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domenica 30 agosto 2009

Mamma mia

Milan-Inter 0-4
Deki, uno di noi, chiude un derby che aspettavo dalla primavera del 1974, quando i nerazzurri vinsero, sempre in casa del Milan, per 1-5 (5' Oriali, 7' Aut. Sabadini, 9' Boninsegna, 20' Chiarugi, 44' Mazzola, 69' Mariani). Ero bambino, così come lo ero ieri sera.

Riaperture

L’EDITORIALE
Alla riapertura
delle fabbriche
l’imprenditore
non avrà aiuti

Marino Smiderle
La riapertura, auspicabile ma affatto garantita, delle fabbriche si avvicina mentre il “dibattito” politico è da mesi avvolto da pruriginosi polveroni sessuali. L’Italia è un Paese avvincente, per chi lo guarda dall’estero, come quelle interminabili telenovelas sudamericane. I colpi di scena riguardano le amanti mozzafiato dell’uomo potente sposato, che ovviamente, dopo mille tormenti, divorzia dalla moglie, salvo poi scoprire che in famiglia divampa una guerra per l’eredità. E i nemici, potenti o meno, che per tanti anni hanno cercato di stanarlo, accusandolo, nelle ultime puntate, di essere un frequentatore di postriboli, vengono a loro volta scoperti col pulpito per niente immacolato. Se vi siete persi qualche puntata, tranquilli, già domani la sceneggiatura prevede nuovi e sempre avvincenti sviluppi. Impossibile perdere il filo.
Di questo si parla, quando qualcuno, a qualsiasi latitudine del globo, pronuncia la parola Italia. L’economia? Ma va là, lasciamola ai Paesi seri. E migliaia di imprenditori italiani, serissimi, domani cercheranno di riaprire la loro fabbrichetta, sperando di trovare nel computer un ordine che arrivi da quei Paesi europei, Francia e Germania per esempio, in cui qualcosa comincia smuoversi. Noi, se va bene, andiamo a traino. E se va male, chiudiamo.
La fabbrica non è un posto gettonato per le telenovele. Il rumore delle serrande che scendono, delle porte degli armadietti che si chiudono, e poi il silenzio del vuoto, del lavoro che evapora, non sono buoni per cucinarci un film. Solo se qualche disperato si arrampica sulla gru, magari, c’è qualche telecamera che si degna di riprendere la scena. Perché si integra in qualche modo con la telenovela generale.
Ma uscendo dalla pellicola di questo cinema di serie C che è l’Italia, aggrappiamoci ai segnali che arrivano dall’economia globale e cerchiamo di capire cosa diavolo ci attende domani. Qui a Nord Est le imprese hanno la caratteristica di essere improntate all’export: così come sono state investite dalla crisi mondiale quando dall’estero non sono arrivati più gli ordini, allo stesso modo potranno ripartire, magari a scatti intermittenti, imprevedibili, estenuanti, quando dall’estero tornerà a spirare aria salubre.
C’è un cocktail di ingredienti,in questomomento, che lascia un po’ pensare. In linea teorica ci sono tutte le condizioni per poter cominciare a investire, sia pur timidamente, in attività produttive: i tassi di interesse sono ai minimi storici(l’euribor, il parametro a cui sono agganciati i costi del denaro pagati dalle imprese per i fidi e dalle famiglie per i mutui, viaggia attorno allo 0,80 per cento),iBot sono effettivamente a zero e la liquidità presente nel sistema è massiccia. Poi guardi all’andamento del credito erogato dal sistema bancario e scopri che siamo fermi: non solo per la prudenza eccessiva delle banche ma anche per la mancanza di domanda da parte delle imprese.
Eppure da marzo in qua le Borse hanno messo a segno performance da capogiro e i bilanci delle banche sono tutti tornati a sorridere. Così come hanno ripreso fiato i depositi dei risparmiatori, facendo imprecare coloro che avevano venduto ai minimi per paura
di un crollo generale. La Borsa vola, l’economia arranca, i bilanci delle banche sono in utile, le imprese chiudono: qui gatta ci cova.
Come dice Gianni Zonin, presidente della Banca Popolare di Vicenza, il boom della Borsa può essere interpretato come l’alba della ripresa dell’economia reale (l’unica che crea veramente ricchezza e lavoro) o come la creazione di un’altra bolla di liquidità destinata a esplodere alla prima tempesta di stagione. Si spera che l’ipotesi corretta sia la prima, ma troppi indizi lasciano pensare che chi pensa male abbia più di qualche buon motivo per
farlo.
In compenso sta doverosamente scoppiando l’indignazione popolare nei confronti di chi evade le tasse. Periodicamente, specie nelle settimane antecedenti i vari condoni(stavolta è in calendario lo scudo fiscale), si registra con soddisfazione un iperattivismo della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate che comunicano indagini a tappeto su casi di scandalose truffe al fisco. Grandi numeri (i 2 miliardi di euro postumi di presunta
evasionefiscale dell’Avvocato) e piccole nefandezze (lo sconto per i buoni-scuola del figlio di chi passa le vacanze in un lussuoso yacht a Porto Cervo), passando per la madre di tutte le guerre(all’evasione) condotta, e a quanto pare vinta, dall’Amministrazione Usa nei confronti delle banche svizzere costrette a inviare a Washington gli elenchi dei (non) contribuenti americani che hanno parcheggiato nei forzieri elvetici denari sospetti.
La speranza è che l’obiettivo di Tremonti, quello di convincere molti italiani con ingenti
capitali all’estero di aderire allo scudo fiscale e di pagare quel misero 5 per cento per riportarli indenni in patria, venga centrato. Dopodiché, con molto realismo, occorre tragicamente ammettere che la guerra contro l’evasione fiscale in Italia sarà sempre persa per due motivi precisi.
Il primo, cronico, inciso nel dna della nazione, riguarda tutti noi e il nostro modo di considerare chi evade le tasse; non si prova alcun rimorso a evadere, chi può farlo lo fa e non ci scandalizziamo più di tanto se l’idrauliconon ci fa la fattura perché risparmiamo anche noi. Una mano lava l’altra, via, evadere non è rubare, è un atto di furba e legittim resistenza.
Negli Stati Uniti, invece, chi evade e viene scoperto, viene esposto al pubblico ludibrio e viene sbattuto in prigione, come un ladro qualsiasi con l’aggravante che ruba a tutti.
Il secondo motivo, più popolare, giustificatorio però effettivo, è che la pressione fiscale è talmente elevata che cercare di alleggerirla in maniera illegale è ritenuto inevitabile. E allora da un lato si chiede al governo di tagliare le tasse (scoprendo,
come ha scritto Giavazzi sul Corriere della sera che, in realtà, i governi degli ultimi anni hanno fatto l’esatto contrario) e dall’altro, visto che c’è ’sta crisi maledetta, di
incentivare lo sviluppo con contributi di vario genere. E il circolo si chiude ricordando
che il debito pubblico è sempre più grande e che, in una parola, non se ne esce.
Per questo, quando domani imprenditori e lavoratori cercheranno di riaprire le fabbriche, e la stragrande maggioranza le riaprirà perché qui nessuno ha intenzione di mollare, si ritroveranno, come sempre, a dovere far conto esclusivamente sulle proprie forze.
Ronald Reagan diceva che il governo è il problema e non la soluzione, un concetto che, fuori da un contesto americano che ha costretto invece Obama a escogitare soluzioni pubbliche d’emergenza, calza a pennello con la storia, e con le telenovelas, d’Italia.

sabato 29 agosto 2009

Le bollicine della ripresa

L’INTERVISTA. Nel giorno in cui viene diffusa la semestrale della Popolare di Vicenza, il presidente commenta i risultati e parla della ripresa economica. «Sarà lenta»
«La Bpvi ha retto l’urto della crisi»
Gianni Zonin: «Il recupero della Borsa può ingannare Finanza ed economia reale non hanno lo stesso ritmo»

Marino Smiderle
GAMBELLARA
Il tavolo di lavoro di Gianni Zonin, nel suo ufficio della casa vinicola di Gambellara, è pieno di carte. Pare il simbolo, involontario, della riapertura delle aziende che si attende con una certa preoccupazione, per non dire ansia, all’inizio della prossima settimana. Zonin ha due prospettive da cui valutare la situazione. Qui, da Gambellara, indossa gli occhiali dell’imprenditore e trepida di soddisfazione quando gli dicono che questa sarà un’annata memorabile per la qualità del vino, senza però dimenticare le incertezze di un mercato che sta penalizzando i consumi. Dall’altra parte non smette mai i panni del banchiere e, dall’osservatorio privilegiato che gli regala la presidenza della Banca Popolare di Vicenza, spulcia i dati di una semestrale (vedi i dati nel riquadro) che gli consente di tirare un sospiro di sollievo.

Presidente Zonin, nonostante la crisi la Banca Popolare di Vicenza ha sfornato una buona semestrale. Il peggio è passato?
Noi siamo soddisfatti di come la banca ha gestito questo momento difficile. Come molti altri istituti di credito, e come ho fatto anch’io nella mia impresa, abbiamo tagliato i costi e razionalizzato le attività. Questi dati positivi, comunque, testimoniano la solidità della banca e la sua capacità di creare valore anche in un difficile contesto macroeconomico. Quanto a dire che il peggio è passato, però...».

Non vorrà far credere che anche Zonin è passato nella schiera dei pessimisti?
No, questo mai, io sono un ottimista per natura. Però vengo dalla terra e so distinguere bene le fiammate di Borsa dalla vera ripresa dell’economia reale.

Crede che questi rialzi di Borsa non siano anticipatori di una effettiva ripartenza dell’economia?
Certo, potrebbe essere così, e ovviamente lo spero. Però potrebbero anche voler dire altre cose.

Per esempio?
Per esempio che le quotazioni erano scese troppo e che questo rialzo va quindi considerato fisiologico. Oppure, e questa non è un’interpretazione molto positiva, che gran parte della liquidità creata dalle banche centrali con lo scopo di rilanciare l’economia è finita invece in Borsa.

Ci sono segnali in tal senso?
Noi della Popolare di Vicenza abbiamo spinto molto sul credito, sostenendo le imprese del territorio e, quindi, facendo il nostro mestiere di banca. Ma a livello di sistema nei primi sei mesi di quest’anno gli impieghi sono di fatto rimasti inalterati. Da qualche parte quella liquidità sarà andata...

Anche perché i Bot rendono zero...
Già. Se rendessero il 4 o il 5 per cento gran parte della liquidità sarebbe finita nei titoli di stato. Invece ne sta beneficiando la Borsa.

Messa così, per l’economia reale si mette male. Cosa dobbiamo aspettarci?
Sono due cicli completamente diversi. Così come in finanza succedono crolli improvvisi e rapidi, allo stesso modo seguono repentine risalite. Nell’economia reale succede il contrario e i ritmi sono molto più lenti. Quando io pianto una vigna metto in piedi un investimento lungo 60 anni: non ci saranno impennate immediate e nemmeno cadute rovinose in caso di qualche errore.

Messaggio ricevuto: sarà una ripresa lenta.
Se per la Borsa stiamo assistendo a un ciclo che gli analisti chiamano a V, cioè come le rapide risalite di cui dicevamo, io credo che per l’economia reale siamo di fronte a un ciclo a U: saliremo, ma lentamente.

Tornando alla Popolare, il risiko bancario è passato di moda. E il suo obiettivo di arrivare a 800 sportelli?
Potrebbero essere anche mille, ma non è stato specificato il tempo entro cui raggiungere l’obiettivo. Ora non possiamo distrarre dalla banca fondi che dobbiamo destinare al credito alle imprese. Passata l’emergenza congiunturale, vedremo se ci saranno opportunità.

Presidente, non è che questi mille sportelli li raggiungerete facendo la fusione con Veneto Banca? Le voci sono tornate a circolare negli ultimi giorni. Fantasie?
Sono voci prive di fondamento. Io credo, tra l’altro, che questa fusione non sia nell’interesse dei soci e dei dipendenti della Bpvi. E quindi, almeno fino a quando il sottoscritto sarà presidente della Popolare, non se ne farà nulla.

