lunedì 1 febbraio 2010

Un Alito di protesta

STATO DELL’UNIONE. Attacco frontale alla Corte Suprema
Un presidente
critica i giudici
E' Barack Obama

Marino Smiderle

«Togliere il tetto ai contributi elettorali versati dalle grandi aziende va contro la democrazia» Il giudice Alito: «Non è vero»

C’è un presidente che, a camere riunite, spara a palle incatenate contro i giudici della Corte suprema. E, commentando una decisione adottata dall’organo giudiziario, ha parlato apertamente di «attacco alla democrazia». No, il presidente in questione non è italiano e non si chiama Silvio Berlusconi. Ad attaccare apertamente i giudici è stato Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America. E nessuno, a Washington, si è sconvolto più di tanto.
Questione di sistemi, questione di mentalità. Tutto nasce il 22 gennaio scorso, quando la Corte suprema statunitense decide di abolire i limiti ai finanziamenti elettorali fino ad allora imposti alle grandi aziende. Per capirci, negli Stati Uniti è assolutamente normale e usuale che i gruppi economici e le aziende decidano di sostenere un candidato alla presidenza, magari perché porta avanti un programma politico che si ritiene vicino ai propri interessi. Nessun scandalo, nessun dubbio: i contributi vengono resi pubblici e tutti sanno per chi fanno il tifo i grandi gruppi.
Ma la decisione di eliminare il tetto è stata clamorosa. «Con cinque voti a favore e quattro contrari - ricordava un l’ApCom - il massimo organo giudiziario degli Stati Uniti ha infatti eliminato i limiti imposti dal Congresso nel 1990 ai fondi che possono essere spesi dalle aziende per finanziare le campagne elettorali. Rimangono invariati i limiti ai contributi diretti che le aziende possono versare ai candidati ma le imprese d'ora in avanti potranno spendere senza freni per sostenere i candidati e i partiti di proprio gradimento, purché queste iniziative non siano coordinate con le campagne ufficiali dei candidati. La decisione potrebbe favorire un drastico balzo delle spese elettorali già in occasione delle elezioni di metà mandato di novembre».
E dopo aver perso il seggio elettorale del Massachussets, feudo dei Kennedy, Barack Obama è sbottato di fronte a questa decisione. «Si tratta di una vittoria di spicco per i grossi petrolieri, le banche di Wall Street, le compagnie di assicurazioni sulla sanità e per gli altri interessi potenti che ogni giorno a Washington si impegnano per affossare le voci degli americani medi».
Concetto poi ribadito con forza in occasione del discorso sullo stato dell’Unione. «Con tutto il dovuto rispetto per la separazione di poteri - ha detto il presidente davanti a deputati, senatori e ai giudici della Corte suprema - questo è un attacco alla democrazia». E poi ha invitato il Congresso a porre un rimedio per evitare che «si apra l’alluvione degli interessi speciali, comprese le compagnie straniere, in grado di investire senza limiti nelle campagne elettorali».
«A queste parole - riporta la cronaca dell’Ansa - i membri del Congresso sono balzati in piedi applaudendo con vigore, mentre i giudici della Corte suprema sono rimasti impietriti a sedere. L’italo-americano Alito, uno dei cinque giudici conservatori che hanno votato per 5 a 4 a favore della decisione pro-lobby, ha scosso più volte la testa mormorando "It’s not true" (Non è vero). L’incidente ha visto il potere esecutivo e quello legislativo uniti contro quello giudiziario in una immagine raramente vista in tempi recenti durante uno Stato dell’Unione. È insolito che un presidente attacchi in modo così diretto e plateale una decisione della Corte suprema. Sono apparsi imbarazzati anche i giudici della Corte suprema che avevano votato contro e che quindi in teoria erano d’accordo con Obama».
In Italia siamo abituati a questo tipo di scontri tra poteri, basta ricordare l’ultima decisione dei magistrati di disertare le aule in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario per protesta contro il ministro Alfano e contro l’approvazione di leggi ritenute sbagliate.
Ma tornando a Washington, David D. Kirkpatrick sul New York Times, ripreso da Internazionale, ha cercato di "pesare" le varie posizioni. «Secondo i giudici - ha scritto - imporre un tetto ai finanziamenti significa limitare la libertà di espressione. Con questa sentenza la Corte ha voluto restituire a ogni cittadino la libertà di scegliere tra tante voci diverse, ma ha anche aumentato a dismisura il potere delle lobby, che di questi tempi sono sempre pronte ad aprire il portafogli... I democratici puntano a presentare una nuova legge in tempo per la campagna elettorale autunnale. I repubblicani contestano l’idea che la sentenza della Corte favorisca esclusivamente i loro interessi e fanno notare che anche i democratici sano coltivare i loro alleati nel mondo delle grandi aziende».
«In realtà - minimizza poi Kirkpatrick - le grandi aziende come General Electric o Microsoft, probabilmente non investiranno molti soldi nelle campagne elettorali sia per paura di perdere investitori e clienti sia per non alienarsi le simpatie dei politici».
Resta il fatto che l’affondo di Obama contro questa decisione della Corte suprema rientra in quella che i commentatori hanno definito come fase populista del presidente. Del resto, le critiche del presidente alla Corte durante il discorso sullo stato dell’Unione sono quasi senza precedenti. «Il massimo organo giudiziario americano è stato menzionato nel rituale appuntamento della Casa Bianca davanti alle Camere riunite solo dieci volte - ricorda l’Ansa - per lo più in modo innocuo, secondo una ricerca condotta dalla rivista specializzata Legal Times. Tre presidenti prima di Obama hanno rivolto alle corte velate critiche: sono Warren Harding, Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan».