a debita distanza dai media. Di lui è nota solo una frase pronunciata più volte in tempi di crisi, fin da quando governava l'irrequieto Sichuan: "Bisogna stroncare le forze ostili". Con questa idea ben piantata nella testa, Zhou è partito per Urumqi deciso più che mai a portare a termine con successo la delicata missione affidatagli da Hu Jintao».
La forza economica della Cina impedisce, di fatto, qualsiasi ingerenza. Dura dirlo, ma in questo momento l’occidente si volta dall’altra parte. Ma dopo i tibetani e dopo gli uiguri potrebbe arrivare un’altra spallata al regime. Che si ostina a tenere seperata la libertà economica da quella politica.

domenica 12 luglio 2009

Sul pattino no

Bagnino focoso, turista di più. Storia di una vogata proibita a Eraclea.

sabato 11 luglio 2009

Pedalate sui denti

Il ciclismo diventa politica a Montebelluna. No al GP "Padania" Pd dixit.

venerdì 10 luglio 2009

Credito elettronico

UNA NOVITÀ DELLA POPOLARE. Anche i micro acquisti saranno possibili passando la tessera davanti ad un lettore

Con la carta di credito
si può comprare il pane

Marino Smiderle

Il pane dal fornaio, il giornale dall’edicolante, il caffè al bar. Piccoli acquisti quotidiani che non ci saremmo mai sognati di pagare con la carta di credito. Viene da ridere al solo pensiero che, per un’operazione da un euro, l’esercente prenda la carta, la strisci sulla macchinetta, aspetti la stampa in duplice copia dello scontrino e archivi l’incartamento. Eppure un sistema c’è per evitare tutta questa burocrazia e usare comunque la carta di credito per fare anche dei micro-acquisti: si chiama PayPass, basta portare la carta davanti a un piccolo lettore e, come per magia, il gioco è fatto. Veloce, rapido e sicuro.
A lanciare questa tecnologia innovativa, per primi nel Nord Est, saranno Banca Popolare di Vicenza e MasterCard. L’iniziativa è stata presentata ieri nella sede dell’istituto di credito, in via Framarin. «In questo modo - spiega Samuele Sorato, direttore generale di Bpvi - noi aggiungeremo una funzionalità particolare ai titolari di carta di credito del circuito MasterCard, senza alcun onere. Per tutte le spese che faranno entro un tetto massimo di 25 euro, questi titolari potranno prendere la carta e sfiorare il Pos particolare installato nei negozi convenzionati. Automaticamente verrà registrato l’addebito, senza bisogno di scontrini». Carta di credito era e carta di credito rimane. Nel senso che, qualora si acquistasse merce per 26 euro, l’apparecchio elettronico si rifiuterebbe di addebitare in modo automatico l’importo ma attiverebbe la normale procedura, con firma e scontrino.
«Questa tecnologia - aggiunge Paolo Battiston, direttore generale MasterCard Italia - offre molti vantaggi in termini di praticità, rapidità e sicurezza. L’esercente digita solo l’importo della transazione e il cliente avvicina la carta al lettore: il pagamento viene autorizzato in meno di un secondo mediante la trasmissione sicura dei dati che si realizza off-line, senza costi telefonici. Stiamo puntando sempre di più sull’innovazione "contactless" (senza contatto), con dispositivi come portachiavi, orologi, braccialetti e cellulari».
Senza contatto, ecco il concetto chiave che potrebbe far decollare un sistema di pagamento, le carte di credito, appunto, che in Italia hanno sempre stentato a prendere piede. «La scelta per sperimentare questo prodotto - rivelano Battiston e Sorato - è caduta proprio su Vicenza per due motivi: la presenza di una base di clientela molto forte e veicolata da una banca radicata nel territorio come la Popolare e la potenzialità elevata del business».L’esperimento inizierà a settembre, con il coinvolgimento di 10 mila titolari di carte e 400 esercenti. In un secondo momento verrà esteso ai territori delle due controllate di Bpvi, il centro Italia per Cariprato, la Sicilia e il sud per Banca Nuova. «L’innovazione tecnologica è da sempre uno dei nostri punti di distinzione - sottolinea il dg della Popolare di Vicenza - e per questo siamo orgogliosi di essere il primo istituto italiano a lanciare su vasta scala a livello commerciale questa nuova carta». L’imperativo è quello di allargare il più possibile il ventaglio di negozi convenzionati. «Partiamo con 250 esercizi in centro città e con 150 in periferia e in provincia - conclude Battiston - ma contiamo di aumentare presto il numero». Anche perché, considerati gli obiettivi di Bpvi e MasterCard, agli aderenti verranno fatte delle offerte d’ingresso molto convenienti, sia in termini di costo di attrezzatura che di commissioni per operazione.

mercoledì 8 luglio 2009

E lo scudo?


Ecco le prossime maglie dell'Inter, secondo www.footballshirtculture.com.
Belle, ma se da un lato la scelta di mettere il tricolore attorno al nostro amato simbolo è di gran classe, dall'altro l'assenza del tradizionale scudo sudato in campo mi dà un pochino di fastidio. Che sia solo una dimenticanza?