L’anno prossimo il suo mandato scadrà ma lei ha lasciato intendere che si ripresenterà. Conferma?
Se la salute mi sorregge e se i soci mi confermano il loro appoggio...

Il presidente della Provincia, Attilio Schneck, ha annunciato in più occasioni l’intenzione di cedere le sue partecipazioni nella Fiera e nella Serenissima. La Popolare è interessata all’acquisto?
Noi siamo una banca del territorio e l’abbiamo dimostrato anche partecipando a qualche società pubblica. Ma in misura minima, non certo determinante per definirne la gestione. In Fiera abbiamo poche azioni e, se ce lo chiedono, possiamo crescere, ma di poco. Quanto all’autostrada, il nostro mestiere, specie adesso, è quello di fare banca.

La partecipazione in Cattolica finora non ha dato i risultati sperati. Pentito di aver fatto l’investimento?
No, assolutamente. Sono certo che, prima o dopo, darà i risultati sperati.

Avete firmato anche voi l’accordo tra Abi, governo e Confindustria per la moratoria sui mutui...
Veramente noi avevamo già attivato la stessa procedura tre mesi prima. Comunque, ben venga questo accordo.

venerdì 28 agosto 2009

Indecenti evasioni

Hanno chiesto perfino il buono-libro per risparmiare sui testi scolastici dei figli. Ingordi ed evasori fiscali. Complimenti.

Conflitto di interessi

GIORNALISMO

Feltri vs Belpietro
La lunga estate calda dei giornali di destra

Ma non si scherza neanche a sinistra con Padellaro e Travaglio che da una costola dell’Unità “creano” Il Fatto

Marino Smiderle

C’era Mario Giordano l’altro giorno ad Asiago. Doveva presentare il suo libro sulla scuola, "5 in condotta", ma si vedeva che aveva altro per la testa. Perché quello non era un giorno come tutti gli altri. Era sabato 22 agosto e in edicola era uscito il primo numero del Giornale firmato dal nuovo direttore, quel Vittorio Feltri che era stato decisivo per la carriera giornalistica dello stesso Giordano e che ora gli soffiava il posto in via Negri. «Mi dispiace lasciare il Giornale - ha confessato a Ivano Tolettini che lo stava stuzzicando davanti a qualche centinaio di lettori al palazzo Millepini - perché pensavo di rimanerci per diversi anni e portare avanti un lavoro che ritengo di avere fatto bene. Pazienza, cose che succedono. Peraltro ora mi attendono due incarichi stimolanti alla direzione di Studio Aperto, il tg di Italiauno, e delle nuove iniziative news di Mediaset. Non mi annoierò di certo».
CENTRODESTRA
Il mondo del giornalismo sarà pure in crisi, ma il ritorno di Feltri al Giornale ha scatenato i fuochi d’artificio nelle due testate più battagliere dell’area di centrodestra. Sì, perché gli Angelucci, editori di Libero, dopo aver digerito malissimo l’uscita di scena del direttore che ha portato il quotidiano al successo, hanno pensato bene di rimediare chiamando alla direzione Maurizio Belpietro, uno che i giornali li sa fare, come sa lo stesso (ex) amico Feltri con cui ha condiviso le avventure dell’Indipendente e del primo Giornale dopo la clamorosa rottura di Indro Montanelli. Belpietro stava a Panorama (galassia Mondadori) ma aspettava una chiamata al Tg5 o al Tg1, visto che negli ultimi tempi (vedi la trasmissione L’Antipatico) stava prendendo confidenza col mezzo televisivo. Berlusconi l’ha "tradito" (al Tg1 è finito Augusto Minzolini da La Stampa, e al Tg5 ci sono problemi a smuovere Clemente Mimun) e allora Belpietro, sfoderando un notevole coraggio giornalistico, peraltro non privo di riconoscimento economico, ha preso la strada di Libero. E ora alla guida dei due quotidiani di area si trovano due (ex) amici che mal si sopportano ma che si stimano.
STRATEGIE
Se c’è tanto movimento nel giornalismo cosiddetto d’opinione (nelle prime pagine del Giornale e di Libero ci sono più opinioni che notizie), vuol dire che le opinioni stampate ancora contano. Se gli editori dei giornali, non solo di centrodestra, investono molto in professionisti bravi e combattivi per dare al lettore un prodotto magari schierato ma di sicuro non noioso, vuol dire che qualcuno ancora pensa che quelle parole stampate incidano nell’opinione pubblica, o in una parte di essa. Prendiamo Belpietro, per esempio, arrivato a Libero qualche giorno prima che Feltri facesse lo stesso al Giornale. Bene, la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare a spolverare un libro di Gigi Moncalvo (non pubblicato) sulla "vera storia del signor Fiat". Proprio nel momento in cui la Guardia di Finanza, facendo seguito alla battaglia giudiziaria sulla successione aperta dalla figlia dell’Avvocato, Margherita Agnelli, ha ipotizzato un’evasione fiscale da parte di Gianni Agnelli di un paio di miliardi di euro. Un po’ come dire a Repubblica, che con Giuseppe D’Avanzo non ha nascosto alcun dettaglio delle (dis)avventure sessuali del premier e delle escort... scortate a palazzo Grazioli, che è molto più grave evadere il fisco piuttosto che concedersi altri generi di evasione.
IL RECUPERO
Di fronte a questa accelerazione di Libero, Feltri ha anticipato l’arrivo in via Negri di qualche settimana e ha aperto le danze con una campagna serrata contro le presunte malefatte di De Benedetti, editore di Repubblica. E per dare più brio a questi due quotidiani c’è stato uno scambio di firme, visto che, per quanto tutti inquadrabili nel generico panorama del centrodestra, chi sta con Feltri non sta con Belpietro e viceversa. Morale della favola: da Libero, oltre al condirettore Alessandro Sallusti, è arrivato al Giornale anche Renato Farina, già agente Betulla (radiato dall’Ordine dei giornalisti per aver fatto l’informatore dei Servizi), mentre a Libero, nella veste di opinionista, è arrivato, udite udite, niente meno che Mario Giordano. Da Panorama Belpietro si è portato l’inviato Gianluigi Nuzzi, autore di un fortunato e vendutissimo libro (Vaticano spa) mentre non è riuscito a strappare al Giornale Gian Marco Chiocci. Il vicedirettore del Giornale, Michele Brambilla, starebbe poi per abbandonare la compagnia per andare a La Stampa, voluto dal direttore Mario Calabresi. Ha tolto il disturbo (con Feltri proprio non si prende) il pirotecnico Filippo Facci, mentre Luca Telese è finito a Il Fatto.
CENTROSINISTRA
E proprio Luca Telese, giornalista "comunista" cresciuto nel destrorso Giornale, ci ricorda che la vivacità editoriale non è un patrimonio esclusivo del centrodestra. Nasce infatti da una costola di giornalisti delusi dell’Unità di Concita de Gregorio il nuovo quotidiano che i nemici di destra hanno già bollato come "manettaro". Solo perché tra gli editori ci sono Marco Travaglio e il direttore Antonio Padellaro, entrambi transfughi dall’Unità. Insieme, tra l’altro, a Furio Colombo, a sua volta già direttore dell’Unità e inventore del fascione rosso in prima pagina che tanto divertiva i lettori e faceva infuriare gli avversari. Si uniranno al gruppo firme del calibro di Massimo Fini e Maurizio Chierici.
OPINIONI
Par di capire, da questa effervescenza, che il modello più gettonato per un quotidiano italiano sia quello di prendere posizione e di farlo in maniera netta. Dal numero di parrocchie esistenti tra i cittadini si deduce il numero di quotidiani di opinione che da anni solcano i mari increspati dell’informazione nazionale. A destra furoreggiano, come detto, il Giornale e Libero, affiancati dal più sofisticato Il Foglio diretto da Giuliano Ferrara; a sinistra scende ora in campo Il Fatto per dar manforte all’(odiata) Unità e al Manifesto. Quanto al Riformista di Polito, l’obiettivo sarebbe quello di tenere alta la bandiera, appunto, della sinistra riformista.
ISTITUZIONALI
Hanno da poco cambiato direttore anche gli istituzionali Corriere della sera (è tornato Ferruccio de Bortoli al posto di Paolo Mieli), La Stampa (Mario Calabresi per Giulio Anselmi) e Il Sole 24 Ore (Gianni Riotta per de Bortoli). Quanto a Repubblica, che per diffusione e storia dovrebbe essere definito istituzionale, la recente campagna feroce contro il premier a suon di interviste a escort, riprese dalla stampa internazionale, lo colloca, nella flotta di centrosinistra, in una posizione di nave corazzata assistita dagli incrociatori guidati dal Fatto. Se non ci si schiera, sembra la lezione di questa fase del giornalismo italiano, non si trovano lettori. La paura è che invece i lettori si siano già stancati da un pezzo se è vero, come è vero, che il nostro, tra i paesi occidentali, è quello che legge meno.

mercoledì 26 agosto 2009

Sinistri

Così Polito spiega perché la sinistra italiana sia da buttare. Analisi perfetta.

Helicopter Ben

“Helicopter” Ben ringrazia Friedman e Obama

Cose che succedono solo negli Stati Uniti. Dunque, il keynesiano e democratico presidente Barack Obama riconferma al timone della Fed per i prossimi quattro anni il liberista (area Milton Friedman) e repubblicano Ben (detto Helicopter) Bernanke. Country first, come si dice al di là dell’Atlantico. E siccome il buon Ben ha avuto l’occasione di mettere in pratica i suoi accurati studi sugli anni della Grande Depressione evitando che ne capitasse un’altra.
Rifacendosi al suo maestro, Milton Friedman, che sosteneva che la Grande Depressione si era verificata perché la Fed aveva ridotto il credito in circolazione alzando i tassi di interessi. Memore di quella lezione, e citando l’immagine suggestiva dipinta da Friedman in uno dei suoi memorabili interventi («La Fed dovrebbe usare anche gli elicotteri per sommergere di denaro l’economia»), Ben si mise di buzzo buono e, ai primi accenni di Lehmanite dell’economia, divenne Helicopter Ben. E un democratico ha nominato un repubblicano. Come si usa negli Usa.

Ripresa complicata

L’INTERVISTA. Il segretario provinciale della Uil guarda con realismo alla riapertura delle aziende. «Ammortizzatori sociali da rifinanziare»
«La ripresa sarà complicata»
Dal Lago: «Vicenza non rivedrà i livelli di produzione a cui era abituata ma saprà ripartire ai primi del 2010»

Marino Smiderle
VICENZA
Le fabbriche vicentine stanno riaprendo. Ma riapriranno davvero? La domanda è meno catastrofica di quanto sembri, considerato che più di qualche imprenditore ha già vaticinato disastri settembrini. Il sindacato, invece, è più prudente e, alla luce dei sacrifici già fatti in sede di richieste contrattuali e delle accettazioni inevitabili di riduzioni di organico per aziende in difficoltà, Riccardo Dal Lago, segretario provinciale della Uil, aziona i freni di emergenza.
«Non è questione di essere ottimisti o pessimisti - premette -. Si tratta semplicemente di essere realisti».

E quindi, a giudicare dai bollettini economici diffusi in queste settimane, Vicenza deve avere paura di questo avvio di stagione produttiva?
Parliamoci chiaramente: Vicenza non rivedrà i livelli di produzione a cui era abituata fino a un paio di anni fa. Nello stesso tempo, qualora arrivasse un barlume di ripresa, io credo che questa provincia abbia la struttura in grado di coglierli immediatamente.

Ma quando arriveranno, se arriveranno, questi segnali?
La ripresa sarà lenta e difficile, su questo siamo tutti convinti. Tuttavia le ultime analisi dicono che dai primi del 2010 si dovrebbe tornare a respirare.

Questo vuol dire che a settembre chi non ha sufficientemente fiato deve chiudere. O no?
Credo che settembre sarà un mese chiave perché molti degli ammortizzatori sociali usati per affrontare l’emergenza andranno a scadere.

Traduzione: le imprese andranno male ancora per un po’ ma il governo deve rinnovare questi ammortizzatori. Corretto?
Sì, credo che il governo debba fare il possibile per permettere a tutti coloro che hanno perso temporaneamente il posto di lavoro di resistere ancora un po’. Del resto, mi pare che i rifinanziamenti degli ammortizzatori sociali siano già in discussione.
Il suo collega Copiello, segretario provinciale della Cisl, ha annunciato che a settembre proporrà l’introduzione nel Vicentino del contratto territoriale.

