Borse ai livelli pre-Lehman
Ottimiste o incoscienti?
Non è successo niente, che credete. La crisi globale? I subprime? Il credit crunch? Ma sì, cosa volete che sia. Un annetto ed è già stato digerito tutto, metabolizzato. La gente che perde il lavoro? No, qui si parla di Borsa, finanza, azioni, derivati, quella roba che in tutti questi 12 mesi e passa di buriane è stata considerata poco meno che sterco del demonio.
Da questa demonizzazione di qualsiasi strumento finanziario, un anno dopo, mentre le fabbriche continuano a licenziare, non è rimasto nulla. Nel senso che i livelli degli indici dei più importanti mercati azionari del globo sono tornati più o meno ai livelli pre-Lehman. Conviene essere ottimisti perché le Borse vedono la ripresa prima dei comuni mortali? O pessimisti perché la lezione non è servita? Fate voi. MA.SM.
lunedì 26 ottobre 2009
Rapimento/2
I risvolti inquietanti del rapimento di Caracas. Un avvertimento agli italiani anti-Chavez? Le indagini proseguono
Sosta breve
PORTAFOGLIO
Approccio soft?
Soldi a breve
in parcheggio
Marino Smiderle
Ma chi decide di acquistare Bot deve chiedere in banca sconti sulle commissioni che azzerano i tassi
La cosa migliore, per chi non vuole rischiare, è mettere i soldi in parcheggio. Con l’avvertenza, però, di controllare che il parcheggiatore non sia troppo esoso. È un po’ come quando parcheggiate l’auto in centro e guardate alle tariffe dei parcometri, diversi da città a città. Ecco, nel caso dei vostri risparmi le tariffe dei parcometri sono sostituite dalle commissioni applicate dalle banche. Che contano molto sulla vostra distrazione, destinata a trasformarsi in rabbia al momento del "risveglio".
IL PARCHEGGIO Parcheggiare i risparmi vuol dire investire a breve termine nell’attesa di decidere veramente dove indirizzare i capitali. È un discorso scivoloso, nel senso che anche un anno fa, a crisi esplosa, si consigliava di mettere i soldi in titoli obbligazionari di stato a tre mesi, quando i tassi di interesse erano ben più alti di quelli di adesso. Per dire, se all’epoca, invece di investire in titoli a breve, si fosse privilegiato l’obbligazionario a lungo termine, ora staremmo festeggiando per la lungimiranza della scelta. Bisogna però ricordare che si sarebbe comunque trattato di una scelta a rischio, perché se i tassi, invece di scendere, fossero saliti, ora ci leccheremmo le ferite. Insomma, col senno di poi sono capaci tutti dire cosa sarebbe stato giusto fare. L’unica cosa certa è che, per azzeccarci (o sbagliare) bisogna rischiare. E noi qui stiamo partendo dalla premessa che il signor Rossi non vuole grane. Di qui la scelta del parcheggio che si riduce, più o meno, a tre alternative: pronti contro termine, Bot o fondi monetari.
TASSI D’INTERESSE Stiamo parlando, e chi in questi giorni sta girando per le banche lo sa, di tassi d’interesse estremamente bassi. È la stagione dello zerovirgola e per questo diventa fondamentale fare attenzione alle commissioni, perché più bassi sono i tassi d’interesse, più alta è l’incidenza dei costi fatti pagare dalle banche. Un’altra considerazione da fare è legata all’importo da investire: se è troppo basso non conviene neanche avventurarsi in operazioni poco rischiose ma dalla resa insignificante. Per dire, se 100 mila euro in un anno possono rendere 500-700 euro (0,50-0,70 per cento), da 10 mila euro se ne ricavano 50-70, anzi, qualcosa meno perché l’incidenza dei costi fissi è più pesante.
COMMISSIONI La storia dei Bot trimestrali a tasso d’interesse negativo nasce proprio dall’applicazioni delle commissioni massime consentite alle banche su questo tipo di titolo, vale a dire 0,10. I titoli erano usciti con un prezzo d’asta superiore a 99,90, che in teoria lasciavano all’acquirente un minimo di rendimento destinato però a sparire, anzi, a trasformarsi in un’operazione in perdita, nel momento in cui la banca applicava le commissioni standard. Si tratta solo di andare a contrattare questo tipo di commissioni prima di effettuare l’acquisto. Più è breve la scadenza, più basse devono essere le commissioni.
DESISTERE Poiché l’investimento in Bot è diventato poco redditizio per il risparmiatore e, visti i tagli quasi obbligati delle già scarne commissioni, ancora meno appetibile da proporre per le banche, è logico che allo sportello non troverete funzionari entusiasti di fronte alla richiesta di Bot. Nove volte su dieci vi troverete con una proposta alternativa, dai rendimenti discreti, legata a bond bancarie di scadenza un po’ più lunga. Non si tratta di prodotti da scartare, ma dovete tener conto che, rispetto ai Bot, ci sono due rischi in più: l’orizzonte temporale e l’emittente bancario (che ha rating inferiore). A voi la scelta se mantenere il rischio-zero o se osare un pochino.
Approccio soft?
Soldi a breve
in parcheggio
Marino Smiderle
Ma chi decide di acquistare Bot deve chiedere in banca sconti sulle commissioni che azzerano i tassi
La cosa migliore, per chi non vuole rischiare, è mettere i soldi in parcheggio. Con l’avvertenza, però, di controllare che il parcheggiatore non sia troppo esoso. È un po’ come quando parcheggiate l’auto in centro e guardate alle tariffe dei parcometri, diversi da città a città. Ecco, nel caso dei vostri risparmi le tariffe dei parcometri sono sostituite dalle commissioni applicate dalle banche. Che contano molto sulla vostra distrazione, destinata a trasformarsi in rabbia al momento del "risveglio".
IL PARCHEGGIO Parcheggiare i risparmi vuol dire investire a breve termine nell’attesa di decidere veramente dove indirizzare i capitali. È un discorso scivoloso, nel senso che anche un anno fa, a crisi esplosa, si consigliava di mettere i soldi in titoli obbligazionari di stato a tre mesi, quando i tassi di interesse erano ben più alti di quelli di adesso. Per dire, se all’epoca, invece di investire in titoli a breve, si fosse privilegiato l’obbligazionario a lungo termine, ora staremmo festeggiando per la lungimiranza della scelta. Bisogna però ricordare che si sarebbe comunque trattato di una scelta a rischio, perché se i tassi, invece di scendere, fossero saliti, ora ci leccheremmo le ferite. Insomma, col senno di poi sono capaci tutti dire cosa sarebbe stato giusto fare. L’unica cosa certa è che, per azzeccarci (o sbagliare) bisogna rischiare. E noi qui stiamo partendo dalla premessa che il signor Rossi non vuole grane. Di qui la scelta del parcheggio che si riduce, più o meno, a tre alternative: pronti contro termine, Bot o fondi monetari.
TASSI D’INTERESSE Stiamo parlando, e chi in questi giorni sta girando per le banche lo sa, di tassi d’interesse estremamente bassi. È la stagione dello zerovirgola e per questo diventa fondamentale fare attenzione alle commissioni, perché più bassi sono i tassi d’interesse, più alta è l’incidenza dei costi fatti pagare dalle banche. Un’altra considerazione da fare è legata all’importo da investire: se è troppo basso non conviene neanche avventurarsi in operazioni poco rischiose ma dalla resa insignificante. Per dire, se 100 mila euro in un anno possono rendere 500-700 euro (0,50-0,70 per cento), da 10 mila euro se ne ricavano 50-70, anzi, qualcosa meno perché l’incidenza dei costi fissi è più pesante.
COMMISSIONI La storia dei Bot trimestrali a tasso d’interesse negativo nasce proprio dall’applicazioni delle commissioni massime consentite alle banche su questo tipo di titolo, vale a dire 0,10. I titoli erano usciti con un prezzo d’asta superiore a 99,90, che in teoria lasciavano all’acquirente un minimo di rendimento destinato però a sparire, anzi, a trasformarsi in un’operazione in perdita, nel momento in cui la banca applicava le commissioni standard. Si tratta solo di andare a contrattare questo tipo di commissioni prima di effettuare l’acquisto. Più è breve la scadenza, più basse devono essere le commissioni.
DESISTERE Poiché l’investimento in Bot è diventato poco redditizio per il risparmiatore e, visti i tagli quasi obbligati delle già scarne commissioni, ancora meno appetibile da proporre per le banche, è logico che allo sportello non troverete funzionari entusiasti di fronte alla richiesta di Bot. Nove volte su dieci vi troverete con una proposta alternativa, dai rendimenti discreti, legata a bond bancarie di scadenza un po’ più lunga. Non si tratta di prodotti da scartare, ma dovete tener conto che, rispetto ai Bot, ci sono due rischi in più: l’orizzonte temporale e l’emittente bancario (che ha rating inferiore). A voi la scelta se mantenere il rischio-zero o se osare un pochino.
Barack W. Bush
STATI UNITI. Dopo il premio Nobel per la pace al presidente
Obama e Bush
diversi a casa
uguali fuori
Marino Smiderle
All’ambizioso progetto di riforma sanitaria si affiancano le missioni militari: nella politica estera Washington non cambia strategia
Il punto è che, se hanno dato il premio Nobel a Barack Obama, un pezzetto di questo prestigioso (?) riconoscimento spetta di diritto al suo predecessore, quel tanto vituperato George W. Bush la cui politica estera è stata confermata in pieno dall’ex senatore dell’Illinois. Sì, d’accordo, si sta progressivamente ritirando dall’Iraq, ma lo può fare perché la strategia del surge (aumento delle truppe) approvata da Bush e attuata dal generale Petraeus ha funzionato alla meraviglia, al punto che in Mesopotamia stanno già arrivando frotte di turisti organizzati.
Non solo, visti i risultati ottenuti a Baghdad, Obama sta meditando di adottare il medesimo piano (il generale McChrystal ha chiesto 40 mila soldati in più) a Kabul. Così come Bush si beccò una raffica di improperi internazionali quando avviò il surge in Iraq, allo stesso modo Obama si prenderebbe elogi, o perlomeno non si prenderebbe insulti, grazie ai risultati dell’esperimento precedente.
«Quando Barack Obama stava per entrare alla Casa Bianca - scrive su Internazionale Noam Chomsky, l’editorialista e professore al Mit di Boston che si è distinto per le sue critiche feroci a Bush e per il suo appoggio a Obama - Condoleezza Rice ha previsto che il nuovo presidente avrebbe seguito la politica del secondo mandato di Bush. E infatti è andata più o meno così, a parte la retorica diversa con cui Obama sembra avere incantato buona parte del mondo».
Non è un caso se, pochi giorni prima dell’annuncio del premio Nobel al presidente Usa, un settimanale cult della sinistra inglese, NewStatesman, sia uscito con una copertina emblematica, caratterizzata da un fotomontaggio in dissolvenza con le immagini di Bush e Obama mixate e titolo acconcio: Barack W Bush. Insomma, anche da sinistra adesso arrivano i primi affondi nei confronti di un presidente ritenuto una copia del precedente. E se prima chi criticava ferocemente gli Stati Uniti si premuniva di sottolineare di essere anti-Bush e non antiamericano, adesso come devono essere derubricati questi attacchi? Antiamericanismo puro?
Difficile dire. Di sicuro la luna di miele con il fenomeno Obama, il presidente che ha contribuito largamente a migliorare l’immagine degli Stati Uniti, logorata dalle guerre al terrorismo in corso in Iraq e in Afghanistan, è finita. Parafrasando Nanni Moretti, i sostenitori di Obama, americani e no, vorrebbero che il presidente adesso dicesse e, soprattutto, facesse qualcosa “di sinistra". Aumentare le truppe in Afghanistan non sarebbe propriamente una decisione apprezzata dall’ala liberal del partito democratico; e rischierebbe di passare solo con i voti dei repubblicani.
In queste difficoltà di percorso, a Obama è arrivato tra capo e collo il premio Nobel. L’interessato è rimasto un pochino imbarazzato e, con classe, ha spiegato che non lo considera un premio per quello che ha fatto finora ma uno stimolo a portare avanti gli impegni presi. The Economist ha commentato alla sua maniera il riconoscimento: «Non si applaude mai il tenore mentre si schiarisce la voce».
Se Chomsky è sempre stato nettamente contro Bush, Christian Rocca del Foglio è sempre stato nettamente a favore. Per questo ha descritto il premio Nobel a Obama come un paradosso, un’assurdità, a meno che, appunto, non lo si ritenga un premio in partnership col predecessore. «La presidenza Obama è decisamente più bella che pacifica - ha scritto Rocca sul Foglio - dall’Iraq non è andato ancora via un soldato e quando gli americani cominceranno lentamente a ritirarsi lo faranno secondo un calendario deciso dal governo iracheno e da Bush. In Afghanistan, il neo premio Nobel per la pace ha raddoppiato il contingente militare rispetto agli anni di Bush e, in queste ore, sta valutando l’ipotesi di mandare altri 40 mila uomini che si andranno ad aggiungere ai nuovi soldati chiesti ai paesi della Nato e, forse, anche alla Cina. Di sicuro non ci sarà una riduzione di truppe né un disimpegno da quella che Obama ha definito “guerra giusta"». Ma allora Obama è uguale a Bush? I democratici americani respingono con orrore questa affermazione apodittica e citano l’effettivo cambio radicale attuato nella politica interna e, anche se la crisi globale ha ridotto le munizioni pubbliche, l’ambizioso piano sulla sanità ne è la prova più evidente. Ma dall’estero, dopo l’innamoramento senza condizioni nei confronti del primo presidente nero della storia degli Usa, stanno aumentando le perplessità. «Ma una differenza fondamentale tra Bush e Obama c’è - osserva Chomsky sempre su Internazionale - e la spiegò benissimo uno dei più ascoltati consiglieri dell’amministrazione Kennedy, in un’era completamente diversa: al culmine della crisi missilistica di Cuba. A quel tempo gli strateghi di Kennedy presero decisioni che esponevano la Gran Bretagna al rischio di annientamento, ma non informarono gli inglesi. Ed ecco come quel consigliere definì la special relationship, cioè il rapporto speciale tra Washington e Londra: “La Gran Bretagna è il nostro luogotenente... anche se il termine oggi in voga è partner". Ecco, Bush e i suoi hanno trattato gli altri paesi da luogotenenti. Obama ha adottato una linea diversa: saluta educatamente i leader e i popoli del mondo chiamandoli “partner" e continua a trattarli da “luogotenenti" solo in privato. I leader stranieri preferiscono questo modo di fare, e anche l’opinione pubblica a volte ne viene ipnotizzata. Ma è più saggio prestare attenzione ai fatti che alla retorica e alle belle maniere».
Obama e Bush
diversi a casa
uguali fuori
Marino Smiderle
All’ambizioso progetto di riforma sanitaria si affiancano le missioni militari: nella politica estera Washington non cambia strategia
Il punto è che, se hanno dato il premio Nobel a Barack Obama, un pezzetto di questo prestigioso (?) riconoscimento spetta di diritto al suo predecessore, quel tanto vituperato George W. Bush la cui politica estera è stata confermata in pieno dall’ex senatore dell’Illinois. Sì, d’accordo, si sta progressivamente ritirando dall’Iraq, ma lo può fare perché la strategia del surge (aumento delle truppe) approvata da Bush e attuata dal generale Petraeus ha funzionato alla meraviglia, al punto che in Mesopotamia stanno già arrivando frotte di turisti organizzati.
Non solo, visti i risultati ottenuti a Baghdad, Obama sta meditando di adottare il medesimo piano (il generale McChrystal ha chiesto 40 mila soldati in più) a Kabul. Così come Bush si beccò una raffica di improperi internazionali quando avviò il surge in Iraq, allo stesso modo Obama si prenderebbe elogi, o perlomeno non si prenderebbe insulti, grazie ai risultati dell’esperimento precedente.
«Quando Barack Obama stava per entrare alla Casa Bianca - scrive su Internazionale Noam Chomsky, l’editorialista e professore al Mit di Boston che si è distinto per le sue critiche feroci a Bush e per il suo appoggio a Obama - Condoleezza Rice ha previsto che il nuovo presidente avrebbe seguito la politica del secondo mandato di Bush. E infatti è andata più o meno così, a parte la retorica diversa con cui Obama sembra avere incantato buona parte del mondo».
Non è un caso se, pochi giorni prima dell’annuncio del premio Nobel al presidente Usa, un settimanale cult della sinistra inglese, NewStatesman, sia uscito con una copertina emblematica, caratterizzata da un fotomontaggio in dissolvenza con le immagini di Bush e Obama mixate e titolo acconcio: Barack W Bush. Insomma, anche da sinistra adesso arrivano i primi affondi nei confronti di un presidente ritenuto una copia del precedente. E se prima chi criticava ferocemente gli Stati Uniti si premuniva di sottolineare di essere anti-Bush e non antiamericano, adesso come devono essere derubricati questi attacchi? Antiamericanismo puro?
Difficile dire. Di sicuro la luna di miele con il fenomeno Obama, il presidente che ha contribuito largamente a migliorare l’immagine degli Stati Uniti, logorata dalle guerre al terrorismo in corso in Iraq e in Afghanistan, è finita. Parafrasando Nanni Moretti, i sostenitori di Obama, americani e no, vorrebbero che il presidente adesso dicesse e, soprattutto, facesse qualcosa “di sinistra". Aumentare le truppe in Afghanistan non sarebbe propriamente una decisione apprezzata dall’ala liberal del partito democratico; e rischierebbe di passare solo con i voti dei repubblicani.
In queste difficoltà di percorso, a Obama è arrivato tra capo e collo il premio Nobel. L’interessato è rimasto un pochino imbarazzato e, con classe, ha spiegato che non lo considera un premio per quello che ha fatto finora ma uno stimolo a portare avanti gli impegni presi. The Economist ha commentato alla sua maniera il riconoscimento: «Non si applaude mai il tenore mentre si schiarisce la voce».