Un Napolitano a Nord Est


IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE. È stato presentato ieri al Quirinale il 10° studio sull’andamento dell’economia. I numeri non cancellano le speranze di ripresa

Il Nord Est soffre ma non si arrende

Il 72% degli imprenditori vede l’ombra della crisi allungarsi fino ai primi del 2010«Ma il sistema è di robusta costituzione»

Marino Smiderle

La crisi del decimo anno. Non certo per colpa della Fondazione Nord Est, da sempre il barometro più preciso per capire cosa succede a queste latitudini. Piuttosto per colpa di una crisi globale che non risparmia nemmeno chi, come l’imprenditore medio del Nord Est, ha usato questi anni di perturbazioni per innovare, rilanciare e migliorare la propria azienda. Ecco allora che “Nord Est 2009 - Rapporto sulla società e l’economia”, realizzato per il decimo anno consecutivo dalla Fondazione Nord Est, diventa una sorta di bussola straordinaria per chi cerca una strada che al momento sembra coperta dai rovi della recessione. Un motivo in più, oltre all’anniversario tondo, per fare in questo tribolato 2009 una presentazione d’eccezione, niente meno che al Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
La discussione aperta, il dibattito e il convegno di questo decimo anniversario della Fondazione presieduta da Andrea Tomat e diretta da Daniele Marini si terranno a settembre, probabilmente con la partecipazione dello stesso Napolitano. Per il momento è già a disposizione il testo del Rapporto, utile vademecum per capire dove diavolo stiamo andando.
Alla Fondazione Nord Est sono ricercatori, studiosi, mica astrologi. Ti possono dire (Bruno Anastasia e Giancarlo Corò) che «nel 2008, il Pil del Nord Est ha subito un arretramento dello 0,8%, in un contesto nazionale che ha osservato un rallentamento pari all'1%» e che «se le previsioni per il 2009 saranno confermate, un calo del Pil attorno al 4% (accomunando Nord Est, Italia e area Euro), sarà il peggiore risultato ottenuto dopo la seconda guerra mondiale». E guardando alla scuola (Lorenzo Bernardi e Monica Cominato) si scopre che «nei dieci anni trascorsi è raddoppiato il numero di studenti usciti con successo dal sistema universitario: dai 151.000 laureati nel 1999 si è arrivati agli oltre 300.000 del 2007».
Focalizzando l’attenzione sull’aspetto demografico (Gianpiero Dalla Zuanna e Maria Letizia Tanturri), scopriamo che «nel decennio che va dal 1998 al 2008 la popolazione nel Nord Est è aumentata di 500.000 persone», mentre sul fronte occupazione (Maurizio Gambuzza e Maurizio Rasera) «i dati di consuntivo del 2008 mostrano un mercato del lavoro nordestino ancora in espansione: l'occupazione cresce su base annua dell'1,6%, rispetto allo 0,8% nazionale».
Quando invece si poggia la lente sul futuro, investigando i pareri di diversi protagonisti (Fabio Marzella e Davide Girardi), si vede che «gli imprenditori del Nord Est esprimono, con una certa convinzione, che la fase di peggioramento sta passando, siamo in un momento di stallo che può portare a diverse risposte: un rallentamento, un rimbalzo fisiologico, oppure un inizio di ripresa».
Messa giù così, sembra una versione edulcorata di una crisi che morde i garretti di un’economia balbuziente. «La crisi, sicuramente profonda e trasversale come mai in precedenza, sta accelerando e amplificando fenomeni già presenti - premette il presidente, Andrea Tomat -. Allo stesso tempo c'è un Nord Est che, nonostante tutto, sta reagendo e che, rispetto ad altri contesti territoriali, riesce anche oggi a offrire performance migliori. È il sistema produttivo che negli anni scorsi ha saputo investire nella riorganizzazione delle attività e nel capitale umano, ha irrobustito le proprie filiere, si è allungato sui mercati internazionali esplorando nuovi territori».
Per fare un viaggio in questo Nord Est colpito dalla crisi globale conviene però affidarsi alla guida esperta di Daniele Marini, uno che conosce ogni numerino di questa terra e che, nonostante tutto, confeziona una lettura ottimista di questa fase. Al centro di tutto, per il direttore della Fondazione Nord Est, c’è la figura dell’imprenditore, «l'emblema del Nord Est talent-scout: si muove continuamente alla ricerca di nuove domande, s'inoltra nei mercati più distanti per coglierne le tendenze, costruisce relazioni e reti per avere informazioni».
I numeri sono numeri, e qui come in tutto il mondo sono zeppi di segni meno davanti. Nell’ultimo sondaggio organizzato dalla Fondazione «gli imprenditori del Nord Est interpellati sono molto cauti, più spesso si dividono a metà nelle previsioni sulle ricadute che la recessione avrà sulla produzione, sulle esportazioni, piuttosto che sui consumi: prevedono un peggioramento nel prossimo semestre rispettivamente per il 57,4%, il 51,5% e il 50,5%. La maggioranza (72,1%) vede l'ombra della crisi allungarsi fino ai primi mesi del 2010». E però «è diverso l'approccio con cui si vive questa fase recessiva. Dopo lo smarrimento iniziale dovuto al crollo repentino e simultaneo degli ordinativi nell'autunno 2008, che hanno spinto le imprese a rimodulare i propri budget, i piani di investimento e le strategie, ora prevale un atteggiamento di aggressione al mercato».
Forse è per questo che gli analisti e i giornalisti economici hanno piantato in queste terre ideali antenne per cogliere il trend in anticipo. Perché questa sarà magari una periferia ma, secondo Marini, «questa periferia è diventata, invece, "centrale" perché in essa si materializzano processi di innovazione sociale ed economica, che successivamente si riverberano sull'intero Paese».
La tesi di fondo che esce da questo decimo rapporto, insomma, è che tutti gli sforzi di modernizzazione fatti dagli imprenditori da quando la globalizzazione li ha costretti a misurarsi con concorrenze fortissime (vedi Cina e India) non sono stati inutili. La crisi «come una malattia, non debilita le persone con la medesima intensità - sostiene Marini - dipende dallo stato di costituzione fisica con cui la malattia intercetta il soggetto».
Le spalle del Nord Est sanno reggere l’urto della recessione più di altre. Quanto all’idea per ripartire al più presto, Gianluca Toschi e Silvia Oliva provano a indicare una strada. «Le aziende di successo condividono la capacità di leggere e anticipare il mercato, unita all'attitudine a spostare continuamente il traguardo in avanti, accettando e cercando nuove sfide». Hai detto niente.[

lunedì 6 luglio 2009

Il golpe

Golpe in Honduras

Marino Smiderle
La corte suprema incarica i militari di deporre Zelaya e di insediare Micheletti Condanne da tutto il mondo