Confindustria (con Ditri) e Cgil (con Bergamin) non è che l’abbiano presa tanto bene. Lei cosa ne pensa?
Credo che sia un argomento importante su cui sarebbe interessante aprire un confronto. Copiello, che è uno a cui piace provocare, sia detto in senso positivo, ha forse scelto il momento meno indicato. Tuttavia non mi pare giusto liquidarlo bruscamente, considerato che va incontro agli interessi di molti lavoratori di piccole e medie aziende. Magari ne riparleremo quando ci saranno squarci di sereno nell’economia.

Ci sono settori, nell’economia vicentina, che soffrono particolarmente. Pensiamo per esempio alla concia. Lei crede che, come nell’orafo degli ultimi dieci anni, il declino sia destinato a diventare cronico?
Non credo. Ritengo piuttosto che la produzione di qualità, quella con maggiore valore aggiunto, possa diventare il volano per ridare slancio all’economia della vallata del Chiampo.

Cosa intende per produzione di qualità?
Quando ci sediamo al volante di un’auto da 50-60 mila euro pretendiamo che la pelle di cui sono rivestiti i sedili sia trattata nella maniera tecnologicamente più avanzata. Ecco, credo che solo un distretto come quello di Arzignano e Chiampo possa avere gli strumenti e le aziende per fornire un prodotto di tale qualità.

La concia fa venire alla mente il concetto di manodopera immigrata. Qui la crisi colpisce anche loro, e di brutto. Cosa si deve fare?
Purtroppo non sempre in veneto l’atteggiamento nei confronti dell’immigrazione è stato improntato alla correttezza. Diciamola tutta, in certi casi siamo stati fin troppo chiusi. Però gli immigrati sono stati fondamentali per il successo delle nostre aziende quando l’economia tirava. Occorre non dimenticarlo ora che spira un vento contrario.

La crisi è globale e non è che a livello locale si possa trovare una soluzione a tutti i problemi. Ma come giudica l’atteggiamento preso dalle istituzioni vicentine nei confronti di questa fase problematica?
Mi pare che tutti, da noi sindacati alle associazioni datoriali, abbiamo dimostrato senso di responsabilità. Non c’è stata alcuna contrapposizione perché predomina la consapevolezza della difficoltà del momento. Detto questo, ora si apre la stagione dei contratti ed è inevitabile che le diverse aspettative creino scontri. Ma qui torniamo al livello nazionale.

La Fiera, invece, è un argomento vicentino. A che punto siamo? Lei sta con Schneck, che vuole vendere, o ritiene che la partecipazione pubblica abbia ancora un senso?
Aspettiamo i prossimi passi, visto che a breve avremo novità importanti. A livello strettamente vicentino avrei una proposta indecente da fare alla Camera di commercio.

Si accomodi?
Visto che la sede di Banda d’Italia a palazzo Repeta è ormai libera, mi piacerebbe che la sede della Camera andasse lì. Magari vendendo il nuovo palazzo già acquistato.

lunedì 24 agosto 2009

Mentre il Maghetto è al West Ham...

Ecco perché ci manca Jimenez. Del resto, il libertario l'aveva segnalata in tempi non sospetti.

Non siamo nel Burkini Faso

L'integrazione è una buona cosa quando tutti ci provano. Se qualcuno vuole fare il furbo e imporre alla maggioranza le abitudini di una minoranza ospite, allora non ci siamo.

sabato 22 agosto 2009

Post traumatic stress disorder

Parà della 173ª uccide la ex e si toglie la vita

Marino Smiderle

Quando ai militari Usa veniva comunicata la destinazione berica, poco ci mancava che stappassero lo champagne. Sì, Vicenza era una delle mete più ambite: buon cibo, belle ragazze, ottima qualità della vita. In una parola, un paradiso per i ventenni in procinto di avviare la carriera militare. Dall’11 settembre 2001 la musica è cambiata. Non tanto per Vicenza, che rimane con le identiche e gradite caratteristiche di un tempo, quanto piuttosto per le missioni che dalla data dell’attacco terroristico all’Occidente vengono assegnate ai parà della 173a Brigata Aviotrasportata di base alla Ederle. Iraq, Afghanistan, poi ancora Afghanistan e, dal prossimo autunno, di nuovo Afghanistan. Si tratta di missioni della durata di 15 mesi che incidono molto nell’equilibrio mentale dei giovani soldati e che, se non vengono seguite da accurate attività di assistenza e di aiuto al rientro nella vita di tutti i giorni, rischiano di provocare danni irreparabili.
L’ultimo tragico esempio, purtroppo uno dei tanti capitati nel corso degli ultimi anni, viene da quel che è successo martedì scorso a Mendicino, in California. Jacob Gregory Swanson, 26 anni, un parà della 173a di stanza alla Ederle che aveva partecipato alla prima missione in Iraq nel 2002 e, successivamente, anche alla prima missione in Afghanistan, avrebbe ucciso con un colpo di pistola l’ex fidanzata, Amy Rochelle Salo, 36 anni, madre di tre figli di 3, 10 e 12 anni, prima di puntare l’arma contro se stesso e suicidarsi in salotto.
Il condizionale è d’obbligo perché lo sceriffo della Contea di Mendocino, Rusty Noe, sta ancora portando avanti le indagini. Ma Swanson soffriva di quello che negli Stati Uniti chiamano "post-traumatic stress disorder" e che deriva dalle terribili esperienze vissute al fronte.
«Questo non è il mio Jake, Jake non avrebbe mai fatto questo - ha dichiarato la madre del giovane soldato, Tracy Swanson, a The Press Democrat -. In un colpo solo ho perso mio figlio e la mia migliore amica».
La donna ha raccontato di come suo figlio fosse stato segnato da quelle missioni. «Era a Vicenza con la 173a - ha ricostruito la signora distrutta dal dolore - poi nel marzo 2003 venne paracadutato in Iraq, dove rimase fino al febbraio 2004. Poi un altro anno in Afghanistan. È tornato a Fort Bragg, decorato ma cambiato».

giovedì 20 agosto 2009

Boom di protesti

LA CRISI. Unioncamere nel primo semestre 2009 segnala la provincia come piazza negativa

Protesti e cambiali
Vicenza da record

Marino Smiderle

Veneto a +38,3 % di effetti protestati ma il Vicentino sale a +45,9 %. Si partiva da valori molto bassi

I vicentini e i veneti, in genere, sono buoni pagatori.
I debiti che fanno li onorano ed è per questo che le banche considerano le piazze del Nord Est meno rischiose e più redditizie di altre. Almeno fino a quando l’economia va nella giusta direzione.
Se le cose cominciano ad andare male, e Dio solo sa quanto male stanno andando da un annetto (almeno) in qua, non c’è onestà che tenga: anche i pagatori più sicuri alzano bandiera bianca.
Capita così, come emerge da un’analisi Unioncamere sull’andamento dei protesti levati nel corso del primo semestre 2009, in base ai dati raccolti dalle Camere di Commercio ed elaborati da Infocamere, che Vicenza e il Veneto diventino le piazze con gli aumenti più sensibili di assegni e cambiali non onorate.
Nei primi sei mesi del 2009, infatti, il Veneto ha registrato oltre 106 milioni di euro effetti protestati (contro i 76,5 del medesimo periodo del 2008), con un aumento del 38,3 per cento, diventando la regione italiana col balzo più consistente e preoccupante.
Se poi si sposta la lente sui dati della provincia di Vicenza, si scopre che gli effetti (assegni più cambiali) protestati sono stati 4.453 per un valore complessivo di 17,3 milioni di euro (valore medio: 3.888 euro). Quanto a importi, il salto in avanti rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso è del 41,5 per cento, mentre il numero di cambiali e assegni finiti insoluti è aumentato del 45,9 per cento. Di questi 17,3 milioni, 10,76 fanno riferimento agli assegni protestati (aumentati in importo del 38,9 per cento rispetto al 2008), mentre 6,51 riguardano le cambiali (+47,9 per cento).
A livello nazionale la crescita c’è stata ma non ai ritmi registrati in Veneto e a Vicenza. «Nei primi sei mesi del 2009, infatti - dicono a Unioncamere - gli italiani sono risultati più insolventi e per cifre più consistenti rispetto al recente passato.
Assegni, cambiali e tratte non onorate sono aumentate sia nel numero (+5,2% complessivamente) sia negli importi (+12,7%), portando il monte degli impegni non onorati tra gennaio e giugno a superare il tetto dei 2,2 miliardi di euro».
Se il Veneto è la regione con la crescita più rapida dei protesti, è anche quella che, in valore assoluto, ha un monte debiti non onorati ancora sotto controllo, con "appena" 106 milioni di effetti insoluti.
In testa al gruppo c’è la Lombardia, con 422 milioni, seguita da Lazio (399 milioni), Campania (335 milioni), Sicilia (159 milioni), Puglia (140 milioni), Emilia Romagna (122 milioni) e Toscana (110 milioni).
Poiché la crisi ha colpito duro, chi partiva da valori assoluti più bassi (Veneto e Vicenza) ha finito col segnare inevitabilmente aumenti percentuali più elevati.
Significativo il dato relativi agli assegni protestati, che a livello nazionale sono scesi dell’11 per cento (sia in importo che in numero), mentre a Vicenza sono aumentati del 38,9 per cento in importo e del 21,1 per cento in numero.
«Se famiglie e imprese fanno più fatica a sostenere gli standard di vita e di attività cui sono abituati - ha commentato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello - è evidente che l'emergenza liquidità non è finita e che non bisogna abbassare la guardia.
Il governo sta facendo bene e vanno nella giusta direzione anche le iniziative prese in questi mesi dal sistema bancario e dalle associazioni imprenditoriali, per assicurare continuità di finanziamento alle impre-
se.
Soprattutto occorre pensare a quelle piccole e piccolissime, che poi coincidono con milioni di bilanci familiari.
Senza un sostegno alla loro disponibilità a consumare il Paese non riparte e si mette a rischio la sopravvivenza di tantissime micro-attività economiche che danno lavoro e stabilità al territorio.
Le Camere di commercio hanno ben chiara questa priorità e presto si riuniranno per mettere sul tavolo le prime proposte di intervento in favore del micro-credito e dell’occupazione, sulla base del protocollo d’intesa firmato a luglio con il ministero dello Sviluppo economico».