Se Chomsky è sempre stato nettamente contro Bush, Christian Rocca del Foglio è sempre stato nettamente a favore. Per questo ha descritto il premio Nobel a Obama come un paradosso, un’assurdità, a meno che, appunto, non lo si ritenga un premio in partnership col predecessore. «La presidenza Obama è decisamente più bella che pacifica - ha scritto Rocca sul Foglio - dall’Iraq non è andato ancora via un soldato e quando gli americani cominceranno lentamente a ritirarsi lo faranno secondo un calendario deciso dal governo iracheno e da Bush. In Afghanistan, il neo premio Nobel per la pace ha raddoppiato il contingente militare rispetto agli anni di Bush e, in queste ore, sta valutando l’ipotesi di mandare altri 40 mila uomini che si andranno ad aggiungere ai nuovi soldati chiesti ai paesi della Nato e, forse, anche alla Cina. Di sicuro non ci sarà una riduzione di truppe né un disimpegno da quella che Obama ha definito “guerra giusta"». Ma allora Obama è uguale a Bush? I democratici americani respingono con orrore questa affermazione apodittica e citano l’effettivo cambio radicale attuato nella politica interna e, anche se la crisi globale ha ridotto le munizioni pubbliche, l’ambizioso piano sulla sanità ne è la prova più evidente. Ma dall’estero, dopo l’innamoramento senza condizioni nei confronti del primo presidente nero della storia degli Usa, stanno aumentando le perplessità. «Ma una differenza fondamentale tra Bush e Obama c’è - osserva Chomsky sempre su Internazionale - e la spiegò benissimo uno dei più ascoltati consiglieri dell’amministrazione Kennedy, in un’era completamente diversa: al culmine della crisi missilistica di Cuba. A quel tempo gli strateghi di Kennedy presero decisioni che esponevano la Gran Bretagna al rischio di annientamento, ma non informarono gli inglesi. Ed ecco come quel consigliere definì la special relationship, cioè il rapporto speciale tra Washington e Londra: “La Gran Bretagna è il nostro luogotenente... anche se il termine oggi in voga è partner". Ecco, Bush e i suoi hanno trattato gli altri paesi da luogotenenti. Obama ha adottato una linea diversa: saluta educatamente i leader e i popoli del mondo chiamandoli “partner" e continua a trattarli da “luogotenenti" solo in privato. I leader stranieri preferiscono questo modo di fare, e anche l’opinione pubblica a volte ne viene ipnotizzata. Ma è più saggio prestare attenzione ai fatti che alla retorica e alle belle maniere».
Il rapimento/1
Due imprenditori di Conegliano sono stati rapiti a Caracas. E il riscatto lo chiedono dalla Colombia
venerdì 23 ottobre 2009
Mobili aggregati
LEGNO-ARREDO. Nei primi sei mesi l’export di Vicenza cala del 6,3%
«Usciremo da qui solo aggregando
le nostre imprese»
Alberto Stella la ritiene l’unica ricetta per abbattere i costi fissi che gravano sulle aziende del comparto «E l’Estel è tornata a lavorare col settore pubblico»
Marino Smiderle
THIENE
«Io non sono mai stato molto preso dai progetti di aggregazione tra imprese ma questa crisi costringerà me e tutti i miei colleghi e percorrere quella che è diventata l’unica strada per arrivare a destinazione».
Alberto Stella, presidente di Estel Group, galassia thienese del settore arredamento, anticipa quelle che saranno le sue considerazioni in vista del convegno di lunedì a Zerman di Mogliano Veneto (vedi articolo nel riquadro) su "Gli effetti della crisi sulla filiera legno-arredo", organizzato dal Metadistretto veneto e da Federlegno arredo.
I numeri sono quelli che sono ma, se guardiano all’export, Vicenza è la provincia che contiene le perdite meglio di tutte le altre zone d’Italia. Nei primi sei mesi del 2009 l’export di mobili vicentini è stato di 124,3 milioni di euro, in calo del 6,3 per cento rispetto al 1° semestre 2008. Un disastro? Ditelo a Udine, Pordenone e Padova, che hanno dovuto registrare un crollo vicino al 30 per cento. La situazione è seria, lo conferma lo stesso Stella. Le imprese del settore cosa possono fare? «Devono essere pronte a dare risposte immediate alle nuove opportunità del mercato - risponde l’imprenditore thienese -. Per dare un’idea, visto che il residenziale ha perso in media il 30 per cento, visto che l’ufficio è caduto del 50 per cento, Estel ha dovuto riprendere in considerazione altri canali che fino a ieri avevamo un po’ trascurato. Per esempio il settore pubblico, che avevamo quasi abbandonato per via della scarsa attrattiva dei margini».
Succede così che, per restare al caso dell’Estel, l’appalto dei mobili per la case realizzate dal governo in Abruzzo dopo il terremoto è servito per tamponare la caduta degli ordini privati. «E ci ha dato una mano - aggiunge Stella - anche la commessa conquistata in Russia per il complesso universitario Skolkovo, l’Harvard di quelle parti. Insomma, se i prodotti tradizionali hanno subito un drastico calo, i ricavo hanno saputo mantenersi a livelli accettabili grazie a casi commerciali eccezionali che, per la loro caratteristica di aleatorietà, non si potranno ripetere».
Ormai fare previsioni, fare budget è diventato inutile per il semplice motivo che è impossibile disporre di dati attendibili. «Quello che è certo - osserva Stella - è che bisogna impegnarsi per ridurre i costi fissi. E la strada maestra che consente di raggiungere questo obiettivo è quella dell’alleanza, dell’aggregazione tra imprenditori. Per capirci, se io ho una filiale che mi costa 400 mila euro e propongo a colleghi imprenditori attivi nel settore delle lampade, dei tappeti o comunque collegati in qualche modo all’arredamento, si possono mantenere le opportunità commerciali, anzi, aumentarle, spalmando su più imprese i costi, e quindi attenuandone la portata».
Il convegno
Le varie prediche sull’utilità delle aggregazioni fatte da esperti in tempi di vacche grasse non sono servite. Ci pensa la crisi ad accelerare i tempi. Lunedì 26 ottobre, a partire dalle 17, a Villa Braida di Zerman di Mogliano Veneto ci saranno gli stati generali della categoria legno-arredo. Il Metadistretto veneto della filiera legno-arredo e Federlegno arredo hanno infatti organizzato un grande convegno per fare il punto della situazione. Nell’occasione verrà presentata da Daniele Marini e Silvia Oliva una ricerca della Fondazione NordEst.
Tra i relatori, oltre ad Alberto Stella, sono attesi Antonio Zigoni, rappresentante del Metadistretto Veneto, Rosario Messina, presidente Federlegnoarredo, Giancarlo Galan, presidente Regione Veneto, Lorenzo Dellai, presidente Provincia di Trento, Alessandro Calligaris, presidente Confindustria Friuli e Andrea Tomat, presidente Confindustria Veneto.
«Usciremo da qui solo aggregando
le nostre imprese»
Alberto Stella la ritiene l’unica ricetta per abbattere i costi fissi che gravano sulle aziende del comparto «E l’Estel è tornata a lavorare col settore pubblico»
Marino Smiderle
THIENE
«Io non sono mai stato molto preso dai progetti di aggregazione tra imprese ma questa crisi costringerà me e tutti i miei colleghi e percorrere quella che è diventata l’unica strada per arrivare a destinazione».
Alberto Stella, presidente di Estel Group, galassia thienese del settore arredamento, anticipa quelle che saranno le sue considerazioni in vista del convegno di lunedì a Zerman di Mogliano Veneto (vedi articolo nel riquadro) su "Gli effetti della crisi sulla filiera legno-arredo", organizzato dal Metadistretto veneto e da Federlegno arredo.
I numeri sono quelli che sono ma, se guardiano all’export, Vicenza è la provincia che contiene le perdite meglio di tutte le altre zone d’Italia. Nei primi sei mesi del 2009 l’export di mobili vicentini è stato di 124,3 milioni di euro, in calo del 6,3 per cento rispetto al 1° semestre 2008. Un disastro? Ditelo a Udine, Pordenone e Padova, che hanno dovuto registrare un crollo vicino al 30 per cento. La situazione è seria, lo conferma lo stesso Stella. Le imprese del settore cosa possono fare? «Devono essere pronte a dare risposte immediate alle nuove opportunità del mercato - risponde l’imprenditore thienese -. Per dare un’idea, visto che il residenziale ha perso in media il 30 per cento, visto che l’ufficio è caduto del 50 per cento, Estel ha dovuto riprendere in considerazione altri canali che fino a ieri avevamo un po’ trascurato. Per esempio il settore pubblico, che avevamo quasi abbandonato per via della scarsa attrattiva dei margini».
Succede così che, per restare al caso dell’Estel, l’appalto dei mobili per la case realizzate dal governo in Abruzzo dopo il terremoto è servito per tamponare la caduta degli ordini privati. «E ci ha dato una mano - aggiunge Stella - anche la commessa conquistata in Russia per il complesso universitario Skolkovo, l’Harvard di quelle parti. Insomma, se i prodotti tradizionali hanno subito un drastico calo, i ricavo hanno saputo mantenersi a livelli accettabili grazie a casi commerciali eccezionali che, per la loro caratteristica di aleatorietà, non si potranno ripetere».
Ormai fare previsioni, fare budget è diventato inutile per il semplice motivo che è impossibile disporre di dati attendibili. «Quello che è certo - osserva Stella - è che bisogna impegnarsi per ridurre i costi fissi. E la strada maestra che consente di raggiungere questo obiettivo è quella dell’alleanza, dell’aggregazione tra imprenditori. Per capirci, se io ho una filiale che mi costa 400 mila euro e propongo a colleghi imprenditori attivi nel settore delle lampade, dei tappeti o comunque collegati in qualche modo all’arredamento, si possono mantenere le opportunità commerciali, anzi, aumentarle, spalmando su più imprese i costi, e quindi attenuandone la portata».
Il convegno
Le varie prediche sull’utilità delle aggregazioni fatte da esperti in tempi di vacche grasse non sono servite. Ci pensa la crisi ad accelerare i tempi. Lunedì 26 ottobre, a partire dalle 17, a Villa Braida di Zerman di Mogliano Veneto ci saranno gli stati generali della categoria legno-arredo. Il Metadistretto veneto della filiera legno-arredo e Federlegno arredo hanno infatti organizzato un grande convegno per fare il punto della situazione. Nell’occasione verrà presentata da Daniele Marini e Silvia Oliva una ricerca della Fondazione NordEst.
Tra i relatori, oltre ad Alberto Stella, sono attesi Antonio Zigoni, rappresentante del Metadistretto Veneto, Rosario Messina, presidente Federlegnoarredo, Giancarlo Galan, presidente Regione Veneto, Lorenzo Dellai, presidente Provincia di Trento, Alessandro Calligaris, presidente Confindustria Friuli e Andrea Tomat, presidente Confindustria Veneto.
giovedì 22 ottobre 2009
E il resto mancia
Cari camerieri, mettete le mance in denuncia dei redditi sennò sono cavoli vostri.
mercoledì 21 ottobre 2009
I Giovani hanno 50 anni
CONFINDUSTRIA. Due pubblicazioni e un evento in Fiera il 6 novembre
Il Gruppo giovani compie 50 anni
«Non li sentiamo»
Paolo Mantovani: «La strada del rilancio passa per la formazione. Il futuro è tutto da costruire» Roberto Zuccato: «Oggi sono importanti le idee»
Marino Smiderle
VICENZA
Se i giovani compiono 50 anni che giovani sono? Chiedetelo al Gruppo giovani imprenditori di Confindustria Vicenza che, il prossimo 6 novembre, festeggerà il mezzo secolo di vita con un grande evento-festa in Fiera. Un imprenditore, peraltro, non può mai invecchiare, almeno nello spirito, perché, per oggetto sociale, guarda sempre avanti, al futuro. E capita pure che chi ha un’età anagrafica più avanzata riesca a guardare al futuro con più efficacia e freschezza, grazie al bagaglio dell’esperienza che sono gli anni, gli errori e i successi ti possono dare.
Paolo Mantovani, presidente del Gruppo giovani imprenditori di Vicenza, presenta l’evento “Cinquant’anni da giovani" partendo da Pietro Laverda, il presidente degli industriali che diede l’impulso ai virgulti berici per costituire questo ramo dell’associazione a loro riservato.
«È giusto partire rendendo omaggio ai padri fondatori - spiega Mantovani - che ci ha permesso di crescere e di trovare sempre maggiore spazio e attenzione. Ho invitato personalmente tutti i past-president perché voglio che questo anniversario sia la festa di tutta Confindustria. Daremo un taglio, come dire, formativo a questo evento, perché è dalla formazione che passa la strada della ripresa, del rilancio».
A questo proposito il Gruppo di mantovani ha predisposto due pubblicazioni, una di tipo accademico (“L’evoluzione dell’impresa e lo sviluppo di un sistema-territorio eccellente"), col contributo di diverse personalità nel campo dell’economia, e una di tipo storico-identitario che riassume i 50 anni di attività.
«Mi congratulo con Paolo - afferma il presidente di Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato - e con tutti i giovani, compresi quelli del passato, che hanno contribuito a scrivere le pagine di questa affascinante storia. Stiamo vivendo un’epoca particolare, difficile, in cui la voglia di innovare dei più giovani a volta si scontra con la rigidità dei genitori. Il futuro è tutto da costruire e le nuove idee sono fondamentali per trovare la strada giusta per ripartire».
Quando si parla dei giovani imprenditori la prima cosa che viene in mente è il passaggio generazionale, sempre vissuto con una certa preoccupazione in un sistema industriale a struttura familiare. «Io parlerei piuttosto di continuità imprenditoriale - spiega Mantovani - per esempio, i miei genitori avevano un’attività nel settore orafo e io ho proseguito invece nella telefonia. Conta di più il valore dell’imprenditore rispetto a quello dell’impresa».
«Negli anni passati - ricorda Zuccato - si preferiva far entrare subito i figli in impresa, preferendo il lavoro immediato agli studi e alle esperienze esterne. Allora era fondamentale saper produrre, oggi sono più importanti le idee, è più importante la distribuzione della produzione, insomma, sono cambiate molte cose. E i giovani possono dire la loro in maniera più incisiva».
A parlare di questa fase economica più unica che rara e a celebrare degnamente il 50° anniversario, il Gruppo giovani ha organizzato un evento ricco di ospiti illustri. Alle 16 spazio a Mantovani e al primo panel di relatori con, tra gli altri, Franco Bernabè, ad di Telecom Italia, Federica Guidi, presidente nazionale del Gruppo giovani di Confindustria, Luca Majocchi, advisor Federmacchine, Matteo Marzotto, presidente Enit e Nelson Mattos, vicepresidente Google. Alle 18 interverranno il ministro Renato Brunetta, il primo presidente dei Giovani, Giancarlo Ferretto, il cardiochirurgo Alessandro Frigiola, il rettore dello Iuav di Venezia, Carlo Magnani, il presidente di Bpvi, Gianni Zonin, e Roberto Zuccato. Tutta gente che non dimostra certo 50 anni.
Il Gruppo giovani compie 50 anni
«Non li sentiamo»
Paolo Mantovani: «La strada del rilancio passa per la formazione. Il futuro è tutto da costruire» Roberto Zuccato: «Oggi sono importanti le idee»
Marino Smiderle
VICENZA
Se i giovani compiono 50 anni che giovani sono? Chiedetelo al Gruppo giovani imprenditori di Confindustria Vicenza che, il prossimo 6 novembre, festeggerà il mezzo secolo di vita con un grande evento-festa in Fiera. Un imprenditore, peraltro, non può mai invecchiare, almeno nello spirito, perché, per oggetto sociale, guarda sempre avanti, al futuro. E capita pure che chi ha un’età anagrafica più avanzata riesca a guardare al futuro con più efficacia e freschezza, grazie al bagaglio dell’esperienza che sono gli anni, gli errori e i successi ti possono dare.
Paolo Mantovani, presidente del Gruppo giovani imprenditori di Vicenza, presenta l’evento “Cinquant’anni da giovani" partendo da Pietro Laverda, il presidente degli industriali che diede l’impulso ai virgulti berici per costituire questo ramo dell’associazione a loro riservato.
«È giusto partire rendendo omaggio ai padri fondatori - spiega Mantovani - che ci ha permesso di crescere e di trovare sempre maggiore spazio e attenzione. Ho invitato personalmente tutti i past-president perché voglio che questo anniversario sia la festa di tutta Confindustria. Daremo un taglio, come dire, formativo a questo evento, perché è dalla formazione che passa la strada della ripresa, del rilancio».
A questo proposito il Gruppo di mantovani ha predisposto due pubblicazioni, una di tipo accademico (“L’evoluzione dell’impresa e lo sviluppo di un sistema-territorio eccellente"), col contributo di diverse personalità nel campo dell’economia, e una di tipo storico-identitario che riassume i 50 anni di attività.
«Mi congratulo con Paolo - afferma il presidente di Confindustria Vicenza, Roberto Zuccato - e con tutti i giovani, compresi quelli del passato, che hanno contribuito a scrivere le pagine di questa affascinante storia. Stiamo vivendo un’epoca particolare, difficile, in cui la voglia di innovare dei più giovani a volta si scontra con la rigidità dei genitori. Il futuro è tutto da costruire e le nuove idee sono fondamentali per trovare la strada giusta per ripartire».
Quando si parla dei giovani imprenditori la prima cosa che viene in mente è il passaggio generazionale, sempre vissuto con una certa preoccupazione in un sistema industriale a struttura familiare. «Io parlerei piuttosto di continuità imprenditoriale - spiega Mantovani - per esempio, i miei genitori avevano un’attività nel settore orafo e io ho proseguito invece nella telefonia. Conta di più il valore dell’imprenditore rispetto a quello dell’impresa».
«Negli anni passati - ricorda Zuccato - si preferiva far entrare subito i figli in impresa, preferendo il lavoro immediato agli studi e alle esperienze esterne. Allora era fondamentale saper produrre, oggi sono più importanti le idee, è più importante la distribuzione della produzione, insomma, sono cambiate molte cose. E i giovani possono dire la loro in maniera più incisiva».
A parlare di questa fase economica più unica che rara e a celebrare degnamente il 50° anniversario, il Gruppo giovani ha organizzato un evento ricco di ospiti illustri. Alle 16 spazio a Mantovani e al primo panel di relatori con, tra gli altri, Franco Bernabè, ad di Telecom Italia, Federica Guidi, presidente nazionale del Gruppo giovani di Confindustria, Luca Majocchi, advisor Federmacchine, Matteo Marzotto, presidente Enit e Nelson Mattos, vicepresidente Google. Alle 18 interverranno il ministro Renato Brunetta, il primo presidente dei Giovani, Giancarlo Ferretto, il cardiochirurgo Alessandro Frigiola, il rettore dello Iuav di Venezia, Carlo Magnani, il presidente di Bpvi, Gianni Zonin, e Roberto Zuccato. Tutta gente che non dimostra certo 50 anni.
martedì 20 ottobre 2009
Ehi, buck
PORTAFOGLIO
Come salire sulla giostra del dollaro
Marino Smiderle
La moneta americana si è molto indebolita nei confronti dell’euro In compenso Wall Street è salita Conviene prendere azioni Usa?
Il dollaro si è indebolito nelle ultime settimane e ora viaggia verso quota 1,50 sull’euro Ci sono due indicazioni da prendere in considerazione questa settimana, ed entrambe arrivano dagli Stati Uniti. Dunque, per prima cosa il Dow Jones è tornato sopra quota 10 mila (cosa che non accadeva dai primi di ottobre dell’anno scorso), dopo che a marzo l’indice azionario più significativo del globo era precipitato a quota 6.600, e dopo che a ottobre del 2007 aveva superato quota 14.000. Poco importa se venerdì ha chiuso a 9.995, il senso del discorso rimane. Seconda cosa, il cambio euro/dollaro vede ancora la moneta europea rafforzarsi a puntare dritta verso 1,50, per poi, chissà, arrivare a superare il massimo storico, raggiunto il 15 luglio 2008, di 1,599. La domanda è: conviene al risparmiatore cercare di salire, in un senso o nell’altro, nell’ottovolante borsistico-valutario americano?
TRADIZIONI
Quando in Borsa c’erano ancora le grida, cioè più o meno un’era geologica fa, il cambio del dollaro era una cartina di tornasole quasi infallibile. Se la valuta americana si rafforzava, il mercato azionario partiva al rialzo, se il dollaro perdeva, i listini indietreggiavano. Nulla di scientifico in tutto ciò, sia chiaro, ma i detti di Borsa sono paragonabili alle leggi non scritte, si rispettano più di quanto appare nei codici. In questi ultimi mesi è successo l’esatto contrario. Dunque, da marzo, quando i mercati azionari hanno raggiunto il minimo, abbiamo potuto notare un progressivo e portentoso recupero di tutte le Borse, tanto da avvicinarsi in un balzo ai livelli pre-Lehman. Nel contempo il dollaro, che aveva recuperato terreno nei confronti del dollaro, ha perso lo smalto e adesso la moneta europea corre verso quota 1,50. Nessuno sa con precisione che indicazioni bisogna trarre da questa coincidenza, ma un risparmiatore attento, e con una discreta propensione al rischio, dovrebbe cercare di saltare in groppa a questa tigre che scorrazza sui mercati.
TREND
La sensazione, avallata da diversi esperti (che non è affatto detto che l’azzecchino, badate bene), è che il dollaro sia destinato a indebolirsi un po’, anche se già questo pare un livello buono per entrare. Per almeno due ragioni pratiche. La prima: l’economia reale americana deve riprendersi e per riprendersi ha bisogno di vendere prodotti all’estero, visto che a causa della crisi il mercato domestico si è un tantino raffreddato. Logico che in Europa agli imprenditori venga la pelle d’oca a pensare a un ulteriore rafforzamento del dollaro, ma pare che Bernanke e Obama, al momento, abbiano a cuore più le sorti delle fabbriche e dell’occupazione, piuttosto che la forza del dollaro. La seconda: per salvare le banche e le assicurazioni dal tracollo, Bernanke, d’intesa con i ministri del Tesoro (Paulson prima e Geithner adesso), si è messo di fatto a stampare banconote. Non ci vuole un genio della matematica per capire che, a forza di battere moneta, quella moneta ha finito col valere di meno.
INVESTIMENTI
Dando per buoni questi ragionamenti, come può fare il signor Rossi a investire sulla ipotizzata debolezza del dollaro? Tanto per cominciare, può essere che il dollaro si sia già indebolito abbastanza, o che comunque questi siano livelli convenienti non solo, per esempio, per andare a fare un viaggio a New York e lasciare sontuose mance ai camerieri dei sontuosi bar dei alberghi, ma anche per comprare azioni americane con valuta forte. Ok, è un doppio rischio, visto che a quello azionario si aggiunge quello di cambio. Però, poiché si ritiene che la ripresa globale debba passare dagli Stati Uniti, perché non prendere il treno quando, se non proprio conveniente (il Dow Jones è salito moltissimo in questi ultimi sei mesi), il caso ha messo in mano a noi europei un buono sconto (l’euro forte) per entrare sparati alla stazione di Wall Street?
ALTERNATIVE
Sì, c’è il modo più semplice di investire: si compra un sacco di dollari e si aspetta che il cambio salga. Un po’ arcaico e da evitare. Piuttosto, andate a farvi un giro a New York.
Come salire sulla giostra del dollaro
Marino Smiderle
La moneta americana si è molto indebolita nei confronti dell’euro In compenso Wall Street è salita Conviene prendere azioni Usa?
Il dollaro si è indebolito nelle ultime settimane e ora viaggia verso quota 1,50 sull’euro Ci sono due indicazioni da prendere in considerazione questa settimana, ed entrambe arrivano dagli Stati Uniti. Dunque, per prima cosa il Dow Jones è tornato sopra quota 10 mila (cosa che non accadeva dai primi di ottobre dell’anno scorso), dopo che a marzo l’indice azionario più significativo del globo era precipitato a quota 6.600, e dopo che a ottobre del 2007 aveva superato quota 14.000. Poco importa se venerdì ha chiuso a 9.995, il senso del discorso rimane. Seconda cosa, il cambio euro/dollaro vede ancora la moneta europea rafforzarsi a puntare dritta verso 1,50, per poi, chissà, arrivare a superare il massimo storico, raggiunto il 15 luglio 2008, di 1,599. La domanda è: conviene al risparmiatore cercare di salire, in un senso o nell’altro, nell’ottovolante borsistico-valutario americano?
TRADIZIONI
Quando in Borsa c’erano ancora le grida, cioè più o meno un’era geologica fa, il cambio del dollaro era una cartina di tornasole quasi infallibile. Se la valuta americana si rafforzava, il mercato azionario partiva al rialzo, se il dollaro perdeva, i listini indietreggiavano. Nulla di scientifico in tutto ciò, sia chiaro, ma i detti di Borsa sono paragonabili alle leggi non scritte, si rispettano più di quanto appare nei codici. In questi ultimi mesi è successo l’esatto contrario. Dunque, da marzo, quando i mercati azionari hanno raggiunto il minimo, abbiamo potuto notare un progressivo e portentoso recupero di tutte le Borse, tanto da avvicinarsi in un balzo ai livelli pre-Lehman. Nel contempo il dollaro, che aveva recuperato terreno nei confronti del dollaro, ha perso lo smalto e adesso la moneta europea corre verso quota 1,50. Nessuno sa con precisione che indicazioni bisogna trarre da questa coincidenza, ma un risparmiatore attento, e con una discreta propensione al rischio, dovrebbe cercare di saltare in groppa a questa tigre che scorrazza sui mercati.
TREND
La sensazione, avallata da diversi esperti (che non è affatto detto che l’azzecchino, badate bene), è che il dollaro sia destinato a indebolirsi un po’, anche se già questo pare un livello buono per entrare. Per almeno due ragioni pratiche. La prima: l’economia reale americana deve riprendersi e per riprendersi ha bisogno di vendere prodotti all’estero, visto che a causa della crisi il mercato domestico si è un tantino raffreddato. Logico che in Europa agli imprenditori venga la pelle d’oca a pensare a un ulteriore rafforzamento del dollaro, ma pare che Bernanke e Obama, al momento, abbiano a cuore più le sorti delle fabbriche e dell’occupazione, piuttosto che la forza del dollaro. La seconda: per salvare le banche e le assicurazioni dal tracollo, Bernanke, d’intesa con i ministri del Tesoro (Paulson prima e Geithner adesso), si è messo di fatto a stampare banconote. Non ci vuole un genio della matematica per capire che, a forza di battere moneta, quella moneta ha finito col valere di meno.
INVESTIMENTI
Dando per buoni questi ragionamenti, come può fare il signor Rossi a investire sulla ipotizzata debolezza del dollaro? Tanto per cominciare, può essere che il dollaro si sia già indebolito abbastanza, o che comunque questi siano livelli convenienti non solo, per esempio, per andare a fare un viaggio a New York e lasciare sontuose mance ai camerieri dei sontuosi bar dei alberghi, ma anche per comprare azioni americane con valuta forte. Ok, è un doppio rischio, visto che a quello azionario si aggiunge quello di cambio. Però, poiché si ritiene che la ripresa globale debba passare dagli Stati Uniti, perché non prendere il treno quando, se non proprio conveniente (il Dow Jones è salito moltissimo in questi ultimi sei mesi), il caso ha messo in mano a noi europei un buono sconto (l’euro forte) per entrare sparati alla stazione di Wall Street?
ALTERNATIVE
Sì, c’è il modo più semplice di investire: si compra un sacco di dollari e si aspetta che il cambio salga. Un po’ arcaico e da evitare. Piuttosto, andate a farvi un giro a New York.
Gasati e contenti
EUROPA&ENERGIA. Le implicazioni del progetto Nord Stream
La via del gas
dà alla Russia
vecchi poteri
Marino Smiderle
«Ieri i carri armati, oggi i gasdotti» La paura degli ex paesi del Patto di Varsavia è che Mosca usi l’arma energetica per tornare al passato
«Ieri i carri armati, oggi il gas e il petrolio». Zbigniew Siematkowski, già capo dei servizi segreti polacchi, ha usato questa eloquente sintesi per descrivere i rapporti geopolitici in atto tra Russia ed Europa. E, in particolare, il triste destino a cui sarebbero destinati gli ex paesi satelliti dell’ex Patto di Varsavia. Che un tempo vennero soffocati, appunto, dai carri armati sovietici (per informazioni chiedere a Budapest e a Praga), e che adesso, secondo questo polacco che la sa lunga, finirebbero stritolati dalla minaccia del gas.
In che modo? Semplice, trasformando quello che per l’Ucraina è risultato essere un impossibile ricatto in un’arma più potente di una bomba atomica. Ricordate quando Mosca chiuse i rubinetti del gas all’Ucraina? Sì, era in corso la ritorsione nei confronti di Yushenko, il leader ucraino troppo vicino a Europa e Usa, reo, secondo Putin, di non aver pagato l’astronomica bolletta. I rubinetti non rimasero chiusi troppo a lungo, perché chiudendoli all’Ucraina venivano di fatto chiusi anche alla Germania e al resto dell’Europa Occidentale. Come evitare questo "conflitto d’interesse", la Russia si è messa a studiare la possibilità di intervenire "chirurgicamente". Cioè, chiudere all’Ucraina (e magari pure agli altri paesi poco simpatici dell’est Europa), senza turbare i clienti dell’occidente. Risultato: nel 2011 dovrebbe essere completato il gasdotto Nord Stream, che collega direttamente la Russia e la Germania con una struttura sistemata in fondo al mar Baltico.
A gestire Nord Stream sarà una joint venture composta dal colosso russo Gazprom (51%), due imprese tedesche (40%) e una olandese (9%). Il punto è, secondo diversi analisti geopolitici, che i paesi dell’Est Europa, per non parlare di Ucraina che Mosca non vuole veder uscire dalla propria sfera di influenza, meno che mai verso i lidi accoglienti della Nato, con questo investimento di 10,7 miliardi di dollari, e con i possibili, anche se concorrenti, progetti di gasdotti Sud Stream e Nabucco (il primo che parte dalla Russia e passa sotto il Mar Nero, il secondo che invece avrebbe lo scopo di far partecipare direttamente l’Azerbaigian e l’Iraq alla fornitura verso i mercati europei, passando per la Turchia), il punto è, si diceva, che tutto questo blocco di paesi finisce con l’essere di fatto ricattabile dalla Gazprom e dalle società alleate.
Matthias Warnig, amministratore delegato del consorzio Nord Stream, è un tedesco dell’est, e il suo ruolo svolto in passato non aiuta a sgombrare il campo dai dubbi. È stato capitano della Stasi, i servizi segreti della Ddr, negli anni 80, e questo basta e avanza per avanzare sospetti sui rapporti privilegiati con Putin, un tempo agente del Kgb guarda caso a Dresda, nell’allora Germania Est.
«Warnig - ha scritto il New York Times in un documentato servizio sull’argomento - ha detto di non aver mai conosciuto Putin e che il suo ruolo di spia nella Germania Est è stato irrilevante nella scelta di indicarlo come amministratore delegato di Nord Stream».
Coincidenze? Può darsi. Però c’è un’altra coincidenza che lascia perplessi. «L’accordo sul gasdotto - rileva il New York Times - venne siglato poche settimane prima che l’ex cancelliere socialdemocratico della Germania, Gerard Schroeder, perdesse le elezioni politiche del 2005. Poco tempo dopo lo stesso Schroeder ha accettato l’incarico di presidente del board di Nord Stream, con un compenso annuo di 250 mila euro».
Si sa che per realizzare opere di questo tipo sono necessarie autorizzazioni di vari stati, rapporti privilegiati con presidenti, capi di governo. «Schroeder tratta direttamente con presidenti e primi ministri - ha spiegato, sempre al New York Times, Zeyno Baran, dell’Hudson Institute di New York -. È l’ago della bilancia. Senza di lui questo progetto non sarebbe mai decollato».
È evidente che questi accordi raggiunti tra la Gazprom, e quindi la Russia, e personalità di spicco della Germania lasciano spazio a preoccupazioni da parte dei paesi dell’est. «È l’impero che dà accesso all’energia - si è chiesto C. Boyden Gray, ex ambasciatore Usa all’Ue - o è l’accesso all’energia che restaura l’impero?».
«In una lettera aperta indirizzata al presidente Usa Barack Obama - rivela il New York Times - 23 tra ex capi di stato e intellettuali dell’Europa Centrale, tra cui Vaclav Havel e Lech Walesa, hanno messo in evidenza il fatto che dopo la guerra in Georgia dell’anno scorso, la Russia ha dichiarato una sfera di interessi privilegiati che potrebbe includere i rispettivi paesi. La politica dei gasdotti è una tattica russa, hanno concluso».
In Germania, e più in generale in Europa, sembra prevalere una sorta di real politik, basata sugli interessi legati all’energia e al denaro. Già, il denaro. Schroeder non è stato l’unico politico ingaggiato da Gazprom. L’ex primo ministro della Finlandia, Paavo Lipponen, è stato finanziato per fare lobby e per aiutare a ottenere i permessi necessari. «E nel 2008 - aggiunge il New York Times - la Gazprom ha offerto a Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano, la presidenza del consorzio South Stream; ma Prodi ha rifiutato».
La paura è che, dopo aver lavorato tanto per arrivare all’Europa dei 25, aprendo le porte agli ex paesi del patto di Varsavia, ora si presenti il rischio di una nuova spaccatura, di un ritorno al passato, sotto altre vesti, che a parole tutti assicurano di non volere, ma che nei fatti diventa ogni giorno sempre più possibile, se non probabile.
La via del gas
dà alla Russia
vecchi poteri
Marino Smiderle
«Ieri i carri armati, oggi i gasdotti» La paura degli ex paesi del Patto di Varsavia è che Mosca usi l’arma energetica per tornare al passato
«Ieri i carri armati, oggi il gas e il petrolio». Zbigniew Siematkowski, già capo dei servizi segreti polacchi, ha usato questa eloquente sintesi per descrivere i rapporti geopolitici in atto tra Russia ed Europa. E, in particolare, il triste destino a cui sarebbero destinati gli ex paesi satelliti dell’ex Patto di Varsavia. Che un tempo vennero soffocati, appunto, dai carri armati sovietici (per informazioni chiedere a Budapest e a Praga), e che adesso, secondo questo polacco che la sa lunga, finirebbero stritolati dalla minaccia del gas.
In che modo? Semplice, trasformando quello che per l’Ucraina è risultato essere un impossibile ricatto in un’arma più potente di una bomba atomica. Ricordate quando Mosca chiuse i rubinetti del gas all’Ucraina? Sì, era in corso la ritorsione nei confronti di Yushenko, il leader ucraino troppo vicino a Europa e Usa, reo, secondo Putin, di non aver pagato l’astronomica bolletta. I rubinetti non rimasero chiusi troppo a lungo, perché chiudendoli all’Ucraina venivano di fatto chiusi anche alla Germania e al resto dell’Europa Occidentale. Come evitare questo "conflitto d’interesse", la Russia si è messa a studiare la possibilità di intervenire "chirurgicamente". Cioè, chiudere all’Ucraina (e magari pure agli altri paesi poco simpatici dell’est Europa), senza turbare i clienti dell’occidente. Risultato: nel 2011 dovrebbe essere completato il gasdotto Nord Stream, che collega direttamente la Russia e la Germania con una struttura sistemata in fondo al mar Baltico.
A gestire Nord Stream sarà una joint venture composta dal colosso russo Gazprom (51%), due imprese tedesche (40%) e una olandese (9%). Il punto è, secondo diversi analisti geopolitici, che i paesi dell’Est Europa, per non parlare di Ucraina che Mosca non vuole veder uscire dalla propria sfera di influenza, meno che mai verso i lidi accoglienti della Nato, con questo investimento di 10,7 miliardi di dollari, e con i possibili, anche se concorrenti, progetti di gasdotti Sud Stream e Nabucco (il primo che parte dalla Russia e passa sotto il Mar Nero, il secondo che invece avrebbe lo scopo di far partecipare direttamente l’Azerbaigian e l’Iraq alla fornitura verso i mercati europei, passando per la Turchia), il punto è, si diceva, che tutto questo blocco di paesi finisce con l’essere di fatto ricattabile dalla Gazprom e dalle società alleate.
Matthias Warnig, amministratore delegato del consorzio Nord Stream, è un tedesco dell’est, e il suo ruolo svolto in passato non aiuta a sgombrare il campo dai dubbi. È stato capitano della Stasi, i servizi segreti della Ddr, negli anni 80, e questo basta e avanza per avanzare sospetti sui rapporti privilegiati con Putin, un tempo agente del Kgb guarda caso a Dresda, nell’allora Germania Est.
«Warnig - ha scritto il New York Times in un documentato servizio sull’argomento - ha detto di non aver mai conosciuto Putin e che il suo ruolo di spia nella Germania Est è stato irrilevante nella scelta di indicarlo come amministratore delegato di Nord Stream».