Se qualcuno pensava che l'America Latina fosse guarita dal morbo dei colpi di stato, un tempo caratteristica frequente dei cambi di governo a queste latitudini, l'Honduras ha provveduto a risvegliare antichi fantasmi. Succede che il presidente, Manuel Zelaya, la cui scadenza del mandato è prevista per il prossimo gennaio, venga svegliato nel cuore della notte nella sua residenza. A bussare, si fa per dire, alla sua porta, sono diversi soldati armati fino ai denti. «Lei se ne deve andare», gli intimano senza troppa grazia. Volendo vedere un aspetto positivo in questo colpo di stato, anziché usare le armi di cui erano dotati per far fuori il presidente, le truppe d'assalto si limitano ad accompagnarlo all'aeroporto, caricarlo su un aereo con destinazione Costa Rica e dichiarare che il nuovo capo di stato, almeno fino alla scadenza del mandato, sarà Roberto Micheletti, di origini bergamasche.
«Sono stato rapito e sono vittima di un complotto» ha detto Zelaya dai microfoni della catena televisiva latinoamericana Telesur. «Ora il presidente si trova in Costa Rica - riassume il Corriere della sera - dove è stato condotto con la forza dai militari. Il capo dello stato dell’Honduras, alleato del venezuelano Hugo Chavez, è stato bloccato all’alba dai militari all’interno della sua residenza, poco prima dell’apertura delle urne per il contestato referendum di revisione costituzionale. Dietro il golpe militare c'è la Corte Suprema di Tegucigalpa. I giudici hanno spiegato infatti con un comunicato di aver ordinato ai militari di agire proprio perché Zelaya aveva tentato di violare la legge facendo votare un referendum per autorizzare la sua rielezione. La moglie del presidente deposto, la «primera dama» honduregna, Xiomara de Zelaya, non è riuscita a fuggire con il marito in Costa Rica e si è rifugiata su una montagna nella zona orientale del Paese. E in serata il Parlamento dell'Honduras ha nominato successore del presidente deposto il presidente dello stesso Parlamento, Roberto Micheletti. Il voto è avvenuto per alzata di mano».
Il nocciolo della questione sta proprio nella virata della politica di Zelaya in direzione del venezuelano Chavez. Ed è proprio dal caudillo venezuelano che Zelaya trae la soluzione del referendum per aggirare la Costituzione honduregna e potersi così ripresentare alle prossime elezioni. La situazione comincia a scricchiolare il 23 giugno, quando il parlamento, che non condivide gli ultimi passi del presidente, approva una legge che blocca il referendum già indetto per il 28 giugno.
Il giorno successivo Zelaya, con un gesto di ritorsione politica, rimuove dall'incarico il capo di stato maggiore, Romeo Vasquez, strenuo avversario della consultazione referendaria. La Corte suprema interviene ed emette una sorta di ordinanza che impone al presidente di reintegrare Vasquez. Zelaya se ne infischia e va avanti con la procedura per il referendum. Il 28 giugno, di prima mattina, a poche ore dall'apertura dei seggi per il referendum, i militari intervengono, col supporto del parlamento e della corte suprema, e spediscono all'estero il presidente, arrestando 8 ministri. Al suo posto si insedia Micheletti, col compito di traghettare il paese fino alla scadenza del mandato e poi indire nuove elezioni. Tutte le istituzioni internazionali hanno condannato il golpe.
Ma chi è veramente Zelaya? «Manuel Zelaya, presidente dal 2006 - scrive Richard Gott su The Guardian , ripreso da Internazionale - è un rivoluzionario assai improbabile. Ricco proprietario terriero con interessi nell'industria del legname e nell'allevamento, Zelaya era il candidato del Partito liberale, uno dei due tradizionali partiti dell'oligarchia honduregna che controlla il sistema politico da quasi un secolo... Tra quelli che sono andati a votare alle elezioni politiche del novembre 2005 pochi immaginavano che Zelaya, se avesse vinto, si sarebbe impegnato in un programma di cambiamento. La sua è stata una vittoria di misura. Tra i pochi a intravedere il potenziale di Zelaya è stato il leader venezuelano Huho Chavez, che ha offerto al presidente dell'Honduras il suo appoggio finanziario e politico e lo ha fatto diventare membro dell'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba)».
Ragionando con i vecchi metri di giudizio, tipici del periodo in cui in America Latina c'era un golpe al giorno, si potrebbe pensare che ad orchestrare questa manovra ci siano gli Stati Uniti, stufi di tollerare, nel proprio cortile, questi ducetti ispirati da Chavez. E lo steso Zelaya ha avvalorato questa ipotesi. «Zelaya ha subito puntato il dito contro il presidente americano Barack Obama - scrive il Corriere della sera -. "Ci sei tu dietro a tutto questo?", ha chiesto Zelaya all'inquilino della Casa Bianca dai microfoni di Telesur. La Casa Bianca ha però risposto respingendo con forza l'accusa: "Non c'è stato alcun coinvolgimento statunitense in quest'azione contro il presidente Zelaya". Dura anzi la condanna del golpe da parte del segretario di Stato americano Hillary Clinton, che ha parlato di un atto che deve essere "condannato da tutti" e che "viola i principi democratici". Le parole del capo della diplomazia Usa seguono quelle di «profonda preoccupazione» espresse da Barack Obama, accusato invece anche dal presidente venezuelano Hugo Chavez di essere coinvolto nel colpo di Stato».
È vera o finta la presa di posizione Usa? Di sicuro, come ricorda il lancio dell’Afp, «l'Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha escluso l'Honduras dal suo organismo ed ha espresso il proprio sostegno al presidente deposto Manuel Zelaya, che ha annunciato la sua ferma intenzione di rientrare nel suo paese. L'esclusione dell'Honduras è stata approvata a Washington da 33 dei 34 paesi dell'organizzazione nel corso di un'Assemblea generale straordinaria». Sono attesi ulteriori sviluppi.