Ristruttura, ristruttura, qualcosa resterà

EDILIZIA. La Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate ha diffuso gli ultimi dati. E arriva la gradita sorpresa

Boom di ristrutturazioni
Il Veneto attacca la crisi

Le comunicazioni di inizio lavori di marzo e aprile sono aumentate del 22,5% rispetto all’anno scorso

Marino Smiderle
VICENZA
Una rondine non fa certo primavera, specie in agosto, ma i dati relativi alle ristrutturazioni edilizie dei primi quattro mesi dell’anno dicono che tutta questa crisi del mattone parrebbe più un’invenzione che una realtà. Almeno per quel che riguarda gli interventi sull’esistente. «Nel bimestre marzo-aprile 2009 - segnala infatti la Direzione regionale del veneto dell’Agenzia delle Entrate - è stato registrato un incremento su base nazionale di 73.500 comunicazioni di inizio lavori inviate dai contribuenti di tutta Italia al Centro operativo di Pescara, per usufruire della detrazione fiscale del 36 per cento della spesa sostenuta per ristrutturazione edilizia».
Si parla, ovviamente, della legge che consente a tutti coloro che avviano una serie di lavori di ristrutturazione per la propria abitazione di ottenere lo sconto dal fisco. In tutti questi anni la legge in questione ha consentito di ottenere due obbiettivi: da un lato quello di stimolare una serie di interventi da parte dei singoli interessati e quindi di spingere l’industria del settore e dall’altro quello di far emergere alcuni costi che, solitamente, erano per la gran parte saldati in nero, proprio perché la clientela privata non aveva alcuna convenienza a ottenere la documentazione fiscale. Col 36 per cento di sconto fiscale, per quanto spalmato su dieci anni, è diventato invece molto appetibile l’avvio della procedura col Centro operativo di Pescara.
«Il Veneto mantiene sempre il terzo posto assoluto a livello nazionale con 8.403 comunicazioni spedite, 4.227 in marzo e 4.176 in aprile - prosegue l’Agenzia delle Entrare riferendosi ai mesi di marzo e aprile - preceduto dalla Lombardia e dall'Emilia Romagna. La nostra regione rileva un forte incremento di circa il 22,5 per cento rispetto ad analogo periodo del 2008 (6.867 comunicazioni)».
Se noi prendiamo in considerazione tutto il periodo, e cioè i primi quattro mesi dell’anno, l’aumento complessivo di domande in Veneto è del 16 per cento. L’accelerazione, avvenuta nel momento in cui la crisi economica, anche nel settore edilizio, era al suo culmine, si può spiegare in vari modi. Di certo, è una sorpresa che in questa nicchia si possa parlare di controtendenza. Il motivo per cui le famiglie hanno deciso di investire nel miglioramento dei propri immobili sta anche nelle scarse alternative offerte dal mercato: con i tassi dei Bot che non arrivano all’1 per cento netto, il modo più intelligente per investire la liquidità resta il proprio tetto. Anche perché, in una prospettiva di possibile futura inflazione, il mattone resta il bene rifugio per eccellenza.
«Complessivamente, dal 1998 al 30 aprile 2009, dal Veneto sono pervenute 453.369 dichiarazioni di inizio lavori, pari al 12,1 per cento del totale nazionale (3.732.837) - prosegue la descrizione l’Agenzia delle Entrate -. Se si considera il dato disaggregato per provincia, Venezia balza al primo posto nella regione con 1.682 comunicazioni inviate nel bimestre marzo (844) - aprile (838). Vicenza scende al secondo posto con 1.636 richieste (860 in marzo, 776 in aprile), quella di Padova sale al terzo posto con 1.478 domande (793 e 685). Al quarto posto si colloca di un'incollatura la provincia di Verona con 1.379 richieste (672 e 707) mentre quella di Treviso si pone al quinto posto con 1.375 (651 e 724). Chiudono la classifica veneta le due province con minor popolazione: Belluno ha inviato all'Agenzia delle Entrate 545 domande (248 e 297), Rovigo soltanto 308 (159 e 149)».
L’efficacia del provvedimento, e il gradimento mostrato dal contribuente, ha indotto i vari governi a rinnovare il provvedimento. «La legge finanziaria del 2009 - ricorda l’Agenzia delle Entrate - ha prorogato fino al 31 dicembre 2011 la detrazione del 36 per cento per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. Ricordiamo che è rimasto immutato il limite di spesa di 48.000 euro riferito all'immobile oggetto dell'intervento e che resta indispensabile indicare in fattura il costo della manodopera utilizzata ai fini della detrazione Irpef. Infine, il decreto anticrisi n. 5 del 10 febbraio scorso ha introdotto una nuova detrazione per l'acquisto di mobili ed elettrodomestici ad alta efficienza energetica, quando l'acquisto è finalizzato all'arredo di un immobile oggetto di effettiva fruizione della detrazione sulle ristrutturazioni edilizie del 36 per cento. La circolare numero 35 dell'Agenzia delle Entrate del 16 luglio scorso ha chiarito le modalità per usufruire del cosiddetto "bonus arredi"».

mercoledì 19 agosto 2009

Un colpo di gossip

Nice to meet you, Ely. Così George incontrò la Canalis.

lunedì 17 agosto 2009

La Fiera delle Vanità

LA LISTA DI VANITY FAIR. L'imprenditore valdagnese tra i primi al mondo

L'eleganza
certificata
di Matteo

Marino Smiderle

Marzotto entra nell’esclusiva classifica stilata da 70 anni dalla “bibbia” americana «Il 10% del mio tempo lo passo a Valdagno»

L'eleganza non si compra in negozio. Certo, tu puoi comprare l’abito firmato, indossare un gioiello unico o un orologio preziosissimo, ma se non hai quel nonsoché di naturale che fa risplendere tutte queste beltà, rischi di passare comunque per un rigattiere (fermo restando che anche un rigattiere può essere elegante).
Non a caso Honoré de Balzac ricordava che il lusso costa meno dell’eleganza. E per questo, da 70 anni in qua, da quando cioè Eleanor Lambert iniziò con la massima serietà a comporre questo selezionato elenco, il jet-set internazionale aspetta con ansia la pubblicazione della "Best-dressed List" (letteralmente, la lista di chi si veste meglio) vergata con assoluta attendibilità e autorevolezza da parte del mensile americano Vanity Fair, bibbia riconosciuta in materia, appunto, di vanità.
Per il 2009 la ristretta giuria (composta da ex direttori di Vanity Fair come Reinaldo Herrera, Aimée Bell, Amy Fine Collins, e dal direttore attuale, Graydon Carter) con potere di vita e di morte sull’eleganza altrui, ha inserito per la prima volta quello che possiamo quindi ritenere il vicentino (di famiglia) più elegante di tutti i tempi: Matteo Marzotto.
Bella scoperta, dite voi. Di Matteo si parla da decenni come dello scapolo più ambito dell’intera penisola. I giornali, prima ancora di scrivere delle sue virtù imprenditoriali dimostrate sul campo, lo inseguono con i teleobiettivi per cercare di immortalarlo al fianco della fortunata di turno. La sua lista di ex è lunga come la lista della spesa di una famiglia numerosa: Naomi Campbell, Serena Autieri, Alessia Fabiani, Eleonora Abbagnato, Lisa Van Goinga, Alberica Brivio Sforza e, ultima in ordine di tempo (che sia la fortunata capace di accalappiarlo definitivamente?), Veronica Sgaravatti.
Tutto vero: Marzotto in Italia ha fama di uomo di grande charme da tempo. Ma un conto sono i confini nazionali, un altro conto è l’incoronazione ufficiale da parte della cassazione in materia di eleganza: Vanity fair. Per gli italiani non dovrebbe essere difficilissimo farsi ammettere a corte, ma si sa come vanno le cose Oltreoceano: al di là dei grandi stilisti invidiati al Belpaese e che contribuiscono alle fortune di chi viene premiato dalla rivista, la dittatura dello star-system di Hollywood ha la sua importanza.
E così, dalla parte dei maschi, insieme a Matteo Marzotto non si può non trovare Brad Pitt, mentre, sul versante femminile, Penelope Cruz, Anne Hathaway (a cui il fidanzato italiano, Raffaele Follieri, deve avere insegnato qualcosa in fatto di stile prima di finire in galera per truffa) e Renée Zellweger brillano accanto alle First Ladies Michelle Obama (sulla cui eleganza, Vanity Fair ci perdonerà, è lecito nutrire qualche sobrio dubbio) e Carla Bruni (nessunissimo dubbio).
Però torniamo a Matteo e vediamo cosa ha risposto alle domande di VF. Residenza? «Passo il 50 per cento del mio tempo a Milano, il 40 per cento a Roma e il 10 per cento nella cittadina («in the village») da cui proviene la mia famiglia: Valdagno, Italia».
Complimenti, questo è un primo segnale di eleganza: mai dimenticare le umili (si fa per dire) origini. Va bene Roma, va bene Milano, ma il buon Matteo non si dimentica certo della sua Valdagno, dove ha fatto la gavetta. Bravo.
Occupazione? «Imprenditore (Uno che, peraltro, di moda se ne intende, se non altro per essere stato presidente di Valentino e per essere rimasto nel settore, ndr) e presidente dell’Enit».
Età? «42».
Stile personale? «Solido, tradizionale e italiano, con attenzione al dettaglio». Non si può essere eleganti, e tanto meno italiani, se non si presta attenzione al dettaglio. Annotate, gente, annotate.
Icone di stile? «Il Principe Carlo e Robert Redford». Ognuno si ispira a chi meglio crede.
Camiciaio? «Un produttore milanese che si chiama "18"».
Gioielli? «Porto sempre un piccolo braccialetto d’oro con il motto di famiglia inciso nell’interno».
Orologi? «Ho una collezione di orologi da polso. I più preziosi sono IWC e Patek Philippe».
La causa? «Vicepresidente e cofondatore della Fondazione per la fibrosi cistica». Perché, come diceva Sartre, l'eleganza è quella qualità del comportamento che trasforma la massima qualità dell'essere in apparire.


Diavolo di un Obama
Primo presidente Usa premiato per lo stile

Diavolo di un Barack Obama, pure elegante. E pure il primo. Sì, il primo presidente degli Stati Uniti d’America, da 70 anni in qua, a meritare l’inclusione nell’elenco degli uomini meglio vestiti di Vanity Fair. È un primato, se volete frivolo, ma pur sempre un primato che, pare, a Obama non è affatto dispiaciuto, affetto com’è da quella discreta dose di vanità che a Roma chiamerebbero "piacionismo". Obama è un piacione e piace anche a Vanity Fair. Che, per non voler creare dissidi familiari, ha incluso nell’elenco pure la moglie, quella Michelle che ha incantato il mondo col suo modo di fare per nulla convenzionale.
Michelle non è la prima First Lady (è la terza) a meritare la nomination, mentre se si pensa a chi ha preceduto Obama alla Casa Bianca riesce difficile dare torto ai giurati di Vanity Fair. Che invece hanno avuto il coraggio di inserire, dopo Matteo Marzotto, un altro esponente della imprenditoria italiana glamour, quel Lapo Elkann che, invitato a definire il suo stile personale, ha risposto: «Essere sempre se stessi».
Appunto. Chissà cosa avrebbe detto il nonno, Gianni Agnelli, che Vanity Fair cominciò a decretare come maestro d’eleganza fin dal 1970. Altri tempi, altro stile, altra eleganza. Stesso sangue, però. Come poteva mancare, sia detto per le signore, quell’icona cinematografica che risponde al nome di Brad Pitt? Non poteva mancare, di sicuro, anche se nella foto scelta dalla rivista per documentare l’eleganza dell’attore (che si definisce "cittadino globale") pare più un elegante gelataio che un elegante punto. Tutta invidia.
Da segnalare, nel capitolo "Originali", la presenza della Duchessa d’Alba di Spagna, una nobile di 82 anni, che l’anno scorso aveva criticato pubblicamente i propri sei figli per essersi opposti al suo matrimonio con un antiquario di 24 anni più giovane. «Quelli non vogliono che io mi sposi - aveva detto la nobildonna - mentre loro cambiano partner molto più spesso di me».
Proprio mitica la Duchessa d’Alba, lei sì che è davvero elegante. Negli abiti e, soprattutto, nello spirito.MA.SM.


DONNE DI CLASSE
«Oui, je suis Carla». First Lady di classe
Zellweger pareva una cozza
È una leggiadra quarantenne

Non occorre essere belle per entrare nella lista di Vanity Fair, però aiuta. Per esempio, Agnes Gund, presidente emerito del Moma di New York, non rientra nel novero delle bellissime, ma quanto a eleganza, secondo VF, ha tutti i crismi per far parte della Best-dressed list.
Poi però sulci con attenzione il resto dell’elenco e non puoi non restare affascinato da quel cocktail esplosivo che si ottiene schecherando la bellezza e l’eleganza. Escono fuori, per parlare di cinema, tipi del calibro di Penelope Cruz, Anne Hathaway, Alicia Keys. A proposito di Alicia Keys, lei definisce il suo stile personale così: «Liscia, femminile, forte e sexy».
Vabbè, poi c’è anche Renée Zellweger, quella che nel "Diario di Bridget Jones" pareva una cozza sgraziata e che invece, giustamente, Vanity Fair inquadra come quarantenne leggiadra ed elegante.
Non passa inosservata nemmeno Sua Altezza la sceicca Mozah del Qatar, alla faccia di chi dice che a quelle latitudini le donne vengono coperte dal burqa. In effetti la tunica (lo stilista ci perdonerà) blu che indossa nella foto pubblicata dalla rivista americana arriva a coprirle i capelli, ma i gioielli, la borsa di pelle (pitone o coccodrillo? Probabilmente nessuno dei due...) e i tacchi a stiletto fanno intuire che si tratta solo di rispetto della cultura.
La bellezza, si diceva, non basta a far vincere il premio dell’eleganza, e di sicuro l’età non preclude alcuna possibilità. Prendi, per esempio, Catherine Deneuve («Oui, je suis Catherine Deneuve»), che dall’alto dei suoi 66 anni è ancora perfettamente in grado di dare lezioni di stile e di eleganza. Non però alla meravigliosa Carla Bruni («Oui, je suis Carlà»): classe innata.
Chiude la Principessa Letizia delle Asturie, già giornalista. Era già elegante prima di sposare Felipe di Borbone.

