L'incredibile storia di Walter Landmann
(articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza il 5 febbraio 2004)
di Marino Smiderle
inviato a Bedford (Inghilterra)
Il vento forte soffia sulle nuvole di questa mattina inglese e gira le pagine di un libro di storia rimasto aperto. Ecco, spunta il sole e la facciata bianca del Weir cottage splende come una gemma nel verde di Befdord, nel cuore dell’Inghilterra, un centinaio di chilometri a nord di Londra. Qui abita Walter Landmann, 77 anni, morto tra il ’44 e il ’45 in un campo di sterminio nazista, deportato da Vicenza il 20 dicembre 1943, convoglio numero 6, insieme ai genitori, come risulta dai documenti del Cdec, il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Landmann ha i capelli bianchi un po’ sconvolti dal vento. E gode di ottima salute. «Sì, come vede sto benissimo, anche se mi ha fatto un certo effetto leggere il mio nome e quello dei miei nell’elenco dei morti». Soffia ancora il vento, sfoglia all’indietro le pagine della storia. Una storia da riscrivere.
La sorpresa
Succede che, in occasione della Giornata della memoria, Il Giornale di Vicenza pubblichi l’ultima puntata di un’inchiesta sui profughi ebrei arrivati nel Vicentino. Una storia triste, quella di Moses Landmann, della moglie Barbara Eckl e del figlio Walter Heinz, profughi ad Arsiero e poi deportati nei campi di sterminio dalle SS alla fine del ’43. «Sono ariana lasciatemi stare ad Arsiero», era il titolo dell’articolo, con riferimento al tentativo di Barbara Eckl di convincere i nazisti a rispettare la legge e a lasciare in pace le coppie cosiddette miste. Una preghiera che, secondo i documenti del Cdec e secondo il libro "Gli ebrei deportati dall’Italia" di Liliana Picciotto Fargion, in cui compaiono tutti e tre i nomi della famiglia Landmann, non sortì alcun effetto. Tutti caricati nel convoglio numero 6, in partenza da Vicenza e con destinazione campo di sterminio. Roberto Pozza, imprenditore di Costabissara e in rapporti d’affari con Walter Landmann, ingegnere specializzato nel settore macchine per concia, legge quel pezzo e gli prende un coccolone. Telefona all’amico e gli dice: «Guarda che qui ti danno per morto». Ce n’è abbastanza per andare a chiarire questo misterioso equivoco della storia.
L’inizio
Mrs. Elizabeth Landmann sta preparando il lunch di mezzogiorno e sorride pensando a quel che si racconta del marito in Italia. «Sto benissimo - conferma l’interessato - ma sono molto curioso di sapere come mai, fino ad oggi, io e i miei genitori siamo considerati tra i sei milioni di ebrei morti nei campi». Per farlo non resta che raccontare la sua storia, partendo dall’inizio. E l’inizio è segnato dalla follia criminale di Hitler, cioè dalla persecuzione degli ebrei in Germania. «Negli anni 30 mio padre era un commerciante di Monaco - ricorda l’ing. Landmann - e fu costretto dalla legge nazista ad assumere un nome ebraico. E così da Friedrich divenne Moses. Mia madre, invece, non professava alcuna religione e anc’io seguii la sua stessa strada. Le coppie miste, in teoria, avrebbero dovuto essere lasciate in pace, ma ben presto a Monaco la vita diventò impossibile. Ci procurammo dei passaporti da apolidi, senza la J stampata sopra, e decidemmo di raggiungere mio zio Max, il fratello di mio padre, funzionario delle assicurazioni Lloyd di Trieste. I miei genitori avevano deciso di andare in Australia, dall’altra parte del mondo, per ricominciare da zero. Ma la richiesta di emigrazione non ottenne risposta, e così, per sfuggire la persecuzione, optarono per l’Egitto. Lo zio ci aiutò ad ottenere i permessi per arrivare a Bengasi, in Cirenaica, all’epoca territorio italiano, da cui si pensava fosse facile andare a Il Cairo. Ma arrivammo nel posto sbagliato: il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra e dopo pochi giorni noi fummo internati alla caserma Torelli».
Profughi
Douglas, il cane dei Landmann, si accovaccia sotto il tavolo quasi a voler ascoltare il racconto del padrone. La moglie, intanto, versa il caffè. «Alla Torelli e, poi, al campo di Suetina gli italiani ci trattarono bene - prosegue Landmann -. Un paio di mesi dopo, nell’agosto del ’40, ci imbarcarono sul piroscafo Esperia e ci portarono a Napoli. Qui, per tre settimane, fummo reclusi alla prigione di Poggioreale: mia madre da una parte, io e mio padre da un’altra. Furono giorni brutti, fino a quando tutti gli internati, noi compresi, venimmo trasferiti al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia. La situazione migliorò sensibilmente, potevamo vivere in piccoli appartamenti, farci da mangiare, insomma, internati sì, ma con regolari forniture di cibo. Non ci fu alcun maltrattamento. Alla fine del ’41 le autorità italiane trasferirono le famiglie ebree in diverse città del centro e del nord al cosiddetto ’confino libero’. Noi fummo destinati ad Arsiero».