domenica 5 luglio 2009

Il tritacarne

Elementi
di... base
Marino Smiderle
Lacrimogeni, manganellate, banditi mascherati, sassi, paura. Le prove tecniche dei noglobal e dei disobbedienti per il G8 sono state fatte ieri a Vicenza, come era ampiamente previsto dalle forze dell’ordine, che non a caso erano presenti in massa. Dietro il vessillo dei No Dal Molin si sono nascosti alcuni tipacci desiderosi di festeggiare a modo loro il 4 luglio e rovinando l’Independence Day che i vicentini erano soliti concludere alla Ederle, con birra, hot dog e fuochi d’artificio.
Non è colpa del presidio se a Vicenza sono calati i lanzichenecchi della globalizzazione, anche se una presa di distanza più vigorosa non guasterebbe.
Così come non guasterebbe se il sindaco, Achille Variati, iniziasse ad approcciare il tema base militare in chiave urbanistico-vicentina piuttosto che vezzeggiare utopistiche retromarce.
La ferita, come l’ha sempre definita il primo cittadino, su una parte di città a cui i vicentini non hanno comunque mai avuto accesso perché è sempre stata zona militare, non potrà essere rimarginata. Però da lì si può ripartire per battere i pugni sui tavoli che contano per ottenere una sorta di risarcimento (in termini di opere pubbliche) che a Vicenza spetta e che rischia, con questo muro contro muro, di restare cornuta (con la base militare) e mazziata (senza niente in cambio).
Ma i temi squisitamente vicentini ieri interessavano solo a quei pochi manifestanti della prima ora che, con coerenza meritevole di grande rispetto, si ostinavano a marciare in un mare di noglobal e disobbedienti desiderosi solo di protestare contro l’America, l’imperialismo, la guerra e massimi sistemi vari.
Sissignori, prove generali di G8, anzi, di anti-G8, con le forze dell’ordine costrette a fare gli straordinari (che durano da giorni), come dimostrano i sequestri di bulloni e di maschere antigas operati a Padova prima dell’inizio della manifestazione.
«Noi non siamo anti-americani - si premuravano di assicurare i partecipanti alle varie sfilate a Vicenza negli anni scorsi - noi siamo contro questa amministrazione».
Sottinteso, l’amministrazione Bush, guerrafondaio texano capace di invadere prima l’Afghanistan e, a stretto giro di posta, l’Iraq. Piccolo inciso, gli avevano tirato giù le Torri Gemelle l’11 settembre, l’unico giorno in cui fummo tutti americani.
Gli elettori Usa hanno provveduto a sanare questo contrasto con l’opinione pubblica del Vecchio Continente eleggendo niente meno che Barack Obama, il primo presidente nero della storia, un democratico, un progressista, un «Yes, we can». Eccolo qua l’uomo giusto per stoppare il Dal Molin, per fermare la guerra, per tornare a sperare. Obama è davvero il nuovo, ma non nel senso in cui lo interpretano i noglobal.
Aveva promesso di ritirare le truppe dall’Iraq, e ha già cominciato; ma aveva anche promesso di intensificare la caccia ai talebani in Afghanistan e proprio in questi giorni oltre 4.000 marines stanno dando vita a una tale operazione d’attacco che non si vedeva dai tempi del Vietnam.
L’Italia, l’Europa ha condiviso la politica estera di Obama, tanto è vero che diversi stati hanno già approvato l’invio di altri soldati a Kabul.
Accostare la realizzazione di una base militare a Vicenza, dove gli americani sono presenti dal ’56, alle missioni in Afghanistan è meno peregrino di quanto sembri, se non altro per i trenta parà della 173a Brigata della Ederle morti in combattimento in quelle gole negli anni scorsi.
Questa politica estera può piacere o non piacere, ma in Italia viene condivisa tanto dal governo quanto dall’opposizione (che prima era governo). La conclusione potrà non piacere ma è incontrovertibile: la maggioranza degli italiani la condivide.
Vicenza che c’entra? Niente, in teoria.
In realtà tutti i gruppuscoli antiamericani del paese, Bush o Obama non fa differenza, hanno gioco facile nell’unirsi ai vicentini che protestano per un pezzo di terra e gettare la battaglia locale nel tritacarne del movimentismo disobbediente.
La triste sensazione è che Vicenza uscirà a pezzetti.

4th of July a Vicenza

Tafferugli a Vicenza per le proteste dei no base. Welcome Obama.

Autoscontri

Occhio ai sensi unici. A Jesolo invertono i segnali e il rischio di frontali è elevato.

venerdì 3 luglio 2009

Mappe

LIBRI/1. ILVO DIAMANTI HA RIVISTO E PUBBLICATO UNA NUOVA EDIZIONE DELLE MAPPE ELETTORALI. NE ESCE UN QUADRO DEL NOSTRO PAESE VARIOPINTO MA IMMUTABILE

I partiti cambiano il nome
la politica non cambia mai

Marino Smiderle

Il territorio rimane la bussola che guida lo studioso vicentino nelle “macchie” rosse, bianche, verdi e azzurre lasciate nelle urne