Coincidenze? Può darsi. Però c’è un’altra coincidenza che lascia perplessi. «L’accordo sul gasdotto - rileva il New York Times - venne siglato poche settimane prima che l’ex cancelliere socialdemocratico della Germania, Gerard Schroeder, perdesse le elezioni politiche del 2005. Poco tempo dopo lo stesso Schroeder ha accettato l’incarico di presidente del board di Nord Stream, con un compenso annuo di 250 mila euro».
Si sa che per realizzare opere di questo tipo sono necessarie autorizzazioni di vari stati, rapporti privilegiati con presidenti, capi di governo. «Schroeder tratta direttamente con presidenti e primi ministri - ha spiegato, sempre al New York Times, Zeyno Baran, dell’Hudson Institute di New York -. È l’ago della bilancia. Senza di lui questo progetto non sarebbe mai decollato».
È evidente che questi accordi raggiunti tra la Gazprom, e quindi la Russia, e personalità di spicco della Germania lasciano spazio a preoccupazioni da parte dei paesi dell’est. «È l’impero che dà accesso all’energia - si è chiesto C. Boyden Gray, ex ambasciatore Usa all’Ue - o è l’accesso all’energia che restaura l’impero?».
«In una lettera aperta indirizzata al presidente Usa Barack Obama - rivela il New York Times - 23 tra ex capi di stato e intellettuali dell’Europa Centrale, tra cui Vaclav Havel e Lech Walesa, hanno messo in evidenza il fatto che dopo la guerra in Georgia dell’anno scorso, la Russia ha dichiarato una sfera di interessi privilegiati che potrebbe includere i rispettivi paesi. La politica dei gasdotti è una tattica russa, hanno concluso».
In Germania, e più in generale in Europa, sembra prevalere una sorta di real politik, basata sugli interessi legati all’energia e al denaro. Già, il denaro. Schroeder non è stato l’unico politico ingaggiato da Gazprom. L’ex primo ministro della Finlandia, Paavo Lipponen, è stato finanziato per fare lobby e per aiutare a ottenere i permessi necessari. «E nel 2008 - aggiunge il New York Times - la Gazprom ha offerto a Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano, la presidenza del consorzio South Stream; ma Prodi ha rifiutato».
La paura è che, dopo aver lavorato tanto per arrivare all’Europa dei 25, aprendo le porte agli ex paesi del patto di Varsavia, ora si presenti il rischio di una nuova spaccatura, di un ritorno al passato, sotto altre vesti, che a parole tutti assicurano di non volere, ma che nei fatti diventa ogni giorno sempre più possibile, se non probabile.
domenica 18 ottobre 2009
sabato 17 ottobre 2009
Tute blu
RELAZIONI SINDACALI. Le reazioni vicentine alla firma in calce al contratto dei metalmeccanici
«Accordo vantaggioso per tute blu e imprese»
I pareri di industriali, Fim e Fiom Ditri: «Senso di responsabilità» Consiglio: «Aumenti da subito» Zanni: «Negato il referendum»
Marino Smiderle
VICENZA
La Vicenza che indossa la tuta blu era col fiato sospeso. Il contratto dei metalmeccanici non è mai stato approvato in maniera indolore, per così dire, e anche stavolta lo strappo tra Fim-Cisl e Uilm-Uil (da una parte) e Fiom-Cgil (dall’altra) non lasciava presagire nulla di buono. Per questo il via libero arrivato ieri, con la firma apposta da Federmeccanica e da Cisl e Uil in calce a un documento che, a regime, prevede un aumento mensile medio di 110 euro, è stato accolto con soddisfazione da tutti. Tranne, ovviamente, che dalla Fiom-Cgil, che lo ritiene «scandaloso e non applicabile».
«Io credo invece che sia la dimostrazione di senso di responsabilità e di squadra - osserva Roberto Ditri, presidente della sezione Meccanica e Metallurgica di Confindustria Vicenza e del coordinamento Triveneto metalmeccanico di Confindustria -. In questi giorni sono stato in contatto diretto col presidente nazionale di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, e alla fine siamo arrivati a questo accordo che ritengo positivo per tutti».
Il convitato di pietra a queste trattative snervanti, ovviamente, era rappresentato dalla crisi. Con questi chiari di luna le imprese non potevano essere troppo generose, così come i rappresentanti dei lavoratori non potevano mollare su alcuni punti chiave delle rivendicazioni. «Alla fine - osserva Ditri - io credo che i contratti debbano essere a favore sia delle imprese, sia di chi ci lavora. La conflittualità predicata dalla Fiom-Cgil finiva col danneggiare entrambe le parti in causa. Con Fim-Cisl e Uilm-Uil siamo riusciti a raggiungere un accordo sulla base di un aumento graduale, che sarà di 28 euro a gennaio prossimo, per poi prevedere altre due tranche di 40 e 42 euro».
Oggi al Jolly Hotel Tiepolo, intanto, ci sarà il congresso provinciale della Uilm-Uil, dove è atteso anche il segretario generale nazionale, Tonino Regazzi. Un’occasione per fare il punto della situazione, all’indomani della firma, e per ascoltare le opinioni di tutti i protagonisti, visto che parteciperà anche la Fiom-Cgil di Vicenza.
«Per quel che ci riguarda - commenta Raffaele Consiglio, segretario provinciale della Fim-Cisl - questo è un buon contratto, a cominciare dall’importo medio di aumento spuntato: in 25 mesi avremo 110 euro di più in busta paga. Senza dimenticare che il primo aumento partirà già al 1° gennaio prossimo, vale a dire il primo giorno dopo la scadenza del vecchio contratto. È la prima volta che accade nella storia». «Ma non è tutto - aggiunge -. Il nuovo contratto prevede altri miglioramenti normativi, in materia di previdenza complementare, di tutela dei migranti e di contrattazione di secondo livello».
Giampaolo Zanni, segretario vicentino della Fiom non condivide le nuove regole «che riducono il salario». «E comunque - conclude - se i lavoratori l’avessero approvato con un referendum, noi avremmo firmato.
«Accordo vantaggioso per tute blu e imprese»
I pareri di industriali, Fim e Fiom Ditri: «Senso di responsabilità» Consiglio: «Aumenti da subito» Zanni: «Negato il referendum»
Marino Smiderle
VICENZA
La Vicenza che indossa la tuta blu era col fiato sospeso. Il contratto dei metalmeccanici non è mai stato approvato in maniera indolore, per così dire, e anche stavolta lo strappo tra Fim-Cisl e Uilm-Uil (da una parte) e Fiom-Cgil (dall’altra) non lasciava presagire nulla di buono. Per questo il via libero arrivato ieri, con la firma apposta da Federmeccanica e da Cisl e Uil in calce a un documento che, a regime, prevede un aumento mensile medio di 110 euro, è stato accolto con soddisfazione da tutti. Tranne, ovviamente, che dalla Fiom-Cgil, che lo ritiene «scandaloso e non applicabile».
«Io credo invece che sia la dimostrazione di senso di responsabilità e di squadra - osserva Roberto Ditri, presidente della sezione Meccanica e Metallurgica di Confindustria Vicenza e del coordinamento Triveneto metalmeccanico di Confindustria -. In questi giorni sono stato in contatto diretto col presidente nazionale di Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi, e alla fine siamo arrivati a questo accordo che ritengo positivo per tutti».
Il convitato di pietra a queste trattative snervanti, ovviamente, era rappresentato dalla crisi. Con questi chiari di luna le imprese non potevano essere troppo generose, così come i rappresentanti dei lavoratori non potevano mollare su alcuni punti chiave delle rivendicazioni. «Alla fine - osserva Ditri - io credo che i contratti debbano essere a favore sia delle imprese, sia di chi ci lavora. La conflittualità predicata dalla Fiom-Cgil finiva col danneggiare entrambe le parti in causa. Con Fim-Cisl e Uilm-Uil siamo riusciti a raggiungere un accordo sulla base di un aumento graduale, che sarà di 28 euro a gennaio prossimo, per poi prevedere altre due tranche di 40 e 42 euro».
Oggi al Jolly Hotel Tiepolo, intanto, ci sarà il congresso provinciale della Uilm-Uil, dove è atteso anche il segretario generale nazionale, Tonino Regazzi. Un’occasione per fare il punto della situazione, all’indomani della firma, e per ascoltare le opinioni di tutti i protagonisti, visto che parteciperà anche la Fiom-Cgil di Vicenza.
«Per quel che ci riguarda - commenta Raffaele Consiglio, segretario provinciale della Fim-Cisl - questo è un buon contratto, a cominciare dall’importo medio di aumento spuntato: in 25 mesi avremo 110 euro di più in busta paga. Senza dimenticare che il primo aumento partirà già al 1° gennaio prossimo, vale a dire il primo giorno dopo la scadenza del vecchio contratto. È la prima volta che accade nella storia». «Ma non è tutto - aggiunge -. Il nuovo contratto prevede altri miglioramenti normativi, in materia di previdenza complementare, di tutela dei migranti e di contrattazione di secondo livello».
Giampaolo Zanni, segretario vicentino della Fiom non condivide le nuove regole «che riducono il salario». «E comunque - conclude - se i lavoratori l’avessero approvato con un referendum, noi avremmo firmato.
giovedì 15 ottobre 2009
Nomadi stanziali
Nomadi o residenti, questo è il problema. In ogni caso, questa è la soluzione di Vicenza proposta dal sindaco Variati.
mercoledì 14 ottobre 2009
Aggregator
L’INTERVISTA. Il direttore della Fondazione Nord Est è d’accordo con la proposta lanciata dal ministro dell’Economia
«Favorire fusioni di pmi?
Ok agli incentivi fiscali»
Marini: «Bisogna lasciare alle aziende la possibilità di scegliere tra i vari tipi di forme di aggregazione»
Marino Smiderle
VICENZA
C’è la crisi, e pure nera, la più nera dal ’29 in qua. Eppure la locomotiva del Nord Est va avanti col solito motore, senza fermarsi per dare una sistematina, per curare la manutenzione. Oppure si ferma per cause congiunturali, cercando poi di ripartire, con uno o due cilindri in meno. È per questo che la proposta che il ministro Tremonti ha lanciato l’altro giorno a Milano, durante una conferenza stampa con Assolombarda, può diventare l’additivo giusto per il motore dell’industria vicentina e nordestina. Il succo è: incentivi fiscali per favorire le aggregazioni aziendali e per far crescere così le dimensioni medie delle imprese.
Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, insiste da anni su questo punto. Per questo è interessante capire cosa pensa della proposta del ministro.
Direttore Marini, possono gli incentivi fiscali indurre gli imprenditori vicentini a fare qualche passo avanti in materia di aggregazioni?
Non si fida di Tremonti?
L’idea di fondo, comunque, come la giudica?
Fosse per lei, che tipo di incentivi darebbe?
Che caratteristica?
Tremonti parlava anche dei distretti...
Anche perché, a queste latitudini, gli imprenditori non sentono le sirene delle fusioni...
E da chi altri?
Pensa che, qualora tutti questi incentivi fossero applicati, potremmo vedere una spinta nelle aggregazioni tra imprese?
La proposta di Tremonti
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, spinge le imprese piccole e medie ad aggregarsi in distretti per uscire dalla crisi in maniera vincente. Durante la conferenza stampa in Assolombarda, a Milano, il ministro ha detto: «Aggregare in distretti può essere una scelta strategica. Se viene una domanda forte dalle imprese che inizia per A come aggregazioni credo sia la cosa giusta da fare. Gli imprenditori rinuncino all'individualismo e se si fa un protocollo comune tra imprese, associazioni e distretti il dovere del Governo è mettere degli incentivi, una leva».
Il ministro ha sottolineato che «da soli si è più deboli, l'unione fa la forza».
«Favorire fusioni di pmi?
Ok agli incentivi fiscali»
Marini: «Bisogna lasciare alle aziende la possibilità di scegliere tra i vari tipi di forme di aggregazione»
Marino Smiderle
VICENZA
C’è la crisi, e pure nera, la più nera dal ’29 in qua. Eppure la locomotiva del Nord Est va avanti col solito motore, senza fermarsi per dare una sistematina, per curare la manutenzione. Oppure si ferma per cause congiunturali, cercando poi di ripartire, con uno o due cilindri in meno. È per questo che la proposta che il ministro Tremonti ha lanciato l’altro giorno a Milano, durante una conferenza stampa con Assolombarda, può diventare l’additivo giusto per il motore dell’industria vicentina e nordestina. Il succo è: incentivi fiscali per favorire le aggregazioni aziendali e per far crescere così le dimensioni medie delle imprese.
Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, insiste da anni su questo punto. Per questo è interessante capire cosa pensa della proposta del ministro.
Direttore Marini, possono gli incentivi fiscali indurre gli imprenditori vicentini a fare qualche passo avanti in materia di aggregazioni?
Prima di dare una risposta chiara - risponde il direttore della Fondazione Nord Est - bisognerebbe capire come saranno strutturati questi incentivi.
Non si fida di Tremonti?
No, non è questo il punto. Anzi, credo che la proposta vada nella direzione giusta. Però, conoscendo anche le problematiche finanziarie dello stato, è necessario avere dei dettagli precisi su come Tremonti abbia intenzione di procedere. Agli annunci, insomma, bisogna fare la tara.
L’idea di fondo, comunque, come la giudica?
La giudico in modo positivo. Perché è vero che la dimensione delle imprese non è l’unico elemento per giudicarne la possibilità di successo, ma è anche vero che, specie in momenti di crisi come questo, favorire la nascita di realtà più strutturate, più competitive, potrebbe rivelarsi fondamentale nella lunga lotta che ci attende per uscire da questa crisi che molti sembrano sottovalutare.
Fosse per lei, che tipo di incentivi darebbe?
Starei attento soprattutto a una caratteristica di fondo del provvedimento.
Che caratteristica?
La manovra deve avere le maglie larghe. Cioè, per capirci, gli sconti fiscali dovrebbero essere applicabili per tutti i tipi di operazioni che conducono a intese per imprese, non solo per le fusioni o le aggregazioni in senso tecnico.
Tremonti parlava anche dei distretti...
E io farei un’osservazione a parte per i consorzi di imprese, un tipo di aggregazione che consente a ciascuna impresa di mantenere la propria individualità, pur entrando a far parte di un sistema coordinato che ne aumenta la competitività.
Anche perché, a queste latitudini, gli imprenditori non sentono le sirene delle fusioni...
Diciamo che è molto spiccato l’individualismo, che poi è stata la ricetta del successo negli anni passati. Da tempo si propongono ricette per favorire le aggregazioni, ma i risultati sono al di sotto della aspettative. Gli incentivi, poi, potrebbero arrivare non solo dallo stato.
E da chi altri?
Penso alle banche, che potrebbero applicare tassi di favore per le operazioni che vanno in quella direzione.
Pensa che, qualora tutti questi incentivi fossero applicati, potremmo vedere una spinta nelle aggregazioni tra imprese?
Credo che sarà il passaggio generazionale a spingerle.
La proposta di Tremonti
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, spinge le imprese piccole e medie ad aggregarsi in distretti per uscire dalla crisi in maniera vincente. Durante la conferenza stampa in Assolombarda, a Milano, il ministro ha detto: «Aggregare in distretti può essere una scelta strategica. Se viene una domanda forte dalle imprese che inizia per A come aggregazioni credo sia la cosa giusta da fare. Gli imprenditori rinuncino all'individualismo e se si fa un protocollo comune tra imprese, associazioni e distretti il dovere del Governo è mettere degli incentivi, una leva».
Il ministro ha sottolineato che «da soli si è più deboli, l'unione fa la forza».
Obituaries
IL RICORDO. L’ex segretario regionale rende omaggio al padre dello Statuto dei lavoratori
«Così distrussi i poster della Cisl contro Giugni»
Oboe: «In quegli anni partiti e sindacati gli erano ostili»
Marino Smiderle
VICENZA
«È morto Gino Giugni e sarebbe il caso che quel che è successo nel corso della sua esistenza venisse tenuto in considerazione da parte dei sindacati e pure dalla politica». Bruno Oboe, valdagnese, memoria storica della Cisl vicentina, si sente un po’ in debito col padre dello Statuto dei lavoratori, anche se non ha voglia di farne un santino. Solo che sono passati tanti anni e forse qualcuno necessita di una rispolveratina di vecchi argomenti, oggi dati per scontati.
«A Giugni dobbiamo essere tutti grati - ricorda l’ex segretario regionale della Cisl - soprattutto noi del sindacato. Se adesso nelle aziende è riconosciuto il diritto al lavoratore di avere una rappresentanza sindacale, il merito è proprio di Giugni e alla sua politica riformatrice. E pensare che, nel 1970, quando lo Statuto venne approvato, gli stessi sindacati e il più importante partito di sinistra, il Pci, gli erano ostili».
Possibile? Ma se solo pochi anni fa ci fu una mobilitazione globale del mondo della sinistra contro quello che veniva interpretato come un attacco all’articolo 18? «Mi viene da sorridere - obietta Oboe -. Anzi, da piangere. Ma lo sa che alla fine degli anni 60, quando era in pieno svolgimento la discussione sulla legge, la Cisl romana spedì a Valdagno un pacco di manifesti contro lo Statuto?».
E Oboe come reagì? «Con buon senso - risponde -. Mandai al macero tutto il pacco di poster, perché sapevo che si stava esagerando. Sì, adesso tutti si sperticano in elogi per il grande documento che tutela i diritti dei lavoratori, ma allora i sindacati mal tolleravano l’invasione dei partiti in quello che ritenevano essere un proprio campo esclusivo».
Ma se c’era chi diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci? E la Cisl, sì, insomma, era molto vicina alla Dc. «Però Giugni era socialista - osserva Oboe - e comunque fece molti corsi per la Cisl. Lui sì che era un riformatore vero. Fu per questo che il Pci, ricevendo probabilmente la... trasmissione della Cgil, quando si trattò di votare per l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, si astenne. E anni dopo, solo chi osava mettere in discussione un punto di quella legge, doveva fare i conti, indovinate con chi, già, proprio col Pci».
«Giugni faceva parte - continua Oboe - di quella categoria di giuslavoristi che, proprio per aver contribuito a mettere ordine nel mondo del lavoro e nelle relazioni sindacali, finirono nel mirino dei terroristi».