Ad Arsiero
Sulla porta dello studio di Landmann c’è una cartina geografica affissa con le puntine. È la pianta della provincia di Vicenza, che lui conosce molto bene anche per averci lavorato negli ultimi anni, specie nella valle del Chiampo. Ma soprattuto per aver vissuto, nella zona di Arsiero, uno dei periodi più difficili della sua esistenza. «Arrivammo prima a Vicenza - ricorda - nei pressi del teatro Olimpico, dove c’era una specie di centro di smistamento. Venimmo spediti ad Arsiero, e fummo alloggiati alla trattoria "La vigneta", il cui titolare era, se ricordo bene, Domenico Meneghetti. Lo Stato italiano ci pagava l’alloggio e ci offriva un contributo. Mio padre aveva fatto arrivare un container carico degli oggetti preziosi di famiglia a Trieste e, quando ce n’era bisogno, vendevamo le posate d’argento per pane e carne». Landmann fa una pausa, mostra un sorriso amaro. Allora aveva 15 anni e gli era interdetta ogni iscrizione scolastica. «Studiavo per conto mio - racconta - grazie al prete di Arsiero che mi procurava i libri della scuola superiore di nascosto. Avevo fatto amicizia con la figlia dei custodi della cartiera Rossi, Costanza, che ogni tanto mi prestava la bici per andare da dei contadini di Laghi. Noi volevamo comprare cose da mangiare ma loro non accettavano soldi, perché li ritenevano poco sicuri, privi di valore: e allora barattavamo argento per farina, pane e uova. Andò tutto bene fino all’8 settembre. La gente di Arsiero era splendida, tutti ci aiutavano e i carabinieri non ci davano il minimo fastidio. Poi arrivarono i tedeschi e la situazione precipitò».
La paura
La vegetable soup della signora Elizabeth è squisita, fatta con i prodotti dell’orto di casa. La birra è tedesca, forse in omaggio ai natali del padrone di casa. «La faccio arrivare apposta dalla Germania», confessa Landmann. Ci vuole una pinta di questa buona birra per proseguire nel racconto. «Non ho mai capito perché mio padre decise di restare ad Arsiero invece di scappare - attacca Landmann - come invece hanno fatto altre famiglie di ebrei di Arsiero, come i Goldstein o i Diamanstein. Pensava di essere al sicuro, e io invece glielo dicevo: "Andiamo in Svizzera", ma lui non volle prendere il rischio. Del resto era fatto così: ottimista per natura, mentre io sono pessimista. A dicembre le SS ci vennero a prendere e ci portarono al campo di concentramento di Tonezza. Il 30 gennaio 1944 arrivò un pullman: i nostri nomi erano nell’elenco di quelli destinati ai campi di sterminio. Furono momenti di terrore, arrivammo davanti all’Olimpico, allo stesso punto in cui due anni primi ci avevano destinato ad Arsiero. Mia madre si fece avanti con l’ufficiale e gli fece presente che stava facendo un errore, che lei era ariana, che le famiglie miste, per la legge di Norimberga, non potevano essere deportati. "Lei ha ragione signora - le disse l’ufficiale - ma noi dobbiamo controllare se ci sta raccontando la verità". Forse si spaventò, forse ebbe paura di commettere un errore, di fatto un soldato gridò: "I Landmann scendano dal pullman". Noi scendemmo un secondo prima che la corriera proseguisse per la stazione. Fu la nostra salvezza. Il fatto che ci abbiano inserito tra i nomi dei deportati significa che nessuno ha avuto cura di aggionare l’elenco compilato a Tonezza quel giorno».
La fuga
Viene buio presto in Inghilterra. Il pomeriggio si sta già ingoiando il verde meraviglioso del Bedfordshire quando Landmann trova la forza di concludere questa incredibile storia. «Dopo un paio di notti in questura a Vicenza - dice - ci rispedirono ad Arsiero, precisamente alla frazione di Lago. A questo punto mio padre si era convinto che bisognava scappare. Prese contatti con una formazione di partigiani cattolici e, insieme alla famiglia Klein che era rimasta ad Arsiero, partimmo per la Svizzera. I partigiani ci procurarono dei documenti falsi e ci accompagnarono, in un viaggio tormentato caratterizzato da un bombardamento americano su Verona, fino alla stazione Cristina, vicino a Tirano, al confine con la Svizzera. I contrabbandieri ci fecero attraversare le montagne di notte e la polizia svizzera ci accettò come rifugiati». Dal Weir cottage al centro di Bedford saranno 15 chilometri. Landmann dribbla l’autovelox e corre verso la città. Ci sarebbe da aggiungere che, dopo il ’47, è emigrato in Australia con la famiglia, si è laureato in ingegneria, si è sposato nel ’58 e con la moglie Elizabeth si è trasferito definitivamente in Inghilterra, ha perso la mamma nel ’63 e il papà nell’84, sono nati quattro figli, ha avuto successo come ingegnere e, per ultimo, ha scritto un libro sulla sue conoscenze professonali. Il tutto mentre ogni anno, per 59 anni, il suo nome veniva commemorato insieme agli altri 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo. «Mi sento un resuscitato - scherza l’interessato mentre saluta davanti al Bedford Swan hotel - anche se non sapevo di essere morto. Grazie di tutto, e grazie soprattutto ad Arsiero, anche a nome dei miei genitori».
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