Seguendo le mappe di Ilvo Diamanti si ha come la sensazione di perdersi lungo i rivoli di una storia repubblicana che pare complicata, mutevole, capricciosa. Tanto per cominciare, esiste ancora un partito che conservi un nome e un simbolo presenti nella scheda elettorale degli anni 50? Se è per questo, anche prendendo l’elenco dei partiti presenti negli anni 80 e all’inizio degli anni 90, pare di essere su un altro paese (tranne per la Lega Nord che allora stava trasformando i primi vagiti in ruggiti). No, è cambiato tutto, siamo in un altro mondo, più bello o più brutto è questione di gusti, ovviamente. Così, almeno, vien da pensare al solo snocciolare gloriose denominazioni partitiche che sanno di preistoria: Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito liberale, Partito repubblicano, Partito comunista (i cuginetti attuali non contano), via, liquefatti nell’inceneritore degli eventi.
Chi la pensa così farebbe bene ad andarsi a comprare (o ricomprare, visto che si tratta di un’edizione riveduta e ampliata alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni) "Mappe dell’Italia politica" (sottotitolo: "Bianco, rosso, verde, azzurro... e tricolore"), un vero e proprio vademecum, edito dal Mulino, sui mutamenti elettorali dell’Italia, curato dallo studioso vicentino Ilvo Diamanti, professore di Scienza politica e Comunicazione politica all’Università di Urbino, oltre che editorialista di Repubblica, dove da anni appunta le sue preziose mappe in prima pagina. Sì, perché al termine di questa appassionante cavalcata di apparenti mutamenti epocali, ci si ritroverà più o meno al punto di partenza. Per dirla con Tomasi di Lampedusa, tutto cambia perché nulla cambi.
E come si fa a giungere a questa conclusione, magari un po’ troppo semplicistica, ma poco distante dal vero? Usando il parametro che ha usato Diamanti per capire l’evoluzione di questo paese abitudinario: il territorio.
Immaginate che lo stivale d’Italia sia riprodotto su una carta velina e poi appoggiatelo sui risultati elettorali degli ultimi sessant’anni. Scoprirete che le diverse macchie ricoperte dalle percentuali elettorali ottenute dai vari partiti, nel corso dei decenni sono rimaste più o meno le stesse. Quello che è cambiato sono o i nomi dei partiti, gli schieramenti. Non sono stati cambiamenti da poco, tutt’altro. In taluni casi hanno scaraventato nell’inceneritore, acceso dalle indagini della magistratura, intere (o quasi) classi dirigenti, interi partiti. Ma la lente minuziosa usata con sapienza da Diamanti smaschera la "truffa": quelle macchie sulla carta velina tracciano sempre gli stessi disegni.
C’è la prima fase, quella che Diamanti identifica con i colori bianco (della Dc) e rosso (del Pci), che va dalla fondazione della repubblica agli anni 80. Ok, sono gli anni della democrazia bloccata, della paura e dell’impossibilità del cambio («Turatevi il naso e votate Dc», riassumeva il liberale e anticomunista Indro Montanelli, che mai in realtà pose la ics sullo scudo crociato), che vede il nord e il sud, con tutte le gradazioni del caso, votare in massa per la Dc e con il centro (Emilia, Toscana e Umbria in testa) trasformato in roccaforte del "pericoloso" Pci.
Negli anni 80 comincia la protesta contro lo stato centralista, rappresentato dalla Dc ma anche da un Pci "collaborazionista", e per questo al nord nascono e prosperano i movimenti autonomisti. Fino al trionfo della Lega, che rompe gli argini e compie il primo passo rivoluzionario verso la conquista del governo del paese. Tutto vero, ma guardando nella carta velina dello stivale, basta sostituire al nord il bianco della Dc col verde della Lega, e il puzzle si ricompone. Ecco la seconda fase, quella che Diamanti dipinge di verde, appunto, che sfocerà più avanti nello sbarco sulla scena politica di Silvio Berlusconi e che assumerà il colore azzurro di Forza Italia, la nuova formazione politica da lui creata.
E qui, secondo Diamanti, ci starebbe davvero lo stacco dal territorio, visto che il movimento berlusconiano pare più da laboratorio per quanto punta sull’immagine, sulla comunicazione. Anche a sinistra i mutamenti sono stati epocali, e dal Pci si è passati, attraverso le fasi di Pds e poi, Ds alleati a Margherita nell’Ulivo, alla nascita del Partito democratico. Ma la carta velina è sempre lì a dirci che le masse di voti sono sempre quelle, distribuite più o meno nelle stesse macchie di un tempo.
È per questo che il territorio rimane la bussola che guida Diamanti nel suo prezioso percorso e, come Pollicino, lo studioso segue le briciole lasciate dagli italiani nelle cabine elettorali per poi trovarsi, più o meno, sempre allo stesso posto. Con una particolarità indiscussa: il territorio, adesso, conta di più. Magari non ancora abbastanza, ma conta. Grazie anche a sindaci e governatori che si sono sbarazzati, di fatto, della camicia di forza dei partiti e godono di potere proprio al di là dei corridoi romani. Ma la pelle maculata dell’Italia è ancora quella del Gattopardo: tutto cambia perché nulla cambi.

Forall solidale

LAVORO. L’assemblea ha dato il via libera ieri a Quinto Vicentino. Riduzioni di orario del 30%

Contratto di solidarietà ai 736 dipendenti Forall
Porto (Cisl): «Uno strumento ottimo per affrontare la crisi anche nelle grandi aziende»