«Il 3 maggio 1983, mentre stava camminando a Roma, venne "gambizzato" da una donna - registra Wikipedia -. L'attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse, e fu anche il primo di un cambio di strategia da parte di quella organizzazione terroristica. Tale nuova strategia, infatti, consisteva non più nel colpire il "cuore" dello Stato attraverso i suoi poliziotti, magistrati o alti dirigenti politici, bensì nel prendere di mira i cosiddetti "cervelli" dello Stato (come appunto Giugni, ed in seguito Massimo D'Antona e Marco Biagi) ossia l'anello di congiunzione tra le istituzioni e il mondo economico».
Considerata la storia d’Italia, è già un miracolo che Giugni sia morto di morte naturale. «Ci mancherà - conclude Oboe -. Al Paese, ai lavoratori, ha dato molto».
«Così distrussi i poster della Cisl contro Giugni»
Oboe: «In quegli anni partiti e sindacati gli erano ostili»
Marino Smiderle
VICENZA
«È morto Gino Giugni e sarebbe il caso che quel che è successo nel corso della sua esistenza venisse tenuto in considerazione da parte dei sindacati e pure dalla politica». Bruno Oboe, valdagnese, memoria storica della Cisl vicentina, si sente un po’ in debito col padre dello Statuto dei lavoratori, anche se non ha voglia di farne un santino. Solo che sono passati tanti anni e forse qualcuno necessita di una rispolveratina di vecchi argomenti, oggi dati per scontati.
«A Giugni dobbiamo essere tutti grati - ricorda l’ex segretario regionale della Cisl - soprattutto noi del sindacato. Se adesso nelle aziende è riconosciuto il diritto al lavoratore di avere una rappresentanza sindacale, il merito è proprio di Giugni e alla sua politica riformatrice. E pensare che, nel 1970, quando lo Statuto venne approvato, gli stessi sindacati e il più importante partito di sinistra, il Pci, gli erano ostili».
Possibile? Ma se solo pochi anni fa ci fu una mobilitazione globale del mondo della sinistra contro quello che veniva interpretato come un attacco all’articolo 18? «Mi viene da sorridere - obietta Oboe -. Anzi, da piangere. Ma lo sa che alla fine degli anni 60, quando era in pieno svolgimento la discussione sulla legge, la Cisl romana spedì a Valdagno un pacco di manifesti contro lo Statuto?».
E Oboe come reagì? «Con buon senso - risponde -. Mandai al macero tutto il pacco di poster, perché sapevo che si stava esagerando. Sì, adesso tutti si sperticano in elogi per il grande documento che tutela i diritti dei lavoratori, ma allora i sindacati mal tolleravano l’invasione dei partiti in quello che ritenevano essere un proprio campo esclusivo».
Ma se c’era chi diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci? E la Cisl, sì, insomma, era molto vicina alla Dc. «Però Giugni era socialista - osserva Oboe - e comunque fece molti corsi per la Cisl. Lui sì che era un riformatore vero. Fu per questo che il Pci, ricevendo probabilmente la... trasmissione della Cgil, quando si trattò di votare per l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, si astenne. E anni dopo, solo chi osava mettere in discussione un punto di quella legge, doveva fare i conti, indovinate con chi, già, proprio col Pci».
«Giugni faceva parte - continua Oboe - di quella categoria di giuslavoristi che, proprio per aver contribuito a mettere ordine nel mondo del lavoro e nelle relazioni sindacali, finirono nel mirino dei terroristi».
«Il 3 maggio 1983, mentre stava camminando a Roma, venne "gambizzato" da una donna - registra Wikipedia -. L'attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse, e fu anche il primo di un cambio di strategia da parte di quella organizzazione terroristica. Tale nuova strategia, infatti, consisteva non più nel colpire il "cuore" dello Stato attraverso i suoi poliziotti, magistrati o alti dirigenti politici, bensì nel prendere di mira i cosiddetti "cervelli" dello Stato (come appunto Giugni, ed in seguito Massimo D'Antona e Marco Biagi) ossia l'anello di congiunzione tra le istituzioni e il mondo economico».
Considerata la storia d’Italia, è già un miracolo che Giugni sia morto di morte naturale. «Ci mancherà - conclude Oboe -. Al Paese, ai lavoratori, ha dato molto».
lunedì 12 ottobre 2009
La marcia sui Rom
Il Pd veneto cerca di scimmiottare la Lega sui nomadi. Risultato? Nuove divisioni precongressuali.
Lo scudo edile
Fatevi uno scudo di mattoni
Marino Smiderle
Il nuovo condono fiscale potrebbe riservare qualche sorpresa positiva anche per chi non ha soldi all’estero
Diciamo la verità, lo scudo fiscale ci rode. O meglio, rode alla maggioranza di poveracci che non hanno avuto l’avvertenza di scappare all’estero con un mare di soldi senza pagare le tasse. Senza star qui a fare la solita morale, vediamo come si fa a trasformare in positivo (o almeno meno negativo) il flusso di 50-100 miliardi di euro che dovrebbe tornare impunemente a casa. In positivo per tutti, si capisce, non solo per quei lungimiranti "contribuenti" che con un misero 5 per cento ora ottengono il lasciapassare dei tesoretti depositati in Svizzera.
MERCATO
Difficile pensare che anche i poveracci possano godere alla festa del rimpatrio dei miliardi altrui, ma qualche briciola sotto il tavolo potrebbe pure saltar fuori. Magra consolazione, certo, ma in tempi di "zerovirgola" per cento tutto fa brodo. Il punto è che il mercato attira-scudo è già in movimento da tempo. E, anticipando gli (ex) evasori si potrebbe salire sull’onda del presunto boom con qualche settimana di anticipo, magari usufruendo del rialzo provocato dall’assalto alla diligenza di questi nuovi investitori. Insomma, se il mercato immobiliare di Milano e Roma ha già cominciato a risentire delle nuove transazioni commerciali, vuol dire che l’effetto di questi miliardi in fase di rientro è sotto gli occhi di tutti. I punti sono due: primo, capire quale sarà il settore che più sarà influenzato da questo afflusso di denaro; secondo, anticipare l’ondata e comprare prima quello che dovrebbe salire, e parecchio, di qui a fine anno.
SFERA DI CRISTALLO
Per capirci meglio, se sapessimo che tra un mese tutti i "rimpatriati" del condono acquisteranno azioni Fiat, non sarebbe una cattiva idea buttare una fiche su quel titolo. Il problema è saperlo prima, cosa impossibile, ovviamente. Anche perché, per quanto grande sia la cifra (50-100 miliardi di euro il flusso presunto), è chiaro che i rivoli di investimento saranno parecchi. Il ministro Tremonti auspica che buona parte di questo tesoretto venga iniettato nelle vene un po’ secche delle imprese, da un lato per rafforzarne la struttura patrimoniale, dall’altro per puntare su una ripresa che molti giudicano già in atto, sia pure timidamente, ma che indubbiamente ha bisogno di segnali forti.
MATTONE
Pur non avendo le doti di maghi, si può comunque prevedere che questa nuova ondata male non farà ai mercati (tranne alla Svizzera...). C’è chi dice che il principale beneficiario di questa caccia all’investimento sarà il settore immobiliare. Le quotazioni dei prezzi al metro quadrato lo stanno già indicando e i motivi non sono legati solo allo scudo fiscale. Fateci caso, nel momento di inflazione a quota zero stanno volando i prezzi dell’oro e delle materie prime, con discreti movimenti attorno al mattone, reduce da un crac spaventoso legato in parte ai famigerati mutui subprime made in Usa. È un controsenso, in apparenza. Sì, perché in periodi di grande stabilità del valore della moneta (pur associata alla recessione), investire in mattoni e oro, vere e proprie polizze contro l'inflazione, pare poco saggio. A meno che, e questa è la chiave, non ci sia già che si sta muovendo anticipando l'inflazione futura che potrebbe abbattersi con la forza di un tifone. Se a questo aggiungiamo, in salsa italiana, la massa monetaria in attesa di regolarizzazione, l’idea di riprendere confidenza con l’immobiliare.
FONDI COMUNI
È chiaro che non tutti hanno la disponibilità liquida di comprarsi un palazzo o un semplice appartamento. Però, se si condivide questa tesi di mix esplosivo tra futura inflazione attesa e attuale reingresso in Italia di un mare di miliardi in attesa di occupazione, si può decidere di investire nel settore immobiliare anche attraverso la finanza. O scegliendo direttamente società quotate in Borsa che operano nel settore (e che arrivano da mesi di rischio fallimento e di faticose operazioni di salvataggio: dunque, occhio ai rischi), o puntando su quote di fondi comuni d’investimento specializzati nel settore, o, ancora, spulciano tra le varie opportunità che offrono gli Etf. È una scommessa, chiaro, mica una garanzia. Se poi uno deve comprar casa per viverci, l’idea di accendere un mutuo ora e di accendere l’inflazione domani diventa estremamente interessante. Ma non dite in giro che fate il tifo per l’aumento dei prezzi.
Marino Smiderle
Il nuovo condono fiscale potrebbe riservare qualche sorpresa positiva anche per chi non ha soldi all’estero
Diciamo la verità, lo scudo fiscale ci rode. O meglio, rode alla maggioranza di poveracci che non hanno avuto l’avvertenza di scappare all’estero con un mare di soldi senza pagare le tasse. Senza star qui a fare la solita morale, vediamo come si fa a trasformare in positivo (o almeno meno negativo) il flusso di 50-100 miliardi di euro che dovrebbe tornare impunemente a casa. In positivo per tutti, si capisce, non solo per quei lungimiranti "contribuenti" che con un misero 5 per cento ora ottengono il lasciapassare dei tesoretti depositati in Svizzera.
MERCATO
Difficile pensare che anche i poveracci possano godere alla festa del rimpatrio dei miliardi altrui, ma qualche briciola sotto il tavolo potrebbe pure saltar fuori. Magra consolazione, certo, ma in tempi di "zerovirgola" per cento tutto fa brodo. Il punto è che il mercato attira-scudo è già in movimento da tempo. E, anticipando gli (ex) evasori si potrebbe salire sull’onda del presunto boom con qualche settimana di anticipo, magari usufruendo del rialzo provocato dall’assalto alla diligenza di questi nuovi investitori. Insomma, se il mercato immobiliare di Milano e Roma ha già cominciato a risentire delle nuove transazioni commerciali, vuol dire che l’effetto di questi miliardi in fase di rientro è sotto gli occhi di tutti. I punti sono due: primo, capire quale sarà il settore che più sarà influenzato da questo afflusso di denaro; secondo, anticipare l’ondata e comprare prima quello che dovrebbe salire, e parecchio, di qui a fine anno.
SFERA DI CRISTALLO
Per capirci meglio, se sapessimo che tra un mese tutti i "rimpatriati" del condono acquisteranno azioni Fiat, non sarebbe una cattiva idea buttare una fiche su quel titolo. Il problema è saperlo prima, cosa impossibile, ovviamente. Anche perché, per quanto grande sia la cifra (50-100 miliardi di euro il flusso presunto), è chiaro che i rivoli di investimento saranno parecchi. Il ministro Tremonti auspica che buona parte di questo tesoretto venga iniettato nelle vene un po’ secche delle imprese, da un lato per rafforzarne la struttura patrimoniale, dall’altro per puntare su una ripresa che molti giudicano già in atto, sia pure timidamente, ma che indubbiamente ha bisogno di segnali forti.
MATTONE
Pur non avendo le doti di maghi, si può comunque prevedere che questa nuova ondata male non farà ai mercati (tranne alla Svizzera...). C’è chi dice che il principale beneficiario di questa caccia all’investimento sarà il settore immobiliare. Le quotazioni dei prezzi al metro quadrato lo stanno già indicando e i motivi non sono legati solo allo scudo fiscale. Fateci caso, nel momento di inflazione a quota zero stanno volando i prezzi dell’oro e delle materie prime, con discreti movimenti attorno al mattone, reduce da un crac spaventoso legato in parte ai famigerati mutui subprime made in Usa. È un controsenso, in apparenza. Sì, perché in periodi di grande stabilità del valore della moneta (pur associata alla recessione), investire in mattoni e oro, vere e proprie polizze contro l'inflazione, pare poco saggio. A meno che, e questa è la chiave, non ci sia già che si sta muovendo anticipando l'inflazione futura che potrebbe abbattersi con la forza di un tifone. Se a questo aggiungiamo, in salsa italiana, la massa monetaria in attesa di regolarizzazione, l’idea di riprendere confidenza con l’immobiliare.
FONDI COMUNI
È chiaro che non tutti hanno la disponibilità liquida di comprarsi un palazzo o un semplice appartamento. Però, se si condivide questa tesi di mix esplosivo tra futura inflazione attesa e attuale reingresso in Italia di un mare di miliardi in attesa di occupazione, si può decidere di investire nel settore immobiliare anche attraverso la finanza. O scegliendo direttamente società quotate in Borsa che operano nel settore (e che arrivano da mesi di rischio fallimento e di faticose operazioni di salvataggio: dunque, occhio ai rischi), o puntando su quote di fondi comuni d’investimento specializzati nel settore, o, ancora, spulciano tra le varie opportunità che offrono gli Etf. È una scommessa, chiaro, mica una garanzia. Se poi uno deve comprar casa per viverci, l’idea di accendere un mutuo ora e di accendere l’inflazione domani diventa estremamente interessante. Ma non dite in giro che fate il tifo per l’aumento dei prezzi.
New-con
David Cameron
il New-con
Marino Smiderle
Il leader dei conservatori si candida a guidare il paese dopo 12 anni di Labour
E i sondaggi lo “spingono”
A Manchester gli inglesi hanno visto qualcosa di nuovo, o forse di antico, ancora devono deciderlo. Non si parla di calcio, anche se la prima cosa che viene in mente quando si parla di Manchester è il fascino dell’Old Trafford e la grandezza di sir Alex Ferguson, straordinaria guida dello United; no, stavolta si parla di politica e di futuro (pur facendo la tara ai sondaggi), perché a Manchester si è tenuto il congresso dei Tories, il partito dei conservatori britannici, decisi più che mai a rilevare dalle stanche mani del laburista Gordon Brown la chiave della residenza del numero 10 di Downing Street.
Sono 12 anni che i conservatori languiscono all’opposizione, a causa del fenomeno Tony Blair, che è stato per il Labour quello che Margaret Thatcher è stata per i Tories, una garanzia di successo elettorale e di buon governo. Il prossimo anno ci saranno le elezioni e tutto lascia pensare che ci possa essere il ricambio. Grazie anche alla freschezza mediatica di David Cameron, 43 anni, leader dei conservatori e però molto più vicino, ideologicamente, al laburista Blair che alla conservatrice Thatcher.
«E non è un caso - scrive Fabio Cavalera sul Corriere della sera in una corrispondenza proprio da Manchester dove si è tenuto il congresso dei Tories - che David Cameron non dedichi neppure un accenno, nel suo intervento conclusivo interrotto 42 volte da applausi entusiastici, a Margaret Thatcher. La Lady di Ferro appartiene al passato, il presente e il futuro richiedono ricette differenti. Sì, lacrime e sudore per medicare le ferite provocate dal terremoto finanziario: dunque, congelamento delle retribuzioni nel settore pubblico. Ma nessuna scappatoia fiscale per le fasce di reddito alto».
La gioventù politica di Cameron è contagiosa, e già questo il primo punto in comune con Blair, più o meno suo coetaneo nel momento venne eletto primo ministro. E tanto basta a rivitalizzare un partito conservatore infiacchito da un decennio di diatribe interne e di scarsa vivacità ideale, anche perché il furbo Tony aveva succhiato gran parte del bagaglio programmatico della Thatcher, la figlia del droghiere che era stata capace di scuotere il partito conservatore incrostato su posizioni troppo legate alla tradizione della nobiltà britannica e lontane dal reale volere della gente.
Il nuovo e l’antico che si respirava tra i conservatori a Manchester è il risultato di un mix strano. Certo, Cameron è nuovo, non foss’altro che per la sua età e per quell’incredibile energia e quella forte capacità di imitare Blair, succhiandone a sua volta i valori e spostando un po’ a sinistra i Tories, puntando sui temi legati all’ambiente, all’Africa, e riscuotendo applausi.
Ma è anche il vecchio, perché il giovane leader ha il sangue blu, come un tempo era d’uopo per uno che volesse prendere il bastone del comando dei Tories e, a seguire, dell’Inghilterra. Altro che figlia del droghiere, com’era la Thatcher, volto del conservatorismo operoso, che bada al sodo anche se privo di sangue blu. «Discendente di re Guglielmo IV (1830-1837) e marito della figlia di un barone - lo descrive l’Apcom - è nato il 9 ottobre 1966 da un ricco funzionario della City e da una madre magistrato. Dopo una infanzia dorata nella villa avita, fra feste, partite di tennis e il cricket, viene mandato in una scuola frequentata dai principi Edoardo e Andrea, poi nell'elitario collegio di Eton».
«Nel 1985 entra ad Oxford e, forse ispirato dai numerosi deputati Tories nella sua famiglia, al termine dell'università nel 1988, bussa alla porta dei conservatori dove ottiene un posto di consigliere. Consapevole che un passaggio nel privato è d'obbligo per farsi eleggere deputato, nel 1994 si dimette e va a lavorare per sette anni per il gruppo di media Carlton dove impara i trucchi della comunicazione che metterà al servizio della sua carriera politica. Dopo numerosi tentativi, riesce a farsi eleggere nel 2001 deputato nella costituency di Witney, non lontano da Oxford».
Il suo progetto è un colpo di freno al liberismo spinto della Thatcher e un colpo di acceleratore alle politiche sociali, un tempo dominio pressoché esclusivo del dna laburista. Ma i tempi cambiano e capita di assistere a un congresso dei Tories aperto nientemeno che da un intervento di David Bono, leader degli U2, che invita a portare aiuti in Africa anche la crisi ha atterrato la Gran Bretagna. Più tipicamente conservatori sono gli approcci alla burocrazia statale, ritenuta eccessivamente avviluppata, e al conseguente intervento dello stato in economia e nella società, ritenuto eccessivo e quindi da ridurre.
Per il resto colpisce la politica fiscale: «Trent’anni fa questo partito vinse le elezioni combattendo contro la tassazione che pesava sui ricchi - ha detto Cameron a Manchester, come riporta il Corriere - adesso siamo arrabbiati per la tassazione sui più poveri». E colpisce anche la politica estera, che potrebbe essere il punto decisivo, insieme alla crisi finanziaria («Noi restituiremo alla Banca d’Inghilterra l’autorità di regolare i poteri della City»), nella campagna elettorale dell’anno prossimo.