Tra quiete e tempesta

Una quiete
che illude
Israele

Marino Smiderle
Il lancio di missili da Gaza è cessato, l’aeroporto è pieno di turisti ma sotto la cenere l’antico conflitto è rovente

La quiete prima della tempesta o un processo di pace che finalmente esce dal vicolo chiuso in cui lo aveva cacciato la storia? Difficile dirlo. È un fatto, però, che per Israele questa è l’estate più tranquilla (sempre che in Medio Oriente l’aggettivo tranquillo abbia diritto di cittadinanza) da diversi decenni in qua. Come notava Ethan Bronner in una corrispondenza da Gerusalemme per il New York Times, «il lancio di missili da Gaza è praticamente cessato, il confine con il Libano è tranquillo, gli attacchi terroristi in Cisgiordania sono rarissimi, l’aeroporto internazionale di Tel Aviv ha registrato un numero record di viaggiatori nella prima settimana di agosto e la moneta israeliana (lo shekel) è così forte che la banca centrale ha comprato miliardi di dollari per contenere l’aumento del cambio».
«Israele sta prosperando in questa estate - prosegue il New York Times - e uno potrebbe immaginare che il suo popolo e i suoi leader ne approfittino per tirare un sospiro di sollievo dopo quasi un decennio di violenza e disagio. Le cose, ovviamente, non stanno così».
Già, a queste latitudini è impossibile parlare di pace e di coesistenza pacifica tra due popoli che, dal 1948, non hanno mai smesso di combattersi, disconoscendo gli uni le ragioni degli altri. «Questa è una quiete ingannevole - ha dichiarato in un’intervista il viceministro degli Esteri israeliano, Daniel Ayalon -. Un giorno di sole può essere invaso dalle nuvole molto rapidamente».
Ele nuvole che si possono addensare da un momento all’altro sono sempre le solite. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, per esempio, ha avvertito il governo Libano: «Se Hezbollah entrerà a far parte del vostro governo, sarete ritenuti responsabili per ogni attacco a Israele proveniente dal vostro territorio».
A questo proposito Dan Meridor, ministro dell’Intelligence, ha riferito che Hezbollah starebbe acquistando e installando, con l’influenza e l’assistenza dell’Iran, sistemi missilistici di vario genere. Non solo. Ufficiali israeliani ritengono attendibili i rapporti che considerano Hezbollah responsabile di un tentativo di omicidio ai danni dell’ambasciatore israeliano al Cairo, oltre che in fase di preparazione di attentati contro turisti israeliani all’estero. «Se verrà fatto del male a un cittadino o un diplomatico israeliano all’estero - ha avvertito Ayalon - Hezbollah ne pagherà le conseguenze».
La quiete, dunque, è ingannevole. Che poi arrivi la tempesta, tutto il mondo si augura che sia possibile evitarlo. Anche se, e questa è una constatazione che le diplomazie occidentali hanno già registrato, da quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Obama le tensioni tra Washington e Gerusalemme sono ai massimi da vent’anni a questa parte. Ci sono due punti, tra i tanti, che acuiscono le divergenze. Il primo riguarda l’atteggiamento nei confronti dell’Iran, verso il quale Obama, appena eletto, aveva aperto le porte di un possibile dialogo anche sulla questione del nucleare. La brutale repressione del regime teocratico retto dal leader negazionista Mahmoud Ahmadinejad ha irrigidito gli Stati Uniti, che però continuano a ritenere inaccettabili i piani di intervento militare israeliano.
L’altra questione che allontana i due paesi alleati è legata agli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Gli Usa hanno chiesto di bloccarli, mentre Israele sostiene che questa posizione contrasti con gli accordi presi con l’amministrazione Bush. Già, ma Obama non è Bush e questo è un caso in cui la politica estera americana ha subito significativi cambiamenti.
Sullo sfondo, comunque, quello che segna i rapporti tra Israele e il mondo è il rapporto con i palestinesi. Sul tappeto c’è la perenne questione dei due stati. «Nelle ultime settimane - registrano Hussein Agha e Roberto Malley in un articolo scettico ("I tanti difetti della soluzione due-stati") pubblicato dal New York Times - il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshal, hanno fatto capire che sono intenzionati ad accettare l’idea che fin qui hanno sempre rifiutato. Questo quasi unanime consenso è il segnale certo che ormai la soluzione dei due stati è ormai svuotata di ogni significato».
Perché, sostengono i due autori, da un lato Israele mette delle condizioni difficilmente accettabili dai palestinesi: stato palestinese demilitarizzato, senza controllo sui confini e privo di uno spazio aereo; con Gerusalemme che rimane sotto la sovranità di Israele e senza alcun diritto riconosciuto ai profughi palestinesi.
Di contro gli stessi palestinesi, vedi l’ultima "apertura" di Hamas, chiedono impegni severi agli israeliani, tra l’altro senza il pieno riconoscimento allo stato ebraico: e cioè la realizzazione di uno stato palestinese entro i confini del 1967, l’anno che Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, affiancata da un totale ritiro dai territori, piena sovranità palestinese e rispetto per i diritti dei rifugiati.
Ecco perché la questione dei due stati è diventata una sorta di argomento senza significato. Ed ecco perché, come spiega il New York Times, alcuni esponenti della sinistra israeliana temono che questa calma apparente induca il governo a snobbare la questione. In un articolo di Aluf Benn su Haaretz, quotidiano vicino alla sinistra israeliana, si paventa questo rischio. «La più importante conseguenza dell’attuale stato di quiete - scrive - è il fatto che rafforza l’indifferenza israeliana nei confronti di qualsiasi processo di pace. Israele vuole pace e quiete. Ed è quello che sta avendo, anche senza negoziati o accordi di pace».
Il punto è che basta un nulla perché questa quiete salti. Sarebbe meglio avviare i negoziati ora, piuttosto che farlo sotto le bombe.

domenica 16 agosto 2009

Il generoso Enea

Il derby vinto 5-1 nel ’74 resta il suo capolavoro

Marino Smiderle

Dopo lo scudetto del ’71, l’Inter imboccò elegantemente la strada del declino. Ma quando il declino rischiava di trasformarsi in precipizio, il presidente dell’epoca, Ivanoe Fraizzoli, alzava il telefono e chiedeva aiuto a Enea Masiero.
Chi scrive fu misteriosamente catturato, tra i 7 e i 9 anni, dalla magia dei colori nerazzurri proprio in quei momenti di declino, quando all’ala si alternavano Massa e Mariani e quando a Boninsegna cercavano di dare un mano, con alterne fortune, Doldi e Magistrelli. Per due stagioni, 1972/73 e 1973/74, Masiero ebbe l’onore, e soprattutto l’onere, di prendere le redini della squadra e di sostituire gli allenatori "titolari", Gianni Invernizzi prima e Helenio Herrera (in fase calante) poi.
La seconda stagione, in particolare, quella dello scudetto alla Lazio di Maestrelli, resta una specie di capolavoro firmato proprio da Masiero. Il tecnico leoniceno andò in panchina all’inizio del girone di ritorno, dopo che la squadra aveva racimolato appena 17 punti e vivacchiava a centro classifica. Non gli si chiedeva miracoli, ma soltanto una seconda parte di stagione dignitosa.
Enea fece di più e riuscì a scrivere un piccolo capitolo di storia nerazzurra. Non solo inflisse un perentorio 3-1 alla Lazio futura campione (gol di Fedele, Oriali e Mariani), ma la domenica successiva ricamò uno storico 5-1 ai danni del Milan in quella che resta la sconfitta più ampia subita dai rossoneri in una stracittadina. Di questo noi tifosi nerazzurri gli siamo ancora grati.

giovedì 13 agosto 2009

L'asciugatrice

L’EDITORIALE
Quando il Pil
diventa
un indicatore
fallace

Marino Smiderle

E se il Pil non fosse l’indicatore più adatto per misurare la temperatura del nostro benessere? Non è una domanda retorica o, peggio, un interrogativo che presuppone una risposta filosofica, tipo non-ci-sono-solo-i-soldi nella vita. È proprio un dubbio scientifico che ha sollevato Eric Zencey, professore dell’Empire State College, sulla pagina dei commenti del New York Times. Già, in periodi di Pil in caduta libera (ora un po’ meno, ha rassicurato tutti Barack Obama proclamando/auspicando che «la recessione è finita»), è quasi consolante sapere che quell’indice non ci dice affatto come stiamo andando. Non ce l’ha mai detto, per la verità, sempre secondo Zencey, e così, magari, quando eravamo ricchi in realtà non ce la passavamo così bene, mentre ora che la statistica ci dice che siamo più poveri, può essere che non sia così nera.
Perché? Per cominciare, dice Zencey, il prodotto interno lordo esclude dai suoi conteggi un bel po’ di produzione che invece ha un grande valore economico. Per dire, nel Pil non compaiono l’attività di volontariato e i servizi domestici non pagati (lavori di casa, crescere i figli, vari lavoretti fai-da-te) quando tutti sanno che una parte del nostre benessere dipende da questi fattori non ritenuti "economici".
Il massimo del paradosso, poi, avviene quando, sommando tutte le attività cosiddette economiche, il prodotto interno lordo non fa differenza tra quelli che sono costi e quelli che sono benefici. Se ci capita un piccolo incidente d’auto e dobbiamo portarla dal meccanico, la statistica registra un aumento del Pil, quando il nostro portafogli registra sicuramente il fatto come una perdita secca (ok, il meccanico segna un guadagno, ma segno più e segno meno si elidono).
Che dire poi dagli enormi benefici che abbiamo direttamente dalla natura senza che l’economia, e il Pil, si degni di tenerne conto? L’esempio che fa Zencey è illuminante. Se noi stendiamo ad asciugare al sole i panni appena lavati, l’economia non fa un plissé. Se invece li mettiamo in un’asciugatrice elettrica, il Pil scheggia per via del consumo di corrente e, quindi, di petrolio. Qualcosa non va, questo pare evidente. Perché, rileva Zencey, il Pil misura il livello delle attività, non quello dei benefici.
Cambiamo almeno il nome, invoca il professore americano, chiamiamole "Transazione interne lorde", e cerchiamo di trovare un indice che includa quelle attività che producono benessere anche se non sono metabolizzate dal mercato e che tolga quelle spese che non contribuiscono a migliorare il nostro standard di vita (anzi). Il guaio è che non è possibile trovare un indice oggettivo al riguardo, perché al sole che asciuga è un po’ complicato assegnare un valore in euro. Sennò sai che balzo in avanti farebbe l’Africa. Già, l’Africa e le economie emergenti, come scriveva l’altro giorno sul Corriere della sera Tommaso Padoa Schioppa, dovrebbero continuare a correre, mentre le economie più avanzate non potranno più spendere, spandere e sprecare, in nome del Pil, come nell’ultimo decennio. È questo il futuro che ci attende, con un Pil più magro capace però di conciliarsi con un benessere maggiore. Sperando che il sole che asciuga i panni venga sfruttato anche per produrre energia.

Salvate i soldati oro e concia

SETTORI IN CRISI. Il segretario generale e quelli delle categorie invitano tutte le istituzioni a un impegno comune

La Cgil scuote il Vicentino
«Salvate orafo e concia»

Marino Smiderle
VICENZA

Estate, tempo di riflessioni, purtroppo non molto positive. Metti, per esempio, la crisi. Non resta che aspettare che, da qualche parte nel globo, torni a spirare il vento della ripresa. Ma a Vicenza ci sono due settori che erano in crisi prima che ci fosse... la crisi. Orafo e concia, per essere precisi, sono i due malati cronici della provincia. La domanda che si pone la Cgil, e che presuppone anche la risposta, è secca: vale la pena impegnarsi per salvarli? Vi pare che la Cgil possa rispondere di no? «Noi crediamo di sì», rispondono infatti Marina Bergamin, segretaria generale Cgil Vicenza, Giampaolo Zanni segretario Fiom-Cgil e Fabrizio Nicoletti segretario Filcem-Cgil.
DISTRETTO ORAFO
«Il distretto orafo-argentiero in questi anni ha perso molta occupazione e centinaia di marchi - osservano i rappresentanti della Cgil - e necessita di una strategia collettiva di rilancio. In ogni caso bisogna far convergere le valutazioni degli attori al fine di predisporre dei piani di rilancio, o di salvaguardia, ipotizzando delle forme di incentivo selezionato, cioè sulla base di impegni programmatici».
Parole importanti ma che non trovano un seguito concreto. Come fare a passare dalla teoria alla pratica?
«Diventa fondamentale - sostiene la Cgil - chiedere un impegno forte a Camera di commercio e Fiera, chiedendo di mettere a disposizione risorse finanziarie (supporto più forte agli investimenti, a patto che vi sia un impegno corrispondente degli imprenditori) e strategiche (non basta tutelare le risorse professionali ma serve svilupparne di altre: design, gestione cliente, marketing, commerciale, ecc.)
LA FIERA
È evidente che quando si parla di orafo il primo collegamento concettuale che viene a mente è quello con la Fiera. «L'azione della Fiera - Bergamin - deve innestarsi in questo disegno, con interventi finalizzati per la tenuta e la promozione internazionale delle aziende locali, o anche nazionali, poiché il rischio altrimenti è che di una Fiera - così come l'abbiamo conosciuta - non ci sarà più bisogno. Né ci sarà bisogno di una nuova, costosa struttura».
LA CONCIA
Se gli orafi piangono, i conciari certo non ridono. Da tempo gli ordini sono in picchiata e il distretto di Arzignano e Chiampo sta zoppicando. «Le aziende del territorio continuano a non fare sistema - attacca la Cgil - e chi può si inventa sofisticati sistemi di elusione delle regole, a discapito delle imprese pulite e dell'intero sistema». «Noi crediamo che le amministrazioni locali possano diventare il cuore del sistema - prosegue la Cgil - per selezionare gli obiettivi di medio e di lungo termine e puntare sulla qualità, abbandonando finalmente pratiche - anche di gestione del personale - poco trasparenti e costruendo relazioni industriali costruttive e non occasionali .
RIMEDI
«Certamente un forte investimento non può essere chiesto solo ad altri - chiude la Cgil - o pretendere un rilancio a costo zero. Da questo punto di vista la tiepidezza delle imprese a fronte delle proposte di rilancio dell'orafo proposte della Camera di commercio con il rapporto Mc Kinsey, lascia l'amaro in bocca e non fa ben sperare. Per quanto riguarda la Cgil, siamo pronti a ragionare con questo respiro, per i compiti e le responsabilità che ci competono, ma non facendo sconti, in modo che sia chiara la differenza tra chi contribuisce al tentativo di ripresa e chi sconta già il fallimento, lasciando sul campo ex imprenditori ricchi, aziende povere e lavoratori disoccupati».

mercoledì 12 agosto 2009

Basta

Le solite peripezie dei vu' cumprà a Riva degli Schiavoni. Stavolta però a farsi male è stato un bambino. Che si ora di finirla?

martedì 11 agosto 2009

Il ruggito dell'Oboe

SOCIALE. Il presidente di “Villa Serena” di Valdagno ha scritto alla Regione Veneto perché si acceleri l’approvazione

Legge di riordino Ipab
«Ritardo inaccettabile»

Marino Smiderle

Oboe: «C’è una disparità tra enti pubblici e privati costretti a pagare un’Irap pesante e ad alzare le rette»

Quando vuole, Bruno Oboe riesce ancora ad incavolarsi nero. Più o meno come ai tempi delle lotte sindacali, quando dal fronte della Cisl, di cui è stato segretario regionale, batteva i pugni sul tavolo per ottenere quel che riteneva giusto per i lavoratori.
Ora che ha un po’ di tempo per svolgere con la consueta passione il ruolo di presidente del centro servizi sociali “Villa Serena” di Valdagno, Bruno Oboe ha trovato un adeguato bersaglio per le sue lamentele: il Consiglio regionale.
«Io mi domando - attacca infatti - come sia possibile che il progetto di legge regionale di riforma delle Ipab sia ancora fermo, nonostante in commissione abbia già ricevuto il via libera».
Non è un travaso di bile estemporaneo, dovuto al caldo di agosto. Il punto è che Oboe, assieme ai tecnici dell’istituto per assistenza anziani di Valdagno, ha preso in mano la calcolatrice per stilare un bilancio preventivo e si è reso conto che in questo settore non ci sono, come dire, pari opportunità.
«Capita solo in Veneto - spiega - che ci sia ancora una diversità di trattamento fiscale tra Ipab pubbliche ed enti private. Per questo la riforma proposta rimedia a questa lacuna dando la possibilità alle Ipab di trasformarsi in persone giuridiche di diritto privato. È tutto pronto da tempo e, per inspiegabili motivi, tutto è ancora fermo». Non è che Oboe sia diventato, all’improvviso, un attento esegeta dei processi legislativi di palazzo Ferro Fini. Semplicemente quella legge, e quindi la possibilità di trasformare, nel suo caso, Villa Serena in persona giuridica di diritto provato, gli darebbe la possibilità di pagare più o meno la metà dell’aliquota Irap versata finora.
«Gli istituti privati - ricorda Oboe - pagano un’aliquota del 4,27 per cento, mentre noi pubblici siamo sottoposti a un prelievo Irap pari all’8,5 per cento. Se a questo aggiungiamo il fatto che le Ipab devono anche farsi carico delle maternità e delle assenze per malattie, mentre per i privati c’è l’Inps, si capisce come l’incidenza finale sulla retta sia per noi molto più pesante».
Impatto che si rende anche più sensibile se si pensa al contratto pubblico, molto più "pesante" (per chi deve pagare) rispetto a quello privato, la frattura tra le due categorie di enti è totale.
«Non sarò certo io - precisa l’anima sindacalista di Oboe - a chiedere una revisione del contratto. Noi siamo disposti a non mutare una virgola del contratto, a patto che ci venga data subito la possibilità di scegliere di diventare enti di diritto privato. Noi abbiamo fatto un semplice conto e abbiamo scoperto, che per villa Serena, l’Irap maggiorata incide per 2,35 euro al giorno sulla retta degli ospiti. Perché l’unica nostra possibilità di quadrare il bilancio è quella di scaricare i costi sulla retta». Ecco perché, dopo essere andato a bussare, senza troppo successo, ai vari consiglieri regionali a lui vicini (quelli di area Pd), Oboe ha deciso di scrivere una lettera al governatore del Veneto, Giancarlo Galan, al presidente del Consiglio regionale, Marino Finozzi, e all’assessore alle Politiche sociali, Stefano Valdegamberi.
L’oggetto è: “Richiesta chiarimenti”. «In questo periodo in cui l’economia familiare si trova in particolari situazioni di criticità - ha scritto Oboe ai politici veneti - sarebbe molto importante, per i nostri enti, essere posti nelle condizioni di non pesare ulteriormente, dal punto di vista economico, su persone di per sè già svantaggiate. Sappiamo che da tempo è all'esame del Consiglio regionale la bozza di legge di riordino delle Ipab. Con la presente si chiede di conoscere i motivi per cui una norma così importante e risolutiva di tanti problemi non sia ancora stata approvata, ponendo la Regione del Veneto, così attenta al sociale, fra le ultime in Italia a realizzare tale riforma». In attesa di risposta, a Villa Serena presenteranno ancora un budget con le rette appesantite di un balzello scomodo. «Non so perché aspettino tanto - conclude Bruno Oboe -. Nell’interesse di tutti, chiedo a Venezia di accelerare e di far passare una riforma che è già stata condivisa ed approvata in quasi tutte le altre regioni d’Italia».

La ripresa fa paura

L’INTERVISTA. Il presidente di Apindustria Vicenza fa il punto della situazione e prevede difficoltà alla riapertura delle fabbriche a settembre

«La ripresa
mi preoccupa più della crisi»
Filippo De Marchi: «Le nostre pmi devono crescere di dimensione. Con Confindustria Vicenza va tutto bene, con Roma meno»

Marino Smiderle
VICENZA
Filippo De Marchi ha le chiavi della sede Api di viale Crispi in mano. Sta per chiudere a doppia mandata gli uffici al termine di una stagione complicata per le aziende associate e per l’economia vicentina in generale. In questa prima metà di 2009 la crisi è esplosa tra le mani dei piccoli imprenditori e in Apindustria si è lavorato molto per cercare di trovare una linea comune, un atteggiamento di aiuto e sostegno nel momento più difficile per l’universo pmi.

Presidente De Marchi, prima di chiudere la sede Api di Vicenza per ferie, provi a fare il mago: quando la riaprirà a settembre pensa anche lei di trovare un’ecatombe di pmi chiuse?
Beh, non esageriamo. Così come non è saggio propagandare ottimismo fine a se stesso, allo stesso tempo non è certo diffondendo il panico che si dà una mano al sistema. Un sistema, detto per inciso, che in questi primi sei mesi, terribilmente difficili per l’economia globale, ha dimostrato di saper tenere la rotta.

Vuol dire che le imprese vicentine si sono difese bene?
Intendiamoci: il boom della cassa integrazione dimostra che la caduta degli ordini c’è stata e che non è stata cosa da poco. Tuttavia c’è stata un’intelligente gestione dei magazzini e, con il determinante contributo degli ammortizzatori sociali, la fase di emergenza è stata affrontata con criterio. Mi preoccupa un’altra cosa.

Che cosa?
Le dirò che sono più preoccupato per la ripresa che verrà rispetto al rallentamento dell’economia che c’è stato.

Cosa vuole dire?
Il punto è che non tutte le imprese sono strutturate in maniera adeguata per ripartire. Penso in particolare all’export, da sempre un punto di forza per il sistema industriale.

Che in questi mesi ha subito delle botte terrificanti...
Già, ma che deve essere pronto a ripartire nel momento in cui la congiuntura internazionale dà segni di ripresa. Ecco, io temo che molti nostri concorrenti internazionali siano più pronti a ripartire. Anche perché, e lo dice uno che rappresenta il mondo dell pmi, sono convinto che in media le nostre imprese siano ancora troppo piccole.

Come sono i rapporti con Confindustria Vicenza?
Ottimi. E vorrei ricordare che l’attuale presidente, Roberto Zuccato, rappresenta al meglio gli interessi dei piccoli imprenditori industriali. Con lui c’è davvero una grande intesa, stiamo lavorando bene.

La domanda che segue è inevitabile: c’è la possibilità che Confindustria e Api di Vicenza, magari partendo da questa situazione di crisi economica, diventino un’unica associazione?
Se fosse per le territoriali, credo proprio che non ci sarebbe alcun ostacolo. Non ci siamo mai trovati divisi sui grandi temi. Il problema è romano.

Troppo attento agli interessi della grande industria?
Io non sono certo contro la grande industria, visto che è anche grazie alla grande industria che nel Vicentino e in tutto il Nord Est si è sviluppato un sistema di piccole imprese efficiente e portatore di benessere.

Però?
Però rimango ancora stupito quando vedo all’interno di Confindustria la presenza di un Comitato per la piccola impresa. Visti i numeri, dovrebbe esserci un Comitato per la grande impresa, e lasciare la piccola al centro. Queste differenze di fondo ci tengono ancora separati da Confindustria anche se, ribadisco, in questo momento con Confindustria Vicenza c’è perfetta sintonia.

E con la banche come va?
Se guardiamo all’ultimo accordo strombazzato da governo e Abi, mi pare che si tratti di una grande operazione di facciata.

Inutile?
No, inutile no, perché è importante che gli istituti di credito abbiano l’umiltà di venire al tavolo per trattare dei grandi problemi che assillano l’universo produttivo, magari proprio a causa delle banche. Ma i risultati non sono altro che formalizzazione di impegni già presi.