Marino Smiderle
QUINTO VICENTINO
Se Vicenza è la provincia del Veneto che più ha fatto ricorso ai contratti di solidarietà in questo periodo di crisi, l’accordo raggiunto ieri al gruppo Forall di Quinto Vicentino è quello più significativo in termini di dimensioni. Sono infatti 736 i dipendenti dell’azienda di abbigliamento nota per il marchio Pal Zileri che hanno accettato, al termine di un’assemblea molto partecipata, una riduzione di orario del 30 per cento e una conseguente riduzione retributiva, attenuata dai recenti provvedimenti legislativi che aumentano del 20 per cento l’importo riservato alla cassa integrazione straordinaria prevista per i contratti di solidarietà. Contemporaneamente vengono messi in cassa integrazione in deroga 74 lavoratori a domicilio e 19 apprendisti.
Per essere chiari, l’alternativa era: o accettare un esubero di 230 lavoratori, o spalmare su tutta la forza lavoro la necessaria riorganizzazione aziendale. «Non è un caso se proprio a Vicenza possiamo contare il maggior numero di contratti di solidarietà - osserva Franca Porto, segretario regionale della Cisl, un sindacato che su questo strumento crede molto -. Questa è una terra in cui la condivisione del lavoro è stata la ricetta vincente degli ultimi 50 anni e per questo è interesse comune a imprenditori e lavoratori il cercare soluzioni in grado di salvaguardare i livelli occupazionali».
Nel caso della Forall, un gruppo che l’anno scorso ha fatturato circa 140 milioni, la crisi globale si è aggiunta alla crisi del settore abbigliamento. In particolare, uno dei punti di distinzione del marchio Pal Zileri, il capospalla, ha segnato il passo di fronte ai cambiamenti della moda e per questo Aronne Miola e Marco Barizza, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Forall, hanno approntato questo nuovo piano per affrontare l’emergenza congiunturale.
«La trattativa con l'azienda - spiega Mario Siviero, segretario del sindacato dei tessili della Cisl vicentina che ha seguito da vicino l'intera vicenda - era iniziata ai primi di maggio con una ipotesi di Cig straordinaria, avanzata dall'azienda, per una parte dei lavoratori. Una richiesta che faceva a sua volta seguito al ricorso alla Cig ordinaria da gennaio di quest'anno».
Di fronte a queste opzioni, la Cisl vicentina ha caldeggiato il ricorso ai contratti di solidarietà. «Devo dire - aggiunge Siviero - che l'idea del contratto di solidarietà è stata accettata e condivisa da tutti i lavoratori. L'accordo è stato raggiunto giovedì scorso ed è stato presentato e discusso dalle Rsu in tre assemblee, prima di quella conclusiva di ieri, per permettere la massima partecipazione di tutti. Per noi della Femca Cisl questo contratto di solidarietà è positivo per molti aspetti: come soluzione del problema che dovevamo comunque affrontare, per l'aver evitato le liste degli zero ore e perché, se la crisi non viene superata, abbiamo ancora tutte le soluzioni aperte. Voglio sottolineare che anche l'azienda è convinta e condivide questa soluzione e ha cambiato alcuni interventi di riorganizzazione di alcuni reparti».
«Dove abbiamo una Cisl e una Rsu ben organizzati - conclude Franca Porto - si possono trovare soluzioni diverse dalle solite. Il caso della Forall ci dice anche che i contratti di solidarietà, per i quali abbiamo ottenuto incentivi al loro uso dal parte del governo, sono ottimi strumenti per affrontare le crisi anche nelle grandi aziende».
Il Vicentino è la provincia che più ha usato i contratti di solidarietà per affrontare la crisi, più o meno in tutti i settori. Attualmente sono in vigore in diverse aziende, tra le quali la Fitt (materie plastiche), la Telwin, la Faresin e la Valex (metalmeccanico). È un modo per fare fronte comune, per sostituire la contrapposizione sterile proprietà-dipendenti con un approccio più costruttivo. Sperando che a settembre spunti un timido sole.

giovedì 2 luglio 2009

Crisi Olimpica

RACCONTO ITALIANO
All’Olimpico c’è la crisi
E sul palco l’Italia si rialza




TEATRO. Michele Placido conduce uno spettacolo sulla recessione economica. E il modo migliore per allontanare l'incubo è quello di riderci sopra




Marino Smiderle
VICENZA
L’Italia va male, l’Italia va a rotoli, l’Italia non ha futuro. Michele Placido è un conduttore che deve imbastire un dibattito su questo cavolo di paese che non sembra trovare una via d’uscita.
La sua assistente, Marina Senesi, gli dà una mano passandogli le citazioni più apocalittiche prodotte dalla letteratura e dal giornalismo, in attesa degli esperti che non arriveranno mai. Sì, perché la discussione prevista scivola sui binari di un monologo forzato da parte di Placido, a cui viene in soccorso un Giorgio Albertazzi di bianco vestito e di classe avvolto. E via, si comincia.
Al Teatro Olimpico è andata in scena la crisi. Il miglior modo per esorcizzare l’incubo della recessione, di fatto, è proprio quello di scherzarci su, di farsi beffe di lei. Del resto, come ha ricordato Albertazzi, a Londra quando infuriava la seconda guerra mondiale i teatri erano pieni.
Ed era pieno anche l’Olimpico, l’altra sera, mentre fuori infuriava l’endemica crisi globale, accompagnata per l’occasione da un temporale di stagione, e mentre dentro un gruppo formidabile di attori, diretti da Andrée Ruth Shammah, narrava i vari capitoli dell’originale "Racconto italiano", una rappresentazione portata a Vicenza dalla Divisione Corporate del gruppo Intesa Sanpaolo.
Sul palco le seggiole sono drammaticamente vuote, in attesa degli ospiti autorevoli che Placido invoca per avviare la discussione.
Capita per caso, allora, Corrado Tedeschi, che rivela il suo segreto imprenditoriale capace di farlo divertire e pure di cavarci i mezzi per vivere. La sua è un’impresa di sentimenti e lui si ritiene un gigolò dell’anima, in grado di produrre poesie per donne tristi. «Se sai dove guardare, le cose buone si trovano da sole». Detto, fatto, con una simpatica signora prelevata dal pubblico e usata come cavia per provare l’efficacia del prodotto creativo made in Italy.
Niente, gli esperti non arrivano, eppure l’Italia va avanti, nonostante tutto. E le evoluzioni estemporanee e colorate di Sergio Bini, in arte Bustric, intervallano i capitoli del racconto che procede a singhiozzo. Ecco, adesso si presenta, nello studio di un Placido sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, Marco Messeri nelle vesti di un vignaiolo toscano. «Perché se te i tu’ figlioli e i figlioli de’ tu’ figlioli c’avrete i’ vvino bbono, è Artemio che l’ha inventato, hai capito chi?. E lei, dottor Placido, me la fa una firma per la mi’ moglie su questa bolla di consegna?».
Altro che i francesi, siamo noi che facciamo il vino bbono, come dar torto ad Artemio. E come dar torto a Mariano Rigillo, straordinario editore siciliano che ha il vizio di pubblicare i libri che gli piacciono, magari per pochi lettori, «ma buoni». Il segreto? Semplice, far diventare un piacere della vita un lavoro.
«No, scusate se interrompo - irrompe la milanese Ivana Monti, donna delle pulizie del teatro - ma io non sono d’accordo col dott. Placido. No, non va tutto male. Se si vuole si può uscire dalla crisi.Ve lo dico io, una martinitt che con suo marito ha messo su un’impresa di pianoforti e poi, visto che c’era la guerra, l’ha trasformata in impresa di casse da morto».
Ahi, ahi, qui si scivola sul pessimismo. No, ecco Tullio Solenghi, guida turistica sui generis che racconta nei vari dialetti le meraviglie monumentali del nostro paese. «Vuoi mettere svelare i segreti del Palladio in calabrese, o in piemontese». E giù con una spassosa dimostrazione pratica.
Niente, gli ospiti proprio non arrivano. Ma è meglio così. Placido ha il tempo di interpretare “Le golose” di Gozzano e Albertazzi di ricordare la sua Vicenza eroica, colpita dalle bombe mentre frequentava la scuola allievi ufficiali. e illuminata da un amore platonico a passeggio per i Giardini Salvi. «È passato tanto tempo - ricorda il maestro - ma ci vogliono molti anni per imparare a diventare giovani».
È il modo migliore per uscire di scena con Lorenzo de’ Medici di «Quant’è bella giovinezza».
Del doman, dopo una serata come questa, magari non ci sarà certezza ma un filo di speranza, quello sì.