Sì, perché gli inglesi sono giunti al limite della sopportazione dell’impegno militare in Afghanistan, che ha imposto e sta imponendo un grande tributo di sangue. Paradossalmente è da destra che si promette un progressivo disimpegno da una campagna militare promossa da sinistra. In ogni caso, Cameron ha promesso l’istituzione di un "war cabinet" con lo scopo di gestire le emergenze del paese. «Siamo lì non per consegnare la società perfetta ma per fermare il terrorismo», tiene a precisare il leader dei Tories. Come a dire che il tempo del ritorno a casa delle truppe britanniche non è poi così lontano.
il New-con
Marino Smiderle
Il leader dei conservatori si candida a guidare il paese dopo 12 anni di Labour
E i sondaggi lo “spingono”
A Manchester gli inglesi hanno visto qualcosa di nuovo, o forse di antico, ancora devono deciderlo. Non si parla di calcio, anche se la prima cosa che viene in mente quando si parla di Manchester è il fascino dell’Old Trafford e la grandezza di sir Alex Ferguson, straordinaria guida dello United; no, stavolta si parla di politica e di futuro (pur facendo la tara ai sondaggi), perché a Manchester si è tenuto il congresso dei Tories, il partito dei conservatori britannici, decisi più che mai a rilevare dalle stanche mani del laburista Gordon Brown la chiave della residenza del numero 10 di Downing Street.
Sono 12 anni che i conservatori languiscono all’opposizione, a causa del fenomeno Tony Blair, che è stato per il Labour quello che Margaret Thatcher è stata per i Tories, una garanzia di successo elettorale e di buon governo. Il prossimo anno ci saranno le elezioni e tutto lascia pensare che ci possa essere il ricambio. Grazie anche alla freschezza mediatica di David Cameron, 43 anni, leader dei conservatori e però molto più vicino, ideologicamente, al laburista Blair che alla conservatrice Thatcher.
«E non è un caso - scrive Fabio Cavalera sul Corriere della sera in una corrispondenza proprio da Manchester dove si è tenuto il congresso dei Tories - che David Cameron non dedichi neppure un accenno, nel suo intervento conclusivo interrotto 42 volte da applausi entusiastici, a Margaret Thatcher. La Lady di Ferro appartiene al passato, il presente e il futuro richiedono ricette differenti. Sì, lacrime e sudore per medicare le ferite provocate dal terremoto finanziario: dunque, congelamento delle retribuzioni nel settore pubblico. Ma nessuna scappatoia fiscale per le fasce di reddito alto».
La gioventù politica di Cameron è contagiosa, e già questo il primo punto in comune con Blair, più o meno suo coetaneo nel momento venne eletto primo ministro. E tanto basta a rivitalizzare un partito conservatore infiacchito da un decennio di diatribe interne e di scarsa vivacità ideale, anche perché il furbo Tony aveva succhiato gran parte del bagaglio programmatico della Thatcher, la figlia del droghiere che era stata capace di scuotere il partito conservatore incrostato su posizioni troppo legate alla tradizione della nobiltà britannica e lontane dal reale volere della gente.
Il nuovo e l’antico che si respirava tra i conservatori a Manchester è il risultato di un mix strano. Certo, Cameron è nuovo, non foss’altro che per la sua età e per quell’incredibile energia e quella forte capacità di imitare Blair, succhiandone a sua volta i valori e spostando un po’ a sinistra i Tories, puntando sui temi legati all’ambiente, all’Africa, e riscuotendo applausi.
Ma è anche il vecchio, perché il giovane leader ha il sangue blu, come un tempo era d’uopo per uno che volesse prendere il bastone del comando dei Tories e, a seguire, dell’Inghilterra. Altro che figlia del droghiere, com’era la Thatcher, volto del conservatorismo operoso, che bada al sodo anche se privo di sangue blu. «Discendente di re Guglielmo IV (1830-1837) e marito della figlia di un barone - lo descrive l’Apcom - è nato il 9 ottobre 1966 da un ricco funzionario della City e da una madre magistrato. Dopo una infanzia dorata nella villa avita, fra feste, partite di tennis e il cricket, viene mandato in una scuola frequentata dai principi Edoardo e Andrea, poi nell'elitario collegio di Eton».
«Nel 1985 entra ad Oxford e, forse ispirato dai numerosi deputati Tories nella sua famiglia, al termine dell'università nel 1988, bussa alla porta dei conservatori dove ottiene un posto di consigliere. Consapevole che un passaggio nel privato è d'obbligo per farsi eleggere deputato, nel 1994 si dimette e va a lavorare per sette anni per il gruppo di media Carlton dove impara i trucchi della comunicazione che metterà al servizio della sua carriera politica. Dopo numerosi tentativi, riesce a farsi eleggere nel 2001 deputato nella costituency di Witney, non lontano da Oxford».
Il suo progetto è un colpo di freno al liberismo spinto della Thatcher e un colpo di acceleratore alle politiche sociali, un tempo dominio pressoché esclusivo del dna laburista. Ma i tempi cambiano e capita di assistere a un congresso dei Tories aperto nientemeno che da un intervento di David Bono, leader degli U2, che invita a portare aiuti in Africa anche la crisi ha atterrato la Gran Bretagna. Più tipicamente conservatori sono gli approcci alla burocrazia statale, ritenuta eccessivamente avviluppata, e al conseguente intervento dello stato in economia e nella società, ritenuto eccessivo e quindi da ridurre.
Per il resto colpisce la politica fiscale: «Trent’anni fa questo partito vinse le elezioni combattendo contro la tassazione che pesava sui ricchi - ha detto Cameron a Manchester, come riporta il Corriere - adesso siamo arrabbiati per la tassazione sui più poveri». E colpisce anche la politica estera, che potrebbe essere il punto decisivo, insieme alla crisi finanziaria («Noi restituiremo alla Banca d’Inghilterra l’autorità di regolare i poteri della City»), nella campagna elettorale dell’anno prossimo.
Sì, perché gli inglesi sono giunti al limite della sopportazione dell’impegno militare in Afghanistan, che ha imposto e sta imponendo un grande tributo di sangue. Paradossalmente è da destra che si promette un progressivo disimpegno da una campagna militare promossa da sinistra. In ogni caso, Cameron ha promesso l’istituzione di un "war cabinet" con lo scopo di gestire le emergenze del paese. «Siamo lì non per consegnare la società perfetta ma per fermare il terrorismo», tiene a precisare il leader dei Tories. Come a dire che il tempo del ritorno a casa delle truppe britanniche non è poi così lontano.
venerdì 9 ottobre 2009
Conciati per le feste
CONGIUNTURA & PREVISIONI. I dati diffusi dall’Unic registrano la caduta del primo semestre. Ma il 2010 sarà migliore
La concia vede un raggio di luce dopo la tempesta
Mastrotto: «O eliminiamo i dazi in tutti i paesi, o li introduca anche l’Ue»
Marino Smiderle
ARZIGNANO
Dicono che la concia sia, con l’orafo e il tessile, una delle palle al piede dell’economia vicentina. Ora, che i numeri degli ultimi anni, amplificati dall’ultimo crac globale, siano preoccupanti è un dato assodato. Che però ci sia qualche spiraglio, diffuso dall’Unione nazionale industria conciaria (Unic), di ottimistica luce in prospettiva futura, aiuta a tenere lontani gli iettatori più incalliti.
CONGIUNTURA
L’Unic ha diffuso i numeri relativi al distretto di Arzignano e, per il recente passato, confermano il disastro: nel primo semestre 2009 si registra una contrazione media generale del fatturato stagionale di poco superiore al 20%, in linea con il dato complessivo nazionale. Per quanto riguarda l'export, alla flessione del 28% registrata nei primi tre mesi dell'anno, si contrappone una crescita del 10% nel secondo trimestre. Numeri da record anche per la Cassa integrazione che nei primi 8 mesi del 2009 ha raggiunto quota 220mila ore (erano state 21mila nello stesso periodo del 2008). Nelle ultime settimane si è però rilevato un rallentamento del dato negativo che fa ben sperare.
PROSPETTIVE
Il futuro sarà meno nero di quel che il passato lascia temere. L’Unic non esita a parlare di «cauto ottimismo». E la tendenza quindi è verso un ulteriore, leggero e graduale ridimensionamento, a fine 2009, della perdita complessiva del distretto. Dalle sensazioni emerse nelle prime fiere autunnali, le speranze più diffuse danno un progressivo recupero nel corso del 2010.
IL PARERE
A incidere sulla dinamica del settore sono i forti aumenti della materia prima, che ha visto rincari tra il 30 e il 70 per cento,«La difesa del grezzo europeo è fra i problemi più urgenti da risolvere per le nostre aziende - sostiene Rino Mastrotto, vicepresidente di Unic -. L'aggressività attuale dei concorrenti, in particolare cinesi, nell'accaparramento del grezzo ha costretto la categoria a intensificare le ricorrenti azioni verso le autorità nazionali e comunitarie per frenare le scorrettezze e reclamare la reciprocità delle regole. O vengono eliminati i dazi in tutti i paesi, oppure devono essere introdotti anche dall'Unione europea. Lo squilibrio attuale condiziona pesantemente la concorrenzialità delle nostre imprese sul mercato».
L’AMBIENTE
Secondo Unic, le spese per la diminuzione dell'impatto ambientale hanno inciso nel 2008 per il 3,1% sul fatturato, prevalentemente per la depurazione delle acque. «Le concerie italiane e in particolare il distretto della concia del Veneto hanno compiuto enormi passi avanti nel campo della responsabilità ambientale e sociale - sottolinea Mirko Balsemin, consigliere Unic -. Crediamo che i gestori degli impianti di depurazione dovrebbero essere invitati dalle amministrazioni locali alla miglior tariffazione possibile a fronte di un uguale impatto ambientale. Se ciò fosse possibile le imprese sarebbero più competitive. Le aziende vogliono rispettare le normative ambientali ma non pagare più del dovuto».
La concia vede un raggio di luce dopo la tempesta
Mastrotto: «O eliminiamo i dazi in tutti i paesi, o li introduca anche l’Ue»
Marino Smiderle
ARZIGNANO
Dicono che la concia sia, con l’orafo e il tessile, una delle palle al piede dell’economia vicentina. Ora, che i numeri degli ultimi anni, amplificati dall’ultimo crac globale, siano preoccupanti è un dato assodato. Che però ci sia qualche spiraglio, diffuso dall’Unione nazionale industria conciaria (Unic), di ottimistica luce in prospettiva futura, aiuta a tenere lontani gli iettatori più incalliti.
CONGIUNTURA
L’Unic ha diffuso i numeri relativi al distretto di Arzignano e, per il recente passato, confermano il disastro: nel primo semestre 2009 si registra una contrazione media generale del fatturato stagionale di poco superiore al 20%, in linea con il dato complessivo nazionale. Per quanto riguarda l'export, alla flessione del 28% registrata nei primi tre mesi dell'anno, si contrappone una crescita del 10% nel secondo trimestre. Numeri da record anche per la Cassa integrazione che nei primi 8 mesi del 2009 ha raggiunto quota 220mila ore (erano state 21mila nello stesso periodo del 2008). Nelle ultime settimane si è però rilevato un rallentamento del dato negativo che fa ben sperare.
PROSPETTIVE
Il futuro sarà meno nero di quel che il passato lascia temere. L’Unic non esita a parlare di «cauto ottimismo». E la tendenza quindi è verso un ulteriore, leggero e graduale ridimensionamento, a fine 2009, della perdita complessiva del distretto. Dalle sensazioni emerse nelle prime fiere autunnali, le speranze più diffuse danno un progressivo recupero nel corso del 2010.
IL PARERE
A incidere sulla dinamica del settore sono i forti aumenti della materia prima, che ha visto rincari tra il 30 e il 70 per cento,«La difesa del grezzo europeo è fra i problemi più urgenti da risolvere per le nostre aziende - sostiene Rino Mastrotto, vicepresidente di Unic -. L'aggressività attuale dei concorrenti, in particolare cinesi, nell'accaparramento del grezzo ha costretto la categoria a intensificare le ricorrenti azioni verso le autorità nazionali e comunitarie per frenare le scorrettezze e reclamare la reciprocità delle regole. O vengono eliminati i dazi in tutti i paesi, oppure devono essere introdotti anche dall'Unione europea. Lo squilibrio attuale condiziona pesantemente la concorrenzialità delle nostre imprese sul mercato».
L’AMBIENTE
Secondo Unic, le spese per la diminuzione dell'impatto ambientale hanno inciso nel 2008 per il 3,1% sul fatturato, prevalentemente per la depurazione delle acque. «Le concerie italiane e in particolare il distretto della concia del Veneto hanno compiuto enormi passi avanti nel campo della responsabilità ambientale e sociale - sottolinea Mirko Balsemin, consigliere Unic -. Crediamo che i gestori degli impianti di depurazione dovrebbero essere invitati dalle amministrazioni locali alla miglior tariffazione possibile a fronte di un uguale impatto ambientale. Se ciò fosse possibile le imprese sarebbero più competitive. Le aziende vogliono rispettare le normative ambientali ma non pagare più del dovuto».
giovedì 8 ottobre 2009
Cig-sigh
OCCUPAZIONE. I dati diffusi dall’Inps sulla cassa integrazione dimostrano la gravità della situazione. Ma l’andamento è diverso nelle varie province
Cig, Vicenza è al 1° posto
Veneto, settembre-boom
In questi primi nove mesi di 2009 sono state autorizzate oltre 50 milioni di ore: tante quante nei quattro anni precedenti
Marino Smiderle
VICENZA
Il crac vero è questo, quello dei posti di lavoro che se ne vanno e che, per il momento, vengono sostituiti dalla cassa integrazione. È l’economia reale del Nord Est, del Veneto, di Vicenza, fatta di fabbriche, di piccoli imprenditore, di tanti lavoratori che, un anno dopo l’esplosione di Lehman Brothers, viene investita in pieno dalle schegge di un settembre che si è rivelato come il mese in cui è stato autorizzato il maggior numero di ore di cassa integrazione di tutto il 2009.
I numeri (fonte Inps), in certi casi, dicono tutto. E qui dicono cose brutte. Dicono che le 9,3 milioni di ore (di cui 5,9 nella gestione ordinaria) di cassa integrazione autorizzate in Veneto nel mese di settembre è di poco inferiore al totale del 2007 (10,7 milioni). E dicono anche che, se guardiamo al totale raggiunto nei primi nove mesi di questo tribolatissimo 2009 (oltre 51 milioni di ore), bisogna fare la somma delle ore di Cig autorizzate negli ultimi 4 anni (2005-2008) per arrivare a mettere insieme più o meno lo stesso quantitativo.
I dati di settembre, però, dicono che non per tutte le province è la stessa musica. A Belluno e a Venezia, per esempio, la Cig è in forte calo; a Verona è più o meno stabile; a Rovigo e a Treviso è in crescita (il 15 per cento in più è considerata semplice crescita...); a Vicenza e a Padova, invece, è una vera e propria deflagrazione: nel primo caso l’aumento è del 49 per cento (da 1,53 milioni di ore ad agosto a 2,28 milioni a settembre), nella città del Santo del 68 per cento (da 1,1 a 1,86 milioni). Se poi facciamo la classifica, in valore assoluto, di tutte province del Veneto per numero di ore di Cig autorizzate nel corso del 2009, Vicenza brilla, si fa per dire, al primo posto con 11,22 milioni di ore, seguita da vicino da Treviso con 10,93 milioni. Seguono Padova (9,5 milioni), Belluno (7 milioni), Venezia (4,76 milioni), Verona (4,46 milioni) e Rovigo (3,23 milioni).
Il motivo di questa differenziazione sta proprio nella struttura del sistema economico-produttivo delle varie province, con Vicenza e Treviso caratterizzate da una preponderanza del settore metalmeccanico. Settore che, vale la pena ricordarlo, è quello che più ha fatto ricorso alla cassa integrazione con circa 29 milioni ore da gennaio a settembre (il 57 per cento del totale in Veneto). Se poi a questo dato si aggiunge quello relativo al sistema moda, con lavorazione pelli e calzature incorporate (6,5 milioni di ore nei primi nove mesi del 2009), si capisce anche come mai sia Vicenza la provincia a capeggiare questa poco ambita classifica.
«Dobbiamo attrezzarci per convivere con una crisi lunga ed una ripresa lenta - sostiene Franca Porto, segretario regionale della Cisl -. Questo significa che avremo ancora molta cassa integrazione e molti cassaintegrati così come è destinato a crescere l'uso degli altri sussidi sostitutivi del salario, dalla indennità di mobilità alla indennità di disoccupazione. Soprattutto dobbiamo pensare al fatto che, cosa nuova per la nostra regione, avremo anche disoccupati».
«Ci preoccupa soprattutto la crescita della Cig straordinaria - commenta Emilio Viafora, segretario regionale Cgil - poiché significa che molte imprese sono state costrette a dichiarare lo stato di crisi. E al governo noi chiediamo un’azione più decisa».
Settembre è stato nero e domani non è atteso bel tempo.
Cig, Vicenza è al 1° posto
Veneto, settembre-boom
In questi primi nove mesi di 2009 sono state autorizzate oltre 50 milioni di ore: tante quante nei quattro anni precedenti
Marino Smiderle
VICENZA
Il crac vero è questo, quello dei posti di lavoro che se ne vanno e che, per il momento, vengono sostituiti dalla cassa integrazione. È l’economia reale del Nord Est, del Veneto, di Vicenza, fatta di fabbriche, di piccoli imprenditore, di tanti lavoratori che, un anno dopo l’esplosione di Lehman Brothers, viene investita in pieno dalle schegge di un settembre che si è rivelato come il mese in cui è stato autorizzato il maggior numero di ore di cassa integrazione di tutto il 2009.
I numeri (fonte Inps), in certi casi, dicono tutto. E qui dicono cose brutte. Dicono che le 9,3 milioni di ore (di cui 5,9 nella gestione ordinaria) di cassa integrazione autorizzate in Veneto nel mese di settembre è di poco inferiore al totale del 2007 (10,7 milioni). E dicono anche che, se guardiamo al totale raggiunto nei primi nove mesi di questo tribolatissimo 2009 (oltre 51 milioni di ore), bisogna fare la somma delle ore di Cig autorizzate negli ultimi 4 anni (2005-2008) per arrivare a mettere insieme più o meno lo stesso quantitativo.