E delle previsioni sull’andamento dell’economia cosa dice?
Ci andrei cauto. Non mi paiono il massimo dell’attendibilità

Dati falsati?
No, i dati sono l’unica cosa di cui tener conto. Per capirci, se l’Istat dice che la produzione in giugno è in calo dell’1,2 per cento, il dato è allarmante. Sono i sondaggi di opinione a lasciarmi scettico. Con le opinioni non si va lontano.

lunedì 10 agosto 2009

Cinguettii pericolosi

I terroristi che prendono
di mira Twitter

Marino Smiderle

Alcune ore di blackout per uno dei social network più popolari suscitano gravi preoccupazioni per il futuro

Twitter vuol dire cinguettio. E infatti quelli che noi europei e americani postiamo su questo sintetico social network chiamato, appunto, Twitter, non sono altro che cinguettii quotidiani, cicalecci sull’insostenibile leggerezza del vivere quotidiano contenuti nella lunghezza massima, sms style, di 140 caratteri. «Mamma butta la pasta», «Oggi c’è un sole caldo», «Parto per le agognate vacanze» e altre amene banalità, magari arricchite da un sintetico link, che possono interessare quei pochi folli, anzi followers, che ci seguono. Perché allora un esercito di terroristi telematici, che alcuni hanno individuato nell’infuocato Medio Oriente e altri al confine tra Georgia e Russia, hanno dedicato tempo, risorse e intelligenza per mettere fuori combattimento, sia pure per poche ore, questo e altri siti apparentemente insignificanti?
I fatti, prima di tutto. Questo il lancio dell’agenzia Associated Press diffuso giovedì 6 agosto: «Il social network Twitter è rimasto vittima di un hackeraggio: l’azienda ha reso noto che la chiusura del sito - avvenuta alle 15 ora italiana - è stata dovuta a un «denial of service» e ha annunciato di aver intrapreso le necessarie contromisure. Il «denial of service», ovvero la «negazione del servizio», si verifica quando molti computer - controllati in questo caso dagli hacker - chiedono l’accesso al sito nello stesso tempo. Anche Facebook ha annunciato di aver avuto qualche problema, e i servizi di sicurezza informatica della compagnia hanno avviato un controllo per accertarne le cause».
Il primo fronte, e i primi sospetti, sono localizzati dalle parti di Teheran. Perché, se in Occidente usiamo Twitter come simpatico passatempo per condividere con la comunità internettiana i cavoli nostri, in Iran è stato il principale e più efficiente strumento di comunicazione e di informazione per capire cosa succedeva durante i tragici giorni delle proteste contro la truffa elettorale perpetrata da Ahmadinejad. I sostenitori del candidato riformista, Mir Hussein Moussavi, si affidavano proprio a Twitter per comunicare tra di loro e per diffondere al mondo le immagini della repressione, visto che il regime teocratico aveva cacciato da Teheran la stampa internazionale.
Piccolo inciso: oltre a Twitter, anche Facebook, il social network con 250 milioni di iscritti in tutto il mondo, nel medesimo giorno è finito sotto scacco dai guerriglieri informatici. «È un attacco di hacker mediorientali - scrive Vittorio Da Rold su Il Sole 24 Ore - quello che ha colpito con sospetta sincronia i siti più popolari dei riformisti iraniani e il website di Kadima, il maggior partito israeliano, favorevole alla soluzione dei due stati per risolvere il conflitto nell’area».
Dunque, ricapitolando, oltre a Twitter e a Facebook, nel medesimo giorno finiscono sotto attacco dei siti chiave nella lunga controversia mediorientale, quasi una firma dei terroristi in calce a quella che verrà ricordata come una sorta di paralisi telematica avvertita in tutto il mondo.
Non è la prima volta che simili attacchi informatici vengono usati nel corso di conflitti internazionali. Un anno fa, per dire, la Russia fece precedere l’attacco alle posizioni georgiane con un oscuramento dei siti strategici di Tbilisi. Prima ancora gli stessi russi, molto attrezzati in questo tipo di aggressioni, avevano usato l’arma della rete contro l’Estonia, un paese tra i più avanzati nell’uso di internet e, per questo, più vulnerabili all’eventuale oscuramento della rete. Alla domanda «cui prodest?» ha risposto Umberto Rapetto, sempre sul Sole 24 Ore: «Un attacco come quello sferrato a Twitter può avere le più diverse origini: si può immaginare una matrice politico-militare (basta pensare alla "fastidiosa" diffusione di notizie sui fermenti sociali a Teheran), una ragione commerciale (la preoccupazione di altri social network che stanno assistendo a una significativa eutrofia dell’utenza di Twitter) e persino un’operazione militare da parte di un cyber-racket che potrebbe pretendere un "dazio" dimostrando la possibilità d’interrompere un servizio».
Si fa fatica, comunque, individuare le cause precisa dell’attacco. Pare comunque che nell’ultimo blackout ci sia ancora lo zampino della Russia sempre invischiata nel conflitto georgiano. «Secondo gli esperti - riporta ApCom - gli hacker avrebbero infatti attaccato originariamente dalla regione dell’Abkhazia, terra contesa da anni tra Mosca e Tiblisi, e la mossa sarebbe la risposta alla propaganda politica diffusa attraverso il web. Da quale delle due parti sia partita l’offensiva cibernetica non è chiaro ma gli ingegneri americani giurano che la paralisi del sito sia l’ultima arma usata nel conflitto del Caucaso. Secondo quanto riferito al New York Times dall’organizzazione no profit Packet Clearing House i pirati informatici hanno agito "ingorgando" il traffico dei social network convogliando milioni di utenti contemporaneamente attraverso una catena di mail che ha avviato le pagine di Twitter e Facebook non appena è stata aperta dai destinatari. Anche LiveJournal.com e YouTube, il più famoso sito per la condivisione di video su Internet, sono stati colpiti ma i danni maggiori li ha subiti Twitter, i cui tecnici sono stati costretti a bloccare l’intero sito per difendersi dall’attacco. L’attacco Facebook sembra invece avere avuto effetti più lievi e secondo alcuni tecnici i due blackout potrebbero non essere direttamente collegati».
La vulnerabilità della rete diventa il rischio più grave degli anni a venire. È probabile che le varie intelligence siano già dotate di sistemi in grado di inibire l’utilizzo di internet in interi stati e questo, con la rete che nel frattempo è diventata un servizio essenziale per l funzionamento delle società moderne, è il vero ordigno atomico del futuro.

domenica 9 agosto 2009

La leggenda dell'estate

Tutti in marcia disciplinatamente. Il Passante regge, come volevasi dimostrare.

venerdì 7 agosto 2009

Holes in the shoes

L’INTERVISTA. Nei primi sei mesi dell’anno della crisi l’azienda ha raggiunto risultati molto positivi, con fatturato e utili in crescita. Il fondatore spiega come ha fatto
«C’era una megaofferta
ma la Geox non si vende»
Mario Moretti Polegato: «Rimango un imprenditore e ora con la Diadora daremo fastidio a Nike e Adidas»


Marino Smiderle
INVIATO A MONTEBELLUNA
Ai primi di agosto Mario Moretti Polegato si concede una tenuta, come dire, casual. Jeans con tasconi, camicia sportiva e soliti occhiali d’ordinanza, ormai un marchio di fabbrica per l’inventore delle scarpe che respirano. Tra un mese sarà passato un anno dall’esplosione della grande crisi globale: a settembre dell’anno scorso, infatti, il fallimento di Lehman Brothers dava il via a una serie di rovinose cadute economiche e finanziarie da cui ancora adesso il mondo fatica a riprendersi. Tranne che a Biadene di Montebelluna, sede della Geox e della holding della famiglia Polegato, la Lir: a giudicare dall’ultima semestrale licenziata dal gruppo, infatti, questa pare un’isola felice.
Senta Moretti Polegato, vuole essere così gentile da spiegare come ha fatto la Geox, nel primo semestre di un anno orribile come questo, a far crescere fatturato e utile?
Già, i numeri. Fatturato che cresce del 4 per cento e utile netto del 13,5 per cento. Devo dire che questi risultati sono davvero positivi, tenuto conto dell’ambiente economico circostante.

Verrebbe da definirlo un miracolo...
No, qui i miracoli non esistono. Questa è l’ulteriore testimonianza di un’idea vincente trasformata in business di dimensione mondiale. Questa è una ricetta di base che ci permette di affrontare meglio anche i periodi di crisi.

Una ricetta inventata in Nevada, un po’ di anni fa, quando lei prese un coltellino e fece i buchi alle suole di gomma delle sue scarpe per poter sopportare il gran caldo. Basta un’idea per avere successo in eterno?
L’idea è fondamentale, ma non basta. Noi in Italia, e nel Nord est in particolare, di idee ne sforniamo tantissime. Penso al Vicentino, ai tanti settori in cui eccelle magari senza fare troppa pubblicità. Mica si dice Made in Italy per niente. Però...

Però?
Però l’idea bisogna poi gestirla, trasformarla in piano industriale e tutelarsi con dei brevetti. Riassumendo tutto il ragionamento con una parola, io dico che ci vuole cultura.

Geox vende in tutto il mondo, Cina compresa. Possibile che nessuno vi abbia mai copiato?
Guardi, la legislazione dei brevetti è complessa e varia nei diversi paesi. La nostra tecnologia è stata brevettata in un centinaio di stati e questo ci dà l’esclusiva.

L’idea vincente del vostro modello industriale, però, si chiama outsourcing. Cioè, il grosso della produzione viene fatto fare fuori. Come conciliate questo modello con il controllo di qualità del prodotto?
Qui a Montebelluna abbiamo il cervello, fatto da 750 dipendenti giovani e, nel 90 per cento dei casi, laureati. Ed è a Montebelluna che avviene il complesso processo di acquisizione della materia prima.

La pelle...
Già, la pelle. Il distretto conciario di Arzignano mi conosce bene, e anche a Firenze sanno come lavoro. Prendiamo materiale di prima qualità e poi controlliamo che il lavoro venga eseguito a regola d’arte.

Il Vicentino quest’anno si è aggiudicato il primato della cassa integrazione. Alla Geox com’è la situazione occupazionale.
Noi non abbiamo licenziato, non abbiamo avuto bisogno della cassa integrazione. In compenso abbiamo assunto 150 persone.

Un’isola felice?
No, noi non siamo certo impermeabili a una crisi di così ampie dimensioni. Però abbiamo adottato un controllo assiduo delle spese di gestione e una riduzione del magazzino del 20 per cento. I primi sei mesi sono andati bene e contiamo di migliorare ancora in questa seconda parte dell’anno.

A distanza di cinque anni dalla quotazione in Borsa di Geox, lei come valuta questa scelta? E cosa consiglierebbe ai suoi colleghi veneti che guardano a piazza Affari con grande diffidenza?
Per noi la Borsa è stata importante. Però perché una società possa essere quotata con successo, deve avere due caratteristiche: alto reddito e alto potenziale di crescita. Diciamo poi che l’azienda a gestione familiare tipica del veneto non è molto ben vista nei mercati.

Geox però è un’azienda familiare, o no?
Guardi, dal punto di vista dell’azionariato di riferimento, il capitale di Geox è detenuto per il 71 per cento dalla Lir e per il 29 per cento è flottante di Borsa. La Lir è partecipata all’80 per cento dal sottoscritto e per il 20 per cento da mio figlio Enrico.

Più familiare di così...
Un conto è il capitale, un conto è la gestione. La nostra è una struttura manageriale che funziona. Lo dimostrano i risultati che la Borsa ha mostrato di apprezzare.

Non è mai venuto qualcuno con un assegno in mano per comprare tutto l’ambaradan?
È successo.

E lei perché ha detto no? Offerta troppo bassa?
No, guardi, a dire la verità l’offerta era estremamente allettante.

E perché ha rifiutato?
Mi sono consultato con chi mi vuole bene, tra cui mia madre. E poi con esperti. Ho fatto un conto: ho 57 anni, un discreto orizzonte davanti. Il mio mestiere è ancora quello dell’imprenditore, non sono un finanziere.

Ed è l’imprenditore, allora, che ha deciso di comprare anche la Diadora?
È un’operazione impegnativa, fatta con i soldi di Moretti Polegato e non con quelli di Geox.