Fiamm assume con lo sconto

IMPRESE & LAVORO. Il gruppo di Montecchio ha presentato ai sindacati il piano di sviluppo per i prossimi tre anni

Fiamm, 130 assunzioni
«Se il costo cala del 20%»
In vista la delocalizzazione al contrario: si potenziano Avezzano e Veronella, si riduce in Repubblica Ceca

Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
La Fiamm non lascia, raddoppia. 70 milioni di euro di investimenti per i prossimi 3 anni, 130 nuove assunzioni e una sorta di delocalizzazione all’incontrario, con il ridimensionamento dello stabilimento in Repubblica Ceca, il potenziamento di quelli di Avezzano e Veronella e la costituzione di un unico polo logistico distributivo in provincia di Vicenza.
«La realizzazione di tale opzione strategica - ecco le condizioni, riportate in una nota, che ieri il management dell’azienda di Montecchio ha presentato ai sindacati - si basa tuttavia sulla capacità di colmare il gap competitivo rispetto alle possibili opzioni di delocalizzazione: in tal senso le leve fondamentali per rafforzare la competitività della scelta di localizzazione in Italia sono quelle relative alle misure di riduzione strutturale del costo del lavoro, (il costo in Repubblica Ceca è pari a 1/5 di quello italiano) di incremento della produttività e di garanzia di eccellenza in qualità e servizio al cliente. La scelta definitiva sarà fatta entro il mese di luglio e dipenderà dall'esito della negoziazione che verrà aperta sui temi sopra citati, in sede locale».
Il succo del discorso è semplice: noi investiamo, assumiamo ma il costo del lavoro deve diminuire del 20-25 per cento.
«Per superare questa fase difficile e avere successo negli anni a venire - spiega Stefano Dolcetta, amministratore delegato del gruppo Fiamm - abbiamo deciso di adottare un piano di investimenti ambizioso, mirato a sviluppare le tecnologie relative al mondo delle energie alternative. Il mondo sta cambiando, e il nostro settore delle batterie è tra i più sollecitati dall’avanzata della green economy. Penso, per esempio, alla nuova tipologia di prodotto per uso industriale, la cosiddetta batteria al sale, per la quale a Montecchio abbiamo già una sezione ricerca e sviluppo con una decina di ingegneri e che attiverà, entro l’anno, una prima linea di produzione che occuperà 15 persone provenienti da altre realtà del gruppo».
Se l’innovazione di prodotto e di processo è il primo aspetto del piano Fiamm, è chiaro che la realizzazione del progetto avviene attraverso la riorganizzazione dell’assetto industriale del gruppo. Di solito riorganizzazione o, peggio ,ristrutturazione sono parole gentili che nascondono significati scomodi. E cioè, nel linguaggio sindacalese, riorganizzazione = licenziamenti. Nel caso specifico, invece, succede esattamente il contrario: si assume.
Lo sviluppo più spinto è previsto per gli stabilimenti di Avezzano e Veronella, entrambi dediti alla produzione di batterie. Oltre alla costituzione del citato polo logistico distributivo nel Vicentino, Fiamm «sta analizzando alcune opzioni per il ridisegno del proprio assetto produttivo in Europa, tra le quali quella di realizzare ad Avezzano un polo di eccellenza europeo per la produzione di accumulatori industriali e batterie avviamento ad alto contenuto tecnologico».
Traducendo in numeri, 110 nuovi assunti in Abruzzo e una ventina nel Veronese, Il tutto ovviamente condizionato all’assenso sindacale a una riduzione di costi del personale che ricadrebbe essenzialmente nelle forme contrattuali più "leggere" previste per i nuovi assunti. La trattativa è appena iniziata, non sarà una passeggiata.

mercoledì 1 luglio 2009

Attenti a quei due

BANCHE. La Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo punta molto sulla culla dell’economia manifatturiera del Paese. E il nuovo timoniere si presenta