I dati di settembre, però, dicono che non per tutte le province è la stessa musica. A Belluno e a Venezia, per esempio, la Cig è in forte calo; a Verona è più o meno stabile; a Rovigo e a Treviso è in crescita (il 15 per cento in più è considerata semplice crescita...); a Vicenza e a Padova, invece, è una vera e propria deflagrazione: nel primo caso l’aumento è del 49 per cento (da 1,53 milioni di ore ad agosto a 2,28 milioni a settembre), nella città del Santo del 68 per cento (da 1,1 a 1,86 milioni). Se poi facciamo la classifica, in valore assoluto, di tutte province del Veneto per numero di ore di Cig autorizzate nel corso del 2009, Vicenza brilla, si fa per dire, al primo posto con 11,22 milioni di ore, seguita da vicino da Treviso con 10,93 milioni. Seguono Padova (9,5 milioni), Belluno (7 milioni), Venezia (4,76 milioni), Verona (4,46 milioni) e Rovigo (3,23 milioni).
Il motivo di questa differenziazione sta proprio nella struttura del sistema economico-produttivo delle varie province, con Vicenza e Treviso caratterizzate da una preponderanza del settore metalmeccanico. Settore che, vale la pena ricordarlo, è quello che più ha fatto ricorso alla cassa integrazione con circa 29 milioni ore da gennaio a settembre (il 57 per cento del totale in Veneto). Se poi a questo dato si aggiunge quello relativo al sistema moda, con lavorazione pelli e calzature incorporate (6,5 milioni di ore nei primi nove mesi del 2009), si capisce anche come mai sia Vicenza la provincia a capeggiare questa poco ambita classifica.
«Dobbiamo attrezzarci per convivere con una crisi lunga ed una ripresa lenta - sostiene Franca Porto, segretario regionale della Cisl -. Questo significa che avremo ancora molta cassa integrazione e molti cassaintegrati così come è destinato a crescere l'uso degli altri sussidi sostitutivi del salario, dalla indennità di mobilità alla indennità di disoccupazione. Soprattutto dobbiamo pensare al fatto che, cosa nuova per la nostra regione, avremo anche disoccupati».
«Ci preoccupa soprattutto la crescita della Cig straordinaria - commenta Emilio Viafora, segretario regionale Cgil - poiché significa che molte imprese sono state costrette a dichiarare lo stato di crisi. E al governo noi chiediamo un’azione più decisa».
Settembre è stato nero e domani non è atteso bel tempo.
Fibra berica
COMUNICAZIONI. L’azienda vicentina si aggiudica un importante appalto e gestirà la connettività del paese
Consutel cabla l’Algeria e diventa un operatore
Subentra a una società canadese e realizza la rete a fibra ottica fornendo telefono, internet e tv
Marino Smiderle
VICENZA
C’è una piccola azienda a Vicenza, in via del Mercato Nuovo, che ha il non trascurabile obiettivo di arrivare a fatturare, nel giro di una decina di anni, qualcosa come 2 miliardi di dollari. Si chiama Consutel e sta attraversando questi mesi di recessione col vento in poppa grazie all’intuizione di Marco Rossi, un ingegnere che ha fatto della sua esperienza nel settore delle telecomunicazioni il grimaldello in grado di scardinare un mercato dalle grandi potenzialità come quello dell’Algeria. Sì, perché, di fatto, il paese nordafricano si è affidato alla tecnologia vicentina per partire, da zero, nella realizzazione della rete in fibra ottica e nella diffusione in tutte le case e le aziende dei servizi telefonici, internet e televisione.
«È successo tutto quasi all’improvviso - racconta Rossi - quando il precedente operatore canadese ha abbandonato l’appalto. Ci siamo trovati di fronte a una grande opportunità, abbiamo studiato il sistema e, alla fine, grazie anche ai rapporti che abbiamo da sempre con Telecom Italia, siamo riusciti a proporre un progetto chiavi in mano che ci permetterà di diventare, in partnership con Telecom Algeria, dei veri e propri operatori del servizio».
Dal punto di vista tecnico, il progetto può essere definito Triple Play su rete Fttx, visto che comprende infatti i servizi di connettività internet ed intranet, la telefonia Ip (Voip) e la televisione via cavo su tecnologia Ip.
«Partendo da zero - osserva Rossi - sarà possibile dotare l’Algeria di una struttura di comunicazioni all’avanguardia, addirittura più avanzata della nostra. Tanto è vero che il governo algerino ha previsto un investimento complessivo di quasi 100 miliardi di dollari».
Il primo obiettivo del governo è quello di portare il servizio su fibra ottica in tre milioni di case e aziende. Si tratta di un lavoro immane, che Consutel affronta anche grazie alla rete di fornitori e installatori qualificati creata nel tempo. Al momento solo il 4 per cento della popolazione ha un telefono fisso e, come in molti paesi africani, qui tutti si affidano alla telefonia cellulare, peraltro piuttosto cara. Con il Triple Play sarà possibile vendere tre servizi di alta qualità a canoni contenuti e sicuramente più convenienti rispetto al costo del cellulare.
«La cosa simpatica - rivela Rossi - è che ci stiamo adoperando per offrire nel bouquet della televisione diversi canali in lingua francese. Credo che per l’Italia sarebbe una buona occasione per infilarci anche una serie di canali nostrani e spero che le trattative avviate con alcune società televisive vadano in porto».
Nel frattempo le prime inaugurazioni dei nuovi quartieri algerini provvisti del collegamento alla fibra ottica hanno riscosso un grande successo. La domanda è crescente, il business assicurato. Grazie alla tecnologia made in Vicenza.
«Noi abbiamo aperto una sede permanente ad Algeri - conclude Rossi - perchè pensiamo che nei prossimi anni gran parte del nostro business, attraverso la società Spec-com, transiti da quelle parti». Alla faccia della crisi.
Consutel cabla l’Algeria e diventa un operatore
Subentra a una società canadese e realizza la rete a fibra ottica fornendo telefono, internet e tv
Marino Smiderle
VICENZA
C’è una piccola azienda a Vicenza, in via del Mercato Nuovo, che ha il non trascurabile obiettivo di arrivare a fatturare, nel giro di una decina di anni, qualcosa come 2 miliardi di dollari. Si chiama Consutel e sta attraversando questi mesi di recessione col vento in poppa grazie all’intuizione di Marco Rossi, un ingegnere che ha fatto della sua esperienza nel settore delle telecomunicazioni il grimaldello in grado di scardinare un mercato dalle grandi potenzialità come quello dell’Algeria. Sì, perché, di fatto, il paese nordafricano si è affidato alla tecnologia vicentina per partire, da zero, nella realizzazione della rete in fibra ottica e nella diffusione in tutte le case e le aziende dei servizi telefonici, internet e televisione.
«È successo tutto quasi all’improvviso - racconta Rossi - quando il precedente operatore canadese ha abbandonato l’appalto. Ci siamo trovati di fronte a una grande opportunità, abbiamo studiato il sistema e, alla fine, grazie anche ai rapporti che abbiamo da sempre con Telecom Italia, siamo riusciti a proporre un progetto chiavi in mano che ci permetterà di diventare, in partnership con Telecom Algeria, dei veri e propri operatori del servizio».
Dal punto di vista tecnico, il progetto può essere definito Triple Play su rete Fttx, visto che comprende infatti i servizi di connettività internet ed intranet, la telefonia Ip (Voip) e la televisione via cavo su tecnologia Ip.
«Partendo da zero - osserva Rossi - sarà possibile dotare l’Algeria di una struttura di comunicazioni all’avanguardia, addirittura più avanzata della nostra. Tanto è vero che il governo algerino ha previsto un investimento complessivo di quasi 100 miliardi di dollari».
Il primo obiettivo del governo è quello di portare il servizio su fibra ottica in tre milioni di case e aziende. Si tratta di un lavoro immane, che Consutel affronta anche grazie alla rete di fornitori e installatori qualificati creata nel tempo. Al momento solo il 4 per cento della popolazione ha un telefono fisso e, come in molti paesi africani, qui tutti si affidano alla telefonia cellulare, peraltro piuttosto cara. Con il Triple Play sarà possibile vendere tre servizi di alta qualità a canoni contenuti e sicuramente più convenienti rispetto al costo del cellulare.
«La cosa simpatica - rivela Rossi - è che ci stiamo adoperando per offrire nel bouquet della televisione diversi canali in lingua francese. Credo che per l’Italia sarebbe una buona occasione per infilarci anche una serie di canali nostrani e spero che le trattative avviate con alcune società televisive vadano in porto».
Nel frattempo le prime inaugurazioni dei nuovi quartieri algerini provvisti del collegamento alla fibra ottica hanno riscosso un grande successo. La domanda è crescente, il business assicurato. Grazie alla tecnologia made in Vicenza.
«Noi abbiamo aperto una sede permanente ad Algeri - conclude Rossi - perchè pensiamo che nei prossimi anni gran parte del nostro business, attraverso la società Spec-com, transiti da quelle parti». Alla faccia della crisi.
martedì 6 ottobre 2009
Discordia sui concordati
IL CONVEGNO. Alla tavola rotonda organizzata dalla Bpvi sulle prospettive dell’impresa, Confindustria Vicenza lancia l’allarme
«Basta con i concordati facili»
Marino Smiderle
VICENZA
Settembre è passato e le imprese vicentine, un po’ ammaccate, sono ancora lì a battagliare con una crisi a cui nessuno pensa di arrendersi. Gli imprenditori fanno a sportellate con le banche e una banca, la Popolare di Vicenza, li ha chiamati attorno a un tavolo per fare il punto della situazione. E così ieri, al teatro comunale, i rappresentanti della categorie produttive vicentine hanno fatto una radiografia realista della situazione. E nel corso della "seduta" Luciano Vescovi, vicepresidente di Confindustria Vicenza, ha annunciato l’impegno dell’associazione per combattere il fenomeno che ormai è stato derubricato alla voce "concordati facili".
«Approfitto del fatto che in questa sala ci sono molti commercialisti e professionisti onesti e competenti - dice Vescovi - per condannare quelli che invece onesti e professionali non sono e vanno in giro per la provincia a proporre a imprese in difficoltà la scorciatoia di un concordato preventivo a percentuali bassissime. A lungo andare queste soluzioni finiscono per essere controproducenti per tutto il sistema economico vicentino. E quindi annuncio un impegno formale di Confindustria per costituire una task force in grado di porre un freno a un sistema che sta degenerando».
È un po’ un assist a Samuele Sorato, direttore generale della Popolare di Vicenza, che ogniqualvolta viene approvato un concordato deve iscrivere a bilancio una perdita che varia dal 60 all’80 per cento del credito accordato. Ed è poi logico che, la volta prossima, prima di erogare credito, la banca ci pensa non una, ma dieci volte. E quindi, come diceva Vescovi, alla fine a causa di pochi ci rimettono in molti.
Ma com’è il rapporto banca-impresa in questo ormai lungo momento di crisi? «I numeri dimostrano che la Popolare di Vicenza ha erogato più credito, in percentuale, della media del sistema - spiega Sorato -. Ma va anche aggiunto che in questi ultimi mesi si sono mosse soprattutto le famiglie. Alle imprese mi sento di dare un consiglio: cercate di essere più trasparenti e di rafforzare il vostro patrimonio».
Giuseppe Sbalchiero, presidente di Confartigianato Vicenza, accetta il suggerimento ma ne aggiunge uno rivolto alle banche: «Siate più veloci nelle decisioni - afferma - perché non c’è nulla di peggio dell’incertezza. Se è sì è sì, se è no è no, punto e basta. Così anche l’impresa si regola di conseguenza».
Filippo De Marchi, presidente di Apindustria Vicenza, critica invece il ventilato prolungamento degli incentivi fiscali ai produttori di auto. «Noi non siamo contro la grande impresa - precisa - perché molto indotto ricade anche sui piccoli industriali, ma pensiamo che ci siano altri modi di indirizzare i contributi pubblici. E non vorrei si dimenticasse, per esempio, l’importanza della cassa integrazione in deroga, strumento importante per dare un po’ di respiro sociale in questi mesi di difficoltà».
Ad avere sott’occhio la dinamica dei consumi vicentini è Sergio Rebecca, presidente di Confcommercio Vicenza. «È vero che la nostra categoria ha avvertito in misura minore l’impatto della recessione - ammette - ma non bisogna dimenticare che le ultime rilevazioni semestrali segnano un meno 19,5 per cento per il fatturato del commercio all’ingrosso e un meno 27,1 per cento del numero dipendenti. Credo che provvedimenti in grado di stimolare il consumo siano non solo auspicabili, ma necessari».
E il futuro? Non ci sono maghi, solo ottimisti della volontà.
«Basta con i concordati facili»
Marino Smiderle
VICENZA
Settembre è passato e le imprese vicentine, un po’ ammaccate, sono ancora lì a battagliare con una crisi a cui nessuno pensa di arrendersi. Gli imprenditori fanno a sportellate con le banche e una banca, la Popolare di Vicenza, li ha chiamati attorno a un tavolo per fare il punto della situazione. E così ieri, al teatro comunale, i rappresentanti della categorie produttive vicentine hanno fatto una radiografia realista della situazione. E nel corso della "seduta" Luciano Vescovi, vicepresidente di Confindustria Vicenza, ha annunciato l’impegno dell’associazione per combattere il fenomeno che ormai è stato derubricato alla voce "concordati facili".
«Approfitto del fatto che in questa sala ci sono molti commercialisti e professionisti onesti e competenti - dice Vescovi - per condannare quelli che invece onesti e professionali non sono e vanno in giro per la provincia a proporre a imprese in difficoltà la scorciatoia di un concordato preventivo a percentuali bassissime. A lungo andare queste soluzioni finiscono per essere controproducenti per tutto il sistema economico vicentino. E quindi annuncio un impegno formale di Confindustria per costituire una task force in grado di porre un freno a un sistema che sta degenerando».
È un po’ un assist a Samuele Sorato, direttore generale della Popolare di Vicenza, che ogniqualvolta viene approvato un concordato deve iscrivere a bilancio una perdita che varia dal 60 all’80 per cento del credito accordato. Ed è poi logico che, la volta prossima, prima di erogare credito, la banca ci pensa non una, ma dieci volte. E quindi, come diceva Vescovi, alla fine a causa di pochi ci rimettono in molti.
Ma com’è il rapporto banca-impresa in questo ormai lungo momento di crisi? «I numeri dimostrano che la Popolare di Vicenza ha erogato più credito, in percentuale, della media del sistema - spiega Sorato -. Ma va anche aggiunto che in questi ultimi mesi si sono mosse soprattutto le famiglie. Alle imprese mi sento di dare un consiglio: cercate di essere più trasparenti e di rafforzare il vostro patrimonio».
Giuseppe Sbalchiero, presidente di Confartigianato Vicenza, accetta il suggerimento ma ne aggiunge uno rivolto alle banche: «Siate più veloci nelle decisioni - afferma - perché non c’è nulla di peggio dell’incertezza. Se è sì è sì, se è no è no, punto e basta. Così anche l’impresa si regola di conseguenza».
Filippo De Marchi, presidente di Apindustria Vicenza, critica invece il ventilato prolungamento degli incentivi fiscali ai produttori di auto. «Noi non siamo contro la grande impresa - precisa - perché molto indotto ricade anche sui piccoli industriali, ma pensiamo che ci siano altri modi di indirizzare i contributi pubblici. E non vorrei si dimenticasse, per esempio, l’importanza della cassa integrazione in deroga, strumento importante per dare un po’ di respiro sociale in questi mesi di difficoltà».
Ad avere sott’occhio la dinamica dei consumi vicentini è Sergio Rebecca, presidente di Confcommercio Vicenza. «È vero che la nostra categoria ha avvertito in misura minore l’impatto della recessione - ammette - ma non bisogna dimenticare che le ultime rilevazioni semestrali segnano un meno 19,5 per cento per il fatturato del commercio all’ingrosso e un meno 27,1 per cento del numero dipendenti. Credo che provvedimenti in grado di stimolare il consumo siano non solo auspicabili, ma necessari».
E il futuro? Non ci sono maghi, solo ottimisti della volontà.
Se potessi avere... 100 mila euro
PORTAFOGLIO
Il prudente che investe 100 mila euro
Marino Smiderle
È il momento di prendersi qualche rischio calcolato sulle azioni più “solide” per spuntare buoni rendimenti
Le notizie della ripresa sostenuta del risparmio gestito non devono sorprendere più di tanto. E, in un contesto normale, questa notizia andrebbe interpretata in senso positivo: lasciamo fare agli esperti perché noi non ci capiamo niente. Peccato che le esperienze del recente passato abbiano dimostrato che in Italia l’ignoranza (colpevole) del 90 per cento dei risparmiatori sia stata convogliata in un mondo fatto di commissioni esagerati e rendimenti non compatibili. In una parola: conviene ancora farsi una piccola cultura finanziaria e dragare il mercato del fai-da-te per ottenere più soddisfazioni e minori tosature.
LA CRISI
Veniamo da sei mesi di vacche grasse nei mercati finanziari, dove più o meno tutti hanno guadagnato cifre molto interessanti. Si parla, ovviamente, di coloro che hanno investito qualche soldo nei momenti più grigi: qualsiasi cosa (finanziaria) è stata acquistata, oggi si rivela un affare. Dai titoli di stato, il cui corso è aumentato parecchio (e infatti oggi i tassi sono vicini allo zero), alle azioni (+50 per cento in Borsa negli ultimi sei mesi, più o meno), è stata festa per tutti. E, a dirla tutta, quei fortunati che sono entrati nei mercati al momento giusto, ora potrebbero anche valutare l’ipotesi di uscita per portare a casa quei guadagni che, fino a che non si vende (parliamo soprattutto di azioni), sono soltanto potenziali. Il punto è che, vendendo adesso, cosa diavolo si può fare della liquidità a disposizione? Il gioco dei 100 mila euro da investire è istruttivo per capire che aria tira. Avendo a disposizione questa cifra tonda, come conviene distribuirli?