Così i soci sono tranquilli...
Sì, però in Diadora ci sono grandi professionalità e l’azienda ha una grande storia. Sono andato a visitarla e sono rimasto colpito dalla presenza dei calchi dei piedi di grandi campioni.

Pronti per partire, allora?
Ci sono state delle polemiche relative alla nostra intenzione di ridurre il personale a 100 da 400 che erano. Purtroppo Diadora era sull’orlo del fallimento, bisognava fare dei tagli. Ora aspettiamo che si chiarisca il concordato e poi si parte. La storia di questo marchio e la professionalità dei tecnici mi autorizzano a dire che andremo a dare fastidio ai grandi marchi tedeschi e americani, Puma, Adidas e Nike, per capirci.

Dopo questa crisi, il modello Nord Est fatto di piccole imprese, è ancora valido o è superato?
Al giorno d’oggi non è importante essere grandi o essere piccoli. Quello che conta è essere bravi.

giovedì 6 agosto 2009

Tre nipoti e un maggiordomo

Sembra un romanzo giallo. E nei romanzi gialli, come si sa, il colpevole è sempre il maggiordomo. Stavolta il maggiordomo avrebbe ereditato 50 milioni, ma la magistratura, come si dice in questi casi, indaga.

Contratti diversi

L’INTERVISTA. Sulla proposta lanciata da Copiello e bocciata da Ditri interviene il segretario provinciale della Cgil

«Cisl e Uil hanno tagliato il contratto territoriale»
Bergamin: «Queste le nostre proposte»

Marino Smiderle
VICENZA
Se Copiello voleva lanciare un sasso nello stagno con la sua prposta di introdurre a Vicenza la contrattazione territoriale, le onde di reazione che ne derivano testimoniano che l’obiettivo è stato centrato. Dopo il secco rifiuto arrivato da palazzo Bonin Longare, per bocca del vicepresidente di Confindustria Vicenza, Roberto Ditri, non poteva non arrivare la presa di posizione di Marina Bergamin, segretario provinciale della Cgil.

Dalla reazione di palazzo Bonin Longare alla proposta del segretario provinciale della Cisl, sembra che Confindustria si sia avvicinata alla Cgil. Un effetto ottico?
L’ultimo dei due accordi che Cisl e Uil hanno firmato con Confindustria senza di noi prevede «un secondo livello di contrattazione aziendale o alternativamente territoriale, laddove previsto, secondo l'attuale prassi, nell'ambito di specifici settori, con vigenza triennale».

Quindi Confindustria ha ragione nel motivare la sua opposizione?
L'attuale prassi non prevede contrattazione nel meccanico, nel tessile, nella chimica. Mi dispiace, ma se Confindustria dice che non è previsto negli accordi (separati), dice la verità. Ma noi non siamo improvvisamente diventati fan della linea confindustriale: la contrattazione di secondo livello per noi (e per Cisl e Uil in origine) doveva essere "accrescitiva", seppur rispettosa di parametri da raggiungere.

Ecco la vecchia ruggine con la Cisl sulla "leggerezza" del contratto nazionale...
Di fatto è una leggerezza salariale, ed è per questo che non abbiamo firmato gli accordi: si baratta qualcosa di certo e universale, un equo contratto nazionale, con qualcosa di aleatorio, anzi con qualcosa che certamente non avrà luogo, se diamo credito a Ditri di Confindustria. Uno scambio a perdere quindi. Anche se...

Anche se?
Vorrei ricordare che la contrattazione provinciale non è un’invenzione di oggi. A Vicenza abbiamo la contrattazione provinciale nel commercio e turismo, nelle guardie giurate, nell'edilizia, nella concia, in agricoltura. E nella piattaforma unitaria per i nuovi assetti contrattuali, prima che Cisl e Uil optassero per accordi separati, si prevedeva l'estensione di una contrattazione di secondo livello alternativamente «regionale, provinciale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito».

Per fortuna che Copiello dice che Cisl e Cgil, a livello locale, vanno d’accordo...
No, su questo ha ragione Copiello: sulle questioni locali, finora, abbiamo saputo trovare convergenze importanti, partendo - magari - da punti di vista differenti, litigando se necessario. Ma è così un po' dovunque nei territori, nelle categorie la crisi fa fare sforzi di sintesi positivi.

Conferma che anche con le associazioni di categoria il rapporto è improntato alla collaborazione?
Confermo che, mediamente, nelle aziende, e in quasi tutti i settori si stanno facendo salti mortali per non usare strumenti espulsivi. Anche perché le aziende hanno già i propri organici "tirati": andare sotto vorrebbe dire compromettere l'attività nel momento della ripresa.

Proposte per l’autunno?
Facciamo alcune proposte a Cisl e Uil provinciali. Prima:
riattiviamo i tavoli di confronto tra gli attori del territorio. Seconda: apriamo una stagione di negoziazione sociale con gli enti locali. Terza: diamo voce e corpo ai lavoratori in difficoltà con iniziative locali: le manifestazioni servono a far uscire dall'isolamento, ma anche a segnalare un disagio diffuso, un bisogno di intervento urgente.

A che punto è la crisi?
Se la crisi produttiva segna un rallentamento della caduta, gli effetti occupazionali rischiano di prolungarsi nel tempo e. Le risorse che sono state messe finora in campo non saranno sufficienti, servirà di più.

mercoledì 5 agosto 2009

Un Soave concordato

Intervista a Zeno Soave
di Marino Smiderle

«Non è finita. Siamo pronti per ripartire»

Brutta bestia la Borsa. Prima ti celebra, ti dice che sei il più bravo imprenditore del mondo, ti apre le cassaforti delle banche che sono felici di riempirti di soldi per avviare nuove attività. E poi, con la stessa irrazionale facilità, ti mette ai margini come un reietto, come un incosciente che ha fatto il passo più lungo della gamba. Zeno Soave, alla fine, si è arreso e ha deciso di portare i libri in tribunale.
«Macchè arreso - tuona al cellulare da San Paolo, in Brasile - questo è solo un incidente di percorso e Soctherm, può scommetterci, tornerà a creare valore. Stavamo già riprenderci quando una banca ha respinto il piano che avevamo presentato per superare la difficile fase finanziaria.

Che banca? E quale piano avevate presentato?
A metà luglio Fortis ci ha mandato un decreto ingiuntivo con iscrizione di ipoteca su un nostro terreno a Pozzallo (Ragusa). È chiaro che a quel punto qualsiasi ipotesi di accordo con gli istituti di credito è saltato.


Ma che ipotesi c'erano sul tappeto?
Posso garantire che la nostra attività operativa era ricominciata, dopo lo stallo successivo al fallimento di Lehman Brothers del settembre scorso. Ma era ovvio che non poptevamo far fronte alla situazione debitoria solo con quanto entrava in cassa. Serviva una disponibilità da parte delle banche per ristrutturare il debito, allungandone la scadenza e dando quell'ossigeno che ci avrebbe permesso di riprendere.


Ora l'ossigeno vi è stato tolto. Il ricorso al concordato non metterà di buon umore i vostri creditori, a cominciare dalle banche stesse...
Non c'erano alternative. E comunque faccio presente che questo è un concordato di ristrutturazione, una sorta di chapter 11 Usa-style. Ai creditori, e alle banche in primis, conviene questa opzione perché nel casop di liquidazione incasserebbero molto meno.


Solo tre anni fa Socotherm viaggiava sopra i 12 euro in Borsa, poi è scivolato sotto l'euro prima della sospensione a tempo indeterminato decretata ieri. Nessun errore da parte sua?
Come no. Come amministratore delegato di Soctherm ho forse avallato con troppa facilità degli investimenti nel settore del rivestimento dei tubi per il trasporto di energia che non hanno dato i risultati sperati. Però devo dire che Borsa e banche non si sono certo tirate indietro.


Si ritiene anche lei, paradossalmente, vittima del credito facile degli anni delle vacche grasse?
Dico solo una cosa: la Borsa, perché il titolo fosse sostenuto, pretendeva continue operazioni, continui investimenti.


E le banche?
Le banche ci finanziavano con eccessiva facilità, dico col senno di poi.


E ora che ne avreste bisogno, non vi finanziano più...
Già, è così.


Non ha il dubbio che la situazione sia compromessa al punto che Socotherm non viene più ritenuta potenzialmente redditizia per il futuro?
Questo è un errore di valutazione. Sono certo che, una volta perfezionata la procedura di concordato preventivo, potremo dimostrare che questa società è in grado di tornare a produrre valore.


Ma a quanto valore devono rinunciare, al momento, i creditori?
Come capita in queste circostanze, parte del debito verrà cancellato. Poi una parte verrà assunta dalle banche sotto forma di azioni e un'altra verrà riscadenziata attraverso l'emissione di un prestito obbligazionario.


Questo è anche un addio alla Borsa?
Assolutamente no. Il titolo resterà sospeso fino a quando non verrà formalizzato il concordato. Dopodiché tornerà a essere trattato e sono certo che riacquisterà il valore perduto.


E come?
Avremo una società più snella, a partire dalla cessione della partecipazione nella società malese Ppscih. Ma, al di là di questo, sussistono già i presupposti per una ripresa del core business di Socotherm.


Quindi sentiremo ancora parlare di Socotherm. Conferma?
Siamo già pronti per ricominciare.

martedì 4 agosto 2009

Passa il Passante/2

E se fosse colpa dell'Anas? Il suggerimento è di Galan, con molti altri dettagli.

Passa il Passante/1

TRAFFICO&CAOS. Il governatore difende la “sua” opera pubblica e attacca l’Anas: «Va abolita». Il commissario Vernizzi: «Colpa di una serie di piccoli incidenti»

«Senza Passante, tutti in coda già da Vicenza»

Marino Smiderle
Galan spara contro il socio della Regione in Cav. E per il futuro gli automobilisti avranno più informazioni
«Senza Passante la coda sarebbe arrivata fino a Vicenza». Giancarlo Galan ieri ha difeso con le unghie e con i denti il “suo” Passante di Mestre, messo sotto accusa dopo il flop nel giorno del grande esodo di sabato scorso.
Il debutto agostano è stato disastroso: oltre 30 chilometri di coda, col nuovo tratto e con la tangenziale ingolfati da oltre 80 mila automobilisti in viaggio verso le località turistiche di Veneto, Friuli e Croazia. Alla notizia che l’Anas, socia paritetica della Regione in Cav, la società che dal 2010 gestirà Passante di Mestre e Autostrada Padova-Venezia, aveva dato il via libera a un’inchiesta sull’accaduto, il governatore è sbottato: «A cosa serve l’Anas? - si è chiesto polemicamente -. Credo vada presa in seria considerazione l’ipotesi della sua abolizione. Non è certo colpa del Passante se sabato c’è stata quella coda. Anzi, se non ci fosse stato il Passante, la coda sarebbe cominciata già a Vicenza».
A spiegare i motivi del caos lungo quel tratto è stato Silvano Vernizzi, il commissario che ha seguito ogni vagito del Passante dall’inizio del progetto all’attuale fase di gestione. «Basta dare un occhio ai numeri per intuire quel che è successo - spiega -. Dunque, venerdì scorso, giorno in cui potevano circolare anche i camion, per il passante e la tangenziale di Mestre in direzione Trieste sono passati 84.743 veicoli e non è successo nulla, nonostante il traffico record. Sabato sono passate 83.404 automobili, senza camion, ed è successo il finimondo. A questo punto assumono una grande rilevanza gli incidenti capitati nella notte di venerdì sul Passante e nella mattinata di domenica nel tratto dell’A4 tra San Donà di Piave e Cessalto. È chiaro che è bastato quell’intoppo per provocare l’effetto tappo». Effetto peraltro inevitabile se si pensa che dalle cinque corsie di Passante e tangenziale (tre più due) il traffico sbocca nelle due dell’A4 Venezia-Trieste. «E se siamo in ritardo sulla realizzazione della terza corsia - ha aggiunto Galan - la colpa è dell’Anas e di Di Pietro che nel 2005 hanno ostacolato la nomina del commissario straordinario». Per evitare guai futuri, intanto, è prevista una maggiore informazione agli automobilisti.