«Così ripartiamo da Nordest»
Micheli e Innocenzi: «Siamo sulla stessa barca delle pmi e la nostra fortuna dipende dal loro successo futuro»

Marino Smiderle
INVIATO A PADOVA
L’idea meravigliosa di Francesco Micheli, direttore generale di Intesa Sanpaolo e responsabile della Divisione Banca dei Territori, è semplice: sfruttare l’agilità che deriva dallo storico legame degli istituti originari col territorio e coniugarla con la portentosa struttura del gruppo di dimensioni nazionali e internazionali di cui fanno parte. Nel caso del Nord Est, il timoniere scelto è Fabio Innocenzi, reduce da una movimentata esperienza al Banco Popolare, e pronto a ripartire sposando con entusiasmo questa idea meravigliosa.
Già, peccato che gli imprenditori veneti da una parte e la Banca d’Italia dall’altra dicano che in questi ultimi mesi le uniche banche a tenere i rubinetti del credito aperti siano state quelle di media o piccola, dimensione, con la sede decisionale sul posto e con un tempo di delibera molto rapido. Il Gruppo Intesa Sanpaolo, che piccolo certo non è (oltre seimila sportelli in Italia), è uno degli "imputati" principali. Ma Micheli e Innocenzi respingono al mittente ogni addebito e, anzi, puntano a riscrivere le regole d’ingaggio con gli imprenditori, ma anche con le famiglie, tutti clienti col dente avvelenato nei confronti delle banche in quanto tali.
All’ottavo piano della sede padovana di Cassa di risparmio del Veneto, in via Trieste, avviene quello che si può definire il debutto in società di Innocenzi. «Abbiamo fatto il giro delle nostre filiali - premette Micheli - e non abbiamo ancora illustrato quelli che sono i nostri programmi. Ora colmiamo questa lacuna».
Certo, non si è scelto un buon momento Innocenzi per riprendere in mano il timone di una delle banche più importanti, per potenzialità economiche, del gruppo Intesa Sanpaolo. La recessione morde i garretti delle pmi nordestine e se non fanno buoni bilanci loro, non li fanno neanche le banche. «Siamo sulla stessa barca - attacca Innocenzi - e bisogna rendersi conto che i nostri interessi coincidono con quelli delle imprese. Di fatto, anche se la definizione è impropria, noi siamo soci del 60 per cento delle imprese del veneto, se vanno male loro, andiamo male anche noi. Ergo, dobbiamo sederci attorno a un tavolo e studiare un piano di emergenza, che parte dalla conversione del debito a breve in debito a medio lungo».
Detta così, pare semplice. In realtà la crisi è nera per tutti e al momento di rinnovare un fido, o di trasformarlo, la trattativa è sempre più complicata e conflittuale. «Per affrontare l’emergenza - spiega Innocenzi - sono state predisposte alcune iniziative per le imprese. Tra queste, io credo molto nella campagna legata alla ricapitalizzazione delle pmi: di fronte all’immissione di capitali freschi da parte degli imprenditori, noi siamo disposti a moltiplicare per 4 la somma rischiata in proprio».
Però da questo punto di vista, come ha ammesso Micheli, gli imprenditori sono ancora un po’ titubanti. «Dobbiamo superare la fase della sfiducia reciproca - auspica Innocenzi - che rende sospettoso il cliente quando la banca gli chiede di ricapitalizzare l’azienda, e che frena la banca quando il cliente non rischia i propri capitali nell’impresa».
Le obiezioni di chi ha avuto a che fare con le grandi banche negli ultimi anni di trasformazioni riguardano però l’eccessivo carico burocratico delle pratiche e la difficoltà di capire chi possa fare cosa. Ed è anche per questo che le Popolari e le Bcc hanno guadagnato terreno. «In realtà l’organizzazione che si è data la Banca dei Territori - spiega Micheli - è basata sulla semplicità di fondo. Abbiamo diviso l’Italia in otto grandi aree, tutte con dimensioni analoghe (ma il Nord Est è più grande delle altre). Gli otto direttori regionali rispondono direttamente a me. Nel caso specifico, Innocenzi ha tutte le deleghe per poter decidere. E, per essere chiari, nel territorio si delibera oltre il 90 per cento delle pratiche».
Il meccanismo sta per essere oliato e l’obiettivo è sempre quello di coniugare la potenzialità di una struttura senza rivali, con l’elasticità decisionale che resta un punto di vantaggio per le banche più piccole. Il tempo dirà se la sfida lanciata da Micheli e Innocenzi avrà successo.
Nel frattempo il governo ha posto un limite, per decreto, al ginepraio di nuove commissioni partorite dalle banche all’indomani della soppressione della commissione di massimo scoperto. «Intesa Sanpaolo - assicura Micheli - aveva già rivisto da tempo un sistema più vantaggioso per il cliente».
Sarà, ma l’unica cosa che darebbe una mano ora sarebbe la ripresa. Su cui nessuno ha voglia e coraggio di mettersi a fare oroscopi. «A Vicenza abbiamo una grande tradizione che deriva dalla Banca Cattolica e puntiamo a proseguire su quella strada con la Cassa di risparmio del Veneto. Abbiamo una quota di mercato che si aggira sul 15 per cento e cercheremo di migliorare ancora».
Fabio Innocenzi dà uno sguardo alla mappa della presenza del gruppo Intesa Sanpaolo nel suo Nord Est: i punti di forza sono Padova, Rovigo (Cassa del Veneto) e Venezia (Carivenezia) e Gorizia (Cr Friuli Venezia Giulia), con oltre il 20% di quota di mercato. Seguono Vicenza, Belluno, Treviso, Pordenone, Udine e Trieste (tra il 15 e il 20%), Verona (tra il 10 e il 25%), Trento e Bolzano (Banca Tn e Bz, tra il 5 e il 10%).