PRUDENTISSIMO
Partiamo da uno che non vuole rischiare nulla e che vuole sapere esattamente di che morte dovrà morire di qui a un anno. La tentazione sarebbe quella di dissuaderlo e di provare a convincerlo che, per tirar fuori qualcosa dal gruzzolo accumulato, questo è un momento in cui conviene assumersi qualche rischio calcolato, o anche poco calcolato. Se dovesse insistere, gli si fa il conto di quanto porterebbe a casa tra 12 mesi nel caso mettesse l’intero capitale in Bot, vale a dire il titolo di stato a breve che possiamo considerare, al momento, l’investimento più sicuro e privo di alea. Se gli va bene, il rendimento netto è dello 0,50 per cento, vale a dire, per un capitale di 100 mila euro, 500 euro di interesse. Se si accontenta, può pure accomodarsi e firmare il modulo di acquisto del titolo.
PRUDENTE
Se invece il risparmiatore è "solo" prudente e, quindi, disposto a correre qualche rischio calcolato, la possibilità di fare meglio c’è. Prenda pure 50 mila euro di Bot, giusto per costituire un cuscinetto di stabilità monetaria che, in periodi di bassa inflazione come questo, è il male minore. Per il resto, cominci ad affacciarsi anche sul mercato azionario, magari partendo da quei titoli di cui già si sa il dividendo che distribuiranno a maggio-giugno e con volatilità bassa associata a solidità. Enel, per dire, dovrebbe distribuire 0,29 euro di dividendo che, sui 4,20 euro di attuale quotazione, portano ad avvicinare il 7 per cento di rendimento lordo. D’accordo, la quotazione del titolo può subire delle diminuzioni (ma anche degli aumenti), però a queste condizioni le opportunità paiono maggiori dei rischi. E al posto dell’Enel si possono scegliere altre blue chip importanti (Eni, Telecom Italia...), comprese anche quelle banche che hanno annunciato il ritorno alla distribuzione del dividendo dalla prossima stagione. Ecco allora che venti o trentamila euro possono tranquillamente, o quasi, essere investiti, cum grano salis, nella bisca invelenita dalla recessione di piazza Affari.
IL RIMANENTE
Ricordiamo che stiamo parlando di investitore prudente, e quindi qui non si troveranno consigli spericolati, anche se potrebbe pure essere il momento di osare. Però i restanti 20-30 mila euro a disposizione possono rimanere in area-tranquilla, magari allungando un po’ la scadenza e diversificando l’emittente. Per capirci, al posto di sottoscrivere altri titoli di stato a breve, si potrebbe andare a cogliere qualche bond bancario a cinque anni, che rende di più (anche se hanno già corso molto) e il cui rischio di insolvenza si è attenuato col ritorno della fiducia tra operatori.
Il prudente che investe 100 mila euro
Marino Smiderle
È il momento di prendersi qualche rischio calcolato sulle azioni più “solide” per spuntare buoni rendimenti
Le notizie della ripresa sostenuta del risparmio gestito non devono sorprendere più di tanto. E, in un contesto normale, questa notizia andrebbe interpretata in senso positivo: lasciamo fare agli esperti perché noi non ci capiamo niente. Peccato che le esperienze del recente passato abbiano dimostrato che in Italia l’ignoranza (colpevole) del 90 per cento dei risparmiatori sia stata convogliata in un mondo fatto di commissioni esagerati e rendimenti non compatibili. In una parola: conviene ancora farsi una piccola cultura finanziaria e dragare il mercato del fai-da-te per ottenere più soddisfazioni e minori tosature.
LA CRISI
Veniamo da sei mesi di vacche grasse nei mercati finanziari, dove più o meno tutti hanno guadagnato cifre molto interessanti. Si parla, ovviamente, di coloro che hanno investito qualche soldo nei momenti più grigi: qualsiasi cosa (finanziaria) è stata acquistata, oggi si rivela un affare. Dai titoli di stato, il cui corso è aumentato parecchio (e infatti oggi i tassi sono vicini allo zero), alle azioni (+50 per cento in Borsa negli ultimi sei mesi, più o meno), è stata festa per tutti. E, a dirla tutta, quei fortunati che sono entrati nei mercati al momento giusto, ora potrebbero anche valutare l’ipotesi di uscita per portare a casa quei guadagni che, fino a che non si vende (parliamo soprattutto di azioni), sono soltanto potenziali. Il punto è che, vendendo adesso, cosa diavolo si può fare della liquidità a disposizione? Il gioco dei 100 mila euro da investire è istruttivo per capire che aria tira. Avendo a disposizione questa cifra tonda, come conviene distribuirli?
PRUDENTISSIMO
Partiamo da uno che non vuole rischiare nulla e che vuole sapere esattamente di che morte dovrà morire di qui a un anno. La tentazione sarebbe quella di dissuaderlo e di provare a convincerlo che, per tirar fuori qualcosa dal gruzzolo accumulato, questo è un momento in cui conviene assumersi qualche rischio calcolato, o anche poco calcolato. Se dovesse insistere, gli si fa il conto di quanto porterebbe a casa tra 12 mesi nel caso mettesse l’intero capitale in Bot, vale a dire il titolo di stato a breve che possiamo considerare, al momento, l’investimento più sicuro e privo di alea. Se gli va bene, il rendimento netto è dello 0,50 per cento, vale a dire, per un capitale di 100 mila euro, 500 euro di interesse. Se si accontenta, può pure accomodarsi e firmare il modulo di acquisto del titolo.
PRUDENTE
Se invece il risparmiatore è "solo" prudente e, quindi, disposto a correre qualche rischio calcolato, la possibilità di fare meglio c’è. Prenda pure 50 mila euro di Bot, giusto per costituire un cuscinetto di stabilità monetaria che, in periodi di bassa inflazione come questo, è il male minore. Per il resto, cominci ad affacciarsi anche sul mercato azionario, magari partendo da quei titoli di cui già si sa il dividendo che distribuiranno a maggio-giugno e con volatilità bassa associata a solidità. Enel, per dire, dovrebbe distribuire 0,29 euro di dividendo che, sui 4,20 euro di attuale quotazione, portano ad avvicinare il 7 per cento di rendimento lordo. D’accordo, la quotazione del titolo può subire delle diminuzioni (ma anche degli aumenti), però a queste condizioni le opportunità paiono maggiori dei rischi. E al posto dell’Enel si possono scegliere altre blue chip importanti (Eni, Telecom Italia...), comprese anche quelle banche che hanno annunciato il ritorno alla distribuzione del dividendo dalla prossima stagione. Ecco allora che venti o trentamila euro possono tranquillamente, o quasi, essere investiti, cum grano salis, nella bisca invelenita dalla recessione di piazza Affari.
IL RIMANENTE
Ricordiamo che stiamo parlando di investitore prudente, e quindi qui non si troveranno consigli spericolati, anche se potrebbe pure essere il momento di osare. Però i restanti 20-30 mila euro a disposizione possono rimanere in area-tranquilla, magari allungando un po’ la scadenza e diversificando l’emittente. Per capirci, al posto di sottoscrivere altri titoli di stato a breve, si potrebbe andare a cogliere qualche bond bancario a cinque anni, che rende di più (anche se hanno già corso molto) e il cui rischio di insolvenza si è attenuato col ritorno della fiducia tra operatori.
Right wing
Ora in Europa
vince la destra
Marino Smiderle
Dopo l’Italia e la Francia ora anche la Germania è retta da un governo conservatore Il prossimo? Il Regno Unito
Gli scherzi della politica sono così divertenti da risultare incomprensibili. Si può dire, adesso, che in Europa spira un vento di destra? Si può, anzi si deve, perché è la verità.
Per quanto strano possa sembrare. Sì, perché proprio quando la crisi sta colpendo duro il ventre molle della società, l’occupazione che diventa disoccupazione, il consenso degli elettori sembra spostarsi verso quelle idee, quei partiti, quei politici che, almeno in teoria, spingono per un approccio più liberista e meno statalista al problema; causando, nel breve periodo, possibili contraccolpi nel benessere delle famiglie.
STATI UNITI
Pura teoria, ovviamente, perché si sa che la destra più liberista sa in realtà adattarsi ai tempi e trasformarsi in dirigista più della sinistra statalista. Non è un caso, per esempio, che il più grande programma di intervento pubblico sia stato lanciato dal ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Paulson, all’indomani del crac Lehman. E Paulson faceva parte dell’amministrazione Bush, una delle più liberiste e di destra (in teoria) della storia. Però, per restare negli Stati Uniti, le elezioni del post crac sono state vinte dal democratico Barack Obama, che in campo economico ha idee più "socialiste" e "solidariste" (tutto tra mille virgolette) del suo predecessore. E questa scelta pare l’unica in linea col mood del momento, anche se a Washington l’effetto Obama è legato anche al fatto che si trattava del primo presidente nero della storia e quindi la sua vittoria non può certo ridursi a mero panico da recessione. Piuttosto è in Europa che è successo, e sta succedendo, l’esatto contrario di quel che si poteva attendere.
GERMANIA
Prendiamo per esempio quello che è successo a Berlino. D’accordo, Angela Merkel, con la sua storia affascinante di "Ossie", cioè di un a venuta dall’Est comunista e poi diventata la beniamina di Kohl, prima di fare il gran gesto di scaricarlo all’esplosione degli scandali che lo riguardarono. Lei, esponente classica della Cdu, è stata costretta in questi anni al governo di coalizione con i socialdemocratici. Uno si aspetterebbe che, nel bel mezzo della crisi, la forza di sinistra ottenesse maggiore appoggio da un paese magari nel panico per via di un calo drammatico, a queste latitudini, del Pil. E invece l’Angela dei miracoli, pur non brillando come partito, riesce nel miracolo di approfittare di due eventi strettamente collegati: il crollo ai minimi storici di un partito socialdemocratico né carne né pesce e il boom del partito liberale guidato da Guido Westerwelle. Morale della favola: la Grosse Koalition viene riposta nell’armadio della storia e parte l’avventura di un governo con la barra a destra, guidato dalla Merkel e con Westervelle, magari, alle Finanze (e non, come l’illustre predecessore e nume tutelare del partito, Hans-Dieter Genscher, agli Esteri) per riportare la barra dell’economia verso un liberismo temperato, buono a navigare in questa bonaccia di una crisi che si sospetta sia ancora lunga da passare.
INGHILTERRA
Che dire, poi, dell’Inghilterra? Qui c’è ancora il Labour di Gordon Brown al comando, ma all’ultimo congresso preelettorale di Brighton si respirava chiara l’atmosfera di una sconfitta imminente. Anche perché l’impero editoriale di Rupert Murdoch, finora vicino al partito che fu di Tony Blair, ha fatto capire che stavolta farà il tifo per i conservatori di David Cameron. «I più perfidi - ha scritto Fabio Cavalera sul Corriere della sera - dicono che il Sun, tabloid popolare che vende oltre due milioni di copie al giorno, sta sempre dalla parte di chi vince. Nella sua lunga storia ha ondeggiato fra laburisti e conservatori, scegliendo al momento giusto da quale parte schierarsi: con la destra ai tempi del ciclone Thatcher, con la sinistra quando Tony Blair si è insediato a Downing Street». Il fatto che, alla vigilia delle prossime elezioni, lo stesso Sun abbia scelto con convinzione di appoggiare Cameron e i conservatori lascia pensare che il risultato sia segnato. Anche se Tony Blair ha telefonato a Brown, mai molto amato, per assicurargli un forte sostegno in campagna elettorale.
SPAGNA
Un altro paese in cui è al governo una formazione di centrosinistra è la Spagna di Luis Zapatero. La crisi ha colpito molto duro in un paese che aveva saputo risollevarsi, anche grazie agli anni del governo di centrodestra di Aznar, e a finire al tappeto è stato soprattutto il mercato immobiliare, il trampolino di lancio di un’economia però fragile. Succede allora che anche il popolare Zapatero finisca nel mirino del quotidiano di centrosinistra, El Pais, e subisca una sorta di processo pubblico. Anche qui, quindi, potrebbe presto succedere un ribaltone al comando.
LA MAPPA
Italia, Germania, Francia sono già unite dal minimo comune denominatore di avere coalizioni di centrodestra al governo. E non sarebbe da sorprendersi se, entro breve, del club entrassero a far parte anche Spagna e Inghilterra. In pratica, tutta l’Europa che conta. Gli scherzi della storia dicono che quando gli Stati Uniti decidono di cambiare rotta, abbandonando il discusso e "right wing" George W. Bush, ecco che gli alleati storici del Vecchio Continente decidono che il modo migliore per affrontare la crisi economica più grave del Dopoguerra sia quello di affidarsi a politici di centrodestra. Tutto questo che conseguenze avrà a livello di equilibri geopolitici mondiali? Difficile dirlo, fino a quando la seconda potenzia mondiale, la Cina, continuerà a farsi guidare da una dittatura che, per quanto illuminata, è lontana dai nostri standard.
vince la destra
Marino Smiderle
Dopo l’Italia e la Francia ora anche la Germania è retta da un governo conservatore Il prossimo? Il Regno Unito
Gli scherzi della politica sono così divertenti da risultare incomprensibili. Si può dire, adesso, che in Europa spira un vento di destra? Si può, anzi si deve, perché è la verità.
Per quanto strano possa sembrare. Sì, perché proprio quando la crisi sta colpendo duro il ventre molle della società, l’occupazione che diventa disoccupazione, il consenso degli elettori sembra spostarsi verso quelle idee, quei partiti, quei politici che, almeno in teoria, spingono per un approccio più liberista e meno statalista al problema; causando, nel breve periodo, possibili contraccolpi nel benessere delle famiglie.
STATI UNITI
Pura teoria, ovviamente, perché si sa che la destra più liberista sa in realtà adattarsi ai tempi e trasformarsi in dirigista più della sinistra statalista. Non è un caso, per esempio, che il più grande programma di intervento pubblico sia stato lanciato dal ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Paulson, all’indomani del crac Lehman. E Paulson faceva parte dell’amministrazione Bush, una delle più liberiste e di destra (in teoria) della storia. Però, per restare negli Stati Uniti, le elezioni del post crac sono state vinte dal democratico Barack Obama, che in campo economico ha idee più "socialiste" e "solidariste" (tutto tra mille virgolette) del suo predecessore. E questa scelta pare l’unica in linea col mood del momento, anche se a Washington l’effetto Obama è legato anche al fatto che si trattava del primo presidente nero della storia e quindi la sua vittoria non può certo ridursi a mero panico da recessione. Piuttosto è in Europa che è successo, e sta succedendo, l’esatto contrario di quel che si poteva attendere.
GERMANIA
Prendiamo per esempio quello che è successo a Berlino. D’accordo, Angela Merkel, con la sua storia affascinante di "Ossie", cioè di un a venuta dall’Est comunista e poi diventata la beniamina di Kohl, prima di fare il gran gesto di scaricarlo all’esplosione degli scandali che lo riguardarono. Lei, esponente classica della Cdu, è stata costretta in questi anni al governo di coalizione con i socialdemocratici. Uno si aspetterebbe che, nel bel mezzo della crisi, la forza di sinistra ottenesse maggiore appoggio da un paese magari nel panico per via di un calo drammatico, a queste latitudini, del Pil. E invece l’Angela dei miracoli, pur non brillando come partito, riesce nel miracolo di approfittare di due eventi strettamente collegati: il crollo ai minimi storici di un partito socialdemocratico né carne né pesce e il boom del partito liberale guidato da Guido Westerwelle. Morale della favola: la Grosse Koalition viene riposta nell’armadio della storia e parte l’avventura di un governo con la barra a destra, guidato dalla Merkel e con Westervelle, magari, alle Finanze (e non, come l’illustre predecessore e nume tutelare del partito, Hans-Dieter Genscher, agli Esteri) per riportare la barra dell’economia verso un liberismo temperato, buono a navigare in questa bonaccia di una crisi che si sospetta sia ancora lunga da passare.
INGHILTERRA
Che dire, poi, dell’Inghilterra? Qui c’è ancora il Labour di Gordon Brown al comando, ma all’ultimo congresso preelettorale di Brighton si respirava chiara l’atmosfera di una sconfitta imminente. Anche perché l’impero editoriale di Rupert Murdoch, finora vicino al partito che fu di Tony Blair, ha fatto capire che stavolta farà il tifo per i conservatori di David Cameron. «I più perfidi - ha scritto Fabio Cavalera sul Corriere della sera - dicono che il Sun, tabloid popolare che vende oltre due milioni di copie al giorno, sta sempre dalla parte di chi vince. Nella sua lunga storia ha ondeggiato fra laburisti e conservatori, scegliendo al momento giusto da quale parte schierarsi: con la destra ai tempi del ciclone Thatcher, con la sinistra quando Tony Blair si è insediato a Downing Street». Il fatto che, alla vigilia delle prossime elezioni, lo stesso Sun abbia scelto con convinzione di appoggiare Cameron e i conservatori lascia pensare che il risultato sia segnato. Anche se Tony Blair ha telefonato a Brown, mai molto amato, per assicurargli un forte sostegno in campagna elettorale.
SPAGNA
Un altro paese in cui è al governo una formazione di centrosinistra è la Spagna di Luis Zapatero. La crisi ha colpito molto duro in un paese che aveva saputo risollevarsi, anche grazie agli anni del governo di centrodestra di Aznar, e a finire al tappeto è stato soprattutto il mercato immobiliare, il trampolino di lancio di un’economia però fragile. Succede allora che anche il popolare Zapatero finisca nel mirino del quotidiano di centrosinistra, El Pais, e subisca una sorta di processo pubblico. Anche qui, quindi, potrebbe presto succedere un ribaltone al comando.
LA MAPPA
Italia, Germania, Francia sono già unite dal minimo comune denominatore di avere coalizioni di centrodestra al governo. E non sarebbe da sorprendersi se, entro breve, del club entrassero a far parte anche Spagna e Inghilterra. In pratica, tutta l’Europa che conta. Gli scherzi della storia dicono che quando gli Stati Uniti decidono di cambiare rotta, abbandonando il discusso e "right wing" George W. Bush, ecco che gli alleati storici del Vecchio Continente decidono che il modo migliore per affrontare la crisi economica più grave del Dopoguerra sia quello di affidarsi a politici di centrodestra. Tutto questo che conseguenze avrà a livello di equilibri geopolitici mondiali? Difficile dirlo, fino a quando la seconda potenzia mondiale, la Cina, continuerà a farsi guidare da una dittatura che, per quanto illuminata, è lontana dai nostri standard.
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